Tag Archives: DIRITTI

Accesso gratuito a terapie ormonali per il cambio di sesso: chi può richiederlo e quali problemi ci sono

Con due Determine della Gazzetta Ufficiale viene per la prima volta riconosciuta in Italia la gratuità delle terapie ormonali per le persone transgender. Un passo in avanti fondamentale per il nostro paese che però presenta già alcune incrinature non di poco conto.

Mercoledì, la giunta regionale dell’Emilia-Romagna aveva votato una delibera che rende gratuito l’accesso su tutto il territorio regionale alla terapia ormonale per persone transgender. Sembrava essere l’ennesima conquista di una regione avamposto dei diritti umani e civili ma in pochi si potevano aspettare che sarebbe stato solo l’inizio di una vera e propria rivoluzione nazionale. Da oggi, infatti, l’accesso alla terapia ormonale per persone transgender è a carico del Servizio Sanitario Nazionale e dunque gratuito in tutta Italia. Con due diverse Determine comparse in “Gazzetta Ufficiale” e datate 23 settembre, infatti, viene prevista per la prima volta la somministrazione gratuita di “testosterone, testosterone undecanoato, testosterone entantato, esteri del testosterone per l’impiego nel processo di virilizzazione di uomini transgender” e di “estradiolo, estradiolo emiidrato, estradiolo valerato, ciproterone acetato, spironolattone, leuprolide acetato e triptorelina per l’impiego nel processo di femminilizzazione di donne transgender”.

Una svolta importante, e per certi versi inattesa, che rafforza e dà piena attuazione ai principi di uguaglianza e rispetto delle persone senza discriminazioni di genere. L’accesso gratuito ai farmaci a base di testosterone ed estradiolo, necessari per la terapia ormonale, sarà dunque garantito ai soggetti che ne faranno richiesta dopo un consulto medico. Come si legge nel testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, infatti, l’accesso alla terapia sarà consentito solamente dopo una “diagnosi di disforia di genere/incongruenza di genere formulata da una equipe multidisciplinare e specialistica dedicata”. La diagnosi sarà effettuata sulla base delle linee guida diramate dall’OMS e condotta da un team di professionisti “con comprovata esperienza nel supporto delle persone con disforia/incongruenza di genere”. Con un responso positivo sarà dunque possibile accedere gratuitamente alla terapia firmando un modulo di consenso al trattamento. Unica eccezione sarà fatta in caso di incompatibilità tra la somministrazione degli ormoni e problemi di salute pregressi. Se in base ad un’attenta anamnesi dovessero emergere patologie che combinate con la terapia ormonale potrebbero arrecare gravi danni al paziente (ad esempio gravi insufficienze renali, alterazioni dei processi coagulativi o carcinomi mammari) l’accesso potrà essere negato.

L’ok ufficiale alla gratuità della terapia ormonale fa fare un balzo in avanti epocale per la normativa italiana che sul tema era ancora fortemente ancorata al cambio di sesso tramite chirurgia. Fino ad oggi la gratuità di tale trattamento era decisa a livello locale da province e regioni ma erano ancora poche quelle in cui era garantita. Con la nuova normativa si punta invece a mettere un punto alla questione rendendo la situazione uniforme in tutto il territorio nazionale. Un’uniformità che però sarà solo apparente e che già rischia di presentare alcune incrinature: per le persone transgender l’accesso alle terapie di transizione farmacologica continuerà ad essere variabile da regione a regione. Allo stato attuale, infatti, molte regioni sono sprovviste di centri specialistici riconosciuti dal ministero in grado di diagnosticare la disforia di genere. Un’assenza pesante che costringerà molte persone a spostarsi in una regione diversa da quella di residenza per vedersi garantito un diritto o, nel caso più estremo, di doverci rinunciare.

Chi ha ucciso Mario Paciolla?

Il dossier sul massacro di minori, la fuga di notizie, le dimissioni di un ministro del governo colombiano e i silenzi complici dell’ONU. La morte di Mario Paciolla, cooperante italiano morto in Colombia il 15 luglio, appare sempre più come una vera e propria esecuzione. Ma cosa è successo realmente?

La vicenda di Mario Paciolla, il cooperante italiano trovato morto il 15 luglio scorso in Colombia dove lavorava per una missione dell’ONU, continua ad essere costellata di punti oscuri. Inizialmente bollata come suicidio, tesi a cui familiari e amici non hai mai creduto, la morte del 33enne sta sempre più assumendo i contorni di una vera e propria esecuzione legata, probabilmente, ad una fuga di notizie sul report a cui aveva lavorato e che aveva portato alle dimissioni del Ministro della Difesa Guillermo Botero.

Secondo quanto riportato attraverso il quotidiano colombiano “El Espectador” dalla giornalista Claudia Duque, che segue sin dall’inizio la vicenda di Paciolla, il cooperante italiano avrebbe con quel rapporto dato il via ad una crisi di governo che dura tutt’oggi. Tutto sarebbe iniziato il 29 agosto 2019 quando, intorno alle 23.00, aerei delle Forze Armate Colombiane bombardarono per diversi minuti l’accampamento di Rogelio Bolivár Córdova, detto “El Cuchu”, nei pressi di Aguas Claras. L’obiettivo del raid era la cellula dissidente delle FARC, i gruppi armati che non hanno accettato il disarmo sancito dagli Accordi di pace del 2016, ma l’operazione ebbe un esito drammatico. Nell’accampamento, infatti, non vi erano solamente gli uomini di Cordova ma anche diversi ragazzi di età compresa tra i 12 e i 17 anni arruolati con la forza dalla milizia e costretti ad un addestramento paramilitare. Diciassette ragazzi, quasi tutti minorenni, morirono così sotto le bombe dell’aviazione colombiana.

La strage di ragazzi venne nascosta dalla polizia criminale che decise di omettere l’età delle vittime da ogni rapporto ufficiale. Ma proprio quando la vicenda sembra dimenticata e insabbiata a dovere torna a galla generando un vero e proprio terremoto politico. Il 5 novembre il senatore del Partito sociale di Unità nazionale Roy Barreras chiede spiegazioni all’allora ministro della Difesa Guillermo Botero sull’uccisione dei minori e sul perché tale informazione di interesse nazionale non fosse stata comunicata al popolo colombiano. È la goccia che fa traboccare il vaso: il ministro della difesa è costretto alle dimissioni mentre in tutto il paese milioni di persone iniziano a scendere in piazza per protestare contro il governo.

Ma cosa c’entra il report di Paciolla in questa storia? Immediatamente dopo i fatti del 29 agosto, l’ONU aveva incaricato il cooperante italiano ed altri colleghi di “verificare le circostanze del bombardamento” e di redigere un rapporto completo su quegli avvenimenti. Per la prima volta, insomma, qualcuno mise nero su bianco quello che la polizia e il governo avevano cercato di occultare così attentamente. Secondo alcune indiscrezioni il rapporto, a differenze di quanto sarebbe dovuto accadere, non rimase strettamente confidenziale: Raúl Rosende, responsabile ONU regionale, consegnò il documento a Barreras. Il politico venne dunque così a conoscenza di quel che accadde ad Aguas Claras e su quel report basò l’invettiva che portò alle dimissioni di Botero. Pur se smentita fermamente da Barreras, questa ricostruzione sembra essere coerente con le paure confidate da Mario Paciolla ad amici e familiari nei mesi successivi. Si sentiva in pericolo, tradito, usato, e arrabbiato con i suoi superiori, al punto da chiedere un trasferimento ad altra sede, mai ottenuto. Dopo il 5 novembre una serie di attacchi informatici lo avevano convinto a rimuovere tutti i suoi profili social per non esporre i suoi dati personali a rischi ulteriori. Non era bastato. Negli ultimi mesi aveva confidato agli amici di sentirsi osservato, seguito, spiato. “Voglio dimenticare per sempre la Colombia, non è più sicura per me.” aveva detto “Non voglio più mettere piede in questo paese o all’Onu. Ho chiesto un cambiamento qualche tempo fa e non me l’hanno dato. Voglio una vita nuova, lontano da tutto.”

Dietro la morte di Mario Paciolla, dunque, ci sarebbe una fuga di notizie. La diffusione di informazioni riservate avrebbe esposto il giovane cooperante italiano a rischi sempre maggiori fino alla tragica morte avvenuta il 15 luglio. È un primo pezzo di un puzzle che appare complicatissimo e con troppi pezzi ancora mancanti per poter mostrare la sua figura. Da alcune indagini, infatti, è emerso chiaramente come l’atteggiamento dell’Onu sia stato tutt’altro collaborativo nei giorni immediatamente successivi l’omicidio di Paciolla. Se da alcune settimane si sapeva della mail inviata dalle Nazioni Unite alle 400 persone impegnate in Colombia per chiedere loro massima riservatezza sul caso ed alimentando così un clima di omertà, un nuovo punto interrogativo ruota intorno alla figura di Christian Leonardo Thompson, contractor americano incaricato dall’Onu della sicurezza del campo dove si trovava Mario. Stando a quanto emerso dalle indagini della Procura di Roma sarebbe stato lui il primo a giungere sulla scena del crimine. Sarebbe stato lui a ripulirla e a sottrarre alcuni oggetti poi ricomparsi, come per magia, nella sede delle Nazioni Unite a Bogotà. Perché lo ha fatto e su ordine di chi ancora non è possibile saperlo. Rimane uno dei tanti, troppi, punti interrogativi che circondano la morte di un ragazzo di 33 anni.

Tutto quello che c’è da sapere sulla legge contro l’omotransfobia

 “L’intolleranza affonda infatti le sue radici nel pregiudizio e deve essere contrastata
attraverso l’informazione, la conoscenza, il dialogo, il rispetto”

-Sergio Mattarella-

A inizio settimana è iniziata alla Camera la discussione del disegno di legge contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere e identità di genere, che prende il nome dal suo relatore, il deputato del Partito democratico, Alessandro Zan. il disegno di legge contro l’omofobia, come è stato ribattezzato dai media, potrebbe essere approvato entro metà agosto alla camera per poi approdare all’esame del senato. Ma come sempre, in Italia, quando si parla di omofobia e diritti LGBTQ si scatena il putiferio. Non a caso sono almeno 25 anni che si parla di una legge contro l’omofobia, da quando cioè il Parlamento Europeo l’8 febbraio 1994 approvò una risoluzione che chiedeva agli stati di adottare misure e di intraprendere campagne, in cooperazione con le organizzazioni nazionali di gay e lesbiche, contro gli atti di violenza e di discriminazione sociale nei confronti degli omosessuali. Una legge che nel nostro paese non è mai arrivata.

La legge – Il disegno di legge approdato alla camera a inizio settimana è la sintesi di cinque proposte di legge avanzate negli ultimi anni dai deputati Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi. “Con questa proposta di legge” si legge nel testo “anche l’ordinamento italiano si potrà dotare di uno strumento di protezione della comunità LGBTI in linea con una visione più moderna e inclusiva della società e nel tentativo di realizzare quella pari dignità che la Costituzione riconosce a ciascuna persona”. Una legge tanto fondamentale quanto, tecnicamente, semplice. La proposta del deputato Zan, infatti, è composta da nove articoli che apporterebbero modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale e alla cosiddetta “Legge Mancino” del 1993.

Il fulcro del ddl Zan sta nelle modifiche alla legge Mancino del 1993. Se diventasse legge, infatti, si aggiungerebbero le discriminazioni e le violenze “fondate sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” alla normativa già presente per quanto riguarda le fattispecie di “discriminazione razziale etnica e religiosa”. Se la legge venisse approvata, dunque, chi incita a commettere o commette violenza per motivi fondati sull’orientamento sessuale potrebbe essere punito con la reclusione tra i 4 mesi e i sei anni. Un passo avanti che colmerebbe un vuoto legislativo che dura da 25 anni e che, dopo ben 6 tentativi naufragati, darebbe all’Italia una legge contro l’omofobia riportandola al passo degli altri stati Europei. Negli altri articoli il ddl prevede un incremento di 4 milioni annui al fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, da destinare all’implementazione di politiche anti discriminazione, e commissione all’Istat un rilevamento statistico da effettuare ogni 3 anni per verificare gli atteggiamenti della popolazione che possano essere di aiuto nell’attuazione di politiche di contrasto alla discriminazione e alla violenza. Ultimo punto è l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. La ricorrenza verrebbe fissata per il 17 maggio, data in cui nel 1990 l’omosessualità venne rimossa dalla lista delle malattie mentali, con lo scopo di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di uguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla costituzione.

Europa – Il nostro paese, se questa legge dovesse essere approvata, si conformerebbe ad un quadro generale che vede quasi tutti gli stati membri dell’Unione Europea che si sono dotati più o meno recentemente di leggi contro l’omofobia e le discriminazioni di genere. La prima a prendere una posizione è stata la Norvegia che nel 1981 ha, prima al mondo, modificato il Codice penale prevedendo la persecuzione penale per chi “in attività economiche o similari” rifiuta beni o servizi ad una persona per la sua “disposizione, stile di vita o tendenza all’omosessualità”.

L’esempio norvegese è stato seguito a distanza da pochi anni dagli altri paesi scandinavi che entro la metà degli anni ’90 si sono dotati di una legislazione contro l’omofobia spinti anche dalla rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nel 1990. Poi è stata la volta di Paesi Bassi, Islanda, Belgio e via via tutti gli altri paesi europei. Nel 2003 sono state Spagna e Regno Unito ad adeguare la propria legislazione prevedendo tutele per le minoranze LGBTQ e in Francia dal 2004 chi insulta gay e lesbiche rischia un anno di carcere e fino a 45.000 euro di multa. L’unica eccezione, tra i principali paesi europei, sembra essere la Germania che ad oggi non ha una legge federale contro l’omofobia ma ha preferito delegare ai governi territoriali l’emanazione di norme su questo tema. Così a partire dalla metà degli anni ’90 molti Lander tedeschi hanno aggiunto addirittura nelle proprie costituzioni passaggi contro l’omofobia.

Italia – Resta nel panorama europeo un’unica nazione che ancora non si è mossa. L’Italia è rimasta sorda ai richiami dell’Unione Europea rimandando continuamente la discussione e l’approvazione di una legge su questo tema. Dopo 25 anni e sei proposte di legge naufragate siamo di nuovo alla vigilia di uno scontro ideologico su quella che dovrebbe essere una legge di civiltà condivisa da tutti. Da un lato c’è ovviamente la destra, con Lega e Fratelli d’Italia che si oppongono in maniera ferma e netta al ddl Zan parlando di “legge liberticida”. Ma mentre Salvini e Meloni parlano di un Parlamento paralizzato dal testo sull’omofobia diventata, secondo loro l’unico tema in discussione, i parlamentari dei due partiti hanno portato avanti un ostruzionismo a oltranza presentando in Commissione Giustizia 975 emendamenti al testo. Emendamenti fantasiosi, come quello che propone di estendere la legge mancino a chi ha “tratti fisici caratterizzanti, quali calvizie e canizie”, con cui leghisti e fratelli d’Italia hanno provato a bloccare la discussione in commissione per impedire al testo di arrivare alla camera. Un ostruzionismo che il leghista Alessandro Pagano ha sostenendo che “questa legge crea una super categoria, gli omosessuali lobbisti, che sovrasta il resto del mondo. Sono loro gli illiberali, noi siamo per la libertà”.

Se dalla destra arriva una posizione netta, più mite è quella del centro. Forza Italia, nonostante Berlusconi abbia definito la legge “inutile e pericolosa”, si trova in un limbo e rimane un’incognita in caso di voto. Allineata con Forza Italia, anche in vista di una possibile alleanza alle urne, è Italia Viva che grazie al suo ruolo nella maggioranza potrebbe puntare a smorzare la legge. I due partiti stanno infatti convergendo sulla necessità di asciugare il testo: vorrebbero mantenere solo la parte di contrasto alla violenza di genere, stralciando gli articoli che puntano alla sensibilizzazione, con l’istituzione di una Giornata nazionale contro l’omofobia (il 17 maggio), il potenziamento delle competenze dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni (Unar) in materia, mentre i 4 milioni di maggiori fondi per il Dipartimento per le pari opportunità sono già entrati in un articolo del dl Rilancio.

Ma mentre il parlamento si spacca e tra maggioranza e opposizioni volano gli stracci, nel paese l’omofobia dilaga. Intimidazioni, aggressioni verbali e fisiche e minacce aumentano giorno dopo giorno. Solo questa settimana si sono registrati episodi di omofobia a Roma, a Siracusa, a Firenze e a San Benedetto del Tronto dove alcuni ragazzi in vacanza ha aggredito per le strade un gruppo di amici perché tra di loro vi era un ragazzo gay. Episodi che si moltiplicano e che in questi mesi stanno toccando vette mai raggiunte prima. Una situazione che stride con le parole di chi definisce “inutile” la legge sull’omofobia. Una situazione che, invece, dovrebbe farci capire che forse serve proprio una legge del genere.

Tre mesi di solitudine

Da 89 giorni Patrick George Zaki è in carcere in Egitto. Detenuto in maniera arbitraria senza alcuna condanna ne prove che ne dimostrino la colpevolezza, è l’ennesimo attivista a cui il regime vuole chiudere la bocca. L’Italia non può e non deve lasciarlo solo.

Martedì è andato in scena l’ultimo, ma non definitivo, atto della vicenda giudiziaria di Patrick Zaki. Dopo 7 udienze consecutive rinviate a causa della chiusura degli uffici per l’emergenza sanitaria, un giudice è tornato ad esprimersi sul rinnovo o meno della detenzione preventiva del ragazzo arresta il 7 febbraio all’Aeroporto Internazionale del Cairo. Presso la Procura Suprema egiziana al Cairo, però, è andato in scena uno spettacolo indegno che ha dimostrato, qualora va ne fosse ancora bisogno, l’intento repressivo dell’azione giudiziaria contro Patrick. Il giudice infatti ha pronunciato la sua decisione di rinnovare la custodia cautelare per il 28enne in un’aula completamente vuota.

Se l’assenza di Patrick, che dal 9 marzo non ha contatti né con i familiari né con gli avvocati, era prevedibile lo stesso non si può dire di quella dei suoi legali. Nonostante fossero presenti in Procura, infatti, ai suoi avvocati è stato vietato l’accesso in aula al momento della decisione da parte del giudice per non meglio precisati motivi di sicurezza. Così si è di fatto azzerato il dibattito con una grave violazione del diritto alla difesa volta ad impedire qualsiasi contestazione legale alla decisione del giudice. Una decisione quantomai arbitraria arrivata dopo tre mesi di custodia cautelare in cui le autorità competenti non sono riuscite a produrre alcuna prova della colpevolezza del ragazzo. Intanto, però, Patrick rimane nella sezione di massima sicurezza del penitenziario di Tora dove sono detenuti i prigionieri politici e gli attivisti che si ribellano al regime. Dove nel weekend è morto, dopo una notte intera a chiedere aiuto, Shady Habash detenuto dal 2018 e da allora in attesa di sentenza. Proprio come per Patrick, infatti, anche nel caso di Shady il giudice ha continuato a disporre il rinnovo della custodia cautelare in attesa di prove che confermassero la sua colpevolezza. Prove che non sono mai arrivate.

D’altronde ormai è noto che proprio il rinnovo della custodia cautelare sia diventato in Egitto il mezzo con cui colpire oppositori e dissidenti. Uno strumento che viene ormai largamente usato dalla giurisprudenza per prolungare sostanzialmente all’infinito la detenzione di soggetti sgraditi al regime, sempre più totalitario, di Al-Sisi. Se ufficialmente la legge fissa a due anni il limite massimo per la detenzione di un soggetto in attesa di processo, non mancano episodi in cui questo limite sia stato ampiamente superato o aggirato con strategie diverse come l’arresto immediato dopo una prima scarcerazione. Così, le carceri del paese si sono riempite di oltre 60.000 prigionieri politici mentre l’Egitto si sta trasformando inesorabilmente in uno stato di polizia in cui le attività di ogni singolo cittadino sono monitorate e sorvegliate costantemente. Un naufragio della democrazia in cui rischiano la vita ogni giorno migliaia di voci libere. Voci che giorno dopo giorno, rinvio dopo rinvio, si affievoliscono sempre di più fino a sprofondare nell’oblio. Con i continui rinnovi delle detenzioni infatti il regime punta da una parte a fiaccare fisicamente mentalmente il detenuto, dall’altra a far dimenticare all’opinione pubblica la sua vicenda dopo il clamore internazionale che si solleva ad ogni arresto arbitrario. Un oblio che lascia da solo il detenuto facendogli perdere anche l’ultimo barlume di speranza. E questo lo aveva capito molto bene Shady come testimonia una drammatica lettera indirizzata ad un amico nell’ottobre 2019: “La prigione non uccide, lo fa la solitudine. Ho bisogno del vostro supporto per non morire. Ho bisogno di supporto e ho bisogno che ricordiate che io sono ancora in prigione e che il regime si è dimenticato di me. Sto lentamente morendo perché so che sto restando solo di fronte a tutto”.

Una solitudine che uccide. Una solitudine in cui non possiamo permetterci di lasciare Patrick. Mentre l’Egitto prova ad isolarlo in una solitudine fisica, impedendogli di vedere e sentire i propri avvocati e i propri cari, spetta a noi fare in modo che non vi sia anche una solitudine morale e mediatica. Non possiamo permettere che il nostro silenzio distratto ma tremendamente complice consenta a quel buco nero che è il penitenziario di Tora di risucchiare la vita di Patrick come ha fatto con Shady e con migliaia di altri ragazzi. Il rischio, più che mai concreto, è che le emergenze convergenti che stanno aggredendo il nostro paese in questi mesi possano distogliere l’attenzione da una vicenda che invece deve rimanere sotto i riflettori. Ne va della vita di un ragazzo che fino a qualche mese fa viveva e studiava da noi. Un ragazzo che sognava un futuro nel nostro paese e ora si ritrova detenuto in maniera assolutamente arbitraria in un penitenziario di massima sicurezza. E mentre da noi si discute di distanziamento sociale, Patrick è costretto in una cella sovraffollata con rischi altissimi per la sua salute. Rischi a cui non dovrebbe mai, per nessun motivo, essere esposto nessun individuo. A maggior ragione se innocente. La battaglia per la libertà di Patrick deve necessariamente diventare la nostra battaglia per il presente e per il futuro. Perché non si ripeta il dolore e la rabbia che ci ha travolti quattro anni fa per l’atroce morte di Giulio Regeni. Perché Patrick non diventi l’ennesima vittima da commemorare nelle piazze ma torni ad essere una voce libera in un Egitto che non lo è più.

The upside of the downside

Dal 2014, donne israeliane e palestinesi si sono unite in un unico movimento per chiedere la pace a Gaza ed una soluzione che ponga fine all’eterno conflitto israelo-palestinese. Women Wage Peace vuole proporre una strada nuova fatta di “speranza, amore, luce, dignità, inclusione e riconoscimento reciproco”

Da più di sessant’anni la questione palestinese sconfina i territori del Medio Oriente e del Nord Africa coinvolgendo gli attori più influenti dell’Occidente; da ormai decenni si discute di una risoluzione pacifica da entrambi i fronti ma nonostante ciò la guerra dell’estate 2014 a Gaza ha causato più di 2,200 morti e distrutto circa 19,000 abitazioni. Oltre a distruzione e violenze, nel susseguirsi dei decenni si è assistito a innumerevoli tentativi di dialogo fra i due popoli, alcuni dei quali hanno portato a notevoli risultati. In particolare, il filo rosso che, a partire dagli anni ’20 ha unito le donne palestinesi e israeliane, narra storie di dialogo, di liberazione, di collaborazione ma anche di fallimenti, difficoltà e reazioni negative. Infatti, i recenti eventi sanguinosi del 2014 hanno frenato i rapporti di pace causa delle violenze dell’esercito israeliano. Il movimento della Women Wage Peace, tuttavia, ha ridato speranza a chi era già attivo chiamando in causa anche nuove generazioni pronte a scendere nelle piazze e nei palazzi delle istituzioni per discutere insieme una reale possibilità di cooperazione.

IL MOVIMENTO Il movimento nasce nel giugno 2014 dopo la guerra a Gaza coinvolgendo donne palestinesi ed israeliane con l’obiettivo di ottenere una risoluzione pacifica. Il gruppo non ha leader, si coordina via Whatsapp, via mail, tramite Facebook e organizza incontri su diversi territori. Oltre alle grandi manifestazioni e marce negli ultimi anni, il movimento organizza azioni quotidiane per sensibilizzare la popolazione al dialogo e alla pace. Il progetto è ispirato dall’azione di Leymah Gbwoee, premio Nobel per la Pace nel 2011, che guidò una forma di resistenza non violenta formata da donne mussulmane e cristiane durante la guerra civile in Liberia. Il movimento della Women Wage Peace oggi può contare sul sostegno di migliaia di donne sia in Israele che in Palestina: donne laiche, di destra, di sinistra, colone, mussulmane, ebree unite dalla volontà di una pacifica convivenza tra popoli. Oggi le migliaia di volontarie si mobilitano affinché i leader politici lavorino con rispetto e coraggio, includendo la partecipazione delle donne per trovare una soluzione al conflitto. La collaborazione con le donne palestinesi è stata organizzata da Huda Abuarqoub che alla fine della Marcia della Speranza del 2016 ha affermato: «Sono qua con donne che hanno scelto coraggiosamente di intraprendere una strada che non è ancora stata percorsa. Una strada di speranza, amore, luce, dignità, inclusione e riconoscimento reciproco. E sono anche qui per dirvi, sì, avete un partner, e lo avete visto».

LE REAZIONI Dal 2017 ogni settembre viene organizzata una marcia per la pace che dura due settimane con migliaia di donne di ogni provenienza sociale e di ogni appartenenza politica e credo religioso. Molte personalità israeliane hanno sostenuto e partecipato alle manifestazioni tra cui alcuni deputati dell’opposizione israeliana e altri della coalizione di destra, così come molti intellettuali, artisti e scrittori venuti da tutto il mondo. Nell’ambiente politico importante, invece, è stato l’appoggio di esponenti dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e dell’Autorità Palestinese. Dall’altro canto Hamas si è fin da subito opposto al movimento: attraverso un comunicato ufficiale gli esponenti del movimento hanno denunciato l’iniziativa e hanno definito l’intenzione di creare un dialogo con Israele “una rinuncia al consenso nazione e un’offesa fatta alla storia del nostro popolo”.

GLI OBBIETTIVI Attualmente l’obbiettivo principale del movimento è l’espansione della rappresentanza delle donne e l’intensificazione degli sforzi nel realizzare un percorso costruito sul rispetto reciproco per raggiungere in futuro una convivenza pacifica. Questa nuova espressione di collaborazione potrebbe essere quella vincente; grazie all’influenza dei social, le donne della Women Wage Peace riescono a raggiungere una platea sempre più ampia che oggi conta più di ventimila membri e, grazie alla nuova ondata del femminismo intersezionale, ogni volontaria può sentirsi finalmente rappresentata. Famoso anche grazie al video della canzone dell’artista israeliana Yael Deckelbaum “La Preghiera delle Madri”, il movimento ha raggiunto tutto il mondo; oggi tocca anche a noi cantare insieme e forte questa poesia diffondendo il messaggio di pace e dialogo che le donne negli anni hanno cercato e cercano tutt’ora di perseguire.

Author: Miriam Molinari

Hebron, la città fantasma contesa da due popoli

Tra le ingerenze dell’esercito israeliano e i tentativi di resistenza del popolo palestinese, a Hebron convivono forzatamente due popoli. Una situazione sempre più al limite nella città divenuta fantasma dopo le chiusure imposte dai militari. Una città che sembra vivere in attesa dello scontro.

Conosciuta in arabo con il nome di Al-Khalil, Hebron è la più grande città palestinese in West Bank. Tra i suoi 250’000 abitanti, a maggioranza palestinesi, si contano anche i circa 700 coloni israeliani insediati nel cuore Città vecchia e i 7’000 dell’insediamento di Kiryat Arba, situato nella periferia della città. La fondazione di Kiryat Arba, avvenuta nel 1968, rappresenta l’inizio di una colonizzazione capillare da parte dello Stato di Israele che ha portato, e ancora porta, a sistematiche violazioni di diritti umani e incessanti violenze a danno della popolazione palestinese. Ad oggi, in città si possono contare altri quattro insediamenti (Tel Rumeida, Beit Hadassah, Avraham Avinu e Beit Romano) che, nel complesso, raccolgono alcune centinaia di coloni.

Il principale centro d’interesse dell’intera città è rappresentato senza dubbio dalla Tomba dei Patriarchi, conosciuta in arabo come la “Al-Ibrahimi Mosque”, la Moschea di Abramo, luogo sacro ove si crede giacciano le tombe di Abramo, Isacco e Giacobbe. Trovandosi Hebron al centro di un crocevia di millenarie rotte commerciali che viaggiavano fra la Palestina, la Giordania, il Sinai e il nord della penisola arabica, la Tomba dei Patriarchi divenne presto luogo di pellegrinaggio per le tre religioni monoteiste: ebraismo, islam e cristianesimo. Tuttavia, alla prosperità e floridezza che Hebron visse in passato, si contrappone oggi la cruda immagine di una città fantasma, non più crocevia di scambi commerciali e sede di crescita spirituale per i credenti, ma centro di violenze, violazioni e intimidazioni.

DAGLI ANNI ’90 AD OGGI – Gli anni Novanta sono stati un decennio particolarmente doloroso per la storia della città. Nel novembre del 1994, il colono israeliano Baruch Goldstein irruppe nella Moschea di Abramo armato di un fucile uccidendo 29 persone in quel momento impegnate in preghiera. Alla fine della giornata il numero delle vittime fu complessivamente 60, di cui 29 nella moschea, 26 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e 5 israeliani uccisi dalla folla inferocita. Quest’evento, conosciuto da lì in poi come il massacro di Hebron, avvenne esattamente nel luogo più sacro della città, la Tomba dei Patriarchi, luogo di culto di massima importanza sia per la religione ebraica che per quella musulmana, oggi diventato l’emblema di una città divisa in due. Tre anni dopo il massacro, lo Stato di Israele e l’Autorità palestinese firmarono un accordo, il così detto “Protocollo di Hebron”, in virtù del quale la città venne divisa in due settori: Hebron 1 (circa l’80% delle superficie totale), il cui controllo viene affidato all’Autorità Palestinese, ed Hebron 2, controllata dall’esercito israeliano. Di conseguenza, dal 1997 Hebron è – anche formalmente – una città spaccata in due.

LA CITTA’ FANTASMA – “Dietro questa barriera c’era il mercato all’ingrosso dove si poteva trovare di tutto: frutta, verdura, cammelli…” Inizia così il racconto di Issa Amro, attivista palestinese e fondatore dell’organizzazione Youth Against Settlements, mentre indica una delle centinaia di barriere che da più di vent’anni barricano le vie della Città Vecchia di Hebron. “Quando ero bambino, mio padre doveva tenermi sempre per mano a causa della folla. Oggi Hebron è una città fantasma, per colpa della politica di chiusura e delle intimidazioni e violenze dei coloni e dei soldati israeliani”. Lungo i vicoli della Città Vecchia, un tempo animati da un fiorente mercato e dal chiassoso brulichio di intere famiglie si susseguono oggi ingressi di negozi serrati alternati a qualche sporadica bancarella di frutta, verdura o oggettistica. Camminando, si riesce a percepire la vita che un tempo animava questa zona della città, e tale sensazione la rende ancor più intrisi di nostalgica malinconia. Dal 1997, sono stati all’incirca 1800 i negozi chiusi per ordine militare israeliano, e rappresentano il 77% della zona commerciale del centro.

Proprio lì dove l’esercito sigillava quasi tutti i negozi palestinesi, i coloni israeliani si insediavano ed espandevano, occupando principalmente i tetti della Città Vecchia. I palestinesi, che ancora oggi vivono e popolano quest’area, hanno dovuto provvedere a proteggere le strade dell’antico mercato con ogni tipo di rete poiché dagli insediamenti sovrastanti viene gettato ogni genere di rifiuto e pietre, ma anche liquami, tra cui acqua sporca, candeggina e urina. Ad alimentare un progetto che mira a cancellare la storia, l’identità e la cultura palestinese, si aggiunge la distruzione di vecchi edifici del centro storico prontamente sostituiti con nuove e discordanti strutture.

Dal 2017, la Città vecchia di Hebron è stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nella quale, nonostante l’opposizione d’Israele, figura come “sito palestinese”. Tra le numerose vie e stradine che percorrono la Città Vecchia, la principale è Shuhada Street, la strada che conduce al centro d’interesse e cuore pulsante di Hebron, la Tomba dei Patriarchi. Ma oggi, come in un tremendo scherzo, la principale strada palestinese è chiusa ai palestinesi. Shuuada Street è diventata accessibile solamente a israeliani e internazionali.

Quello di Shuuada Street è però solo il caso più emblematico di una città che, su una superficie di appena 74 kilometri quadrati, vede la presenza circa ventidue checkpoint e cento barriere di movimento che rendono impossibile la vita di decine di migliaia di palestinesi. Oggi, nella Città Vecchia di Hebron vi si possono trovare strade completamente chiuse, alcune accessibili solo ai settlers israeliani, altre accessibili solo ai palestinesi, o altre ancora divise in due per essere percorse separatamente da israeliani e palestinesi.  E come se non bastasse, nell’estremo tentativo di cancellare la storia del popolo palestinese, le insegne originali delle vie e piazze della città sono state ormai sostituite da nuove targhe con nuovi nomi, tutti completamente in ebraico. I nomi originali arabi rimangono vivi solo nelle memorie dei palestinesi residenti ad Hebron.

Questo regime di separazione ha contribuito a rendere Hebron uno dei simboli più emblematici della profonda e lacerante frattura fra palestinesi ed israeliani che, però, proprio in questa città vissero anche gesti di solidarietà reciproca in un passato non troppo remoto. Come nell’agosto del 1929, quando, durante una serie di moti contro i primi coloni ebrei, la comunità ebraica di Hebron rifiutò la protezione dell’Haganah (un’organizzazione paramilitare ebraica) contando sui buoni rapporti instauratasi da tempo con la popolazione palestinese e i suoi rappresentanti. Ciononostante, oggi la caratteristica di Hebron è la divisione. Strade divise, accessi separati ai luoghi di culto, negozi differenti. Una città contesa e divisa. Una città dove arabi e israeliani sembrano vivere in attesa della prossima forzatura, del prossimo scontro.

Authors: Morgane Afnaim; Giulia Marini

Youth of Sumud – Quando esistenza significa resistenza

La sfida dei giovani palestinesi che tornano ad abitare le grotte di At-Tuwani per resistere all’espansione coloniale dell’insediamento israeliano di Ma’on

Ci troviamo ad At-tuwani, villaggio palestinese incastonato fra le pendici delle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania. È uno di quei villaggi della cosiddetta “Area C” che, secondo la divisione amministrativa stabilita dagli Accordi di Oslo del ’93, designa il controllo esclusivo israeliano della zona, sia militare che civile.

Gli abitanti di At-tuwani e dei villaggi limitrofi sono in gran parte pastori e agricoltori, circondati da un paesaggio collinare arido, con sfumature che variano dal grigio delle pietre, al marrone-giallo della terra, al verdone di qualche solitario cespuglio. In un paesaggio così desolato distinguono zone, precisamente delineate, particolarmente folte di una vegetazione rigogliosa. Sono le aree abitate dai coloni israeliani nell’insediamento di Ma’on e nell’avamposto di Havat Ma’on, situato a soli 500 metri da At-tuwani. La differenza fra un insediamento e un avamposto israeliano è principalmente che il primo è ritenuto illegale dal diritto internazionale delle Nazioni Unite, ma legale dal punto di vista del diritto israeliano, al contrario, il secondo – l’avamposto – è illegale per entrambe le fonti del diritto.

I TRASCORSI – Le storie di At-tuwani, e di un altro di questi villaggi, Sarura, altro non sono che ennesime storie di gente semplice e di resistenza nonviolenta che chiedono a gran voce di essere raccontate e denunciate. Sarura è stato uno dei tanti posti da cui, verso la fine degli anni ’90, i residenti sono stati evacuati a seguito della costruzione di due insediamenti israeliani che hanno reso la quotidianità dei pastori palestinesi insopportabile a tal punto da dover abbandonare le proprie case. L’arrivo dei coloni in queste aree ha infatti portato con sé la brutalità di un’occupazione con violenze su tutta la popolazione, bambini inclusi, arresti arbitrari, demolizioni di case e strutture pubbliche, attacchi ai greggi, e privazione di acqua ed elettricità.

Con la costruzione nel 2001 dell’avamposto di Ma’on Farm, lungo la strada dove è situata la scuola frequentata da bambini provenienti da diversi villaggi, sono cominciati una serie di attacchi agli studenti diretti all’istituto. Violenze ed aggressioni sempre più frequenti da parte dei coloni tanto da costringere, nel 2004, diverse organizzazioni internazionali, tra cui ‘Christian Peacemaker Teams’ e ‘Operazione Colomba’, a scortare i bambini palestinesi lungo questo tragitto. Un’esperienza che non ha però fermato le violenze continuate anche ai danni dei volontari con due membri delle associazioni rimasti vittime delle aggressioni dei coloni. Un’episodio che ha convinto il Comitato per i Diritti dell’Infanzia del Parlamento israeliano (Israeli Knesset Committee for Children’s Rights) a decretare che una scorta armata dell’esercito israeliano accompagnasse i bambini palestinesi lungo questo tratto di strada. La scorta militare non ha però fermato le aggressioni ai bambini anche a causa di inadempienze ripetute. Spesso infatti chi avrebbe dovuto accompagnarli non si presenta o arriva con forti ritardi, causando così la perdita di ore e giorni di scuola ai bambini dei villaggi delle colline del sud di Hebron.

YOUTH OF SUMUD – Nel 2017 è nato un collettivo di giovani palestinesi, Youth of Sumud, dalle figlie e i figli degli attivisti nonviolenti del Comitato di Resistenza Popolare che per anni è riuscito a respingere i tentativi di evacuazione di At-tuwani, e di altri villaggi situati sulle colline a sud di Hebron, organizzando attività di solidarietà e resistenza nonviolenta per contrastare le politiche espansionistiche di colonie e avamposti israeliani. Negli ultimi anni, infatti, i coloni di Ma’on e Havat Ma’on continuano a pianificare l’espansione dei propri insediamenti incrementando le demolizioni, gli arresti e le violenze a danno dei palestinesi e moltiplicando significativamente il loro numero di abitanti. Mentre le politiche coloniali spinte dal fine ultimo di allontanare tutti gli abitanti palestinesi da quest’area aumentano, i ragazzi di YOS cercano di riappropriarsi e riportare in vita il villaggio evacuato di Sarura, tornando ad occupare le grotte in cui i pastori vivevano prima di essere costretti ad abbandonare il villaggio. È quello che hanno ribattezzato come “Sumud Freedom camp”, una semplice grotta riaperta e animata e vissuta dai ragazzi di YOS che è diventata così il simbolo della lotta nonviolenta e incessante delle generazioni delle colline a sud di Hebron. Il simbolo di un passaggio da una generazione che quelle grotte le abitava ed una che non le vuole lasciare, che vuole riappropriarsene per ribadire la propria identità. Una lotta fragile ed estenuante ma potente, in grado di costituire un esempio di speranza e perseveranza per tutti gli altri palestinesi costretti ad abbandonare le loro terre.

PERCHE’ ESISTENZA È RESISTENZA – Sumud è una parola araba che rispecchia sia una strategia politica che una determinata ideologia nata per la prima volta dalle pratiche di resistenza emerse dopo la Guerra dei Sei Giorni. Sumud può essere tradotto letteralmente con fermezza, perseveranza, tenacia, determinazione ma anche resilienza. L’ideologia dietro questo termine è esattamente quella dei ragazzi di YOS, vale a dire semplicemente esistere sulle proprie terre ed affrontare la quotidianità nonostante le violenze e gli ostacoli, al fine di resistere l’occupazione israeliana. Sumud è quindi attaccamento alla propria terra, che si declina in attaccamento alla propria storia e alla propria cultura, e mira quindi a una più alta affermazione identitaria. Ed è così che per i ragazzi di YOS cucinare, mangiare, ballare e dormire al Sumud Freedom Camp costituisce sia un atto di resistenza alle mire espansionistiche israeliane, e in particolare all’avamposto che si erge esattamente di fronte alla collina su cui si situa la grotta riaperta, sia un atto di affermazione identitaria palestinese.


Author: Morgane Afnaim


Il gender pay gap in Europa

“Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria,
in cui essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza.
Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa,
ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani
che condividono il meglio e il peggio della condizione umana.”


Le discriminazioni di genere, nel mondo, sono purtroppo ancora all’ordine del giorno. Non fa differenza il mondo del lavoro dove il “gentil sesso” continua ad essere vittima di stereotipi che rendono la donna particolarmente svantaggiata rispetto ai colleghi. Le lavoratrici risultano essere vittime di una vera e propria “segregazione occupazionale” che vede interi comparti del mondo lavorativo riservati agli uomini con evidenti differenze sulle prospettive di carriera e sui guadagni. Si tratta, in quest’ultimo caso, del cosiddetto “gender pay gap” (divario retributivo di genere) ossia la differenza tra i salari medi lordi riservati alle donne e agli uomini.

Europa – L’Unione Europea, attraverso il proprio ufficio statistico ‘Eurostat’, tiene regolarmente aggiornati i dati sulla retribuzione media nei vari stati membri calcolando contestualmente il divario di genere che si registra fornendo così una panoramica della situazione al livello comunitario. Una panoramica che si basa esclusivamente sui salari e cerca di tracciare un quadro di quelle che sono le differenze retributive senza tener conto di altri fattori. Si tratta infatti, per quanto riguarda i dati Eurostat, del cosiddetto “gender pay gap unadjusted” calcolato solamente in base alla retribuzione senza tener conto di altre componenti che possono influire sul divario come per esempio l’accesso all’istruzione, il tipo di occupazione svolta, il numero di ore lavorative. Quello che ne emerge è comunque un quadro sicuramente poco rassicurante.

La media dell’Unione Europea mostra infatti come, a livello comunitario, le donne percepiscano il 14,5% in meno rispetto agli uomini. Per ogni euro guadagnato da un uomo, insomma, una donna guadagna 85 centesimi. Ma non sono pochi i paesi ad essere al di sopra della media europea, ben otto paesi (10 considerando Regno Unito e Svizzera) risultano infatti avere divari maggiori del 14,5%. Il poco onorevole primato nella classifica europea delle disparità salariali se lo aggiudica l’Estonia con un divario del 22,7% ma a sorprendere di più è, probabilmente, la seconda posizione. Dopo il paese baltico infatti troviamo la Germania dove gli uomini guadagnano in media il 20,9% in più rispetto alle donne. È come se, nella prima economia europea, le donne lavorassero due mesi e mezzo senza ricevere lo stipendio. Un’eternità. È il cosiddetto “equal pay day”, la giornata che segna il momento in cui ogni anno le donne cominciano simbolicamente a smettere di guadagnare se confrontate con i loro colleghi uomini. L’Unione Europea, per quest’anno, ha fissato come data il 4 novembre. Due mesi senza stipendio.

Italia – In un Europa con cifre esorbitanti l’Italia è tra i paesi più virtuosi. Dai dati dell’Eurostat emerge infatti come nel nostro paese il divario sia estremamente più basso della media europea e si attesterebbe intorno al 5%. Meglio di noi farebbero solo Lussemburgo (4,6%) e Romania (3%). Un dato che sembra essere estremamente incoraggiante ma che diventa maggiormente allarmante se analizzato in combinazione con altri fattori.

Per quanto riguarda la retribuzione, bisogna inevitabilmente scorporare il settore pubblico da quello privato. La forte presenza femminile nel comparto pubblico, dove i contratti per legge presentano condizioni eque, abbassa infatti sensibilmente l’indice che sarebbe estremamente più levato considerando solo gli stipendi elargiti da aziende private. Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, il vero problema sarebbe proprio qui. Nel settore privato le lavoratrici italiane guadagnano in media il 29% in meno rispetto ai colleghi maschi. Il dato frutto delle minori possibilità di carriera delle donne in un settore in cui gli uomini occupano in genere posizioni più elevate. In Italia, infatti, considerando solamente il privato i dati indicano la presenza di un 73% di manager di sesso maschile contro un 27% di donne. Il settore privato, dunque, rappresenta il vero problema nel sistema lavorativo italiano per quanto riguarda le disparità di salario. Un abisso nelle retribuzioni tra uomo e donna che, se considerato da solo, ci porrebbe in coda alle classifiche europee. Si arriva così al secondo problema occupazionale in Italia, che contribuisce ad abbassare l’indice generale: la distribuzione del lavoro.

Stando ai dati forniti dall’istituto di ricerca socio-economica ‘Censis’, in Italia le donne che lavorano sono 9.768.000 e rappresentano il 42,1% degli occupati complessivi. Lontane sia dalla media europea, sia dal tasso di occupazione maschile (75%). Con un tasso di attività femminile del 56,2% siamo infatti all’ultimo posto tra i Paesi europei, guidati dalla Svezia dove il tasso è pari al’81,2%. Quasi la metà delle donne italiane insomma, non è occupata. Un dato che deriva, soprattutto, dall’eterno divario tra nord e sud. Se nelle regioni settentrionali infatti l’occupazione femminile è superiore al 60% (primato per la Provincia autonoma di Bolzano con il 73%) al sud cala vertiginosamente e si attesta intorno al 30-35%. Un divario che fa crollare le stime totali sull’occupazione femminile nazionale. Poche donne impiegate, insomma, e più della metà nel settore pubblico. Sono questi due fattori che, combinati, ci permettono di avere un “gender pay gap” da far invidia ai migliori paesi europei. Ma basta spostare un po’ il tappeto per trovare la polvere. È evidente, infatti, come esistano problemi enormi e strutturali che non vengono considerati nelle stime di Eurostat ma che rendono il nostro paese decisamente meno virtuoso di quanto appaia.

Percorsi lavorativi più accidentati e spesso frammentati. Difficoltà nel far carriera. Redditi inferiori. E, come se non bastasse, il divario non si riduce nemmeno dopo gli anni lavorativi. Censis ha infatti tentato di valutare il divario pensionistico evidenziando come anche in questo ambito le donne percepiscano meno degli uomini: “Nel 2017 le donne che percepivano una pensione da lavoro erano poco più di 5 milioni, con un importo medio annuo di 17.560 euro. Per i quasi 6 milioni di pensionati uomini l’importo medio era di 23.975 euro.” La disparità tra uomini e donne è un fattore che incide fortemente sullo sviluppo della società in cui viviamo producendo effetti sull’intera popolazione riducendo la produzione economica e costringendo le donne, soprattutto in vecchiaia, a dipendere da sussidi pagati con soldi statali.  Combattere la discriminazione di genere nel mondo del lavoro è dunque un modo non solo per eliminare una disuguaglianza ingiustificata e lontana dai nostri tempi ma anche e soprattutto per favorire una crescita economica del paese.

Secondo il Word Economic Forum, per azzerare le diseguaglianze nel mondo lavorativo serviranno 250 anni. Ma a guardare, ancora una volta, i dati dell’Eurostat la situazione sembra promettere bene. In tutti i paesi europei, il divario salariale nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni è al di sotto della media comunitaria del 14%. Considerando solo gli under 25 in alcuni paesi si inverte addirittura il trend (Belgio -2,8%; Francia -3,6%). Dati che fanno sperare in un cambio di rotta per un futuro in cui le donne possano guadagnare quanto gli uomini. Un eccesso di ottimismo? Forse sì. Ma sognare non costa nulla. E ci piace sognare un mondo in cui come dice la filosofa Michela Marzano:

essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza.

Patrick Zaki e i fantasmi di un nuovo caso Regeni

“Si può, siamo liberi come l’aria
Si può, siamo noi che facciam la storia
Si può, Libertà libertà libertà

libertà obbligatoria”
-Giorgio Gaber-


Ci risiamo? Speriamo di no, ma temiamo di sì. Un altro studente italiano è detenuto al Cairo, senza la possibilità di ricevere visite sottoposto a torture per quasi 17 ore. Il suo nome è unico, Patrick Zaki, ma la sua storia è tremendamente simile a quella di tanti altri. Tremendamente simile alla storia di Giulio Regeni, arrestato, torturato e ucciso dai servizi egiziani 4 anni fa. La vicenda di Patrick risveglia le coscienze e fa rivivere fantasmi che fanno paura. Fantasmi che riportano a galla le sistematiche violazioni dei diritti umani compiute dall’Egitto. Questa volta però, deve essere diverso. Questa volta l’Italia non può e non deve girarsi dall’altra parte. Non può permettere che quei fantasmi abbiano la meglio. Non può permettere un nuovo caso Regeni.

Arresto – Attivista e ricercatore egiziano, Patrick George Zaki ha 27 anni e da agosto vive a Bologna dove ha iniziato a frequentare il prestigioso master “Gema”, il primo Master Erasmus Mundus in Europa che si occupa di Women’s and Gender Studies. A inizio febbraio, dopo aver sostenuto gli ultimi esami del semestre, aveva deciso di tornare a Mansura per trascorrere qualche giorno con la sua famiglia prima della ripresa delle lezioni. Ma la sua famiglia Patrick non l’ha ancora rivista. Atterrato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio è stato fermato e preso in consegna dalla polizia egiziana che gli ha contestato i reati di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”. Stando ai legali della famiglia, l’arresto sarebbe stato effettuato in esecuzione di un ordine di cattura spiccato nel 2019 ma mai notificato al ragazzo.

Da quel momento è iniziato il calvario del giovane attivista. Per le 24 ore successive all’arresto, di Patrick non si sa nulla. In quelle 24 ore, stando a quanto denunciano i suoi legali e ‘Eipr’ l’ONG con cui collaborava Zaki, il ragazzo sarebbe stato torturato. Il suo avvocato, che lo ha potuto incontrare solo nel pomeriggio dell’8 febbraio, ha raccontato di come sul suo corpo fossero evidenti i segni di botte e bruciature da scariche elettriche. Nessuno sa cosa sia successo esattamente in quelle 24 ore ma non è difficile immaginarlo. Patrick è entrato in un commissariato perfettamente sano per uscirne malconcio. Un interrogatorio condotto con la forza per tentare di estorcergli confessioni mai arrivate. E il giorno dopo, infatti, davanti al giudice che doveva convalidarne il fermo gli agenti che lo avevano in custodia non hanno potuto riportare nulla di quell’interrogatorio. Hanno anzi tentato di insabbiare il tutto, come sempre accade in casi del genere in Egitto, presentando un verbale in cui si affermava che il ragazzo era stato fermato ad un posto di blocco a pochi chilometri dalla sua città natale già in quelle condizioni. Una versione smentita dai testimoni che hanno assistito al suo fermo in aeroporto ma a cui il giudice ha creduto senza fare troppe domande. 15 giorni di custodia cautelare per permettere agli inquirenti di condurre le indagini. 15 giorni che sono diventati 30 dopo l’udienza del 22 febbraio che ha prolungato il fermo preventivo e potrebbero aumentare sempre di più. Stando a report di diverse organizzazioni a difesa dei diritti umani, infatti, in vari casi questa misura è stata portata avanti ben oltre i 200 giorni previsti dalla legge come limite massimo con diversi attivisti che sono stati detenuti per oltre 3 anni con costanti rinvii. Fa tutto parte della macchina repressiva del governo egiziano. Con leggi sempre più restrittive, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti. Una campagna che porta a violazioni sistematiche dei diritti umani. Una campagna che porta alla repressione di ogni forma di opposizione. Una campagna che ora, per la seconda volta, colpisce un giovane studente del nostro paese. Il 7 marzo ci sarà una nuova udienza per decidere se prolungare il fermo o concedere la scarcerazione. Patrick potrebbe essere di nuovo libero. Ma se il cuore dice che forse questa è la volta buona, il cervello sa che difficilmente sarà così.

Fango – La detenzione di Patrick è infatti ampiamente giustificata dai media egiziani che si sono affrettati ad innescare una terribile macchina del fango per mettere alla gogna il giovane attivista. In un paese in cui l’informazione è tutt’altro che libera, all’arresto sono seguite le accuse da parte di tutti i mezzi di comunicazione. Giornali, telegiornali, radio, siti di informazioni, tutti d’accordo sulla legittimità dell’arresto. Tutti d’accordo sulla colpevolezza di Patrick, il cospiratore alimentato dall’Europa, l’eversore che in Italia studiava come diventare omosessuale, un pericoloso complottista tornato in patria per sovvertire l’ordine statale.

Non c’è spazio per ribattere in Egitto. Una macchina del fango orchestrata alla perfezione, sostenuta persino dai giornali ufficiali del governo. “Patrick è un’attivista per i diritti umani e per i diritti umani gay e transgender” riporta il settimanale ‘Akhbar El Yom’, giornale di proprietà del parlamento egiziano, secondo cui “questo fatto scioccante arriva a mettere a tacere le voci che difendono Patrick e i suoi tentativi di mostrarlo nell’immagine degli oppressi”. L’obiettivo del regime è chiaro: mostrare Patrick come un pericolo per la nazione, come un eversore che vuole far crollare l’Egitto. Il rischio, ora, è che la questione di Patrick diventi una questione di identità nazionale. La narrazione dei media punta a compattare il popolo egiziano, a convincerlo di una verità distorta. Ripetere mille volte la verità di stato per mettere a tacere le voci che arrivano da fuori. Per screditare le pressioni della comunità internazionale dipingendole come ingerenze esterne in un caso di sicurezza nazionale.

Manifestazioni – Screditata dall’Egitto, però, la comunità internazionale non intende fermarsi. Peter Stano, portavoce del Servizio di azione esterna dell’Unione Europea, ha annunciato che una delegazione dell’UE è al Cairo per effettuare accertamenti e decidere quali azioni intraprendere. Proprio all’Unione Europea chiede uno sforzo importante ‘Amnesty International’, l’organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani che sta seguendo il caso, che ha sottolineato l’importanza di un’azione concreta immediata lasciando da parte questo “eccesso di attesa e prudenza”. Azioni concrete che sono però ostacolate dall’Egitto che già in occasione dell’udienza del 22 febbraio ha lasciato fuori dall’aula i delegati UE sostenendo il proprio diritto a processare un cittadino egiziano secondo le proprie regole.

Proprio la cittadinanza egiziana di Patrick rischia di essere uno dei maggiori ostacoli da superare per effettuare pressione sulle autorità del paese arabo. Da diverse settimane in tutta Italia, e soprattutto nella sua Bologna, sono state organizzate centinaia di manifestazioni a sostegno di Patrick per tenere alta l’attenzione su un caso che rischia sempre più di essere messo in secondo piano dalle notizie dilaganti sul coronavirus. C’è una cosa però, che il governo italiano potrebbe fare per aiutare l’attivista egiziano.  Un appello che arriva dalla piazza di Bologna e sta rimbalzando sui social, rilanciato da diverse personalità italiane e non: dare la cittadinanza italiana a Patrick. Il nostro passaporto, infatti, potrebbe essere l’unico modo per fare pressione sull’Egitto e garantirgli un processo equo. Patrick studiava da noi e da noi sognava il futuro. Patrick amava l’Italia e qui aveva deciso di vivere e studiare. Patrick nel nostro paese faceva ricerca e promuoveva diritti e libertà. Patrick è italiano. È italiano come lo era Giulio. Come Giulio è stato arrestato perché da cittadino libero e pensante dava fastidio ad un regime che non accetta opposizioni e nega i diritti. Non siamo riusciti a salvare Giulio, arrestato, torturato e ucciso in gran segreto. Proviamo, almeno, a salvare Patrick. Perché possa tornare al più presto libero. Perché possa tornare al più presto nella “sua” Bologna.

Odio, minacce e violenze: la libertà di stampa è in pericolo

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero
con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure
-Costituzione Italiana, articolo 21-


La libertà di stampa è sotto attacco. I giornalisti, nel mondo, sono sempre più bersaglio di campagne d’odio fomentate da politici, imprenditori ed altre personalità. Campagne d’odio che, sempre più spesso, sfociano in vere e proprie aggressioni, verbali ma anche fisiche, ai danni di chi racconta il presente. L’ascesa di leader autoritari, come Jair Bolsonaro in Brasile o Donald Trump in America, e situazioni di tensione o guerra rendono la libertà di stampa un diritto sempre meno tutelato mettendo in pericolo la vita dei giornalisti. Una situazione spesso creata e fagocitata dagli stessi politici.  

World Press Freedom Index – l’indice calcolato dalla organizzazione ‘Reporters without borders’ analizza ogni anno il livello di libertà di stampa in 180 paesi al mondo. La ricerca fornisce un’istantanea della situazione della libertà dei media basandosi su una valutazione del pluralismo, dell’indipendenza dei media, della qualità del quadro legislativo e della sicurezza dei giornalisti in ciascun paese. Per la realizzazione dell’indice, l’organizzazione adotta un duplice strumento di raccolta dei dati: da una parte un questionario, tradotto in 20 lingue e distribuito ai giornalisti dei 180 paesi oggetto della ricerca; dall’altra l’utilizzo di team di specialisti che compilino un report sugli abusi ai danni dei reporter nelle diverse aree geografiche. Il quadro che emerge dall’analisi per il 2019 è ben poco rassicurante però. Dal 2002, primo anno di pubblicazione dell’indice, quella di quest’anno è la situazione più grave mai registrata a livello mondiale. L’indicatore globale è peggiorato del 13 per cento dal 2013 e in questo lasso di tempo il numero di paesi in cui la situazione per i giornalisti è ritenuta buona è diminuito del 40 per cento. Al primo posto dell’indice, come accade oramai da tre anni consecutivi vi è la Norvegia dove la costituzione, all’articolo 100, tutela largamente i giornalisti e stabilisce che “la stampa è libera. Nessuno può essere punito per qualsiasi scritto pubblicato o stampato, qualunque ne sia il contenuto”. Una situazione simile si ha anche negli altri paesi scandinavi con Finlandia e Svezia che occupano rispettivamente il secondo e terzo posto e fanno registrare un clima disteso e sereno dove giornalisti e media possono operare senza incorrere in rischi eccessivi. Il trend negativo rispetto al passato è confermato dal fatto che solo il 24% dei 180 paesi è classificato come “buono” o “abbastanza buono”, rispetto al 26% dell’anno scorso mentre il 40% dei paesi risulta essere in una situazione “difficile” o “molto grave”.  

La politica – Un ruolo centrale e determinante per la condizione dei giornalisti è svolto dai leader politici dei diversi paesi che con i loro attacchi possono indirizzare l’opinione pubblica e dunque creare un clima ostile ai media. È il caso ad esempio degli Stati Uniti, passati dalla 45° alla 48° posizione. Se Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, sosteneva che sarebbe stato meglio “vivere in un paese che ha dei giornali e nessun governo piuttosto che in un paese che ha un governo e nessun giornale”, lo stesso non si può dire 230 anni dopo di Donald Trump. Il Presidente americano, a un anno dalla fine del suo mandato, non ha mai smesso di attaccare i giornalisti definendoli “nemici del popolo americano” e, nella sua prima uscita da presidente, “le persone più disoneste della terra”. Nel mirino di Trump in questi anni sono finiti tutti i principali quotidiani e broadcast del paese, dal New York Times alla Nbc, accusandoli di “fabbricare fake news” per polarizzare il dibattito politico. Se i giornalisti rifiutano di farsi imbavagliare e continuano a raccontare le loro verità l’opinione pubblica si divide tra chi sostiene il loro operato e gli elettori di Trump che seguono il leader repubblicano nei suoi attacchi. Sono proprio questi ultimi a rappresentare una criticità nel panorama americano attraverso attacchi ai giornalisti e il rifiuto di credere a ciò che dicono e scrivono cavalcando le dichiarazioni secondo cui sarebbero produttori di false informazioni. Ma la situazione è peggiore in altri paesi. Nelle filippine il presidente Duterte subito dopo la sua elezione, avvenuta nel 2016, aveva dichiarato che “non è perché siete giornalisti che siete esentati dall’essere assassinati, se siete dei figli di puttana”. Una legittimazione della violenza nei confronti dei media estremamente preoccupante, tanto più in un paese che dal 1992 ad oggi ha visto quasi 80 reporter uccisi. Una situazione sempre più difficile si registra anche in America Latina dove le elezioni in Messico (144°), Brasile (105°), Venezuela (148°), Paraguay (99°), Colombia (129°), El Salvador (81°) e Cuba (169°) hanno portato ad un aumento degli attacchi ai media e un conseguente abbassamento complessivo dell’indice per la regione. Una situazione di insicurezza che porta spesso i giornalisti dell’area a forme di autocensura con pesanti ricadute per la qualità dell’informazione. Le critiche e le pressioni politiche sui giornalisti contribuiscono dunque a creare un clima di tensione e di insicurezza per i reporter alimentando malumori che spesso si trasformano in violenti attacchi.  

Pericoli – Minacce, insulti e attacchi fanno ormai parte dei rischi del mestiere di cui deve tener conto un giornalista. Un clima d’odio testimoniato dai numeri: 30 i giornalisti uccisi dall’inizio del 2019 ad oggi. Un vero e proprio bollettino di guerra che vede in testa alla macabra classifica il Messico che con 10 giornalisti uccisi quest’anno si conferma il paese in cui chi fa questo mestiere rischia maggiormente la vita. Da Rafael Murua Manríquez, ucciso il 10 gennaio scorso, fino a Nevith Condés Jaramillo, vittima di un agguato il 24 agosto, dieci vittime che rendono il Messico un paese in cui la libertà di stampa rischia di scomparire. Problema principale dello stato centroamericano è la presenza massiccia e pericolosa dei narcos e di un sistema corruttivo esteso che porta a pesanti commistioni tra mondo politico-imprenditoriale e mondo criminale. Un quadro complesso e pericoloso che provoca più morti tra i reporter di zone di guerra come Siria (1 morto nel 2019) e Afghanistan (3 morti) e rende vulnerabile l’intera categoria. Violenze e omicidi contribuiscono a generare un clima di paura tra i giornalisti che hanno reagito con il silenzio e l’autocensura creando così zone di silenzio che garantiscono un cono d’ombra mediatico sul sistema criminale-corruttivo.

Arresti – A zittire i giornalisti, spesso, ci pensa lo stesso stato. Censure e arresti sono diventate strumenti sempre più utilizzati dai regimi per fermare giornalisti reputati scomodi. Secondo i dati di Reporters Without Borders nel 2019 sono 237 i giornalisti imprigionati di cui 70 nella sola Cina di Xi Jinping. Una situazione difficile anche in Egitto dove 27 giornalisti si trovano agli arresti, 5 fermati solo a settembre, con l’accusa di aver documentato manifestazioni anti-regime o aver condotto inchieste sul presidente Abdel Fattah al-Sisi. Una stretta sull’informazione confermata dal blocco di diversi social e siti di informazione stranieri durante le proteste iniziate il 16 settembre per chiedere le dimissioni di al-Sisi. Una situazione non troppo diversa da quella turca dove sono 28 i reporter in carcere, tutti arrestati negli ultimi due anni dopo la stretta di Erdogan sull’informazione a seguito del fallito golpe del 15 luglio 2016 che portò all’arresto di massa di diversi oppositori politici tra cui 20 giornalisti.  

Italia – Nel nostro paese, invece, la situazione sembra segnare una tendenza parzialmente positiva. Nell’indice stilato da Reporters Without Borders, l’Italia ha guadagnato 3 posizioni e risulta essere al 43° posto per libertà di stampa. Un risultato importante ma che disegna un quadro costellato da diverse difficoltà. Primo profilo critico sottolineato dall’organizzazione è la presenza di minacce da parte di diverse organizzazioni criminali. Mafia e gruppi estremisti rappresentano infatti un pericolo reale e tangibile per l’intera categoria tanto che si evidenzia come “il livello di violenza contro i giornalisti è allarmante e continua a crescere, soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, nonché a Roma e nella regione circostante”. I giornalisti, però, non si lasciano quasi mai spaventare da intimidazioni e minacce e portano avanti con coraggio e determinazione le loro inchieste garantendo così una qualità dell’informazione elevata e un effettivo dibattito democratico. Determinazione e coraggio dati, senza dubbio, anche dalla presenza di agenti di scorta che proteggono e tutelano circa una ventina di giornalisti permettendogli di svolgere più serenamente il loro lavoro. Ma proprio le scorte rischiano di diventare un pericolo per la qualità dell’informazione, non certo per il loro lavoro, ma per la presenza di politici che “minacciano il ritiro della protezione a seguito di notizie o opinioni espresse”. Un profilo che sarebbe già di per sé problematico ma lo diventa ancor di più nel caso in cui a lanciare certe minacce sia un Ministro dell’Interno nell’esercizio delle sue funzioni, come recentemente accaduto.   In un mondo in cui la libertà di stampa è sempre più minacciata c’è anche chi va controcorrente. L’Etiopia, dopo che per anni si è ritrovata in fondo a questa classifica, ha avuto un miglioramento di ben 40 posizioni e si trova al 110° posto. Dall’elezione di Abiy Ahmed Ali si è assistito ad un’inversione di tendenza significativa: è stato ripristinato l’accesso ai siti di informazione stranieri, tutti i reporter detenuti sono stati rilasciati ed è stata istituita una commissione indipendente per revisionare una legge del 2009 sul terrorismo spesso utilizzata per colpire i media. Una nuova era per l’Etiopia promossa e difesa del suo primo ministro che, non a caso, quest’anno ha ricevuto il Nobel per la pace. Il mondo, questa volta, dovrebbe guardare all’Africa. Non per commuoversi o aiutarla ma per prendere nota ed imparare. Perché l’esempio dell’Etiopia possa contagiare tutti e possa rendere, finalmente, la libertà di stampa un diritto granitico e garantito a tutti. Perché una stampa indipendente è il presupposto inalienabile per una società più libera e democratica.

Recent Entries »