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Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

Qualcuno salvi l’Università

Nella conferenza stampa di domenica il Presidente del Consiglio Conte ha esposto i provvedimenti del nuovo decreto sulla “fase 2”. Un discorso di 40 minuti in cui, però, non ha avuto spazio quella che dovrebbe essere l’elemento fondamentale per ogni paese che vuole ripartire davvero: la scuola.

Dal 4 maggio si potranno rivedere i congiunti che abitano nella propria regione. Si potrà fare sport e attività motoria individuale mantenendo una distanza di sicurezza di 1 metro. Le funzioni religiose rimangono sospese ma è prevista una deroga per i funerali, solo in presenza di parenti stretti in un numero massimo di 15. Parchi, ville e giardini potranno riaprire ma saranno sottoposti ad eventuali limitazioni imposte da amministratori locali. Poi il passaggio sul “programma differito e a tappe” che porterà alla “riapertura di musei, mostre, biblioteche e la ripartenza degli allenamenti per gli sport collettivi” il 18 maggio e di “bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici, barbieri e centri massaggi” il 1° giugno. Si può riassumere così la conferenza stampa con cui il premier Giuseppe Conte ha annunciato il programma del governo per la “Fase 2” che scatterà tra 7 giorni. Dopo 40 minuti di diretta, però, sorge un dubbio: e la scuola?

Se nel decreto è riportato quanto già stabilito nelle scorse settimane, con la sospensione delle attività didattiche in presenza e l’implementazione di “modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”, l’assenza di un passaggio specifico se non minimo durante la conferenza è pesante. Non solo perché si fa esplicito riferimento a “centri estetici, barbieri e centri massaggi” e non a scuole ed Università, ma anche perché in un momento così delicato sono milioni gli studenti e i docenti in cerca di rassicurazioni ed aiuti. Cercano rassicurazioni i maturandi che ad oggi non sanno con che modalità si svolgerà l’esame più importante della loro vita. Cercano risposte i professori, che non sanno come muoversi. Chiedono aiuti gli universitari stretti in una morsa tra tasse da pagare, affitti da fuorisede e quei costosissimi libri da comprare per forza visti i problemi, con la digitalizzazione dei cataloghi bibliotecari.

Se in serata qualche aggiornamento sulla scuola ha provato a darlo il Ministro dell’Istruzione Azzolina, affermando che si sta lavorando per una ripresa in sicurezza a settembre e promettendo nuove assunzioni, continuano a mancare comunicazioni ufficiali mentre troppi problemi sembrano essere sottovalutati. Nulla è ancora deciso, ad esempio, sulle modalità con cui verrà svolta la maturità se non le promesse sul fatto che non sarà “un esame online ma sarà svolto in presenza”. Ritardi che, a poco meno di un mese dagli esami, stanno facendo salire le prime legittime ansie di studenti e professori che temono di doversi preparare in fretta e furia ad una maturità inedita senza un minimo di preavviso. Alla lunga stanno poi emergendo anche le disparità provocate dalla didattica a distanza: c’è chi l’ha adottata dal primo minuto, chi lo ha fatto in ritardo e chi, ancora, non riesce a garantire il corretto svolgimento delle lezioni con evidenti ricadute anche sull’esito dell’anno scolastico. C’è poi una impreparazione di fondo da parte dei docenti, non certo per colpa loro sia chiaro, che spesso provano a riproporre le stesse lezioni che avrebbero fatto in classe davanti ad uno schermo senza riuscire così a catturare l’attenzione di studenti che rimangono come automi a ricevere informazioni senza apprendere per davvero. Ma soprattutto esiste un problema economico di fondo: non tutte le famiglie italiane hanno a disposizione gli strumenti per connettersi. Banda larga, computer, webcam, tablet e chi più ne ha più ne metta sono per molti un lusso che rischia di tagliare fuori i ragazzi dal loro sacrosanto diritto allo studio.

E proprio i problemi economici si fanno sentire, ancora di più, per gli studenti universitari che in questo periodo sembrano essere abbandonati a loro stessi. Nel silenzio del Ministro Manfredi e del Governo sono molte le grida di protesta che si alzano dal mondo accademico. I primi a pagare per questa situazione sono senza dubbio quei fuorisede che, per responsabilità civica e morale, hanno deciso di non prendere parte all’esodo verso il sud della ormai celebre notte tra il 7 e l’8 marzo. Intrappolati in città non loro, senza alcuna apparente ragione che li trattenga se non la Ragione stessa, venuta meno la possibilità di sostentarsi con quei lavoretti che prima potevano svolgere saltuariamente si ritrovano ora completamente soli a dover affrontare spese che non sono diminuite. Perché il virus che li costringe in casa, non ha fermato né le tasse universitarie da pagare né gli affitti di case e studentati. E mentre il governo spinge per implementare la didattica online, incluso lo svolgimento regolare di esami e sessioni di laurea, sembra trascurare la realtà quotidiana di chi vive le università italiane. La chiusura delle biblioteche e i ritardi nella digitalizzazione dei cataloghi costringono ad esempio gli studenti a dover forzatamente comprare libri costosissimi da usare un mese o poco più. Stage e tirocini sono diventati allo stesso tempo indispensabili per potersi laureare ma impossibili da svolgere a causa delle limitazioni, costringendo di fatto molti a dover rimandare il conseguimento del titolo. Si consiglia ai professori di far lezioni più brevi per aiutare gli studenti a restare concentrati ma allo stesso tempo si pretende che venga portato a termine il programma previsto.

La possibilità, prevista dall’ultimo decreto, di svolgere esami, laboratori e sessioni di laurea in presenza su disposizione dei singoli atenei non risolve i problemi reali di un mondo che sembra essere abbandonato a sé stesso. Un mondo che ora, con la crisi economica che inevitabilmente seguirà a quella sanitaria, rischia di uscire pesantemente ridimensionato anche nei numeri. Ne abbiamo avuto un esempio nel recente passato con il drastico calo delle immatricolazioni a seguito della crisi economica del 2008 che in 5 anni ha visto gli iscritti all’università calare dai 307mila del 2007 ai 270mila del 2013. Una tendenza che si è ribaltata solo negli ultimi anni con una crescita stabile che non ha ancora portato ai livelli di un decennio fa ma che rischia di interrompersi bruscamente. Senza aiuti agli studenti e sgravi sulle imposte accademiche si rischia un calo brusco degli immatricolati per il prossimo anno. Si rischia che molti si vedano costretti ad abbandonare un percorso già iniziato ma diventato insostenibile tra tasse, affitti e sostentamento. L’Università rischia l’inizio di una crisi pesantissima.

Una crisi che non metterebbe a rischio solo migliaia di posti di lavoro ma anche, e soprattutto, il futuro del nostro paese. Perché dopo aver perso la generazione “del passato” a causa del virus, non possiamo permetterci di sacrificare quella “del futuro”. Serve un intervento deciso per mettere in condizione studenti e professori di continuare quel contagio di sapere che è necessario per far ripartire la società dopo una crisi come quella che stiamo vivendo. È necessario tanto quanto far ripartire l’economia. È necessario senza dubbio di più, e non ce ne vogliano i diretti interessati, di far ripartire centri estetici e centri massaggi. Perché il futuro lo si deve costruire da ora. E ogni studente che deciderà di ritirarsi perché non riesce più a pagare le tasse, ogni diplomato che cercherà un lavoro perché non può permettersi di continuare gli studi, saranno una sconfitta per l’intero paese.

Coronabond e MES: Cosa sono e perchè dividono l’Europa

“Amo furiosamente l’Europa
ma ammetto che non funziona,
che dobbiamo rifondarla.”
-Emmanuel Macron-


Il coronavirus non è più solo un’emergenza sanitaria ma, in questi giorni più che mai, si sta trasformando in un’emergenza politica. Lo è per i governi statali chiamati a rispondere ad una situazione completamente nuova che spesso li ha trovati impreparati. Lo è, ancor di più, per l’Unione Europea che rischia di morire colpita da un braccio di ferro politico senza precedenti. Intrappolata nei suoi stessi meccanismi, non è stata fino ad ora in grado di dare risposte concrete per sostenere le famiglie e le imprese colpite da una crisi senza precedenti e che negli stati più colpiti arrancano e chiedono a gran voce un aiuto che non arriva. Si parla da giorni di MES e coronabond, con scontri e barricate tra chi sostiene uno e chi sostiene l’altro. Tra chi in patria chiede a gran voce una misura ma poi la boccia in Europa. Tra chi non vuole nessuno dei due e chi, invece, chiede aiuti senza condizioni.

MES – Il Meccanismo Europeo di Stabilità, MES per gli amanti degli acronimi o “Fondo salva stati” per chi vuole semplificare, è un’organizzazione intergovernativa europea attiva dal luglio 2012. Regolato dal diritto internazionale e con sede in Lussemburgo, il fondo nasce con lo scopo di fornire assistenza finanziaria agli stati dell’area euro che versino in condizioni di difficoltà tali da mettere a rischio la stabilità dell’intera Unione. A disposizione del fondo ci sono circa 700 miliardi di euro di cui solo una parte (80 miliardi) viene finanziata direttamente dagli stati membri in modo proporzionale alla loro importanza economica mentre il restante capitale viene raccolto sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond. L’Italia, terza economia europea dopo Germania e Francia, ha contribuito per il 17,9% versando all’organizzazione 14,3 miliardi di euro. Sette meno dei tedeschi e due meno dei francesi.

Il problema di fondo, per cui molti lo ritengono uno strumento inadeguato ad una situazione così critica, è che il meccanismo di stabilità concede prestiti dietro condizioni severe. Per poter accedere al fondo il paese che lo richiede deve sottoscrivere una lettera d’intenti concordata con la Commissione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale in cui si impegna ad attuare interventi specifici nell’abito di un consolidamento fiscale, delle riforme strutturali, o del settore finanziario. Proprio da qui nasce lo scontro che ha spaccato il governo italiano e sta dividendo i paesi europei. I paesi che decidessero di attivare il meccanismo sarebbero infatti sottoposti a vincoli e regole più ferree rispetto agli altri stati rischiando di trovarsi ad affrontare una stagione di riforme più rigide e difficoltà finanziarie maggiori. Condizioni che stridono con il principio di solidarietà su cui si basa la comunità europea e che non sembrano in grado di rispondere in maniera efficace ad una crisi che colpisce tutti.

Coronabond – Meno condizioni sono invece richieste dai cosiddetti “eurobond”, ribattezzati “coronabond” per l’occasione. Quando si parla di Eurobond ci si riferisce ad un’obbligazione ideata nel 2011 dalla Commissione Europea presieduta dal portoghese José Manuel Barroso dietro cui si cela un ragionamento semplice: essendo l’eurozona un’entità con un’unica banca centrale e un’unica moneta, perché non creare anche un unico debito pubblico? Un titolo di stato europeo garantisce infatti una maggior stabilità e tassi di interesse minori di quelli a cui sarebbero sottoposti i titoli dei paesi più deboli.

Avendo spese superiori rispetto alle entrate, gli stati chiedono costantemente prestiti emettendo in cambio obbligazioni (bond, in inglese) che garantiscono una rendita annuale a chi li detiene. Lo stato che ha richiesto il prestito paga in questo modo gli interessi impegnandosi a ripianare il debito allo scadere delle obbligazioni. L’Italia, ad esempio, emette solitamente i cosiddetti BTP, obbligazioni decennali che al momento rende agli acquirenti un interesse di circa l’1,7%. In sostanza chi presta soldi al nostro paese riceve un 1,7% annuo per dieci anni dopodiché riottiene la somma prestata. Il rendimento dei titoli di stato è in continua evoluzione e dipende dalla solidità del paese: più un paese è stabile, più l’investimento viene considerato sicuro e più sarà basso il tasso di interesse. Al contrario per paesi in difficoltà l’interesse sarà maggiore essendo più alto il rischio che non riescano a ripagare il debito. Metro di paragone è la Germania, ritenuta l’economia più solida a livello europeo, sui cui titoli di stato viene calcolato il divario (lo “spread”) degli altri stati. Un divario che oscilla tra i 226 punti della Grecia, i cui titoli hanno un tasso di rendimento del 2,1%, e i 29 punti dell’Olanda, i cui titoli sostanzialmente non danno alcun rendimento.

Proprio le oscillazioni a cui sono sottoposte le obbligazioni rendono gli eurobond, o coronabond che dir si voglia, maggiormente utili per quei paesi meno stabili. La grande stabilità finanziaria dell’Unione Europea nel suo complesso garantisce la possibilità di emettere titoli con un tasso di interesse comune per tutti i paesi e che dunque non sia soggetto ad oscillazioni stato per stato. La condivisione di un debito comune a tutti gli stati genera però preoccupazione in quei paesi caratterizzati da un maggior rigore preoccupati per la possibilità di fallimento di stati meno inflessibili che ne potrebbero approfittare per tenere comportamenti economicamente irresponsabili lasciando di fatto il pagamento del debito in capo ai contribuenti di stati più virtuosi.

Europa – Come il premier Giuseppe Conte, anche noi siamo costretti a fare nomi e cognomi. In Europa le barricate dello scontro eurobond-Mes hanno infatti contorni e colori ben definiti: da una parte gli stati dell’area mediterranea, Italia e Spagna su tutti, dall’altra quelli del nord Europa, capeggiati dalle virtuosissime Olanda e Germania. Mentre i primi chiedono un salto culturale all’Unione Europea con l’approvazione di una misura senza precedenti, i secondi frenano spingendo invece per l’utilizzo del MES seppur con qualche correzione che lo renda meno rigido.

A chiedere l’indebitamento comune tramite coronabond è stato il cosiddetto “gruppo dei nove”, ovvero un ampio schieramento di governi nazionali che nelle scorse settimane hanno firmato una lettera indirizzata alla commissione. Italia, Spagna, Francia, Belgio, Lussemburgo, Grecia, Irlanda, Portogallo e Slovenia hanno chiesto così formalmente che la Commissione Europea apra finalmente a questo debito comune per permettere lo sfruttamento di maggiori risorse e affrontare la crisi in corso. Si tratta di stati che, oltre ad essere i più colpiti dall’emergenza coronavirus, presentano i conti pubblici più fragili e quindi maggiormente in difficoltà nel finanziare misure straordinarie per il sostegno di imprese e famiglie. Ma se la Commissione Europea ha, dopo vari tentennamenti, accettato le richieste aprendo alla possibilità di indebitarsi, a fermare il tutto sono arrivati i falchi del nord: Olanda, Finlandia, Austria e, naturalmente, la Germania. I paesi più virtuosi del continente non intendono fare ulteriori concessioni dopo le misure già approvate per lo sforamento del tetto del 3% al deficit pubblico, quello del 60% al debito pubblico e la sospensione delle regole sulla concorrenza riguardo agli aiuti di Stato. Misure che permetteranno agli stati di indebitarsi senza incorrere in conseguenze mettendo a rischio la stabilità dell’intera unione. Uno strappo dell’Unione che Berlino e si suoi satelliti non hanno mai pienamente digerito e che considerano già una misura straordinaria.

E mentre lo scontro tra nord e sud Europa imperversa, il tempo passa. Bisogna urgentemente intervenire, come ha sottolineato Mario Draghi nel suo editoriale sul ‘Financial Times’, “con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura”. Bisogna farlo prima che sia troppo tardi, prima che il costo dell’esitazione sia fatale non solo per l’Unione ma anche e soprattutto per i suoi stati membri. È ora di dimostrare, in quanto europei, che quella solidarietà su cui è stata fondata l’Unione non è solo una parola vuota ma un reale valore comune e condiviso. È necessario, oggi più che mai, mostrarci uniti per combattere un nemico che, innegabilmente, sta colpendo tutti.

La privatizzazione della sanità lombarda

“Tierra de sabbia fina
di tesori in cantina
di animali strani
Formigoni e pescecani”

Alessandro Sipolo


La sanità pubblica lombarda è al limite. Assediata da oltre un mese da un nemico invisibile che riempie gli ospedali costringendo medici ed infermieri a turni massacranti per salvare vite e scongiurare il peggio. Ogni giorno alle 17.30 migliaia di lombardi assistono al bollettino di guerra diffuso quotidianamente dall’assessore al welfare Giulio Gallera sperando che non annunci il collasso del sistema sanitario lombardo. Un sistema da sempre considerato eccellenza nazionale e modello per l’Europa. Un sistema che punta sulla sinergia tra pubblico e privato grazie ad un modello pensato dall’ex governatore Formigoni e implementato dai suoi successori. Una sinergia che, come emerge con disarmante evidenza in questi giorni drammatici, è sempre più sbilanciata verso il privato mentre il pubblico perde posti letto e finanziamenti.

Il modello – La storia recente della sanità lombarda, che assorbe circa il 75% del bilancio regionale, è indubbiamente legata a doppio filo con la figura di Roberto Formigoni. L’ex governatore, quattro volte presidente della Regione dal 1995 al 2013, è stato il regista della legge 31/1997 che riformò il settore sanitario lombardo basandolo di fatto sul principio di sussidiarietà solidale tra pubblico e privato. Se nelle intenzioni del governatore, sicuramente in buona fede, vi era l’idea di una cooperazione tra sanità pubblica e sanità privata per meglio rispondere alle esigenze dei cittadini, la riforma ha invece prodotto un effetto contrario. La sanità privata ha, di fatto, iniziato una sorta di corsa ai fondi pubblici riservando per sé i settori più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali ad esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia o le RSA lasciando al pubblico la gestione dei settori meno redditizi quali ad esempio i servizi di pronto soccorso e la psichiatria. Una corsa ai fondi che ha visto la sanità privata sempre in vantaggio sulla pubblica con la conseguente, ed inevitabile, perdita di risorse importanti per le strutture pubbliche costrette a far fronte a continui tagli.

Quella che doveva essere una compartecipazione solidale al servizio del cittadino è dunque diventata una corsa al finanziamento a cui, a dire la verità, la sanità pubblica non ha mai partecipato per davvero. Tagliata fuori, non solo dalle risorse maggiori di cui disponevano in partenza le strutture private, ma anche dal sistema corruttivo che ha per diverso tempo favorito proprio quelle strutture che ne avrebbero avuto meno bisogno. Non è certo un caso che, proprio per il cosiddetto “Caso Mauggeri” e per tangenti milionarie alla sanità privata, Formigoni sia stato condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Così il modello solidale è diventato lo strumento per arricchire le strutture private e costringere il cittadino a rivolgersi a loro, ovviamente a pagamento, per evitare i tempi di attesa sempre più lunghi che i continui tagli hanno imposto al pubblico.

Nato con Formigoni, il modello è stato foraggiato e implementato dal suo successore Roberto Maroni durante il suo mandato. La privatizzazione della sanità ha così raggiunto livelli talmente inaccettabili da costringere l’attuale governatore, ancora una volta di centrodestra, a intraprendere una graduale riforma che smantelli il modello dei predecessori. Troppo grande il malcontento dei cittadini. Troppo rischioso, ai fini elettorali, tirare ancora la corda per farlo continuare. Con la riforma annunciata un anno fa, Regione Lombardia vuole iniziare un percorso di valorizzazione del pubblico e di finanziamenti mirati al privato con la previsione di un tavolo di confronto tra attori pubblici, privati ed istituzionali per decidere insieme priorità e investimenti. Una riforma che mira a sospendere i finanziamenti al privato su base “storica” e punta invece a finanziare il settore in modo più preciso in base a determinate esigenze.

Squilibrio – Se la riforma di Fontana mira a ridare ossigeno alla sanità pubblica, è innegabile che nei 25 anni di governi di centrodestra si sia creato uno sbilanciamento tra settore privato e settore pubblico. Nel 1994 il sistema sanitario lombardo poteva contare su 27 ospedali, 5 strutture “classificate”, 5 Irccs (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), 3 università (Milano, Pavia, Brescia) mentre il privato aveva 52 strutture, 6 Irccs, zero università. Oggi il privato conta 102 strutture, 21 Irccs e 4 università (San Raffaele, Humanitas più due progetti), mentre il pubblico si è grandemente ridimensionato. Da una ricerca condotta dalla professoressa Maria Elisa Sartor, docente di Programmazione, organizzazione, controllo nelle aziende sanitarie all’Università degli Studi di Milano, emerge chiaramente come il settore privato abbia lentamente rosicchiato terreno al pubblico fino a compiere un sostanziale sorpasso. Se a livello regionale si evidenzia una perfetta coincidenza tra le strutture private a contratto con il SSL (99) e quelle pubbliche (99) questo dato non da indicazioni esaustive sul numero dei posti letto per ricoveri ordinari e Day Hospital. I numeri dei posti letto nel settore pubblico, infatti, continuano ad essere in numero maggiore rispetto a quelli delle strutture private anche grazie alle dimensioni estremamente maggiori degli ospedali pubblici. Ma se i numeri in termini assoluti non sembrano così drammatici, il trend sembra evidenziare una lenta ma inesorabile crescita del privato. “Dalla metà degli anni ’90 al 2018” evidenzia la dott.ssa Sartor “i posti letto pubblici sono stati più che dimezzati e nello stesso arco temporale, in parallelo, i posti letto privati sono considerevolmente aumentati”.

Se la tendenza indica un progressivo avvicinamento del privato al pubblico per quanto riguarda i posti letto, l’avvicinamento è stato molto più veloce per quanto riguarda la destinazione dei fondi. Dal versante economico, infatti, il sorpasso del privato sul pubblico è in procinto di avverarsi. Dallo studio, che esclude dalla valorizzazione le IRCSS e i poli universitari che sbilancerebbero ancor di più i valori, emerge infatti come le strutture private abbiano in generale incassato sempre di più per ricoveri e day hospital fino a raggiungere, ed in alcuni casi sorpassare, le strutture pubbliche. Mentre a Como si registra, unico caso, il sorpasso del privato con incassi superiori ai 145 milioni (105 quelli del pubblico), nel resto della regione ci siamo sempre più vicini: a Milano il privato incassa il 47% della torta, a Bergamo il 44%, a Brescia il 43%, a Pavia il 37%, a Mantova il 36%, a Monza-Brianza il 33%.

Lo studio della professoressa Sartor indica dunque un’ascesa silenziosa ma incessante della sanità privata che, grazie alla politica lombarda, è riuscita ad insinuarsi nel Sistema Sanitario Regionale erodendo le risorse a disposizione del pubblico. Un’ascesa avvolta nella nebbia di una dissimulazione generale che ha reso quasi impossibile accertarne la portata nel corso degli anni. Come evidenzia lo stesso studio infatti “nei flussi informativi, e soprattutto nelle elaborazioni primarie di tali flussi rese pubbliche, non sono state sempre evidenziate le variabili “natura privata” e “natura pubblica” delle strutture”. Le informazioni sulla divisione pubblico-privato sono addirittura sparite completamente dai resoconti a partire da metà anni 2000, nel pieno dell’implementazione del “modello Formigoni”, rendendo di fatto impossibile storicizzare il fenomeno. Si è insomma fatto di tutto per insabbiare una trasformazione lenta ma costante che ha portato ad un sistema sanitario che poggia le proprie fondamenta sulla presenza del privato senza cui il pubblico, svuotato di risorse e fondi, non potrebbe sostenere il peso della sanità lombarda. Insomma, alla fine dei conti, il motto della classe dirigente lombarda sembra essere sempre lo stesso:

“Siamo tutti Daccò-rdo
Che se paghi me lo scordo”

L’America Latina sta affrontando il coronavirus?

L’Italia sembra Copacabana,
in ogni palazzo c’è un anziano o una coppia di vecchietti.
Per questo sono molto fragili e muore tanta gente.
Hanno altre malattie, ma dicono che muoiano per Coronavirus.
– Jair Bolsonaro –


Per settimane l’America Latina ha vissuto come in una bolla. Pochi contagi e nessuna emergenza nazionale avevano illuso il continente di essere in qualche modo immune alla diffusione del virus. Nelle ultime settimane, però, quell’illusione si è sgretolata. Con oltre 10.000 casi accertati, l’America Latina si sta scoprendo vulnerabile come il resto del mondo anzi probabilmente ancora di più. In una regione con tassi di povertà in crescita, una densità di popolazione in costante aumento e il ritardo dell’assistenza sanitaria, il coronavirus rappresenta un rischio enorme per i latinoamericani. Ma se molti paesi hanno già imposto limitazioni per tentare di arginare la pandemia, altri stanno sottovalutando l’emergenza e rischiano conseguenze pesantissime.

Chi chiude – A guidare il fronte di chi ha deciso di assumere misure stringenti vi è l’Argentina. Nel paese si è registrato il primo caso il 3 marzo scorso e da allora i numeri sono cresciuti, anche se lentamente, fino a toccare gli attuali 745 contagiati e 19 morti. Una crescita che ha convinto il governo ad assumere misure più drastiche già dell’11 di marzo quando è stata annunciata la chiusura di tutte le attività non essenziali e delle frontiere fino, almeno, al 31 marzo. I ministri dell’economia e del lavoro argentini, Martín Guzmán e Claudio Moroni, hanno anche annunciato la creazione di un reddito da quarantena da destinare alle famiglie con reddito basso rimaste maggiormente penalizzate dall’impossibilità di lavorare.

Determinata anche la reazione del Cile che conta ad oggi quasi 2.000 contagi. Dopo il primo caso, registrato anche qui il 3 marzo, il presidente Pinarea ha dichiarato lo “stato di catastrofe” e schierato i militari a protezione delle linee produttive essenziali, le uniche rimaste in funzione. Pur avendo chiuso sostanzialmente tutte le attività, le frontiere e le scuole, il governo cileno non ha imposto una quarantena obbligatoria ai propri cittadini, come invece chiedono a gran voce governatori e sindaci. Proprio per questo, probabilmente, si spiega il maggior tasso di contagio nel paese rispetto alla vicina argentina che, pur essendosi mossa qualche giorno dopo, ha imposto misure più drastiche e severe. Anche Pinarea, intanto, prepara una manovra economica senza precedenti: il governo sarebbe pronto a stanziare oltre 12 miliardi (4,7% del PIL nazionale) per aumentare i fondi del Sistema Sanitario, proteggere il reddito familiare e proteggere posti di lavoro e datori di lavoro. Se dal lato sociale, dunque, la risposta del Cile sembra essere troppo timida lo stesso non si può dire per quel che riguarda il lato economico con un investimento che non ha eguali.

Chi invece ha preso misure drastiche anche a livello sociale è stato il presidente di El Salvador, Nayib Bukele. Ancor prima di registrare il primo caso, infatti, ai cittadini è stata imposta la quarantena obbligatoria, rafforzata il 13 marzo dalla dichiarazione dello stato di emergenza. Accanto a queste misure, però, il governo è al lavoro per un importante piano economico. Il presidente Bukele ha annunciato che sospenderà i pagamenti di utilità, telefono, internet, mutuo, auto e carta di credito per tre mesi per tutti i salvadoregni. Il suo piano economico include anche un pagamento di $ 300 a circa 1,5 milioni di famiglie che hanno perso il loro reddito a causa del virus. Se inizialmente la decisione di chiudere tutto ben prima dell’arrivo del virus poteva sembrare azzardata, oggi sembra aver dato i suoi frutti. Il primo contagio del paese si è infatti registrato il 18 marzo e oggi il paese sta reggendo meglio di qualsiasi altro all’ondata di contagi registrando solamente 25 tamponi positivi.

La Bolivia ha invece chiuso tutto fino al 15 di aprile seguita a ruota dalla Colombia che ha imposto un lockdown totale di almeno tre settimane. Ma proprio in Colombia si stanno registrando i danni collaterali più gravi. In uno dei paesi più violenti dell’America Latina, infatti, anche la pandemia sta portando ad effetti indesiderati che sfociano in violenze. 3 donne sono state uccise dai propri partner nel primo giorno di quarantena mentre nei penitenziari è scoppiato il caos provocato dalle gang criminali. Oltre 23 persone sarebbero morte nel carcere di Bogotà in quello che secondo le autorità del paese è stato un tentativo di evasione di massa causato dalle preoccupazioni dei detenuti per il coronavirus.

Chi no – Se in Colombia le gang criminali seminano violenza, in Brasile si stanno sostituendo al presidente per imporre misure di prevenzione nelle favelas. È di qualche giorno fa la notizia di gruppi criminali che hanno imposto il coprifuoco e misure stringenti negli slum di Rio per prevenire i contagi che, se dovessero diffondersi in ambienti così popolosi e con condizioni igienico sanitarie al limite, potrebbero generare una catastrofe. Così le gang criminali si sono sostituite al potere statale ed hanno imposto le proprie regole. Una scelta obbligata dalla totale incapacità di Bolsonaro di gestire l’emergenza.  Dopo aver definito il coronavirus “una fantasia creata dai media”, il presidente brasiliano ha adottato un approccio pericolosamente soft per contrastare la pandemia. Nonostante i quasi 4.000 casi che rendono il Brasile il paese più colpito dell’America Latina,Bolsonaro continua ad invitare i brasiliani a condurre una vita normale attaccando quei governatori e sindaci che decidono di imporre limitazioni più severe. Secondo il presidente brasiliano, infatti, il virus non sarebbe altro che un complotto ordito da media e oppositori per screditarlo e far cadere il suo governo prendendo misure restrittive che alimenterebbero, a suo dire, solo “un’isteria collettiva”.  “Alcuni moriranno” Ha detto in un’intervista. “È la vita. Ma non puoi chiudere una fabbrica di automobili solo perché la gente muore negli incidenti stradali”. Dichiarazioni sconcertanti che in questi giorni si stanno susseguendo generando sconcerto e sconforto nella comunità internazionale e nella popolazione brasiliana. Perché mentre il presidente chiede al paese di continuare la propria vita, i brasiliani non ci stanno e si chiudono in casa manifestano tutto il loro scontento nei suoi confronti. In Brasile, insomma, sembra registrarsi la situazione inversa rispetto a quella italiana: il governo chiede di uscire e il popolo rimane a casa.

A far compagnia al Brasile vi è il Messico. Lo stato centroamericano conta circa 900 contagi ma non sta intraprendendo politiche più severe per arginarlo. Il presidente Andres Manuel Lopez Obrador impiega Esercito e Marina, ma solo per fornire aiuti alle popolazioni più in difficoltà e ora, con una scelta politica di forte impatto mediatico chiede la riduzione degli scambi commerciali con gli Stati Uniti. Una provocazione più che una misura efficace, un modo per riprendersi la scena dopo tutte le limitazioni imposte da Trump. Un modo per dire “voi siete infetti, noi no. State a casa vostra”. Misure non certo drastiche accompagnate da dichiarazioni che ricordano in modo sinistro quelle di Bolsonaro. “Questa idea che è pericoloso abbracciare le persone è sbagliata. Non solo si può abbracciare, si deve abbracciare.” ha dichiarato in un video diffuso sui social in cui si fa riprendere mentre abbraccia e bacia i suoi sostenitori, tra cui un bambino. E mentre dai medici arriva l’appello a stare a casa perché il sistema sanitario è già al collasso, Obrador in diretta sulla TV nazionale chiedeva alla popolazione di continuare “a vivere normalmente. Perché se agiamo in modo esagerato non aiutiamo nessuno”. Intanto, scuole e grandi aziende hanno deciso di chiudere in autonomia. Anticipando le decisioni del governo hanno chiesto ai propri dipendenti e ai ragazzi di rimanere a casa per proteggere la propria salute e quella degli altri.

Mentre il mondo si chiude, con oltre un terzo della popolazione globale costretta in casa, l’America Latina si conferma la terra delle contraddizioni. C’è chi prende misure drastiche e chi minimizza. C’è chi chiude tutto e chi invita ad uscire. C’è chi sta ottenendo risultati e chi ne sta pagando drammatiche conseguenze.

Ritardi, menzogne e capriole: così il virus diventa la Chernobyl di Trump

“I contagi scompariranno.
Un giorno, come per miracolo, scompariranno”
– Donald Trump –


“Il coronavirus sarà la Chernobyl di Trump” titolava il New York Times appena due giorni fa lasciando intendere le catastrofiche conseguenze di una serie di errori di gestione da parte del presidente degli Stati Uniti. Ritardi ed errori che hanno esposto Trump a critiche pesanti costringendolo a dichiarare in fretta e furia l’emergenza nazionale e lo stanziamento di fondi federali per far fronte all’emergenza. Dopo il disastro di Chernobyl si attivò quella macchina propagandistica che tentò invano di rassicurare il mondo prima di crollare e ammettere i propri errori e la portata catastrofica di quello che era successo. Oggi, a 34 anni di distanza, in una situazione totalmente diversa anche l’amministrazione Trump ha provato a minimizzare i pericoli di una epidemia senza precedenti perdendo tempo in una lotta che di tempo ne concede poco.

Le dichiarazioni – Secondo un sondaggio condotto da YouGov, il 68% degli americani sarebbe preoccupato per la diffusione del virus e per le sue conseguenze. Trump, però, sembra far parte di quel 32% che non se ne cura e mentre si diffondeva nel mondo quel senso di vulnerabilità di fronte ad un nemico invisibile, il presidente degli Stati Uniti si è scagliato contro tutto e tutti pur di minimizzare quel che stava accadendo. Si è scagliato addirittura contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità colpevole, secondo lui, di diffondere il panico con dati lontani dalla realtà. Nel momento più drammatico, quando tutti i leader politici hanno messo da parte la retorica per concentrarsi sui fatti, Trump ha portato avanti la sua campagna di sfiducia verso tutti: scienziati, giornalisti e stato. In un momento drammatico come questo il presidente ed il partito che rappresenta, e che rappresenterà alle prossime elezioni, avrebbero dovuto basare le proprie scelte di governo su solide evidenze scientifiche. Ancora una volta, invece, ha prevalso la propaganda. Come prevalse a Chernobyl, 34 anni fa, quando il regime sovietico diceva al mondo che tutto stava andando bene.

“Ho parlato con molta gente e ritengo che il tasso di mortalità sia molto al di sotto dell’1%” ha dichiarato Trump a ‘Fox News’ il 5 marzo scorso aggiungendo che “molte persone che contrarranno il virus si riprenderanno rapidamente, senza neanche andare dal medico. Possono anche continuare ad andare al lavoro.” Il presidente della più grande potenza mondiale, insomma, affronta questa epidemia basandosi sulle sue intuizioni. È arrivato persino ad ipotizzare di “testare l’efficacia del vaccino anti influenzale” per contrastare il virus. E mentre nel mondo si cercava di correre ai ripari, in un’altra intervista Trump riportava come un successo della sua amministrazione i pochi casi registrati negli Stati Uniti. Segno che le sue intuizioni fossero corrette. Segno che, per dirla con le parole del presidente americano, “i contagi scompariranno. Un giorno, come per miracolo, scompariranno”.

I ritardi – Su una cosa, però, Trump aveva ragione. Grazie alla sua amministrazione negli USa si sono registrati solo un centinaio di casi. Non per merito, però. Dall’inizio dell’emergenza e fino allo scorso weekend, negli Stati Uniti erano stati fatti circa 2.000 tamponi su una popolazione totale di 331 milioni di abitanti. L’Italia, con una popolazione di 60 milioni di persone, ne ha fatti 36.000. La Corea del Sud 161 mila su 51 milioni di abitanti. È evidente come i numeri registrati oltreoceano non possano essere in nessun modo riportati come un successo dell’amministrazione Trump. Ma, nell’anno delle elezioni, tutto deve essere fatto passare come un successo in una interminabile campagna elettorale giocata sulla pelle dei cittadini. Perché mentre il presidente parlava di successo e puntava il dito contro il resto del mondo per gli inutili allarmi, il virus si diffondeva a macchia d’olio.

È bastato, per capirlo, l’arrivo di qualche tampone in più negli ospedali americani. 75mila più un numero imprecisato destinato a laboratori privati consegnati lo scorso weekend. Un numero di gran lunga inferiore ai quasi due milioni annunciati dall’amministrazione ma che è bastato a far schizzare il numero di casi. Nella sola New York, i casi sono passati da 11 a 75 in due giorni costringendo il governatore Cuomo a dichiarare lo stato di emergenza. E mentre Trump continuava a sostenere che “nulla va chiuso. Vita ed economia devono continuare”, gran parte degli stati hanno deciso di seguire l’esempio della Grande Mela. Un segnale rivolto al presidente per convincerlo a prendere provvedimenti più severi e fargli capire che il virus non è come “una semplice influenza”. Per oltre un mese Trump ha anteposto ai fatti oggettivi pericolosi miti trasformando le prime fasi, quelle più cruciali per contenere l’epidemia, in una costante propaganda senza azioni concrete. “La risposta degli Usa al coronavirus è stata perfetta” è stata la litania ripetuta all’infinito fino allo scorso weekend e ricorda in modo sinistro il “l’Unione Sovietica non commette errori” che seguì la catastrofe di Chernobyl.

Il cambio – A Chernobyl, dopo settimane di menzogne, la macchina della propaganda si inceppò e fu costretta a rivelare al mondo una catastrofe che non poteva più essere nascosta. Gorbačëv fu costretto ad ammettere la portata disastrosa dell’incidente ma non smise di incolpare l’occidente per la campagna d’odio con cui cercava di screditare l’URSS. Negli Stati Uniti, Donald Trump sta facendo lo stesso. Nel momento in cui la situazione non era più gestibile in altro modo ha cambiato toni e ammesso la gravità della situazione. L’11 marzo l’OMS ha dichiarato che la diffusione del virus è ufficialmente una pandemia. Una dichiarazione che ha messo in allarme tutti i paesi che ancora non erano stati colpiti e che, inevitabilmente ha costretto Trump ad una vorticosa inversione.

Poche ore dopo l’annuncio dell’OMS, Donald Trump è apparso in televisione per pronunciare un discorso alla nazione sull’emergenza coronavirus. Senza abbandonare la retorica propagandistica e ricordando la grande risposta data fino ad ora dalla sua amministrazione, ha chiesto agli americani di stare a casa. Ha ammesso che la situazione è seria, che gli anziani sono a rischio e che “siamo in un momento critico nella lotta contro il virus.” E se una settimana prima sbeffeggiava chi prendeva misure drastiche alla fine ha dovuto ammettere anche lui, nel passaggio più drammatico del suo discorso, che quelle misure sono necessarie. “Non esiterò mai” ha detto “a prendere tutte le misure necessarie per proteggere la vita, la salute e la sicurezza del popolo americano. Metterò sempre al primo posto il benessere dell’America.” Poi l’invito, che stride con la sua politica fatta di odio e attacchi, a “mettere da parte la politica, fermare la partigianeria e unirci insieme come una nazione e una famiglia.”

Costretto con le spalle al muro Trump ha dovuto cambiare rotta. Dopo mesi di accuse, bugie e negazioni ha dovuto arrendersi all’evidenza. Lo ha fatto con le parole, lo sta facendo con i fatti dichiarando lo stato d’emergenza e stanziando 50 miliardi di dollari. Una capriola che potrebbe valergli un oro olimpico ma potrebbe costargli molto caro politicamente. Innanzitutto in termini di credibilità, con questo cambio di idee improvviso che potrebbe non giovare alla sua immagine in vista delle elezioni di novembre ma anche, e soprattutto, per la capacità di gestire una situazione critica. Trump ha di fatto fallito totalmente la gestione dell’emergenza. Ha sottovalutato la minaccia nel momento in cui serviva lo sforzo di contenimento maggiore. Ha ridicolizzato chi provava a far notare la gravità della situazione. Ha interpretato, in un pericolosissimo teatrino, il suo personaggio gridando al “complotto” dei media e definendo una “montatura” il quadro della situazione per poi arrendersi all’evidenza e tirare il freno a mano a un passo dal burrone. All’improvviso il coronavirus è diventato “un nemico comune. Il nemico del mondo”. All’improvviso Trump ha ammesso la gravità della situazione. All’improvviso l’America è indifesa. All’improvviso. Ma non troppo.

La guerra di Bolsonaro al polmone del mondo

Ma salvare le foreste
vuol dire salvare l’uomo,
perché l’uomo non può vivere
tra acciaio e cemento,
non ci sarà mai pace,
mai vero amore,
finché l’uomo non imparerà
a rispettare la vita.


“La foresta amazzonica non è patrimonio dell’umanità, ed è sbagliato dire che sia il polmone del mondo. La foresta è del Brasile, basta mettere in dubbio la nostra sovranità”. Era il settembre scorso quando, dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Jair Bolsonaro attaccava leader mondiali e media arrogandosi il diritto di decidere il futuro della foresta amazzonica. Ora, a quasi cinque mesi da quelle dichiarazioni, il presidente brasiliano sta provando a fare quello che nessuno aveva osato fare prima di lui: anteporre gli interessi economici alla salvaguardia dell’Amazzonia.

Piano – Ma la salvaguardia della foresta pluviale più grande del pianeta per Bolsonaro è un fattore secondario. Già durante la campagna elettorale del 2018, che lo aveva portato alla vittoria delle elezioni, il presidente brasiliano aveva più volte evidenziato come la presenza di un’area “intoccabile” come quella amazzonica rappresentasse un freno per l’economia del paese. Dal 1° gennaio 2019, momento dell’insediamento ufficiale, Bolsonaro ha forzato la mano provando a dar seguito con i fatti a quelle parole che avevano scatenato le preoccupazioni degli ambientalisti di tutto il mondo. Prima ancora che cambiando le leggi, lo ha fatto principalmente riducendo le sanzioni, gli avvertimenti e i sequestri operati dalle autorità verso società e proprietari terrieri che portano avanti opere di disboscamento illegale. Nei primi sei mesi del suo mandato (fino a luglio 2019) le sanzioni per il disboscamento illegale sono diminuite quasi del 70% garantendo un livello di impunità tale da spingere molti a non rispettare più alcun limite imposto dalla legge. Un atteggiamento passivo a cui è seguito un atteggiamento attivissimo con la rimozione di qualsiasi funzionario pubblico abbia tentato di denunciare il problema. Come accaduto con il fisico Ricardo Galvao, direttore dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali, colpevole di aver diffuso dati che testimoniavano un drammatico incremento del disboscamento. In questo modo Bolsonaro è riuscito a costruire un apparato statale a sui immagine e somiglianza con funzionari e uomini di governo scelti strategicamente per poter proseguire incontrastato nella sua opera di riforme. Strategica in tal senso è stata ad esempio la nomina di Ricardo Salles come ministro dell’ambiente. Finito al centro di un’indagine nel 2017 per aver violato le leggi sulla tutela ambientale per fini economici, Salles ha espresso più volte i suoi dubbi sull’effettiva esistenza di un cambiamento climatico. Un paradosso che diventa normalità nel Brasile di Jair Bolsonaro.

Come diventa normale affidare il Ministero per le Miniere e l’Energia ad un ex militare senza esperienze politiche né tantomeno nel settore energetico. Si tratta in questo caso dell’Ammiraglio Bento Albuquerque protagonista, insieme al presidente brasiliano del nuovo piano di sfruttamento dell’amazzonia. I due hanno infatti presentato alla stampa, in occasione della conferenza stampa per i 300 giorni del governo Bolsonaro, il nuovo piano per lo sfruttamento delle risorse minerarie presenti nei territori indigeni consegnato dallo stesso Albuquerque al termine dell’incontro al presidente della Camera, Rodrigo Maia, che nei prossimi giorni darà inizio all’iter per l’approvazione. Il provvedimento rappresenta il culmine della politica attuata dall’esecutivo nonché la realizzazione di quelle promesse fatte dal Bolsonaro durante la campagna elettorale. Con questa legge, se approvata, si aprirebbe allo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie presenti nella foresta amazzonica e finora rimaste intatte. Il parlamento sarebbe chiamato di volta in volta a concedere o meno l’autorizzazione alle varie società per sfruttare i giacimenti o realizzare opere idroelettriche previo un parere, non vincolante, delle tribù indigene. E proprio quelle tribù sono quelle maggiormente a rischio, il provvedimento aprirebbe infatti ad uno sfruttamento massiccio della foresta pluviale per finalità economiche senza prevedere vincoli né per lo sfruttamento delle risorse, attualmente utilizzate solamente dagli indigeni in minima quantità, né per i territori interessati da tali attività. È un vero e proprio attacco alle riserve indigene con una decisione che nessuno fino ad ora aveva mai osato prendere. Se il congresso dovesse approvare il disegno di legge, infatti, centinaia di tribù rischierebbero di rimanere senza terra, sfrattati dalle riserve che occupano da millenni per perseguire uno sviluppo economico obsoleto già in partenza. La vita di centinaia di tribù in cambio di risorse che tutto il mondo cerca di eliminare: petrolio, gas e carbone.

Indigeni – La vita degli indigeni, d’altra parte, non è mai stata così poco tutelata dalle istituzioni brasiliane come nel primo anno di presidenza Bolsonaro. Taglialegna e minatori illegali hanno in questo periodo aumentato il livello di violenza nei confronti delle tribù indigene e, coperti da un’impunità pressoché totale, non si sono fatti scrupoli ad uccidere chiunque provasse ad intralciare le loro attività. A farne le spese sono stati in particolare i cosiddetti “Guardiani della Foresta”, una sorta di corpo di polizia istituito dagli indios per vigilare sulla foresta amazzonica nel tentativo di limitare le attività economiche illegali, diventati negli ultimi mesi sempre più un bersaglio. Ma non sono i soli a pagare con la vita, l’intera popolazione indigena è a rischio. Un’ondata di violenza che ha portato un gruppo di giuristi, accademici e attivisti a denunciare Jair Bolsonaro alla Corte Penale Internazionale dell’Aja per incitamento al genocidio delle popolazioni native e crimini contro l’umanità. Due accuse pesanti e giustificate dal bassissimo livello di attenzione posto dal suo governo sulle esigenze e sulle difficoltà delle popolazioni indigene oltre che dal totale disinteresse per i crimini portati avanti dai disboscatori illegali. Un genocidio istituzionale che trae la propria forza dai continui tentativi del presidente brasiliano di indebolire sistematicamente tutti gli enti preposti alla salvaguardia delle tribù. Dall’inizio del suo mandato, Bolsonaro ha rimosso 22 funzionari su 27 sostituendoli con uomini di fiducia pronti ad obbedire ai suoi ordini.

Nei giorni scorsi è arrivata la nomina del missionario evangelico Ricardo Lopez Dias alla guida del Funai, l’agenzia governativa agli affari indigeni. Un missionario evangelico dovrà dunque gestire i rapporti con le tribù incontattate nel delicato passaggio per lo sfruttamento delle risorse in quei territori con tutti i rischi che ciò può comportare. E le critiche non sono mancate. Diversi attivisti hanno ricordato la precedente esperienza di Dias nella New Tribes Mission (oggi Ethos360), un’organizzazione fondamentalista che con le sue missioni nel cuore della foresta amazzonica cerca di portare ad un’evangelizzazione forzata delle tribù incontattate. “È come mettere una volpe a guardia del pollaio” è stato il commento lapidario della ong “Survival International” che da anni si occupa di difendere i diritti delle popolazioni indigene messi in serio pericolo da un Bolsonaro che “cede agli interessi evangelici e di proselitismo, minando una politica secolare di rispetto per le popolazioni indigene”. La nomina di Dias si aggiunge così a quella di un altro pastore evangelico, la ministra dei Diritti Umani Damares Alves che, insieme al Funai, ha il compito di delimitare i confini delle terre indigene. Due figure che hanno già dimostrato, con una sola dichiarazione, di poter rappresentare il più grande problema per la storia recente dei popoli indigeni: “Nessun rapporto con le ONG. Ora l’indiano deve parlare direttamente con noi e lavoriamo per soddisfare le sue vere necessità”. Due missionari evangelici fondamentalisti a curare i delicati rapporti con popolazioni che non vogliono aver contatti con la società. Non è un libro di storia aperto sul capitolo del colonialismo. È la drammatica situazione del Brasile di oggi.

Disboscamento – E se gli indios sono in pericolo, la loro casa non è certo al sicuro. Dove prima c’era il verde ora campeggiano macchie giallastre, dove prima c’erano gli alberi ora la desolazione. Nel 2019 la deforestazione è aumentata del’85% rispetto all’anno precedente con oltre 9.000 chilometri quadrati di vegetazione persi per sempre. E in questo 2020 la rotta non sembra destinata ad invertirsi, al contrario. Nel solo mese di gennaio, stando ai dati dell’Inpe basati sul sistema di monitoraggio DETER, 284, 27 chilometri quadrati sono già andati distrutti con un incremento del 108% rispetto al gennaio 2019. Dati allarmanti che indicano come i fattori che hanno potato ad una deforestazione record durante tutto lo scorso anno, non siano cambiati. Alimentata e coperta dal governo la deforestazione rischia di non fermarsi nemmeno quest’anno. E mentre le autorità brasiliane nascondono i crimini ambientali e tentano di legalizzarli, il polmone del mondo muore per far vivere il profitto. Per arricchire i pochi e far morire gli altri. Però forse non è il momento di perdere la speranza ma di combattere ancora di più contro chi abusa del mondo condannandoci tutti. Perché gli alberi continuano a cadere. Gli indios continuano a morire. Ma forse un giorno uomo e foresta vivranno insieme. Speriamo che quel giorno arrivi presto.

Da Johnson a Trump:guida all’impeachment

“Then conquer we must, when our cause it is just,
And this be our motto: “In God is our trust.”
And the star-spangled banner in triumph shall wave
O’er the land of the free and the home of the brave!”


“È un assalto al partito Repubblicano!”. Ma l’attacco, più che al partito, sembra proprio indirizzato a lui. Donald Trump, da mercoledì, è ufficialmente in stato di accusa dopo che la camera ha approvato con 230 voti contro 197 la mozione per aprire la procedura di impeachment nei confronti del presidente. Trump sarà così il terzo presidente americano ad essere giudicato dal senato dopo Johnson e Clinton rispettivamente nel 1868 e nel 1998.

Impeachment – L’impeachment, o messa in stato di accusa, è una procedura prevista dalla Costituzione degli Stati Uniti per destituire i funzionari governativi che sono accusati di “tradimento, corruzione, altri crimini gravi e illeciti”. Non solo il presidente, dunque, ma anche il vicepresidente, i funzionari amministrativi e i giudici federali possono essere messi in stato di accusa. Nei circa 240 anni di storia degli Stati Uniti la procedura di impeachment è stata aperta 19 volte: 15 volte contro giudici federali, una volta contro un segretario di gabinetto, una volta contro un senatore e due volte contro un presidente.

La procedura per la messa in stato di accusa inizia alla Camera dei Rappresentanti su proposta di un membro della stessa presentando un elenco delle accuse sotto giuramento. Proprio la Camera dei Rappresentanti ricopre un ruolo chiave dunque nella procedura per l’impeachment ed è riconosciuta dalla Costituzione (Articolo I, Sezione 2, Clausola 5) come unica titolare del diritto di avviare tale procedura. Una volta mosse le accuse formali nei confronti del funzionario, la risoluzione deve essere votata dalla maggioranza semplice (50%+1). Se la mozione viene approvata il funzionario in questione è ufficialmente in stato di accusa ed il procedimento passa al senato dove si svolge un vero e proprio processo con ciascuna delle parti che ha il diritto di chiamare testimoni ed eseguire esami incrociati. I senatori, dopo aver prestato giuramento per garantire un approccio onesto e diligente al caso, ascoltano le accuse e le motivazioni della difesa per poi votare in privato le incriminazioni. Se i 2/3 dei senatori votano a favore della condanna, il funzionario in stato di accusa decade immediatamente dal proprio incarico senza possibilità di ricorrere né di chiedere la grazia presidenziale.

Precedenti – La prima volta che un presidente statunitense venne messo in stato di accusa era il 24 febbraio 1868. Protagonista della vicenda fu il democratico Andrew Johnson, che subentrò a Lincoln dopo il suo omicidio diventando il diciassettesimo presidente degli Stati Uniti. Nei primi anni della sua presidenza cercò di favorire un rapido ristabilimento degli Stati secessionisti in seno all’Unione a seguito della guerra civile appena conclusasi. Ma il suo percorso di ricostruzione trovò un ostacolo nel Segretario alla Guerra Edwin Stanton che tentò di ostacolare la politica presidenziale volta a favorire quanto più possibile la crescita degli stati del sud rispetto a quelli del nord. Fu proprio la figura di Stanton ad essere al centro dello scandalo che coinvolse il presidente. Il 5 agosto 1967, mentre i lavori del Senato erano in pausa, Johnson chiese formalmente le dimissioni del Segretario alla Guerra e, dopo il suo rifiuto, lo sospese in via temporanea in attesa di una nuova riunione del Senato. Riunitosi nuovamente il 4 gennaio 1968, il Congresso a maggioranza repubblicana disapprovò la decisione del Presidente e con 35 voti contro 16 rifiutò di ratificare la sospensione di Stanton. La decisione di Johnson di forzare ulteriormente la mano nominando, nonostante il voto sfavorevole, Thomas come nuovo Segretario alla Guerra scatenò la reazione del congresso che si appellò al “Tenure of Office Act”. La legge, approvata l’anno prima dal parlamento, limitava nettamente i poteri del presidente prevedendo espressamente il divieto di rimuovere dall’incarico i titolari di uffici federali durante la pausa dei lavori congressuali senza consultarlo. Accusato di abuso di potere per aver intenzionalmente violato la legge, Johnson fu incriminato dalla camera che con 128 voti contro 47 aprì ufficialmente la procedura per l’impeachment. Ma il processo, iniziato il 6 marzo e durato 3 mesi, si concluse con un risultato imprevedibile: il senatore repubblicano del Kansas Edmund G. Ross decise di non seguire la linea del suo partito e votò contro la condanna. Grazie alla sua defezione, infatti, non si raggiunse per un solo voto la maggioranza dei 2/3 necessaria per destituire il presidente e Johnson rimase in carica fino alla fine del suo mandato.

130 dopo Johnson alla sbarra finì il 42° presidente degli Stati Uniti: Bill Clinton. Eletto per il secondo mandato presidenziale nel 1997, il 19 dicembre 1998 venne messo in stato d’accusa dalla Camera dei Rappresentanti che lo incriminò per spergiuro e ostruzione alla giustizia. Le accuse, mosse dal Procuratore indipendente Ken Starr e presentate al congresso dal Comitato Giudiziario della Camera, riguardavano in particolare la sua relazione extraconiugale con Monica Lewinski, stagista 22enne della Casa Bianca. Lo scandalo, conosciuto come “Sexgate”, travolse l’amministrazione Clinton ed ebbe una portata mondiale ma si concluse nuovamente con un nulla di fatto. Nel processo iniziato il 22 gennaio 1999 Clinton era rappresentato dallo studio legale Williams & Connolly di Washington i cui legali, per 21 giorni, difesero il presidente smontando udienza dopo udienza le accuse dei senatori. Il 12 febbraio dello stesso anno il senato fu chiamato a votare definitivamente per la rimozione del presidente: su 67 voti necessari, solo 50 votarono per la condanna per il reato di ostruzione della giustizia, mentre per il reato di falsa testimonianza solo 45 per la condanna.

Ma se Johnson e Clinton sono gli unici due presidenti a essere stati messi ufficialmente sotto accusa, c’è un terzo caso di “quasi impeachment”. Nel 1974 era infatti toccato al presidente Repubblicano Nixon affrontare le accuse del Parlamento e dell’opinione pubblica per il cosiddetto scandalo del “Watergate”. Il caso, risalente al 1972, riguardava i fatti accaduti nel Watergate Complex, sede del Comitato elettorale del Partito Democratico. Il 17 giugno 1972 5 uomini, Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis, furono arrestati per essersi intrufolati negli uffici ma le indagini successive rivelarono complicità ed interessi inimmaginabili. Quello che inizialmente venne definito dall’addetto stampa di Nixon come un “furto di terz’ordine” si rivelò uno dei più importanti casi di spionaggio nella storia delle elezioni americane. Dalle indagini emersero infatti collegamenti con varie sfere del Partito Repubblicano, fino ad arrivare alla Casa Bianca, ed il tentativo da parte di alti funzionari di insabbiare il caso. Con una nuova campagna elettorale all’orizzonte, Nixon avrebbe infatti ordito un piano per spiare ed indebolire l’opposizione politica per avvantaggiarsi nella competizione elettorale. L’8 agosto 1974, davanti al Congresso riunitosi per votare la messa in stato di accusa, Nixon pronunciò il discorso che ne sancì le dimissioni sottraendosi così al procedimento di impeachment.

Trump – Per Donald Trump, invece, la procedura si è già aperta. Il voto della camera ha ufficialmente messo in stato di accusa il Presidente avviando così per la terza volta nella storia il procedimento contro la massima autorità politica statunitense. Secondo l’accusa, Trump avrebbe esercitato pressioni nei confronti del presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché la magistratura di Kiev riaprisse un’indagine per corruzione a carico del figlio di Joe Biden, il candidato democratico favorito per sfidare il tycoon alle presidenziali del 2020. Per sollecitare una nuova inchiesta, Trump avrebbe persino minacciato Zelensky di bloccare un pacchetto di aiuti di 400 milioni di dollari stanziati per il paese europeo. “Si parla tanto del figlio di Biden, e di Biden che ha bloccato l’inchiesta” avrebbe detto il presidente statunitense in una telefonata al collega ucraino “siamo in tanti a volerne sapere di più, perciò tutto quello che Lei potrà fare con il procuratore generale sarà molto apprezzato. Biden se ne andava in giro a vantarsi di aver bloccato l’inchiesta, perciò se Lei può darci un’occhiata…”. Una telefonata, datata 25 luglio e rivelata da un informatore anonimo, a cui avrebbero fatto seguito le pressioni sull’ambasciatore americano presso l’Unione europea, Gordon Sondland, affinché seguisse la vicenda e verificasse che fosse dato seguito alle richieste.

La linea difensiva del presidente si baserà molto probabilmente sulle tesi sostenute in questi mesi davanti all’opinione pubblica. Secondo i Repubblicani, infatti, Trump si sarebbe interessato al caso perché preoccupato per la crescente corruzione in Ucraina e la sua decisione di fornire fondi solo in caso di processo non aveva alcuna finalità politica contro Biden ma si sarebbe trattata di una garanzia per il corretto utilizzo dei 400 milioni. Una tesi che, evidentemente non ha mai convinto i Democratici che lo hanno formalmente messo sotto accusa con 230 voti contro 197. L’incognita ora riguarda però i tempi del processo. La speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, al termine del voto ha infatti affermato che aspetterà a inviare gli atti dell’impeachment al Senato finché non ci saranno garanzie “per un processo giusto”. Un gesto che appare come una chiara risposta al Senatore Mitch McConnell, che coordinerà il processo di impeachment da qui in poi, il quale qualche settimana fa aveva rilasciato una dichiarazione sconcertante e pericolosa per il proseguo del processo. “Io non sarò imparziale per niente, lavorerò in completo coordinamento con la Casa Bianca” aveva affermato McConnel rifiutando la richiesta dei Democritici di interrogare i funzionari che si sono rifiutati di testimoniare durante l’inchiesta alla camera, come l’ex consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton e Mick Mulvaney, il capo dello staff del presidente. Il processo dovrebbe con ogni probabilità iniziare a gennaio e, stando ai numeri, potrebbe concludersi con un nulla di fatto. I senatori dovrebbero infatti votare secondo le linee dettate dal partito di appartenenza e la maggioranza Repubblicana in Senato (53 seggi contro 47) dovrebbe garantire a Trump l’assoluzione.

Ora non resta che aspettare dunque ma il processo al senato potrebbe consegnare a Trump una vittoria politica importante in vista delle elezioni del prossimo anno. Con il Partito Democratico nel pieno del dibattito per le primarie di inizio anno, l’assoluzione del presidente repubblicano rischia di essere una sconfitta bruciante per i democratici in un momento in cui tutte le loro divisioni saranno alla luce del sole. Mentre per Trump sembra essere una manna dal cielo. Un’opportunità servitagli su un piatto d’argento dai sui stessi avversari per compattare la sua base elettorale contro i democratici verso le Presidenziali del 2020.

Daphne Caruana Galizia: il caso che scuote Malta

“Vorrei solo poter vivere la mia vita senza dovermi svegliarepensando a quali complotti stia tramando il Partito Laburista.La gente è stanca, con le loro squallide decisioni hanno creato un clima terribile.C’è solo la sensazione che nulla vada per il verso giusto.Non sono libera di dire altro per il momento.Se lo fossi, vi assicuro che lo farei”
-Daphne Caruana Galizia, 22 febbraio 2016-


Malta, La Valletta, 2 dicembre 2019. Decine di migliaia di manifestanti assediano il parlamento e bloccano le uscite costringendo i deputati e il premier Joseph Muscat a barricarsi all’interno. Per oltre due ore i maltesi tengono in ostaggio i propri governanti impedendogli di uscire. È la rabbia di un popolo stanco di corruzione e criminalità politica. Un popolo che da tempo sa quello che sta emergendo solo in questi giorni. Ci son voluti due anni per svelare le complicità indicibili che hanno portato alla morte della giornalista Daphne Caruana Galizia. Ma ora, due anni dopo l’autobomba che le tolse per sempre la voce, il vaso di pandora è stato scoperchiato e il governo trema sotto i colpi dei giudici e dei propri cittadini.

Le inchieste – “Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata”. Rimarrà per sempre questa l’ultima frase scritta da Daphne Caruana Galizia sul suo blog “Running Commentary”, al termine di un articolo sul capo di gabinetto Schembri. Erano le 14.35 del 16 ottobre 2017, pochi minuti dopo, alle 14.48, una bomba sventrò la sua auto togliendo per sempre la voce a quella che il Times of Malta definì “la giornalista più controversa della storia di Malta”. Corruzione, riciclaggio, evasione fiscale, criminalità politica. Per oltre 30 anni Daphne non ha fatto un passo indietro sulla strada per la verità, ha continuato a raccontare e denunciare quello che a Malta non funzionava. Non ha indietreggiato di un millimetro nemmeno davanti alle intimidazioni, più o meno esplicite, di cui era vittima: dalla scritta “se le parole sono perle, il silenzio vale di più” apparsa su un muro davanti a casa sua, al rogo della sua macchina dopo un’inchiesta sulla corruzione nel paese. Perché le minacce di morte e l’astio, mai troppo velato, di politici ed imprenditori non le hanno mai impedito di gridare al mondo la verità.

La verità l’ha detta anche negli ultimi anni. A partire dal 2016, Daphne si è occupata infatti dei cosiddetti “Malta Files” un filone dei più famosi “Panama Papers”, le informazioni riservate su 214.000 società offshore fatte trapelare dallo studio legale ‘Mossack Fonseca’. Con le sue inchieste stava mettendo sotto accusa l’intero sistema politico maltese. Già dal febbraio 2016 aveva denunciato il coinvolgimento di due esponenti di spicco del governo presieduto dal premier Joseph Muscat: il ministro del turismo Konrad Mizzi e il capo di Gabinetto Keith Schembri. I due, secondo le inchieste della giornalista, avevano aperto società offshore a Panama attraverso dei trust neozelandesi creati appositamente per agire indisturbati nel paradiso fiscale del centroamerica. Le sue inchieste, sempre più solide e dettagliate, la portarono al termine di quell’anno ad essere inserita dal quotidiano americano ‘Politico’ tra le 28 persone che avrebbero scosso l’Europa l’anno successivo. E così fu. Nell’aprile del 2017 emerse infatti dalle sue indagini un nome ancora più pesante: Joseph Muscat. Secondo le fonti in possesso della giornalista la moglie del primo ministro maltese sarebbe risultata titolare di un’altra società offshore con sede a Panama attraverso cui, lei e il marito, avrebbero ricevuto fondi da diverse personalità tra cui quasi un milione di dollari dalla figlia del presidente dell’Azerbaijan. Se non scosse l’Europa, sicuramente scosse Malta provocando un terremoto politico che portò alle dimissioni di Muscat e ad elezioni anticipate, vinte nuovamente dal Leader Laburista.

Ma a un certo punto dalle indagini di Daphne emerse un nome che, per lungo tempo, rimarrà avvolto nel mistero. Si tratta della società ‘17Black’ con sede a Dubai e riconducibile ancora una volta a Mizzi e Schembri. La connessione tra i politici e la società è evidente, Daphne lo sa. Ma fino al giorno della sua morte non riuscirà a trovare prove decisive per dimostrarlo, come non riuscirà a trovare nulla né sulle finalità né sul cosiddetto “ultimate beneficial owner”, il beneficiario finale, il proprietario dei capitali depositati e movimentati. La “17Black” rimarrà un’entità oscura, un mistero che Daphne non riuscì mai a svelare.

Daphne Project – Ma la forza dell’esplosione che ha tolto la voce a Daphne, ha prodotto un effetto dirompente che forse nessuno si sarebbe aspettato. 45 giornalisti di 18 testate internazionali hanno dato vita al “Daphne Project”, un progetto editoriale nato con l’obiettivo di continuare le inchieste iniziate da Daphne. E proprio dal “Daphne Project” è arrivata una svolta nel caso della società di Dubai. Se nell’aprile del 2018 venne documentato, per la prima volta, il legame tra i politici maltesi e la “17Black” il momento più significativo si ebbe nel novembre scorso. Due fonti diverse, ritenute altamente affidabili, citarono un rapporto della “Financial Intelligence Analysis Unit”, l’Agenzia di controllo antiriciclaggio maltese, facendo emergere per la prima volta il nome di quel “ultimate beneficial owner” a lungo cercato da Daphne: Yorgen Fenech. Amministratore delegato di una delle maggiori società immobiliari dell’isola, Fenech era proprietario e titolare del potere di firma della “17 Black” oltre che socio del gruppo che, nel 2013, vinse la concessione con cui il neoeletto governo laburista maltese affidò la costruzione della nuova centrale a gas di Malta. Si sarebbe dunque creato un sistema politico imprenditoriale fatto di corruzione e favori in cui esponenti di spicco del governo e imprenditori locali mobilitavano somme enormi di denaro da e verso società fittizie in paradisi fiscali per nascondere i reati commessi in patria. Secondo una fonte del “Daphne Project”, nel 2015 sul conto della “17Black” negli Emirati sarebbero transitati circa 10 milioni di euro spostati rapidamente verso altri fonti lasciando una giacenza attiva e depositata pari a 2 milioni. Ma se la “Noor Bank”, presso cui era aperto il conto della società, si è accorta delle irregolarità ed ha bloccato il conto nell’ottobre del 2018, lo stesso non hanno fatto gli inquirenti.

Le indagini – Le indagini sulla morte della giornalista, infatti, sono andate avanti a rilento. Se gli esecutori materiali del delitto, i fratelli George e Alfred Degiorgio e il loro amico Vincent Muscat (omonimo del presidente ma senza legami di parentela), erano stati arrestati già nei mesi successivi sull’identità dei mandanti nulla si è mosso per diverso tempo. Le implicazioni politiche hanno infatti rappresentato un enorme problema rallentando le indagini. Se da un lato Mizzi e Schembri si dicevano pubblicamente pronti a collaborare per dimostrare la loro innocenza, dall’altro hanno cercato di ostacolare gli inquirenti in ogni modo attraverso cavilli procedurali. Sulla vicenda si era espresso anche il Consiglio d’Europa che aveva criticato duramente le autorità di Malta per non essere riuscite a garantire indagini indipendenti ed efficaci sul caso, e per chiedere al governo di aprire un’indagine per trovare il mandante. Dopo due anni di indagini a vuoto e con le pressioni sempre crescenti da parte sia della popolazione locale sia della comunità internazionale il primo ministro Muscat ha dovuto cedere affidando l’indagine, nel settembre di quest’anno, al giudice Michael Malla. Da quel momento è arrivata una svolta inattesa e, per certi versi, insperata.

Dopo un mese di lavoro, Malla ha fatto arrestare il tassista Melvin Theuma considerato l’intermediario che ha fatto da tramite tra il mandante e gli esecutori materiali. Quello che sembrava un piccolo passo verso la verità, ha invece innescato una cascata di eventi che hanno provocato un vero e proprio terremoto politico istituzionale sull’isola. Theuma ha infatti iniziato a collaborare con gli inquirenti ed ha fatto un nome noto e pesantissimo: Yorgen Fenech. Sarebbe stato proprio l’imprenditore a commissionare, per 150mila euro, l’omicidio di Daphne ai tre sicari per fermare le inchieste sulla “17Black”, la società utilizzata per elargire tangenti ai politici locali nella vicenda delle concessioni per la realizzazione della centrale elettrica. Un filo rosso che parte da Dubai, passa da panama e finisce dritto nel parlamento maltese dove, secondo Fenech, vi sarebbero le vere menti dietro la morte della giornalista. Come Theuma, infatti, anche l’imprenditore ha deciso di collaborare ed ha pronunciato quei nomi che, da sempre collegati alla vicenda, non erano mai stati messi nero su bianco. Konrad Mizzi e Keith Schembri. Le parole di Fenech mettono sotto accusa i due fedelissimi di Muscat, non solo per l’omicidio di Daphne ma anche per diversi episodi di corruzione. A nulla sono valse questa volta le loro dichiarazioni di innocenza. Nessun discorso sull’estraneità al caso ha potuto salvarli da questa ennesima accusa su cui ora, con due anni di ritardo, sta indagando la polizia maltese.

Il castello di carta sta iniziando a crollare. Il governo è sotto accusa e la popolazione da alcune settimane scende in piazza praticamente ogni giorno. Stanca della corruzione e del marcio della politica, la cittadinanza ha iniziato una dura contestazione contro i propri governanti chiedendo le dimissioni del Primo Ministro Muscat che avrebbe, secondo i manifestanti, “le mani sporche di sangue”. Dopo anni di silenzi, complicità e depistaggi il vaso di pandora è stato scoperchiato ed ora trema tutta la politica maltese. Mentre Muscat prende tempo, annunciando che si dimetterà il 12 gennaio, la rabbia esplode in tutta l’isola. Shock, disgusto e assenza di fiducia alimentano la paura di un popolo che ora teme il proprio governo. Perché come scrive il “Times of Malta” in un editoriale di qualche giorno fa:

“È qualcosa che va fermato.Non si tratta più dei legami tra politica e imprenditori, si tratta di legami tra politica e criminali.Le proteste devono continuare.

Uiguri: storia di una repressione millenaria

“Nessuna esitazione, amici, la mia aspirazione rimane alta,
non tirerò giù le maniche che mi sono rimboccato per la lotta.
Il coraggioso giardiniere non lascerà appassire il suo giardino prima del tempo,
Né trascurerà la sua cura facendo morire il nostro fiore.”
-Lutpulla Mutellip-


“Ciao ragazzi. Ora vi insegno come allungare le vostre ciglia. La prima cosa è mettere le ciglia nel piegaciglia. Poi lo mettete giù e usate il vostro telefono, proprio quello che state usando ora, e cercate di capire cosa sta succedendo in Cina nei campi di concentramento dei musulmani”. Inizia così il video pubblicato da Feroza Aziz su Tik Tok per denunciare le violenze sugli Uiguri nella regione cinese dello Xinjiang. Fingendo, a inizio e fine video, un tutorial di make-up la 17enne americana ha eluso la censura dell’app cinese ed ha spiegato ai suoi follower come nel paese asiatico si stia consumando “un nuovo olocausto”. Un video diventato presto virale e ricondiviso milioni di volte su tutti i social cha ha acceso un riflettore importante su un fenomeno spesso taciuto. Mentre Pechino prova a mascherarli come “campi di addestramento volontario” appare sempre più chiaro agli occhi della comunità internazionale come nello Xinjiang sia in atto un tentativo di rieducazione forzata della minoranza uigura di tradizione musulmana.

Gli Uiguri – Gli Uiguri sono una minoranza etnica turcofona di religione islamica che abitano prevalentemente la regione dello Xinjiang nell’ovest della Cina. Se nella regione si registra la presenza di circa 8,5 milioni di uiguri (46% della popolazione totale della regione), l’etnia è diffusa in maniera minore anche in Kazakistan, Kirghizistan, Turchia ed Unione Europea dove, secondo un censimento del 2014, vivrebbero circa 50 mila soggetti legati alla tradizione uigura. Si tratta di un’etnia antica la cui presenza nell’area risalirebbe addirittura al II secolo a.C. si oppose all’espansione dell’impero Han nella zona. Nel 1760, sotto la dinastia Quing, la regione dello Xinjang venne annessa ufficialmente ai territori dell’impero cinese che iniziò ad amministrarla in ottica centralista rifiutando sin da subito le richieste di autonomia dell’etnia islamica. La loro integrazione nella realtà cinese è sempre stata lenta e difficile essendo molto legati alla loro religione e alla loro cultura tradizionale, gli Uiguri si sentono infatti più vicini alle popolazioni dell’Asia centrale che ai loro connazionali Han, l’altra minoranza islamica fortemente legata alla Cina. Ben presto iniziarono dunque le pretese di autonomia e le aspirazioni separatiste sempre represse dalle autorità cinesi.

Aspirazioni che si sono concretizzate, per breve tempo, in due occasioni: nel 1933 e nel 1944. In quegli anni, infatti, gli Uiguri diedero vita ad un duplice tentativo di fondare la tanto sognata “Repubblica del Turkestan orientale”. Se il primo tentativo fu di breve durata e si concluse dopo qualche mese con la repressione cinese, il secondo tentativo fu più durevole. Nel 1940, visto il legame forte tra i due popoli, gli Uiguri ottennero dall’Unione Sovietica assistenza nel creare il “Comitato per la liberazione del popolo turco” che avrebbe dovuto coordinare una ribellione nello Xinjiang per l’indipendenza dalla Cina che iniziò nel novembre del 1944. Le truppe uigure combatterono contro quelle cinesi per diverse settimane assaltando ed occupando la città di Kulja fino al 15 novembre quando venne dichiarata ufficialmente la nascita della “Repubblica del Turkestan orientale”. Nata sotto la protezione sovietica, la repubblica dovette ben presto rinunciare al potente alleato che nell’agosto del 1945 siglò con la Cina un patto di amicizia ed alleanza che di fatto negò il supporto agli uiguri. Nella regione venne istituito un governo di coalizione con rappresentanti del governo cinese, della minoranza uigura e di quella han. Rimasta ormai solo sulla carta, la Repubblica del Turkestan venne ricondotta sotto il controllo cinese nel settembre del 1949 con la guerra civile che diede un forte impulso centralista rifiutando forme di autonomia come quella sognata dagli Uiguri.

La storia – La questione uigura è tornatadi strettissima attualità nel 2009. Tra il 25 e il 26 giugno di quell’anno due uiguri furono uccisi dalle forze dell’ordine durante scontri scoppiati a Shaoguan tra la minoranza turcofona e gli Han. Scesi in piazza pochi giorni dopo nella città di Ürümqi, capoluogo dello Xinjiang, gli uiguri si fronteggiarono per giorni con la polizia e gli han dando vita alla “Rivolta del luglio 2009”. Secondo le fonti ufficiali cinesi il bilancio finale sarebbe stato di 197 persone morte, 1721 ferite e di diversi veicoli ed edifici distrutti. Un bilancio che sembra essere solamente parziale e che è sempre stato contestato da associazioni per i diritti umani come “Human Rights Watch” che ha sempre denunciato le violenze subite dagli Uiguri in quei giorni documentando almeno 73 casi di persone scomparse nei rastrellamenti della polizia. La regione, da quel momento, è diventata una delle aree più sorvegliate al mondo: gli abitanti sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Controlli indiscriminati e pervasivi che sono degenerati sempre di più fino a raggiungere un livello inimmaginabile.

A partire dal 2014, come riportato da uno studio dell’istituto di ricerca di geopolitica “Jamestown Foundation”, sono stati creati dei centri di detenzione che sarebbero equiparabili a veri e propri campi di concentramento. Secondo alcuni testimoni, infatti, sarebbe in atto una vera e propria persecuzione con migliaia di uiguri arrestati arbitrariamente e rinchiusi in strutture detentive sorvegliate 24 ore su 24. Abdusalam Muhemet, ex detenuto intervistato dal “New York Times”, venne arrestato a 41 anni per aver recitato ad un funerale un passo del corano, altri testimoni parlano di persone arrestate per aver indossato una maglietta riconducibile all’islam o aver fatto visita a parenti all’estero. Una volta arrestati sarebbero sottoposti a una sorta di rieducazione forzata con cui le autorità cinesi stanno provando ad eliminare la tradizione uigura ed uniformarla a quella cinese eradicando di fatto la religione islamica considerata pericolosa e deviante. Una rieducazione condotta attraverso torture che vanno dall’isolamento al waterboarding passando per tecniche invasive di privazione del sonno. Accuse sempre respinte dalla Cina che, grazie all’inaccessibilità delle strutture, nasconde quanto accade all’interno e parla di detenzioni preventive per estremisti religiosi e di operazioni di “addestramento volontario” della popolazione uigura. Una posizione, quella cinese, che sta dividendo la comunità internazionale. Se da una parte  23 paesi tra cui Regno Unito , Germania , Francia , Spagna , Canada , Giappone , Australia e Stati Uniti hanno firmato una lettera congiunta alle Nazioni Unite chiedendo la chiusura dei campi, dall’altra più di 50 paesi hanno elogiato all’UNHCR i “notevoli risultati della Cina nello Xinjiang”. Per la gioia del governo cinese.

Xinjiang Papers – Ma il governo cinese, ora, non può più nascondersi. In quella che è stata definita come “la più grande fuga di notizie nella storia della Cina, il “New York Times” ha pubblicato 400 pagine di documenti che riportano le attività cinesi nella regione. Forniti da un funzionario cinese che, ovviamente, preferisce rimanere anonimo, i “Xinjiang Papers” sarebbero costituiti da una mole immensa di documenti riservati e discorsi rilasciati in occasioni riservate dal presidente Xi Jinping e da altri alti funzionari del partito.

Emergerebbe un piano partito direttamente dal presidente e gestito dai vertici del partito che prevede una “lotta totale e senza alcuna pietà contro terrorismo, infiltrazioni e tentativi di separatismo”. Ma se nei discorsi pubblici Xi Jinping si mostra più aperto e propenso ad una mediazione pacifica con gli Uiguri, nelle trascrizioni di conversazioni private appare estremamente deciso e cinico. Critica duramente il legame con la religione della minoraza turcofona e sprona i sui uomini a mettere in atto una “trasformazione” del popolo uiguro per contrastare il terrorismo. Una trasformazione da attuare in parte con strumenti tecnologici, dall’altra con tecniche già collaudate dalla polizia cinese come gli interrogatori forzati di amici e parenti. Ma se il passaggio sul presidente risulta estremamente importante perché dimostra un suo coinvolgimento diretto sempre negato finora da Pechino, i passaggi più drammatici sono quelli che riguardano altri due funzionari: Quanguo e Wang.

Quanguo venne mandato nello Xinjiang nel 2016 e sotto il suo controllo si assistette ad una stretta repressiva senza precedenti. Secondo quanto riportato dai documenti trapelati, nel febbraio 2017 avrebbe radunato le truppe cinesi in una vasta piazza di Urumqi ed avrebbe tenuto un discorso in cui chiedeva ai suoi uomini di prepararsi ad “un offensiva devastante e distruttiva” per le settimane successive. Un’offensiva che, a tutti gli effetti, ci fu per davvero: vennero infatti eseguiti nella regione arresti di massa con migliaia di uiguri che in poche settimane finirono chiusi nelle prigioni dello Xinjiang. Sotto la guida di Quanguo la regione venne minilitarizzata e le libertà degli uiguri represse ad ogni livello secondo la concezione del funzionario che interpreta l’operazione nella regione come “una guerra di offesa prolungata e determinata per la salvaguardia della stabilità”.

Ma se Quanguo mostra il volto spietato della Cina, Wang rappresenta quello più umano. Se pubblicamente, infatti, appoggiava totalmente la politica del governo centrale nei sui discorsi privati emerge più fragile e meno convinto. Dovendo sottostare agli ordini di Pechino, Wang fece costruire “due nuove strutture di detenzione tentacolari stipando lì oltre 20.000 persone” ed aumentò drasticamente i fondi per le forze di sicurezza raddoppiando le spese per posti di blocco e impianti di sorveglianza. Ma ogniqualvolta ne avesse l’occasione, Wang chiese ai vertici del partito e ai colleghi della regione di affrontare la questione uigura in modo differente: “propose” stando a quanto riporta il New York Times “di ammorbidire le politiche religiose del partito, dichiarando che non c’era nulla di sbagliato nell’avere un Corano in casa e incoraggiare i funzionari del partito a leggerlo per comprendere meglio le tradizioni uigure”. Nei sui piani vi era infatti una politica di sviluppo economico della regione che, secondo lui, avrebbe fatto il bene dell’intera Cina ma era resa impossibile dalla detenzione degli uomini in età lavorativa. Una voce fuori dal coro che, inevitabilmente, venne presto messa a tacere con l’arresto. E non fu l’unico: secondo i dati che emergono dai documenti, nel 2017, “il partito ha aperto oltre 12.000 indagini sui membri del partito nello Xinjiang per infrazioni nella lotta contro il separatismo”.

Una storia che va avanti dunque da quasi un secolo. Una storia fatta di repressione e neagazione dell’autodeterminazione per il popolo Uiguro. Un popolo ricco di storia e tradizioni tramandate da migliaia di anni e rimaste intatte. Come i testi del poeta uiguro Lutpulla Mutellip la cui tomba è stata distrutta, insieme a molte altre, per lasciar spazio ad un parco zoologico per famiglie. Un ultimo, disperato tentativo di cancellare le radici di un popolo che non può e non vuole lasciarsi calpestare. Non può e non vuole restare sotto il controllo di una potenza che ne tarpa le ali e i sogni. Perché come scriveva Mutillup:

“Nel profondo oceano dell’amore sono un’onda,
Come potrei soddisfare la mia sete da un piccolo stagno?”

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