Quirinale, giorno 5: Il centrodestra è morto, il centrosinistra spaccato. Così l’elezione del Presidente diventa una rissa

Sono le 14.58 quando Fico annuncia i risultati della prima votazione segnando la fine del centrodestra. La sconfitta della Casellati fa implodere la coalizione e costringe a nuove trattative con il centrosinistra che, però, in serata si spacca.

Quando il gioco si fa duro, i franchi tiratori iniziano a giocare. È la legge non scritta delle elezioni per il capo dello stato. Questa volta i traditori non sono 101 ma 71 e a farne le spese non è il centrosinistra ma il centrodestra. A farne le spese è la seconda carica dello stato: la Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. E peggio di così non poteva andare. Quella che doveva essere una prova di forza, si è rivelata una catastrofe. L’obiettivo del centrodestra, che conta 453 grandi elettori, era di arrivare almeno a 410-420 voti dimostrando così una certa unità prima provare l’affondo nel pomeriggio. Alla fine, però, l’asticella si è fermata a 382. Pochi. Troppo pochi.

La Casellati segue lo scrutinio al fianco di Fico contando i voti “segnati” come da copione dai partiti del centrodestra. Capisce che qualcosa non sta funzionando. Inizia a messaggiare nervosamente dal suo smartphone, tanto che Fico deve rallentare più volte la conta perché lei smette di passare le schede ai segretari. Alla fine della votazione sembra abbia un attimo di mancamento, lo percepiscono in pochi, ma un assistente parlamentare si affretta a darle un sostegno fisico, offrendole il braccio. Esce dall’aula senza dire nulla. La seconda carica dello stato è bruciata da 71 franchi tiratori. Non serve molto per capire chi ha tradito. Come da consolidata tradizione i partiti hanno “segnato” le schede, scrivendo lo stesso nome in modo diverso, per misurare la fedeltà. L’accordo di ieri era chiaro: la Lega scrive solo Casellati, Fdi Elisabetta Alberti Casellati, Forza Italia Elisabetta Casellati, Coraggio Italia Alberti Casellati. Le defezioni, in questo modo portano una firma inequivocabile. La firma di Forza Italia, proprio il partito della Casellati. Il centrodestra si spacca con Meloni e Salvini che si dicono uniti e accusano gli azzurri. È il momento più buio per la coalizione che si sentiva invincibile e che ora smarrita sembra in cerca di una via. Intanto il tempo stringe in vista della seconda votazione fissata per le 17 e il momento sembra propizio per il centrosinistra che dopo l’astensione del mattino potrebbe riprendere in mano la partita. Non è così, dal vertice tra PD LeU e M5S non escono nomi ma solo l’indicazione di votare scheda bianca. Una scelta fatta più che altro per misurare quella frangia che da giorni vota per Sergio Mattarella e le cui fila vanno ingrossandosi. Come prevedibile, mentre il centrodestra decide di astenersi, i voti per il presidente uscente arrivano da ogni dove e alla fine saranno 336. Due nulla di fatto, alla fine della giornata, ma se il secondo passa sostanzialmente senza fare danni il primo è un vero cataclisma.

E adesso che succede? È questa la vera domanda che aleggia, irrisolta a fine giornata. Dal tardo pomeriggio, dopo lo strappo sul voto alla Casellati, Forza Italia si è smarcata dagli alleati iniziando ad incontrare in autonomia i leader del centrosinistra in cerca di un accordo senza rispondere più a Lega e Fratelli d’Italia. Salvini e Meloni devono ammettere la sconfitta e rinunciano a forzature aprendo al dialogo con tutti. A un passo dal baratro, Matteo Salvini incontra il premier Draghi per verificare in estremo la possibilità di un accordo che tenga insieme il destino del governo e il nome del prossimo capo dello Stato. Poi subito da Conte e Letta per trovare un nome condiviso con le forze politiche che sembrano trovare una quadra e per qualche ora sembra si sia addirittura trovato l’accordo per votare Elisabetta Belloni già da questa mattina. Ma è un’illusione che dura poche ore, giusto il tempo di far circolare il nome sui principali media italiani. Da subito Forza Italia si dice contraria alla numero uno del DIS ricevendo l’appoggio di Italia Viva con Renzi che annuncia che non la voterà. Anche i cinque stelle si spaccano con DI Maio che attacca Conte con una dichiarazione dai toni forti: “Trovo indecoroso che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni. Senza un accordo condiviso. Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo. Tutto ciò, inoltre, dopo che oggi è stata esposta la seconda carica dello Stato. Così non va bene, non è il metodo giusto”.

È chiaro a questo punto che se la Belloni venisse eletta salterebbe la maggioranza venendo meno quel principio di condivisione tra tutti i partiti auspicato da Draghi. Ma mentre anche i grandi elettori del Pd pubblicano comunicati duri sulla decisione di Belloni e sul passaggio diretto dai Servizi al Colle, sorge il dubbio che il suo nome sia stato fatto per disorientare gli avversari e la stampa su quella che sarà la vera mossa dei leader delle forze che reggono il governo. Riemerge insomma lo spettro di un accordo tra Salvini e Conte. L’idea che i due possano tramare in segreto per trovare un nome era già circolata nei giorni scorsi tanto da costringere Letta ad imporsi nel vertice di ieri mattina e chiedere l’astensione del centrosinistra alla prima votazione, temendo che nel segreto dell’urna questo accordo diventasse palese con l’elezione della Casellati. Di certo, appare scelta incauta quella di spifferare sottovoce alla stampa, come hanno fatto i leghisti, o proclamare a gran voce, come ha fatto Grillo, il nome del candidato presidente il giorno prima dello scrutinio per eleggerlo. Verrebbe da pensare che l’intento vero sia quello di bruciare Belloni, coprendo con questa notizia il nome vero. Italia Viva e Forza Italia credono ancora che l’operazione Casini possa riuscire. Marta Cartabia è un’altra opzione ancora percorribile, se vengono superate le resistenze grilline. E poi c’è Mattarella per il quale ieri si è mossa una marea di grandi elettori e su cui molti iniziano a nutrire più di qualche speranza.

Le certezze insomma sono sostanzialmente due: il centrodestra non esiste più e il centrosinistra potrebbe fare la stessa fine a breve. L’elezione del Capo dello Stato, insomma, si trasforma in un tutti contro tutti e dal marasma emergono le forze populiste che potrebbero provare il colpaccio. Oggi potrebbe già essere il giorno decisivo con il tentativo di eleggere un Presidente già da questa mattina (prima votazione alle 9.30). Ma oggi, potrebbe essere anche l’ennesima giornata di scontro e trattative in attesa che si sblocchi una situazione che pare sempre più intricata.


Le immagini che restano

  1. Sconforto: La casellati segue sconfortata e con distacco lo spoglio che la vede sconfitta.
  2. Tradito: Primo ad uscire dal vertice con Conte e Salvini, Enrico Letta parla di responsabilità ed ottimismo, afferma che “ci vuole tempo” evitando di fare riferimenti a nomi o personalità. Passano pochi minuti ed escono gli altri due leader che decidono per una linea diversa annunciando che la candidata sarà una donna. “Basta, ci vuole serietà, sennò così si bruciano candidati e soluzioni” il commento stizzito del leader del PD
  3. Tweet: Elio Vito comunica su Twitter di non aver voluto seguire l’indicazione di voto del suo schieramento, ovvero di votare Elisabetta Casellati, e al tempo stesso di non far parte del gruppo dei franchi tiratori che, nell’urna, hanno “tradito” la comanda dei leader. “Non sono d’accordo con la decisione del cdx di votare, senza un accordo, Casellati. Il metodo giusto per eleggere il Capo dello Stato in questa situazione è cercare la condivisione con il centrosinistra” aveva comunicato poco prima sempre sui social.

Quirinale giorno 4: La fine della corsa per Casini e i nomi autorevoli bruciati a ripetizione

È il giorno della calma. La quiete dopo la tempesta che mercoledì ha scombussolato i piani spaccando il centrodestra e scuotendo il centrosinistra. Una giornata in cui si cerca di rimettere insieme i pezzi mentre un accordo sembra ancora più lontano.

Dopo la tempesta di mercoledì, alle 11 si è tornati in aula per votare ma questa volta le strategie sono diverse. Il centrosinistra dà indicazione ai suoi di votare scheda bianca, il centrodestra di astenersi. Così, con 441 grandi elettori astenuti, le schede bianche diventano 261 e si consuma l’ennesimo nulla di fatto nella prima giornata con il quorum a 505. Ma lo scrutinio di ieri ha dimostrato anche un’altra cosa: la forza di Sergio Mattarella. Lo hanno votato in 166, senza che nessuno lo avesse ufficialmente proposto. Sono 166 voti spontanei, 41 in più rispetto al giorno precedente, che indicano come la stima e la fiducia nel presidente uscenti sia ancora tanta. L’ipotesi di un bis resta assai remota, visto che come dice Salvini “ha già detto di no per 18 volte”, ma non così impossibile. Se tutte le altre porte dovessero chiudersi tra rifiuti e nomi bruciati la sua potrebbe essere l’ultima a cui andare a bussare facendo affidamento al suo alto senso istituzionale.

L’altro dato, come detto, è quello dei 441 grandi elettori di centrodestra che non hanno votato. La strategia, decisa all’ultimo minuto nel vertice di centrodestra di ieri mattina, aveva l’obiettivo di contarsi. Il centrodestra in questo modo sa, o pensa di sapere, che nella votazione di oggi parte da 441 voti sicuri e che, di conseguenza, ne mancano 63 per raggiungere il quorum. Ma la strategia di Salvini, che continua a vestire i panni di kingmaker nonostante le evidenti difficoltà, di falle sembra averne parecchie. In primo luogo, perché ha già dimostrato di non saper controllare i voti dei suoi che oggi, nel segreto dell’una, potrebbero non seguire le indicazioni dei tre leader. Ma soprattutto perché quella conta che doveva essere prova di forza si è trasformata in un boomerang ed il centrodestra astenendosi ha confermato di essere minoranza smentendo di fatto le ipotesi di spallata che circolano da giorni con i leader della coalizione che minacciano di eleggersi da soli il capo dello Stato. Allo stato attuale, di fatto, non sarà possibile. Soprattutto perché, ancora una volta, si registrano defezioni nello schieramento: il centrodestra ha 453 grandi elettori, ieri sono stati 441 quelli astenuti. 12 grandi elettori, pur sapendo che sarebbero stati individuati, hanno deciso di non seguire le indicazioni dei leader. Immaginatevi cosa può accadere oggi quando tutti e 453 avranno la certezza di non poter essere individuati tra i voti espressi.

Voti espressi, si. Perché oggi il centrodestra uscirà dalla logica della scheda bianche e per la prima volta proverà a votare compatto un nome: quello della Presidente del Senato Casellati. Era il nome circolato nei giorni scorsi per la possibile “spallata”, la forzatura di Salvini per provare ad eleggersi da solo il Presidente. Ora diventa un nome di ripiego per provare a dimostrare la compattezza della coalizione e la capacità di votare in blocco un candidato per far pesare quel dato in una nuova trattativa da intavolare con Letta, Speranza e Conte. Ma la Casellati, oramai, è bruciata. Così come è sfumata l’ipotesi Casini, fino a ieri iperfavorito ma cassato senza appello da Giorgia Meloni ieri mattina nella sua rottura con Salvini. “Casini è un candidato di sinistra e per noi è irricevibile” il verdetto al termine del vertice di centrodestra di ieri. In giornata, dunque, si provano a rimettere insieme i pezzi. Sembrano salire le quotazioni di Elisabetta Belloni con l’appoggio totale di FdI, l’approvazione della Lega, la gioia dei cinque stelle e un ok non troppo convinto del PD. Per qualche ora, nel pomeriggio, sembra cosa fatta. Poi qualcosa si inceppa e quello della numero uno dei Servizi Segreti diventa l’ennesimo nome bruciato. Renzi dice un no secco, LeU attacca, i più moderati del centrodestra la affondano. Alla fine è Di Maio a darle il colpo di grazia: “Profilo alto, ma non vogliamo spaccare la maggioranza”. E mentre Letta continua con la strategia attendista, più per non spaccare la maggioranza che per altro, Salvini raduna le sue truppe e cerca nomi in ogni dove. Prende contatti con il presidente di Fincantieri Giampiero Massolo e rimette sul tavolo le carte Frattini e Cassese. Il primo, di fatto, sembra messo li per fare numero. Non conosce la politica, la politica non conosce lui e, dato non da poco, ha troppi interessi per essere super partes. Il nome di Franco Frattini pare una mossa per provocare gli avversari che già si sono espressi con un secco no sull’ex ministro degli esteri. Cassese avrebbe l’appoggio di Fratelli d’Italia Lega e Pd, che lo aveva inserito nella sua rosa di nomi insieme ad Amato e Draghi, ma spaccherebbe la maggioranza con la contrarietà quasi totale di Forza Italia e Cinque Stelle.

Oggi assisteremo ad un altro nulla di fatto, con il centrodestra che si misurerà per la prima volta con il voto e il centrosinistra che punterà nuovamente sulle schede bianche mentre fuori dal palazzo si proverà a trovare un accordo. I nomi sul tavolo, come visto, sono tanti e sullo sfondo rimane quello del Presidente del Consiglio. Draghi in questi giorni ha interrotto le proprie trattative personali, iniziate con le prime votazioni, e continua a non mettere d’accordo i due schieramenti. Ma se dovessero saltare gli accordi su altri nomi sarebbe certamente pronto a lasciare Palazzo Chigi per salire al Quirinale. Rimane, insomma, una sorta di ultima spiaggia. Prima di tornare a bussare alla porta di Mattarella implorandolo di non dire no per la diciannovesima volta.


Le immagini che resteranno

  1. Rossoblu: Pierfierdinando Casini arriva a montecitorio sorridente indossando la sciarpa del Bologna, sua squadra del cuore. Ma quella di ieri per l’eterno centrista è la giornata in cui sfuma la possibilità di salire al Colle.
  2. Il caffè: Prima del vertice di centrodestra Salvini, Tajani e Toti si incontrano al bar per fare colazione. La Meloni non c’è, forse a causa della rottura del giorno prima
  3. Memoria: Quella di ieri è stata però anche la Giornata della Memoria. Vedere una donna sopravvissuta all’orrore dei campi di sterminio posare delicatamente la scheda con un voto (Perché come ha detto nei giorni scorsi “votare scheda bianca è irrispettoso”) suscita grande emozione. “Non può essere una giornata sola per nessuno, ma potete immaginare il giorno della memoria, quando tutti i giorni sono il giorno della memoria, per chi quella strada l’ha percorsa, per chi ha visto, per chi ha sentito, per chi ha fatto un passo dopo l’altro, una gamba dopo l’altra nella marcia della morte” ha detto ieri mattina la senatrice a vita.

Quirinale giorno 3: un terremoto fa cadere il kingmaker Salvini, mentre spunta San Sergio Mattarella

Doveva essere il giorno decisivo e lo è stato. Non per la votazione, chiusa con 412 schede bianche e la terza fumata nera, ma per tutto quello che le ruota intorno. E adesso Salvini, che fino a ieri aveva in mano il pallino del gioco, ha sprecato tutto ed è stretto tra due fuochi.

È la giornata nera di Salvini. Il protagonista di questa corsa al Colle viene messo all’angolo da avversari ed alleati. Il kingmaker all’improvviso si trova solo, stretto tra due fuochi, nella giornata che sperava essere decisiva. Ma andiamo con ordine. Terza votazione in cui non cambia la sostanza, con 412 schede bianche che portano alla terza fumata nera in tre giorni. L’ultima, però, con il quorum a 673 grandi elettori visto che da oggi basteranno 506 voti per eleggere il Capo dello Stato.

Ma una novità c’è e riguarda i nomi. E questa volta non parliamo di quei nomi assurdi, su cui abbiamo più volte calcato la mano sottolineandone l’inopportunità, infilati nell’insalatiera da qualche senatore che pensa di essere simpatico. Lo spoglio alla Camera stavolta è meno monotono dei giorni precedenti: “Mattarella, Mattarella, bianca, Crosetto, bianca, S. Mattarella, Crosetto”. A Montecitorio qualcosa è cambiato sia a destra che a sinistra. A sinistra si vota il presidente uscente come attestato di stima. 125 Voti spontanei, non indicati da un partito o dallo schieramento, ma che servono a misurare il clima che si respira in un’aula in cui inizia anche a girare un santino che ritrae l’ex presidente con saio e aureola. A destra invece il nome di Crosetto è un chiaro segnale politico. È, di fatto, lo strappo di Giorgia Meloni dopo una discussione con il leader leghista sulla possibile candidatura della Casellati come nome per il Centrodestra unito. Una prova di forza che mette all’angolo il kingmaker Salvini. La leader di Fratelli d’Italia decide di uscire dalla logica delle schede bianche e chiede ai 63 grandi elettori del suo partito di votare l’ex deputato azzurro. Ma nel segreto dell’urna succede qualcosa di inaspettato, forse, anche per lei. Dall’insalatiera di voti per Crosetto ne escono 114.

Le ricadute sono immediate ed impreviste. Quei 51 voti in più al candidato di FdI sono un’indicazione ben precisa: anche nella Lega ci sono franchi tiratori. Lo spettro dei “101”, in politica sinonimo di tradimento dal 19 aprile 2013, aleggia sul centrodestra e costringe Salvini cambiare strategie. Nel pomeriggio è di fatto costretto ad abbandonare l’idea della “spallata”, scartando l’ipotesi di un voto alla Casellati già da oggi per provare ad eleggerla grazie ai voti di un centrodestra che credeva compatto. Da quel momento in poi è il caos. Il leader leghista in preda alla frenesia sembra incapace di mettere insieme i pezzi ed elaborare una nuova strategia. “Qui è tutto completamente per aria” commenta Enrico Letta in serata, “e stavolta non per colpa nostra”. È la fotografia perfetta di quello che succede nel centrodestra. La Meloni ha centrato il suo obiettivo facendo capire il proprio peso e ridimensionando quello di Salvini che arranca. Il Pd prova ad approfittarne e propone i suoi nomi: Mattarella bis, Draghi, Amato, Casini, Cartabia, Riccardi. Una rosa ampia in cerca di un nome condiviso da tutti ora che sembra essere sfumata l’idea di un presidente di bandiera per il centrodestra. Salvini li rifiuta in blocco ma nella notte qualcosa si muovo e le quotazioni di Casini, di cui da giorni parliamo come il più quirinabile, salgono tanto da portare il sito “Open” a titolare questa mattina “Centrodestra su Casini al Colle, Draghi è la carta di riserva”.

Come se si fossero azzerati gli ultimi due giorni. Come se fossimo ancora a martedì mattina i due nomi più papabili, dopo giorni in cui di nomi ne sono stati fatti tanti, sono ancora loro due. E ora che succede? Questa mattina i leader di centrodestra si incontrano per decidere il da farsi e trovare un accordo per lo meno tra di loro. A Forza Italia il nome dell’eterno centrista piace e non poco, a Salvini meno tanto da definirlo “un candidato di sinistra eletto con il PD”. Ma se nel centrodestra si fatica a convergere sul nome di Casini, nel centrosinistra le cose non vanno meglio con diversi deputati cinque stelle assolutamente contrari alla sua elezione e che sarebbero addirittura pronti a lasciare la maggioranza in caso di salita al Colle dell’ex UdC.

Ieri doveva essere la giornata della svolta ma si è rivelata quella del terremoto. Le carte ora sono sparigliate e vanno messe in ordine. Per chi ama la politica e ne segue i retroscena, la giornata di ieri è stata forse una delle più avvincenti e divertenti da diverso tempo a questa parte, certo. Ma la situazione a tarda notte, quando tutto si è concluso, era certamente drammatica. Servirà, presumibilmente tutta la giornata di oggi per rimettere insieme i pezzi di un puzzle andato in frantumi quando sembrava bastassero poche tessere per completarlo. Così nella quarta votazione, che inizia in questi minuti, dovrebbero prevalere le schede bianche mentre fuori dal palazzo i leader dei vari schieramenti cercheranno di trovare una quadra per arrivare a domani con un nome da votare. Oggi è il giorno in cui, insomma, si contano i danni più dei voti. Si capisce cosa è effettivamente rotto e cosa è solo incrinato. Si capisce, insomma, se c’è spazio per un dialogo.


Le immagini che resteranno:

  1. L’assenza: Sono le 14.15, a montecitorio inizia lo scurtinio della terza votazione ma sullo scranno del presidente c’è solo Fico. La Casellati si aggiunge in un secondo momento. Qualcuno vede quel ritardo come il frutto di un confronto con Salvini in vista della “spallata”.
  2. Succede anche questo: Durante la maratona mentana Beppe Grillo chiama in diretta il direttore del tg la7 per aggiornarlo sulla posizione del Movimento 5 Stelle su Mario Draghi.
  3. Ovunque Proteggi: In aula durante la terza votazione inizia a circolare un santino raffigurante il presidente Mattarella con saio e aureola. Un attestato di stima, l’ennesimo, per uno dei presidenti più amati nella storia del paese.

Quirinale giorno 2: Dal centrodestra prove generali di elezione mentre si cerca un nome condiviso

Nella seconda giornata di votazioni si registra un altro giro di schede bianche con conseguente fumata nera. Tra conferenze stampa congiunte e nomi di bandiera si cerca convergere verso un nome comune. E se il centrodestra avesse già i numeri?

Sul Colle sventola scheda bianca. Come da copione anche la seconda votazione per l’elezione del capo dello stato non ha dato risultati e si è chiusa, in largo anticipo rispetto alla giornata di lunedì, con 527 schede bianche. I più attenti forse noteranno che le schede bianche sono diminuite notevolmente rispetto alle 672 del giorno precedente. È un segnale che qualcosa si muove? Assolutamente no. È solo il frutto della decisione dei parlamentari di porre fine a quella serietà di cui vi avevamo parlato ieri votando i nomi più disparati, da Nino Frassica ad Enrico Ruggeri che prende addirittura 4 voti. Al di là di questo poco cambia: trionfo di schede bianche ed ex cinque stelle che di nuovo votano in blocco Paolo Maddalena (39 voti). Unica variazione significativa si ha sul numero dei grandi elettori che da ieri tornano ad essere 1009 a seguito della proclamazione di Maria Rosa Sessa (Forza Italia) al posto di Vincenzo Fasano, deputato forzista deceduto domenica.

Qui si esaurisce la cronaca dal Palazzo. Ma è fuori dal Parlamento, negli uffici e nei ristoranti romani, che si gioca la partita vera. Ed il primo tempo va al centrodestra che alle 16.29 con una conferenza stampa congiunta dei tre leader Salvini, Meloni e Tajani annuncia una rosa di tre nomi per il Quirinale: Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio. Tre nomi di bandiera che, e lo sanno bene anche nel centrodestra, sono assolutamente irricevibili da PD, LeU e Movimento 5 Stelle che come previsto rispondono con un secco “no” ma si dicono disponibili al dialogo al punto da non presentare nomi alternativi per non rompere quel sottile equilibrio che si va creando. Ma allora perché il centrodestra avrebbe presentato tre nomi pur sapendoli irricevibili? Per smuovere la situazione in vista di domani quando, lo ricordiamo, il quorum scenderà a 506 grandi elettori. L’obiettivo è, insomma, quello di far uscire allo scoperto il centrosinistra che a questo punto per non andare al muro contro muro sarà costretto a sedersi a un tavolo con i leader della parte opposta per trattare su un nome esterno a quella rosa. Tra quei tre nomi, infatti, ne manca uno molto più autorevole: Maria Elisabetta Casellati, l’attuale presidente del Senato. E proprio lei sarebbe il candidato su cui vuole puntare il centrodestra. Un nome non fatto per proteggere la sua candidatura, per non “bruciarla” come si dice in gergo. È la carta coperta su cui andare in all in, o quasi, in vista di domani.

Oggi, insomma, è la giornata chiave e a condurre le danze sarà ancora una volta il centrodestra che vuole chiudere la partita ed eleggere domani o massimo venerdì il nuovo Capo dello Stato. Il vertice tra i due schieramenti, che si terrà a breve, potrebbe portare ad un nome condiviso o a una rottura. Mentre scendono le quotazioni di Draghi, su cui anche il PD sembra sempre più spaccato, restano alte quelle del centrista Casini. Proprio su di lui potrebbero convergere le varie forze politiche considerando che il centrosinistra farà verosimilmente di tutto per scongiurare l’elezione della Casellati, che rappresenterebbe di fatto la vittoria del centrodestra. Ma se il tavolo oggi dovesse saltare lo scenario cambierebbe e non poco. Uno strappo oggi significherebbe l’addio all’ipotesi di un candidato condiviso e la caccia del centrodestra ai voti necessari per raggiungere il quorum ed eleggere il proprio presidente che, a quel punto, potrebbe essere davvero la Presidente del Senato.

È uno scenario così impossibile? Forse no. Il centrodestra, che conta 457 grandi elettori, avrebbe infatti bisogno di fatto di trovare una cinquantina di voti fuori dai propri gruppi parlamentari. Nulla di così impossibile nella legislatura con il gruppo misto più grande di sempre. In questo scenario, che ricordiamo essere assolutamente ipotetico, i primi a confluire nel centrodestra potrebbero essere i 43 grandi elettori di Italia Viva che da sempre guardano con interesse a quel lato dell’emiciclo. Ancora non basterebbe. Ma a votare con il centrodestra potrebbe esserci un altro gruppo che in questi giorni sta facendo parlare di sé: gli ex 5 Stelle. Quei 35-40 grandi elettori che in questi giorni votano compatti per Maddalena. Con i loro voti di lunedì e di ieri hanno dimostrato il loro peso, offrendosi di fatto al miglior acquirente come pacchetto di voti sicuro. E l’acquirente, stando a quanto hanno rivelato a chi scrive fonti vicine al gruppo, sarebbe arrivato proprio dal centrodestra che nella giornata di ieri avrebbe trovato un accordo per farli confluire nelle proprie fila da domai. A quel punto il quorum sarebbe ampiamente superato. 457 dal centrodestra, 43 da Italia Viva e altri 35 dagli ex Cinque stelle a cui aggiungere qualche franco tiratore del centrosinistra e almeno una quindicina del misto. I numeri per eleggersi il proprio capo dello stato, insomma, il centrodestra li ha.

Lo farà? Difficile. Più facile che il Centrodestra utilizzi questi numeri, se confermati, per fare pressione sul Centrosinistra. Nessuno vuole uno strappo, che significherebbe di fatto caduta del governo ed instabilità politica ai massimi storici. Oggi si cercherà di convergere su un nome, e non è da escludere che il Centrodestra possa votare in blocco uno dei tre nomi fatti ieri uscendo dalla logica della scheda bianca per far vedere il suo peso effettive. Domani le carte saranno tutte sul tavolo. Domani si fa sul serio.


Le immagini che resteranno:

  1. Prove tecniche di insediamento: Il gran giorno è vicino. Al Quirinale sono già iniziati i preparativi per la cerimonia di insediamento e nella giornata di ieri davanti al Quirinale hanno sfilato la fanfara a cavallo dei Carabinieri, i corazzieri a cavallo e la mitica Lancia Flaminia a bordo della quale il nuovo presidente farà il suo ingresso a palazzo.
  2. I King (o Queen) maker: Alla conferenza stampa del pomeriggio di ieri i leader del centrodestra escono allo scoperto. Sono loro ad avere in mano la partita del Quirinale.
  3. Il giovane Casini: Un Casini giovanissimo che parla ad un comizio e la frase “la passione politica è la mia vita”. Un post sibillino dell’eterno centrista su Instagram che sa tanto di candidatura al Colle.

Quirinale giorno 1: Tra schede bianche e serietà in attesa della rumba

Cosa è successo nella giornata di ieri e cosa si attende per quella di oggi. La serietà dei partiti, l’inaffidabilità dei cinque stelle e la ricerca spasmodica di un nome più per Palazzo Chigi che per il Quirinale. 

Non c’è stato accordo, e questo si sapeva. C’è stata serietà, e questa è una sorpresa. Perché se sette anni fa dall’insalatiera uscirono nomi improbabili buttati dentro solo per farli pronunciare all’allora presidente della Camera, Laura Boldrini, e far ridere più se stessi che gli italiani, questa volta il bianco ha trionfato su qualsiasi nome ridicolo. A parte qualche sporadico Bruno Vespa, un paio di Alberto Angela, un Amadeus ed un Alfonso Signorini. Ma nulla in confronto aa sette anni fa quando tra gli altri uscirono decine di nomi come Rocco Siffredi, Giancarlo Magalli o Sabrina Ferilli. Per quanto possa contare, ad uscire trionfante dalla prima votazione, con 36 schede a favore, è stato Paolo Maddalena: nemico delle multinazionali e del liberismo, fautore dell’uscita dall’euro, promotore di scenari per la partecipazione diretta dei cittadini alla politica e candidato di bandiera degli ex M5S.

I voti espressi ieri, come quelli che saranno espressi oggi, lasciano però il tempo che trovano in attesa di un accordo che possa sbloccare la situazione dalla quarta votazione, quando il quorum si abbasserà da 672 a 505 grandi elettori. Un accordo che dovrà essere necessariamente trovato tra il centrodestra ed il Partito Democratico perché, oramai, il Movimento 5 Stelle sembra essere sempre più fuori da ogni possibile consultazione. Un’esclusione frutto dell’incapacità, almeno in questa fase, di Conte di tenere uniti i suoi parlamentari e quindi di garantire un pacchetto di voti ad un possibile candidato comune. Se nel 2013 e nel 2015 i parlamentari grillini, che votarono in blocco Rodotà e Imposimato dopo le “Quirinarie”, giocarono un ruolo centrale oggi sembrano inaffidabili ed incapaci di dare garanzie. Pur essendo il gruppo parlamentare più ampio, con 234 grandi elettori, i parlamentari cinque stelle sembrano muoversi in autonomia senza seguire le istruzioni del leader e, probabilmente, senza capire in che direzione si stia andando in quello che da movimento anticasta sembra essersi ormai trasformato nel più tradizionale partito politico.

Così la palla passa agli altri e, al netto di un improbabile dietrofront di Mattarella, all’orizzonte sembra sempre più delinearsi un derby. Un derby tra tecnici e politici. Un derby tra Draghi e Casini. Sono loro i due nomi più quotati al momento. Da un lato l’attuale premier, che sembra essere pronto a lasciare Palazzo Chigi per salire al Quirinale. Dall’altro l’eterno centrista Pierferdinando Casini che da mesi evita di esporsi, forse proprio in attesa di questi giorni. Il nodo da sciogliere, a quanto si apprende dalle varie dichiarazioni e dalle notizie che filtrano dai palazzi romani, è uno soltanto: il futuro del governo. Nelle ultime ore il premier ha dato una decisa accelerata intavolando colloqui con tutti i leader politici nel tentativo di sciogliere finalmente questo nodo e spianarsi la strada verso il Colle. Vorrebbe chiudere al più presto la partita, possibilmente al terzo scrutinio, o comunque poco dopo. Di certo non si farà trascinare in un ping pong devastante tra partiti, perché non ha voglia di sottoporsi a un doloroso logoramento. E poi, soprattutto, c’è un Paese da governare. Tanto che a sera, nel Pd, si diffonde il timore che senza una rapida soluzione, presumibilmente nelle prossime 24-36 ore e comunque non oltre la quarta votazione, l’ex banchiere possa addirittura meditare un clamoroso ritiro dalla corsa quirinalizia. In questo scenario il centrodestra non sembra in grado di proporre un nome condivisibile dal Pd e viceversa. E se saltasse Draghi l’unico nome trasversale, come sottolinea il Sole 24 Ore, sarebbe quello di Pierferdinando Casini. Al momento “nessuno dei due schieramenti può considerarsi maggioranza nel paese” continua il quotidiano di Confindustria “Tanto più che una larga fetta dell’elettorato non si riconosce né nell’uno né nell’altro. Per questo la cosa giusta in questo momento complicato e difficile è puntare su leader che non siano di una parte o dell’altra e che consolidino la credibilità che abbiamo guadagnato nell’ultimo anno”. Matteo Renzi secondo la Stampa ha detto chiaramente ad alcuni amici fidati di Italia Viva come la vede: “Da giovedì si inizia a ballare la rumba e sapete chi è il miglior ballerino? Pierferdinando Casini”.

In attesa della rumba di venerdì, dunque, oggi si assisterà ad un’altra votazione in bianco. Tuttavia, dietro le attese schede bianche di oggi, si cela in realtà un’altra giornata di febbrili trattative in cerca di un nome o di un accordo sul nuovo governo. Un’altra giornata di dubbi ed incertezze, in attesa di un nome. Un nome che potrebbe essere diverso da tutti quelli usciti finora, sia ben chiaro. Se nel 2015, ad esempio, il nome di Mattarella fu sin dall’inizio tra quelli indicati da partiti e stampa, nel 2006 Napolitano spuntò un po’ all’ultimo sbloccando una situazione intricata in cui il centrodestra puntava su Gianni Letta ed il centrosinistra su Massimo D’Alema. E dunque non ci resta che aspettare e goderci questa seconda giornata di votazioni.


Le tre foto che resteranno

Tre le immagini simbolo di questa prima giornata di votazioni:

  1. Il drive-in: per la prima volta nella storia è stato allestito un seggio “drive-in” per permettere ai grandi elettori positivi o in quarantena di esprimere il proprio voto.
  2. Bossi: dopo due anni senza apparire in pubblico Umberto Bossi è il primo ad essere chiamato. Il “Senatur”, accompagnato in carrozzina, vota e si ferma a chiacchierare con vecchi amici e cronisti con il suo solito completo grigio con cravatta verde Padania e fazzoletto dello stesso colore nel taschino. È quello di sempre. Come se il tempo si fosse fermato.
  3. Cunial: Si presenta senza green pass e pretende di votare. Al rifiuto minaccia di chiamare i carabinieri e di far sospendere le votazioni. Mentre in aula prosegue la chiama, la deputata Sara Cunial improvvisa il suo show no-vax fuori dal palazzo.

La Cannabis Light diventa illegale? Facciamo il punto.

“La cannabis light diventa illegale”. Una notizia che da giorni rimbalza sui social e sui quotidiani italiani a seguito di un decreto interministeriale approvato mercoledì. Ma cosa dice realmente il decreto? E cosa può succedere adesso?

Nel corso della seduta di mercoledì della conferenza Stato-Regioni si è raggiunta un’intesa per la realizzazione di un decreto interministeriale che possa ridefinire “l’elenco delle specie di piante officinali coltivate nonché criteri di raccolta e prima trasformazione delle specie di piante officinali spontanee”. Il decreto coinvolge i ministeri della Salute dell’Agricoltura e della Transizione ecologica ed è finito al centro delle polemiche perché rischierebbe, di fatto, di cancellare l’intero settore basato sulla produzione ed il commercio della cosiddetta “cannabis light”, ossia quella con un livello di THC inferiore allo 0,6% la cui filiera è stata regolamentata nel 2016. Ad allertare l’intero settore è in particolare il punto 4 del decreto, in cui si fa sottostare “la coltivazione delle piante di cannabis ai fini della produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medicinale” al Testo unico sugli stupefacenti, a prescindere che vi siano o meno sostanze psicoattive al di sopra dei limiti della legge sulla filiera agroindustriale della canapa del 2016. Il che, tradotto, significa equiparare la cannabis light a quella con un livello di THC superiore alla soglia consentita rendendo di fatto illecita la produzione e il commercio di entrambe. 

Oltre alle ricadute sui consumatori, il decreto in questione metterebbe a rischio un settore economico che negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale grazie alla liberalizzazione del 2016. Ad oggi il comparto della cannabis light conta solo in Italia circa 3.000 aziende per un totale di oltre 15.000 dipendenti, per lo più giovani, e rischia ora di sparire a causa di un’inversione di marcia improvvisa ed inaspettata. In virtù di questa nuova norma, infatti, dalla data di efficacia del decreto, tutti i coltivatori e i rivenditori di infiorescenze di ‘cannabis light’ sarebbero passibili delle sanzioni derivanti dall’apparato penale del DPR 309/90 che ne vieta la coltivazione senza un’autorizzazione da parte del Ministero della Salute. “Ci hanno resi illegali” il commento a caldo di Luca Fiorentino, 26 anni e fondatore di una delle principali imprese che produce e distribuisce cannabis light. “Rischiamo di essere considerati spacciatori e di chiudere tutto. Rischiamo persino l’arresto immediato oltre all’accusa pesantissima di vendere grandi quantitativi di stupefacente che stupefacente non è”.

Ma è davvero tutto finito? Il decreto pone fine realmente al commercio di cannabis light? Sembrerebbe, in realtà, di no. A spiegare il provvedimento, e provare a far chiarezza sulla situazione attulae, ci ha provato l’avvocato Carlo Alberto Zaina in un lungo post in cui si è dimostrato particolarmente scettico sul provvedimento. In primo luogo, infatti, nel testo si usa in modo generico il termine “piante di cannabis” senza menzionare in modo specifico le piante di canapa sativa.

È  ben vero” spiega Zaina “che questa ultima specie rientra in quella più generale, ma così come concepita l’espressione usata in decreto appare pleonasticamente sconcertante. La coltivazione di Cannabis (termine questo che, invero, riguarda usualmente le piante idonee a produrre un alto contenuto di THC) è naturalmente illecita e riconducibile all’ambito del dpr 309/90. Non vi era, quindi, certo necessità di ribadire un concetto solare. Da altro lato, invece, non si comprende se menzionando la coltivazione di piante di cannabis ai fini della produzione di foglie ed infiorescenze e facendo seguire alle stesse il termine “sostanze attive ad uso medicinale”, il redattore del decreto abbia fatto solo una grossolana confusione, oppure abbia inteso – seppure malamente – collegare direttamente le foglie e le infiorescenze all’uso medicinale.” 

A ciò si aggiunge la natura del testo che, in quanto decreto interministeriale, non ha valenza giuridica paragonabile a quella di una legge ma un grado inferiore:

“Un decreto ministeriale (D.M.), che diviene, come nella specie, interministeriale quando impegna la competenza di diversi dicasteri e deve quindi essere adottato di concerto tra gli stessi, è un mero atto amministrativo.” chiarisce Zaina “Esso come tale è suscettibile di essere impugnato dinanzi al TAR, diversamente da una legge, che al più potrebbe venire dichiarata incostituzionale o disapplicata ai sensi l’art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248 (All. E). Nella gerarchia delle fonti del diritto questa tipologia di atti, riconducibili alla specie dei regolamenti, viene, quindi, definita come fonte secondaria statale per eccellenza. In buona sostanza, un atto puramente amministrativo non può derogare, quanto al contenuto, alla Costituzione e agli atti aventi forza di legge sovraordinati, né può avere ad oggetto incriminazioni penali, stante la riserva assoluta di legge che vige in detta materia.”

Si tratta, insomma, di un testo confuso che costituirebbe l’ennesimo tentativo malriuscito di criminalizzare il settore della coltivazione della canapa e che proprio per la confusione che crea potrebbe generare non pochi problemi a chi opera in questo comparto. Il testo, dunque, non modifica la legge del 2016 sulla cannabis light ma la interpreta, specificandola, approfittando delle zone grigie presenti nella normativa italiana. Il vero rischio, dunque, è che magistratura e forze dell’ordine si facciano forti di questo decreto per giustificare operazioni e sequestri che, fino ad oggi, sarebbero finite in un nulla di fatto. 

E mentre dalla conferenza Stato-Regioni si prova a sbarrare la strada alla cannabis light, la Cassazione ha riconosciuto come valide le oltre 600.000 firme raccolte dal comitato promotore per la realizzazione di un Referendum sulla legalizzazione della cannabis con un livello di THC superiore allo 0,6%. La palla ora passa alla Corte Costituzionale che il 15 febbraio esprimerà il proprio parere sulla proposta e, in caso di via libera, spianerà la strada per l’indizione del referendum.

Colpo alla mafia del Gargano: 48 arresti, c’è anche consigliere di Fratelli d’Italia

L’operazione “Omnia Nostra” ha portato alla luce gli interessi di un nuovo gruppo criminale nell’area garganica. Il sodalizio criminale, che avrebbe operato come metodologie mafiose, avrebbe avuto rapporti stabili anche con il consigliere comunale di Fratelli d’Italia.

È un colpo durissimo alla mafia del Gargano, forse il più duro che si sia mai inferto all’organizzazione. Trentadue arresti e sedici indagati per un totale di quarantotto soggetti coinvolti nell’operazione “Omnia Nostra”, coordinata dalla DDA di Bari, che ha disarticolato il clan Romito-Lombardi-Ricucci, egemone a Manfredonia e Mattinata e con proiezioni in tutta l’aera garganica. Secondo gli inquirenti, a seguito della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, da una costola del clan Montanari sarebbe nato un nuovo gruppo criminale operante nella zona del Gargano e riconducibile alla famiglia Romito. Stando a quanto si legge nelle carte dell’inchiesta, i 48 soggetti coinvolti avrebbero “costituito, diretto e comunque preso parte ad una associazione mafiosa, armata, formata da più di dieci persone, dotata di una struttura gerarchica con vincoli di assoggettamento e ruoli ben delineati, caratterizzata dalla forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dalle conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà, avente la finalità di controllare il territorio dal punto di vista economico e anche dal punto di vista militare”. Si tratterebbe, se le ipotesi di reato dovessero essere confermate, di una vera e propria associazione mafiosa operante sul Gargano.

Tra i nomi degli indagati spicca però un nome noto della politica locale: Adriano Carbone, commercialista e neoconsigliere comunale a Manfredonia e commissario cittadino di Fratelli d’Italia a sostegno della coalizione di centrodestra vincitrice alle recenti Comunali. Secondo il gip, che ha chiesto i domiciliari, Carbone avrebbe favorito imprese legate al clan “al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, ovvero di agevolare la commissione dei delitti di cui agli art. 648bis e 648ter del codice penale”. Si tratta del secondo grattacapo in poche settimane per il partito di Giorgia Meloni che già siera vista bocciare, a due giorni dal voto, la candidatura di Matteo Troiano bollato come impresentabile dalla Commissione Antimafia. Ora Carbone, il più votato tra i candidati di Fratelli d’Italia alle amministrative di novembre, potrebbe essere costretto alle dimissioni dal neosindaco Rotice intenzionato a non sbagliare nulla dopo due anni di commissariamento per mafia.

Ma mentre Carbone rappresenta il lato peggiore dello stato, il procuratore di Bari Roberto Rossi ha sottolineato che “con la battaglia che stiamo combattendo su questo territorio, dove lo stato sta mostrando tutta la sua forza, arriverà il momento in cui la mafia sarà solo un ricordo”. Un obiettivo concreto che per essere raggiunto ha bisogno la collaborazione di tutti. Come sottolineato dal Procuratore Nazionale Antimafia Cafiero de Raho, infatti, sul Gargano “non c’è una sola denuncia, eppure sono tante le vittime, la pressione è stata capillare, amplissima. Se i cittadini non danno una mano, se non denunciano, se non si sollevano contro la pressione mafiosa, lo Stato impiegherà tempo a debellarla, mentre con l’aiuto di tutti, anche in pochi anni, le mafie potrebbero essere totalmente annientate”. Messaggi di speranza che restituiscono senso e fiducia nelle istituzioni. Per ribadire un’altra volta che, insieme, si può vincere questa guerra che sembra infinita.

La surreale vicenda del pm che denuncia il giornalista perché ha svelato i suoi errori

Nei giorni scorsi Lorenzo Tondo, giornalista del “The Guardian, ha ricevuto la notifica della prima udienza del suo processo che si terrà il 2 febbraio prossimo. La sua colpa? Aver svelato al mondo gli errori di un giudice italiano che ha condannato un innocente credendolo un trafficante.

Un grossolano errore giudiziario, di quelli che non dovrebbero accadere. Un giornalista tra i più autorevoli in tutta Europa che se ne accorge e decide di indagare. Un reportage che fa luce sulla vicenda gettando ombre inquietanti sul lavoro della magistratura. Una vicenda surreale che si chiude con la corte d’assise che dà ragione al giornalista confermando l’errore giudiziario e disponendo il rilascio dell’imputato. Ma in quella che sembra la trama di un libro c’è tempo per un ultimo colpo di scena: la notifica recapitata al giornalista che comunica l’inizio di un processo a suo carico il 2 febbraio 2022. L’accusa? Aver diffamato i pm con il suo reportage.

Ma facciamo un passo indietro. È il 2016 quando Calogero Ferrara, sostituto procuratore a Palermo, annuncia di aver disposto e portato a termine l’arresto del “Generale” Medhanie Yehdego Mered, uno tra i principali trafficanti di esseri umani. La notizia rimbalza sui principali siti di informazione d’Europa e sembra essere il punto più alto della lotta al traffico di esseri umani. Ma qualcuno si insospettisce. Secondo Lorenzo Tondo, giornalista del “The Guardian”, c’è qualcosa che non quadra in quella vicenda e decide di conseguenza di approfondirla seguendo le udienze e indagando sull’uomo arrestato. Quello che emerse da quel reportage fu clamoroso: l’uomo estradato in Italia perché considerato il più sanguinoso trafficante di esseri umani altro non era che un profugo eritreo che faceva il falegname a Khartoum con l’unica colpa di avere lo stesso nome del “generale” ricercato. Uno scambio di persona che ha portato in carcere un innocente lasciando a piede libero il vero trafficante. Perché, nonostante le inchieste di Tondo e le prove portate a processo dall’avvocato della difesa, quel processo si concluse con la condanna di Mered. Quello sbagliato, ovviamente. Solo nel 2019, dopo tre anni di detenzione in carcere, la Corte d’Assise di Palermo riconobbe l’errore ed ordinò l’immediata scarcerazione dell’uomo. 

Ma le inchieste condotte dal giornalista del Guardian non sono mai state digerite dal pubblico ministero. Tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, infatti, Ferrara ha presentato due denunce per diffamazione a carico di Tondo: la prima per i suoi post su Facebook in cui chiedeva di fare chiarezza sul caso, la seconda per le sue inchieste sul Guardian e la sua indagine parallela a quella della magistratura. Ora, conclusosi il processo di mediazione, Ferrara ha deciso di confermare entrambe le cause e Tondo dovrà presentarsi in aula per difendersi dalle accuse del PM. “Il caso di Lorenzo Tondo è emblematico delle difficoltà che vive oggi il giornalismo indipendente in Italia”, ha commentato l’avvocato nominato dal Guardian, Andrea Di Pietro, che da anni segue le peripezie giudiziarie dei giornalisti. “La critica che spesso si rivolge ai cronisti giudiziari italiani è di essere troppo dipendenti dai pubblici ministeri i quali interagiscono con la stampa solo quando questa è disposta a raccontare la loro versione dei fatti”. Criticare un PM in Italia espone i reporter al rischio di dover affrontare, nella quasi totalità dei casi, querele o denunce in un meccanismo perverso che limita la libertà di stampa. 

Il caso, ora, è al centro dell’attenzione internazionale e il processo a Tondo potrebbe diventare il simbolo delle libertà di stampa violate. Sulla vicenda è intervenuta anche la Piattaforma del Consiglio d’Europa per la protezione del giornalismo e la sicurezza dei reporter che indicato come una potenziale “intimidazione” la doppia querela presentata da Ferrara. Un’intimidazione che, però, non può funzionare. Tondo ha ricevuto pieno supporto dal suo giornale, il Guardian, che ha deciso di sostenere interamente le spese legali mentre tutto il mondo del giornalismo europeo e non solo si è stretto intorno al collega a difesa di una libertà che deve rimanere inviolabile. Lorenzo non è solo oggi e non lo sarà nemmeno il 2 febbraio in aula.

La morte di Mario Paciolla e un silenzio che dura da 14 mesi: cosa è successo realmente?

Quattordici mesi dopo la morte di Paciolla un silenzio assordante è calato sulla vicenda. Mentre la procura di Roma indaga, ostacolata dalle autorità colombiane e dall’ONU, media e opinione pubblica sembrano essersi dimenticati di quel “creatore di Futuro” ucciso in Colombia.

Sono passati oltre 14 mesi dalla morte di Mario Paciolla, il cooperante italiano trentatreenne trovato morto in Colombia il 15 luglio 2020 mentre si trovava in missione per conto dell’Onu. Quattordici mesi trascorsi tra indagini a rilento e un silenzio assordante di media e opinione pubblica. Perché sin dall’inizio sono stati pochi, pochissimi, ad interessarsi al caso di Paciolla e tenere alta l’attenzione su quanto stava succedendo. Pochi i media che ne hanno parlato, pochi i comuni che hanno esposto lo striscione realizzato dalla famiglia per chiedere verità.

Una verità che stenta a venire a galla anche per via dei numerosi depistaggi, delle ricostruzioni contradditorie e dei muri di silenzio. Le avvocatesse Alessandra Ballerini ed Emanuela Motta che stanno seguendo il caso hanno spiegato che le indagini vanno avanti, ma che l’omertà anche tra i colleghi di Mario sta rallentando le operazioni dei magistrati. La versione fornita dalle autorità colombiane e dall’ONU, che sin dall’inizio hanno parlato di suicidio, non ha mai convinto fino in fondo e sarebbe stata definitivamente smentita dai risultati dell’autopsia svolta dall’equipe medica guidata dal dottor Vittorio Finsecchi, che si è occupato tra gli altri anche dei casi Cucchi e Regeni. Un risultato che conferma i dubbi sollevati da subito dai genitori a cui Mario aveva più volte confidato di temere per la sua incolumità tanto da acquistare, il giorno prima del presunto suicidio, un biglietto aereo per tornare anzitempo in Italia. Un risultato che, soprattutto, ha spinto le autorità italiane a riaprire il caso con la Procura di Roma che ha disposto ulteriori accertamenti chiedendo ai colleghi colombiani una serie di perizie ulteriori per far luce sulla morte di Paciolla.

Mentre resta viva più che mai la pista che collega la morte del cooperante italiano ai bombardamenti delle forze armate colombiane dell’agosto 2019, su cui Paciolla aveva realizzato un rapporto per le Nazioni Unite, i genitori Anna e Giuseppe chiedono che finalmente possa essere fatta luce sul suo decesso. “Noi crediamo, anzi siamo certi, che le persone che lo frequentavano e in particolare chi lavorava nella sua squadra sapesse e sa.” hanno scritto in una lettera aperta pubblicata da Repubblica nelle scorse settimane “I suoi amici, che vediamo sorridenti con lui nelle foto scattate solo qualche mese prima della sua morte, sanno molte cose ma si guardano bene dal parlare. E quel sorriso oggi ci sembra falso e ci fa male. Ci rivolgiamo a chi sorrideva con lui nelle fotografie: parlate, non tradite ancora Mario. Non soffocate la vostra coscienza, non siate pavidi. Vi preghiamo, non lasciateci in questa incertezza, restituiteci le ultime giornate di Mario. Per noi chi non parla è complice di questo delitto. Aiutateci ad avere un po’ di pace e a restituire dignità a Mario e alle vostre esistenze.” Quel silenzio degli amici che si riflette nel silenzio dell’opinione pubblica che sembra essersi dimenticata del “creatore di futuro”, come lo ha definito Roberto Saviano, ucciso in Colombia. Un creatore di futuro che non possiamo e non dobbiamo dimenticarci e su cui dobbiamo tenere i riflettori accesi fino a quando non sarà fatta giustizia. Fino a quando mamma Anna e papà Giuseppe avranno, finalmente, una verità.

La lotta alla delocalizzazione: dai lavoratori in trincea a un governo immobile

“Con uno sciopero cerchi di scuotere il capo
che in effetti cosa fa se non scuotere il capo?”
-Caparezza-


Sono passati 70 giorni da quando GKN in una notte, con una mail, ha licenziato 422 lavoratori a Campi Bisenzio. Il motivo? La proprietà, facente capo al fondo inglese Melrose, vuole delocalizzare la produzione nell’Est Europa per risparmiare sui costi. Quello dei lavoratori della GKN, scesi in corteo ieri con lo slogan “insorgiamo”, è però solo l’ultimo caso di una tendenza sempre più consolidata nel nostro paese a spostare la produzione all’estero e licenziare i lavoratori.

Delocalizzazioni – La lotta dei lavoratori della GKN è diventata così il simbolo di una lotta che coinvolge migliaia di lavoratori. Perché, spiegano i lavoratori, si tratta di una delocalizzazione “pura”. Una delocalizzazione che non arriva come reazione ad un periodo di crisi ma è giustificata solo dalla volontà di massimizzare i profitti da parte della proprietà. Perché alla GKN non c’è stato alcun segno di crisi prima dell’annuncio dei licenziamenti e le perdite del 2020 sembravano riparate con il +7% nei bilanci del primo trimestre 2021 e un +14% nel bilancio di previsione. Una modalità che sembra però essere sempre più diffusa per quelle realtà gestite da fondi speculativi che antepongono a tutto il profitto. Da ultima è stata la Riello ad annunciare il licenziamento di 71 lavoratori dallo stabilimento di Villanova di Cepa per spostare la produzione verso l’Est Europa alla ricerca di costi più bassi e maggiori profitti. Non a caso in “undici pagine di procedura di licenziamento non si legge mai la parola ‘crisi’. Mai”, ha sottolineato Alessandra Tersignidella della Fiom di Pescara dopo l’annuncio dei licenziamenti. Una crisi che, in effetti, non sembra esserci nemmeno per l’azienda controllata dal colosso statunitense Carrier Group tanto da aver chiuso il 2020 con un utile di 19 milioni di euro.

Situazioni che si aggiungono alle crisi già sedimentate. Dai 400 lavoratori della Embraco ai 110 della Bekaert passando per la vertenza Whirlpool, con 300 dipendenti in lotta da tre anni, e l’agonia di un comparto siderurgico che arranca in tutta Italia da Piombino a Taranto, dove nella ex ILVA ci si prepara alla cassa integrazione per altri 4.000 lavoratori.

Decreto – Una situazione sconcertante che aveva portato addirittura nelle scorse settimane alla mobilitazione di oltre cento sindaci scesi in piazza, con in testa il primo cittadino di Firenze, per chiedere al governo provvedimenti urgenti contro le delocalizzazioni. Da Roma, in realtà, qualcosa si era mosso. A fine agosto sul tavolo del Consiglio dei Ministri era arrivata la bozza di un decreto anti-delocalizzazioni elaborato sull’onda delle proteste dei lavoratori della GKN. Il riferimento giuridico di ispirazione è sembrato essere la Loi Florange, emanata da Hollande in Francia nel 2014 in piene elezioni per il caso di ArcelorMittal, che però ha avuto poco impatto nella volontà di delocalizzare di un’azienda. A ciò si aggiungono gli emendamenti presentati dai partiti che hanno ammorbidito le misure iniziali fino a rendere il testo quasi inutile. La multa del 2% sul fatturato per chi non vende è sparita dal decreto, così come la creazione di una black list per le imprese che hanno delocalizzato, complici le pressioni di Confindustria. Le parole di Bonomi, che ha tuonato contro il governo che con questa misura vuole “colpire le imprese”, sono state raccolte da tutto il centrodestra che ha così potuto far leva sul parere di Confindustria per chiedere a Draghi di depotenziare il decreto trasformandolo in un semplice decreto-legge da discutere con calma in parlamento. A ciò si aggiunge un elemento ulteriore: il decreto potrebbe non riguardare le crisi già in corso ma solo quelle future. Con buona pace dei lavoratori in lotta da mesi o anni.

Documento – Ad oggi le uniche norme concordate fra ministero del Lavoro e Mise sono il “preavviso di 90 giorni” e un “piano di mitigazione dell’impatto socio economico” da discutere con i sindacati che, se non rispettato dall’azienda, porterebbe ad aumentare il costo dei licenziamenti per l’azienda. Un testo evidentemente indebolito rispetto alle bozze iniziali in cui si prevedevano multe salate per chi decide di delocalizzare. Un testo che, è evidente, non può che far piacere a Confindustria mettendo in un angolo le vertenze dei lavoratori. Per questo motivo lo stesso collettivo della Gkn fin da subito ha chiesto di poter scrivere assieme al governo il provvedimento e, riunendo un gruppo di giuslavoristi in assemblea, ha elaborato un piano in otto punti che possa servire come base per una legge. Il testo “Fermiamo le delocalizzazioni” prevede la cessione dell’azienda solamente come ultima ratio e, in ogni caso, chiede che in questo caso si preveda “un diritto di prelazione da parte dello Stato e di cooperative di lavoratori impiegati presso l’azienda anche con il supporto economico, incentivi ed agevolazioni da parte dello Stato e delle istituzioni locali”. Prima di arrivare a tanto, però, i lavoratori della GKN chedono che lo stato verifichi l’esistenza di condizioni economiche oggettive tali da giustificare la chiusura dello stabilimento e si attivi per l’individuazione di una soluzione alternativa da definire “in un Piano che garantisca la continuità dell’attività produttiva e dell’occupazione di tutti i lavoratori coinvolti presso quell’azienda, compresi i lavoratori eventualmente occupati nell’indotto e nelle attività esternalizzate”.

I lavoratori della GKN, insomma, sembrano avere le idee chiare su come si possa combattere un fenomeno che coinvolge ogni anno migliaia di lavoratori. Il governo, invece, rimane in attesa mentre un decreto che dovrebbe essere tra le misure prioritarie si è fermato per le pressioni degli imprenditori e per i capricci dei partiti.

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