La glorificazione di Ratko Mladic: da “boia di Srebrenica” a Eroe serbo

Questo sta accadendo nel cuore dell’Europa e non facciamo il necessario per fermarlo.
Si trova nella sfera di influenza europea. Se ne dovrebbe prendere coscienza in ambito europeo.
Siamo più che complici del massacro.

-Margaret Thatcher-


26 anni dopo il primo mandato di cattura è arrivata la condanna definitiva per Ratko Mladic. Il “boia di Srebrenica”, 78 anni compiuti, ha ascoltato per oltre un’ora il giudice del tribunale dell’Aia leggere il dispositivo che lo condanna a passare il resto della vita in carcere. Vestito con un abito nero e una cravatta azzurra, l’uomo che ha teorizzato e messo in atto uno dei più violenti genocidi della storia recente ha ascoltato in silenzio senza mai intervenire, come era invece accaduto nel 2017 quando in occasione della condanna di primo grado aveva più volte gridato “sono tutte bugie”.

Il massacro – Non sono tutte bugie, invece, e a confermarlo è il Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia. Ventisei anni fa, a partire dall’11 luglio 1995, a Srebrenica andò in scena il peggior massacro in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale definito dalla corte dell’Aia come un vero e proprio genocidio. 

Designata nel 1993 dalle Nazioni unite come “area sicura” per i civili in fuga dai combattimenti tra il governo bosniaco e le forze serbe separatiste Srebrenica ospitava nel luglio 1995 ventimila profughi e trentacinque mila residenti difesi da circa cinquecento soldati delle forze internazionali posti a tutela della sua neutralità. Una tutela che, però, servì a ben poco. Scarsamente equipaggiati e impreparati ad un possibile combattimentoi soldati delle Nazioni Unite, facenti parte del battaglione olandese “DutchBat III”, furono sovrastati senza problemi dall’esercito serbo che l’11 luglio entrò nella città. Una volta preso il controllo di Srebrenica venne messo in atto un piano accuratamente studiato: il personale delle Nazioni Unite presente fu preso in ostaggio e posizionato in punti strategici della città per evitare attacchi volti a liberare Srebrenica mentre gli uomini al di sopra dei sedici anni venivano isolati e separati da donne e bambini. I primi vennero fucilati e gettati in fosse comuni, le seconde violentate e picchiate prima di essere trasportate in altre città. Il bilancio del controllo serbo a Srebrenica parla di oltre 8.000 musulmani giustiziati senza motivo dall’esercito comandato da Mladic.

Sostegno – Un massacro orrendo e ingiustificato che in Serbia viene visto diversamente. La condanna di Mladic è stata infatti accolta con sdegno da quella parte di popolazione secondo cui non è né il “macellaio della Bosnia” né “il boia di Srebrenica” ma un eroe nazionale. Il giorno del verdetto, un’organizzazione serbo-bosniaca ha proiettato nella piazza centrale di Bratunac, una cittadina a 10km da Srebrenica, un documentario apologetico sulla sua vita. A Banja Luka, capitale de facto della Republika Srpska di Bosnia, è comparso uno striscione con la scritta: “Non riconosciamo le decisioni dell’Aja. Sei l’orgoglio della Repubblica serba”. Il tutto mentre diversi tabloid titolavano “Mladic sarà per sempre un Eroe serbo”.

Esempi di come parte della Serbia ancora oggi non riconosca l’esistenza del genocidio e veneri le figure che invece lo causarono. Si tratta di quello che Hariz Halilovic definì “trionfalismo”: rimozione della realtà storica e glorificazione dei suoi protagonisti. Un meccanismo radicato nel paese e fomentato dalle istituzioni e da quei media che provano a raccontare la loro versione della storia. Basti pensare che Milorad Dodik, principale politico Serbo, ha più volte ripetuto pubblicamente che Mladic non è un criminale e che “è inaccettabile che venga definito così”. Così la macchina della contronarrazione serba ha dato vita ad una versione per cui ibosgnacchi sono descritti come dei serbi autoctoni che avevano “abbandonato” e “tradito” la loro etnia convertendosi all’Islam con l’obiettivo di colonizzare il paese e per questo andavano fermati. La rimozione del genocidio e della pulizia etnica si inserisce dunque in un quadro storico totalmente alterato, in cui i serbo-bosniaci si sono legittimamente difesi contro gli “invasori” musulmani. Una versione sempre sostenuta da buona parte della popolazione serba che ha preso ancora più piede nel clima islamofobo scaturito dagli attacchi dell’11 settembre a New York. Sfruttando il clima islamofobo post-attentato alle Torri Gemelle, insomma, la macchina propagandistica serbo-bosniaca ha avuto gioco facile nel dipingere il conflitto civile come una “guerra al terrore” ante litteram, arrivando a dire che le vittime di Srebrenica non erano bosgnacchi inermi ma “terroristi” in potenza. Con una simile operazione di revisionismo, dunque, le guerre jugoslave sono diventate il primo capitolo del nuovo “scontro di civiltà” tra il cristianesimo e l’islam; e quello della “Grande Serbia” non era un piano d’espansione nazionalista, ma la prima linea di difesa costruita per proteggere l’Europa dall’“invasione islamica”.

Una narrazione portata avanti con convinzione da più parte che ha finito per plasmare l’opinione pubblica allargando la platea di nostalgici ed estimatori di Mladic: non più il “boia di Srebrenica” ma un Eroe serbo. Quello che accadde ventisei anni fa, invece, rimane una macchia indelebile nella storia dell’uomo. A Srebrenica andò in scena quella disumanizzazione generalizzata che porta ad una violenza cieca ed immotivata. Ricordare i genocidi come quello di Srebrenica non impedirà che queste tragedie si verifichino ancora in futuro. Dopo il 1995 altri gruppi emarginati sono stati violentemente attaccati in paesi come Sudan, Siria e Birmania. Oggi gli uiguri, minoranza musulmana in Cina, vengono chiusi nei campi di concentramento e sterilizzati. Ma non possiamo smettere di ricordare Srebrenica e le atrocità passate. Il ricordo rimane l’unico strumento a difesa dell’integrità del passato dalle persone che vorrebbero correggere la storia per fare i propri interessi

La nascita della Repubblica tra tensioni, morti, accuse di brogli e un’Italia divisa

Tutto quello che c’è da sapere sul referendum che portò alla nascita della repubblica. Dagli aventi diritto al voto alle accuse di brogli, passando per la tensione crescente che portò alla forzatura di De Gasperi.

Era il 2 giugno 1946. La Seconda guerra mondiale era appena finita e con lei anche il ventennio di dittatura fascista. In un’Italia martoriata che si apprestava a ripartire il primo forte segnale arrivò dalle urne con la prima elezione a suffragio universale della storia del nostro paese. Il 2 e 3 giugno 1946 gli italiani furono chiamati al voto per l’elezione di un’Assemblea Costituente, alla quale sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale, e la scelta della forma di governo da dare allo stato: Monarchia o Repubblica. Fu proprio quello il quesito più importante di quel giorno, in grado di mostrare le spaccature di un paese ancora diviso. Un quesito che si risolse con la vittoria risicata della Repubblica: 12.717.923 voti contro i 10.719.284della Monarchia.

Votanti – La prima curiosità su quella tornata elettorale, però, riguarda proprio i votanti. Se è vero che furono le prime elezioni a suffragio universale e videro la partecipazione dell’89% degli aventi diritto (circa 25 milioni di votanti su un totale di 28 milioni) furono in molti quelli che non poterono votare quel giorno. Non poterono votare, ad esempio, i prigionieri di guerra e gli internati in Germania. Non poterono votare i cittadini della provincia di Bolzano, passata alla Germania durante la guerra e in quel momento ancora sotto il controllo militare alleato. Non si votò a Pola, Fiume e Zara, tre città italiane passate sotto il controllo della Jugoslavia. Non si votò neppure a Trieste, sottoposta ad amministrazione internazionale e al centro di un complicato contenzioso diplomatico che si sarebbe risolto soltanto nel 1954. Furono tanti, insomma, i territori esclusi in quella che fu un’elezione anomala quanto storica. 

Risultati – Altra curiosità è quella che riguarda i risultati e la distribuzione del voto. L’esito delle consultazioni, infatti, non fu annunciato subito ma bisognò aspettare una settimana prima che, il 10 giugno, la Corte Costituzionale annunciasse la vittoria della Repubblica sulla monarchia con il 54% dei voti. Una vittoria resa possibile dalle circoscrizioni del nord Italia dove la forma repubblicana ottenne consensi altissimi e poté contrastare la vittoria della Monarchia al sud. Lo spoglio dei risultati, infatti, rese l’immagine di un paese profondamente diviso: in tutte le province a nord di Roma, tranne Padova e Cuneo, vinse la Repubblica. In tutte le province dal Lazio in giù vinse la Monarchia. In Piemonte, culla dei Savoia, la repubblica ottenne 1.250.070 voti, in Toscana 1.280.815. In Sicilia, al contrario, furono 1.301.200 i voti per la monarchia e «solo» 708.109 quelli per la Repubblica. Roma rimase nel mezzo, non solo a livello geografico facendo da spartiacque tra un nord repubblicano e un sud monarchico, ma anche a livello politico registrando una sostanziale parità tra i due schieramenti: 711mila voti per la Repubblica (49%), 740mila per la Monarchia (51%).

Brogli – I ritardi nello spoglio, che vide continui ribaltamenti soprattutto nei primi giorni, e il distacco minimo tra le due parti fece nascere le più varie teorie del complotto tanto che, ancora oggi, sono in molti a credere che in quell’occasione si verificarono brogli elettorali. I monarchici presentarono migliaia di ricorsi alla Corte di Cassazione, denunciando ogni tipo di anomalie rivelatrici, a loro dire, di un voto pilotato per far vincere la Repubblica.  Per mettere i bastoni tra le ruote alla Repubblica chiesero anche di includere tra i votanti le schede bianche o nulle, sperando almeno di togliere la maggioranza assoluta raggiunta dai Repubblicani e aprire uno spiraglio per dichiarare il referendum non valido. Tentativi che si sono protratti nel tempo tanto da portare numerosi storici e studiosi ad occuparsene analizzando i risultati anche con tecniche moderne e all’epoca sconosciute. Il risultato delle analisi è sempre stato unanime: non ci fu alcun broglio. 

L’incertezza e la macchinosità dello spoglio, certo, alimentarono i sospetti e favorirono la creazione di una leggenda che dura tutt’ora. Una leggenda su cui provò a scherzare, nel 1990, Gianni Minoli organizzando uno scherzo nel suo programma di approfondimento “Mixer” su Rai Due. Nella puntata del 5 febbraio 1990 il pubblico si ritrovò di fronte ad Alberto Sansovino, presidente di Corte d’appello in pensione, che tra le lacrime confessava l’impensabile. La notte tra il 3 e il 4 giugno 1946 faceva il presidente a Modena durante lo spoglio. Un misterioso professor Salemi chiese a lui e ad altri sei magistrati di fede repubblicana un atto patriottico. Al Sud in troppi votavano monarchia, e bisognava prendere provvedimenti. I magistrati decisero di sostituire le schede monarchiche, che sarebbero state distrutte al ministero dell’Interno, con nuove schede a favore della repubblica fornite da Salemi. Si decise che l’ultimo dei sette giudici a rimanere in vita dovesse confessare pubblicamente, e il fardello era toccato a lui. Solo alla fine dello show, che tenne incollati milioni di italiani al televisore, Minoli annunciò che si trattava di una bufala. Sansovino non era mai esistito, si trattava di un attore ingaggiato appositamente. E così quello scoop che in migliaia stavano aspettando da decenni non ci fu. Ci fu invece il tentativo, più che mai riuscito, di Minoli di mostrare a tutti quale potere potesse avere la televisione nella società moderna. Uno strumento in grado di far credere persino a teorie complottiste più volte smentite. 

Scontri – Ma la questione dei brogli, soprattutto nei giorni immediatamente successivi fu centrale ed alimentò tensioni. Se oggi il 2 giugno è un giorno di festa non bisogna infatti pensare che fu così anche 75 anni fa quando, anzi, la tensione era altissima. I leader dei principali partiti, Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Comunista e Repubblicano, erano quasi tutti a favore della Repubblica, ma temevano che al sud i monarchici avrebbero potuto organizzare insurrezioni o rivolte e che in caso di disordini i carabinieri si sarebbero schierati con il re. Anche i repubblicani erano divisi tra di loro: i centristi temevano che i comunisti stessero organizzando un colpo di stato o una rivolta, non troppo diversa da quella scoppiata in Grecia in quei mesi. Nell’attesa dei risultati la tensione crebbe a dismisura alimentata anche dallo scontro tra il governo provvisorio e la monarchia culminato con la celebre frase che De Gasperi rivolse al Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero: “Entro stasera, o lei verrà a trovare me a Regina Coeli, o io verrò a trovare lei”.

Intanto il sud Italia, a prevalenza monarchica aveva iniziato a ad essere irrequieto e iniziarono le prime azioni di protesta. A Napoli gruppi monarchici assaltarono la sede del partito Comunista, al cui interno si trovava tra gli altri anche Giorgio Napolitano, e l’intervento della polizia causò la morte di 9 manifestanti. Il 13 giugno, in un clima ormai troppo teso per attendere oltre, De Gasperi decise di forzare la mano. Senza aspettare i risultati ufficiali, confermati dalla cassazione solo il 18 giugno, annunciò la nascita della Repubblica e il passaggio dei poteri dal Re al governo. Nacque così, in un clima quasi da guerra civile, la Repubblica Italiana.

Il nuovo colonialismo che svuota l’Africa silenziosamente

“La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo,
mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale.” 

-Josè Saramago-


È notizia di pochi giorni fa che la Germania, per la prima volta nella sua storia, ha riconosciuto di essere responsabile tra il 1904 e il 1908 di un vero e proprio genocidio nei confronti delle popolazioni di allevatori degli Herero e dei Nama in quella che oggi è la Namibia moderna, indipendente dal 1990 ma all’epoca colonia tedesca. Il Ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, oltre ad auspicare una riconciliazione con la Namibia, ha annunciato che la Germania intende stanziare un fondo di 1,1 miliardi di euro nei prossimi 30 anni, da investire in sviluppo dell’agricoltura e progetti di formazione ovvero per altre destinazioni che le stesse comunità colpite saranno libere di scegliere.

Europa  – Così la Germania cerca di riappacificarsi con il proprio passato coloniale a differenze di molti paesi occidentali, tra cui l’Italia, che ancora non riescono a riconoscere quegli orrori. Ma quando si parla di colonialismo è sbagliato pensare a qualcosa di lontano, a qualcosa che non ci appartiene. Ancora oggi, in gran parte del continente africano, perdurano forme di colonialismo diverse ma certo non meno provanti per chi le vive. In Europa è la Francia la principale attrice nel nuovo colonialismo, non più militare certo, ma fatto di influenza economica e culturale. Da questo punto di vista l’imperialismo francese sembra non essersi mai concluso e Parigi ha saldamente mantenuto un forte legame con i quattordici stati africani che un tempo erano colonie. Proprio in questi quattordici stati si verifica un caso unico di colonialismo moderno grazie all’utilizzo in tutte le ex colonie francesi di una moneta, il Franco della Comunità Francese in Africa (CFA), coniata da Parigi con un tasso di cambio fisso (655 CFA = 1 euro). Quella che sembra essere solamente una moneta racchiude in sé il senso del nuovo colonialismo francese. Da un lato, infatti, in cambio della convertibilità del CFA con l’euro la Francia richiede di partecipare alla definizione della politica monetaria della zona mentre dall’altro i paesi che utilizzando il Franco Africano sono tenuti a versare il 50% delle proprie riserve presso il Tesoro francese in un fondo comune gestito dallo stato transalpino. Tra i vantaggi derivanti dall’adozione di questa valuta vi è senza dubbio una sorta di scudo contro la svalutazione. Il CFA ripara anche dalle impennate inflattive che sovente scuotono l’Africa e rappresenta una garanzia anche in termini di integrazione regionale, facilitando gli scambi tra i Paesi che lo utilizzano. Non mancano gli svantaggi. Il più evidente è di costituire un potenziale freno allo sviluppo di questi Paesi. A farne le spese sono soprattutto i produttori africani desiderosi di esportare i loro beni in Europa. Il cambio fisso rende molto costose le loro merci e agevola gli agricoltori francesi ed europei. Rafforzando i propri legami culturali ed economici con le ex colonie, Parigi tenta di mantenere un’influenza importante sul continente per resistere al colonialismo in arrivo da oriente.

Asia – Ad oggi la principale potenza colonizzatrice dell’Africa è, senza dubbio, la Cina. Se fino al 2010 Pechino non aveva fatto grossi sforzi per aumentare la propria influenza sul continente, negli ultimi dieci anni sono stati investiti oltre cento miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti economici e commerciali e per la realizzazione di infrastrutture. Un modo silenzioso per far valere la propria forza nel continente aumentando la propria influenza sugli stati che beneficiano degli investimenti massicci in arrivo dalla Cina. Ma quegli investimeni non sono destinati ad una reale crescita dell’Africa. Sono soldi spesi da Pechino in cerca di un tornaconto. Secondo uno studio condotto dalla China-Africa Research Initiative presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies, la Cina ha prestato un totale di 143 miliardi di dollari a 56 nazioni africane di cui circa un terzo dei è destinato a finanziare progetti di trasporto, un quarto all’energia e il 15% destinato all’estrazione di risorse, compresa l’estrazione di idrocarburi. Solo l’1,6% dei prestiti cinesi è stato invece destinato ai settori dell’istruzione, della sanità, dell’ambiente, alimentare e umanitario. Una cifra irrisoria che fa capire come l’investimento cinese sia finalizzato all’utilizzo dell’Africa per scopi economici e commerciali.

Quei prestiti, inoltre, stringono un cappio attorno al collo dei paesi africani che solo ora si rendono conto di essere alle dipendenze di Pechino. La difficoltà di restituire i prestiti ottenuti, infatti, sta costringendo diversi stati a cedere alla Cina infrastrutture o settori strategici della propria economia. Così l’Angola ha legato la propria produzione petrolifera alla Cina per poter ripagare il debito accumulato e il kenya potrebbe addirittura perdere il porto di Mombasa, una delle sue infrastrutture chiave e più grande porto dell’Africa orientale, cedendolo al governo cinese se la Kenya Railways Corporation (KRC) non dovesse effettuare il pagamento di 22 miliardi di dollari dovuti alla Exim Bank of China.

Mentre gli investimenti della Cina aumentano a dismisura, però, va sottolineato come anche altri paesi asiatici abbiano allungato le proprie mire sul continente nero. Tra i dieci maggiori investitori, infatti, si trovano anche Singapore, India ed Hong Kong che investono circa 20 miliardi ciascuno ogni anno in diverse zone.

Dove – Così come i partner, anche i settori e le regioni di interesse sono mutati nel corso degli anni. Gli investimenti hanno infatti iniziato ad essere diretti non solo alle materie prime, ma anche alle infrastrutture, alla manifattura, alle telecomunicazioni e, più recentemente, al settore dei servizi finanziari e commerciali, facendo uso sempre più di nuove tecnologie e puntando all’automazione. Allo stesso modo hanno subito una marcata diversificazione in termini di paesi di destinazione. I paesi destinatari di investimenti sono così cambiati e aumentati: non più solo quelli ricchi di risorse come il Sudan, la Nigeria, l’Angola, ma anche quelli con mercati e consumatori promettenti, per quantità e tipologia, come il Kenya e l’Etiopia. Per la Cina questa diversificazione è avvenuta di pari passo all’arrivo di imprese private cinesi nel continente e al crollo dei prezzi delle materie prime africane.

Il colonialismo, insomma, non sembra essere finito. Nonostante sempre più paesi prendano le distanze dal proprio passato fatto di abusi e violenze, ancora oggi la dominazione straniera in Africa sembra continuare sotto forme diverse. Più silenziose, forse, ma certo non meno pericolose. Se prima, infatti, lo sfruttamento delle risorse africane avveniva alla luce del sole, oggi prosegue nell’ombra sotto forma di investimenti e prestiti che, alla fine dei conti, sembrano servire solo in chi investe danneggiando ulteriormente chi li riceve.

Gli UFO esistono: la storica svolta dietro l’ammissione del Pentagono

Extraterrestre portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare

-Eugenio Finardi-


“Esistono oggetti volanti non identificati. Non sappiamo cosa siano né come facciano a volare in quel modo e a seguire quelle traiettorie. È necessario approfondire con indagini e ricerche”. Una dichiarazione che lascerebbe un po’ il tempo che trova se a farla non fosse l’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, certo non un fanatico degli avvistamenti alieni. Non una battuta, ma una frase detta con serietà istituzionale. Le dichiarazioni di Obama, arrivate durante un’intervista alla CNN, ricalcano le modalità con cui tutti i principali media americani in questi giorni stanno trattando l’argomento. Perché, a 69 anni dai “caroselli di Washington”, l’attenzione sugli UFO è tornata ai massimi livelli negli Stati Uniti.

L’avvistamento – Tutto è iniziato nei primi giorni di questa settimana quando la portavoce del Pentagono, Susan Gough, ha spiazzato tutti con una dichiarazione che conferma la veridicità di un video girato nel 2019 in cui si vede un oggetto non identificato volare a mezzaria prima di scendere in picchiata e immergersi in mare. Per anni, dopo la pubblicazione di quel video, molti appassionati hanno dibattuto sulla possibilità che si trattasse realmente di un UFO, tanto che la task force che all’interno del Dipartimento alla difesa si occupa dei fenomeni aerei non identificati aveva avviato un’indagine. Il video, pubblicato dal documentarista Jeremy Corbell, mostra quello che gli esperti del Pentagono hanno definito “transmedium veichle”, un veicolo cioè in grado di muoversi in aria, in acqua e nel vuoto e che, come si vede dalle immagini, è entrato nelle acque dell’Oceano senza subire alcun danno. Proprio a conclusione della prima parte dell’indagine la Gough ha informato il mondo del suo esito: “Posso confermare che il video è stato effettivamente girato dal personale della Marina e che sulle immagini sono ancora in corso delle indagini”. Una dichiarazione che, da sola, ha fatto riaccendere un dibattito mai realmente sopito sull’esistenza di oggetti volanti non identificati.

Il rapporto – A conferma di quanto l’interesse per la materia non sia più solo appannaggio di complottisti o fanatici degli alieni, vi è l’attenzione sempre crescente che il governo americano sta mettendo nello studio e nel contrasto del fenomeno. E se da una parte ormai le autorità non negano o smentiscono più di aver raccolto materiale sul fenomeno, dall’altra la questione diventa sempre più politica, con le parole dei senatori Marco Rubio che vede negli UFO, o UAP come vengono definiti ora, una “minaccia alla sicurezza nazionale” e il democratico Martin Heinrich che parla apertamente degli Uap come “tecnologia troppo sofisticata per essere umana”. Così, mentre in Europa la tendenza è di ridurre il dibattito sul tema al classico “gli alieni non esistono è inutile parlarne”, negli Stati Uniti la vicenda si fa sempre più seria. Dopo aver desecretato, un anno fa, i video di decine di avvistamenti ad opera di mezzi militari statunitensi, il Pentagono si prepara a pubblicare un ricco dossier realizzato dalla Unidentified Aerial Phenomena Task Force, la divisione dell’intelligence americana che si occupa di UFO. Un rapporto, richiesto dal senatore Marco Rubio, che fa già tremare l’intelligence americana non solo perché dovrebbe rivelare i frutti di uno studio approfondito del fenomeno, ma anche perché, secondo molte fonti, metterebbe in luce alcuni dei più grandi fallimenti dell’intelligence dall’11 settembre ad oggi. Tutti, ovviamente, in materia di oggetti volanti non identificati. A giugno quel dossier sarà pubblico e, forse, si saprà qualcosa in più sull’esistenza e sulla natura dei misteriosi avvistamenti.

Il nuovo atteggiamento delle autorità sull’argomento, però, rappresenta già di per se un fatto degno di nota. La desecretazione di immagini e video dello scorso anno, le dichiarazioni di questi giorni e la prossima pubblicazione di un dossier governativo hanno di fatto per la prima volta nella storia spostato il focus. Ora, infatti, quando si parla di Ufo la questione non è più la loro esistenza ma la loro natura. Si tratta, come comprensibile di una svolta epocale. L’esistenza di oggetti volanti identificati, oggi, non è più negata ma viene data per assodata anche dal governo degli Stati Uniti. Il tutto mentre Louis Elizondo, ex agente Cia e responsabile dell’AATIP (Advanced Aerospace Threat Identification Program),  dichiara pubblicamente che il governo americano è in possesso di “reperti” recuperati nei luoghi di presunti Ufo crash, da relitti degli oggetti volanti. Insomma gli Usa avrebbero parti e componenti degli Uap, custoditi in luoghi non noti. 

Da Roswell a Washington – D’altronde, che gli Stati Uniti siano in possesso di reperti del genere è uno dei temi che da sempre affascina il mondo intero. Un tema nato per la prima volta quando si verificò il cosiddetto “incidente di Roswell” del 2 luglio 1947 quando un oggetto non identificato precipitò al suolo. La vicenda divenne presto famosa in quanto le prime notizie divulgate dai giornali ipotizzarono che si fosse verificato lo schianto di uno o più UFO al quale, secondo alcune teorie, sarebbe seguito il presunto recupero di cadaveri di extraterrestri da parte dei militari statunitensi ed il successivo trasporto nella misteriosa “Area51”. Le dichiarazioni ufficiali, che parlarono di un pallone sonda schiantatosi al suolo, non convinsero mai gli scettici e da quel momento nacque il mito degli Ufo e di una base militare segreta per il loro studio. Da quel momento si sono registrate centinaia di avvistamenti alcuni smentiti, altri mai chiariti. Il più noto, e misterioso, rimane però il cosiddetto “carosello di Washington” del 1952 quando per diversi weekend i cieli off limits sopra il campidoglio furono illuminati da luci bianche che volteggiavano sopra la città. Oggetti non identificati visti sia dai cittadini sia dai militari sui propri radar tanto che in breve tempo le basi aeree intorno alla capitale vennero allarmate e diversi caccia militari si alzarono in volo. Un volo inutile, però, perché pochi secondi prima che arrivassero nell’area dell’avvistamento gli oggetti non identificati sparirono nel nulla per ricomparire pochi minuti dopo il rientro alla base degli aerei.

Probabilmente non sapremo mai con certezza cosa fossero quelle luci. Non sapremo di preciso cosa cadde a Rosewell nel 1947 e nemmeno se effettivamente, nel deserto del Nevada, esiste una base militare adibita allo studio e alla catalogazione di reperti di questo genere. Ma oggi, per la prima volta nella storia, esiste una certezza: gli UFO esistono.

Perchè il conflitto tra Israele e Palestina è scoppiato proprio ora?

Può non piacere la parola, ma quello che sta avvenendo è un’occupazione,
teniamo 3.5 milioni di palestinesi sotto occupazione. 
Credo che sia una cosa terribile per Israele e per i palestinesi.

-Ariel Sharon-


Sono passati sette anni dall’ultimo scontro armato, sedici dalla ultima intifada. Ora, però, tra Israele e Palestina la tensione accumulata negli anni è esplosa in un vero e proprio conflitto. Improvviso ma non imprevedibile. Un conflitto che insanguina la striscia di Gaza e che ha già provocato 122 vittime, tra cui 20 donne e 31 bambini. Ma perché dopo anni di tensione si è arrivati ad un’escalation di violenza così drammatica. 

Miccia – Ventisette giorni prima del lancio del primo razzo su Gaza, militari israeliani hanno fatto irruzione nella moschea di Aqsa a Gerusalemme. Un raid rapido ma di una ferocia inaudita. I fedeli, raccolti in preghiera per celebrare l’inizio del Ramadan, dispersi con la forza. I cavi dei quattro altoparlanti, che trasmettevano le preghiere dai minareti della moschea, recisi per silenziare uno dei momenti più importanti della religione musulmana. Era il 13 aprile e, oltre all’inizio del mese sacro per i musulmani, si stava celebrando il Memorial Day israeliano per celebrare i caduti in combattimento. L’azione dell’esercito israeliano aveva uno scopo ben preciso: silenziare le preghiere musulmane per evitare che disturbassero le celebrazioni dei potenti vicini. 

Ventisette giorni dopo quell’aggressione il primo razzo colpiva Gaza. Ventisette giorni in cui la situazione è precipitata in modo incontrollabile, come una pallina su un piano inclinato. Come se in ventisette giorni tutti i nodi fossero venuti al pettine. Anni di occupazione in Cisgiordania, di discriminazione, di blocchi e restrizioni a Gaza, di schermaglie e proteste tra due popoli da sempre in conflitto. “È come se per anni si sia accumulata polvere da sparo e ora una miccia è stata accesa all’improvviso” ha commentato Avraham Burg, ex portavoce del parlamento israeliano ed ex presidente dell’Organizzazione sionista mondiale.

Escalation – Quella miccia accesa ha bruciato piano per ventisette lunghissimi giorni. I giovani palestinesi, che da tempo vivono una crescita esponenziale della propria identità nazionale, hanno deciso di non voler restare a guardare di fronte all’ennesima provocazione. Le proteste che hanno infiammato la Cisgiordania nei giorni successivi hanno rapidamente accorciato quella miccia portando quella che sembrava essere una piccola fiamma sempre più vicino all’enorme cumulo di polvere da sparo. Per settimane la Cisgiordania è stata teatro di aggressioni, attentati e scontri impari tra manifestanti palestinesi e militari israeliani. Fino a quando si è raggiunto il punto di non ritorno con due episodi che hanno definitivamente esaurito quella miccia fattasi sempre più corta.

Prima sei famiglie palestinesi sono state sfrattate dalle loro abitazioni dall’esercito israeliano. Sei nuclei familiari rimasti senza una casa per una decisione autonoma delle autorità israeliane nel tentativo di aumentare la presenza ebraica a scapito di quella araba nel rione di Sheikh Jarrah. Uno sfratto, l’ennesimo, che in un altro momento della storia del conflitto eterno tra i due stati, probabilmente, non avrebbe sortito nessun effetto ma che in una situazione di tensione crescente ha contribuito a far aumentare la tensione. Fino all’ultimo, decisivo, episodio: in occasione della “notte del destino”, la ricorrenza più solenne prima della fine del ramadan, i militari israeliani hanno fatto irruzione nella spianata delle moschee lanciando granate stordenti e gas lacrimogeni contro i fedeli in preghiera. L’ennesima aggressione ai danni dei fedeli nel mese più importante per la religione musulmana. Ma la miccia ormai era completamente bruciata e la fiammella che sembrava essere piccola e facilmente domabile come le volte precedenti si è fatta incendio ed ha fatto esplodere la polvere da sparo accumulata per anni. Una pioggia di missili si è abbattuta su Israele dando il via al conflitto che ormai tutti abbiamo imparato a conoscere. 

La politica– Ma manifestazioni, soprusi e violenze in Cisgiordania sono all’ordine del giorno da anni. Perché, allora, questa volta la situazione è degenerata? Perché questa volta da un lato, quello palestinese, c’era una leadership in cerca di riscatto mentre dall’altro c’era un vuoto enorme. Un vuoto che ha portato il leader incaricato di formare un nuovo governo, Benjamin Netanyahu, a forzare la mano mostrando i muscoli contro i palestinesi per ingraziarsi l’estrema destra israeliana ancora titubante sulla possibilità di unirsi alla nuova squadra di governo. Dall’altra parte, però, la risposta è stata diversa da quella che si poteva attendere il leader israeliano. I leader palestinesi di Hamas, che spesso sono stati meno propensi ad aumentare la tensione, per recuperare consensi in costante calo anche in vista delle elezioni che si dovrebbero tenere nei prossimi mesi hanno deciso di cavalcare quel sentimento di orgoglio e rabbia che anima i palestinesi. In un certo senso, per Hamas, i fatti di Sheikh Jarrah e le solite manifestazioni del Ramadan erano un’occasione imperdibile per mettersi a capo delle proteste e riaffermare la propria presa sull’elettorato palestinese. L’occasione è stata colta: Hamas ha di fatto infiltrato i movimenti di protesta con i propri membri, alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e soprattutto superato esplicitamente quella che il governo israeliano considera una linea rossa, cioè la sicurezza degli israeliani che abitano a Gerusalemme e Tel Aviv, prese più volte di mira dai lanci di razzi compiuti in gran parte proprio da Hamas. Così alle forzature di Israele la Palestina non ha chinato la testa subendo le angherie dell’eterno nemico ma ha risposto con ritrovata determinazione.

Nessuno, vedendo quello che stava accadendo nei ventisette giorni prima dei bombardamenti, avrebbe immaginato lo scoppio di un conflitto. Non lo immaginava l’intelligence israeliano che in quelle settimane aveva indicato come principale avversario il Libano sottolineando come invece la Palestina non facesse così paura. Era impensabile per gli osservatori esterni vista la “banalità” delle provocazioni israeliane, non diverse da quelle che da decenni subiscono ogni giorno i palestinesi. Ma questa volta qualcosa è cambiato interrompendo quel circolo di provocazioni- manifestazioni – violenze che da anni si ripeteva all’infinito. Una serie di fattori favorevoli si sono allineati portando ad una deviazione dalla strada tracciata in questi anni.

La camorra e quegli influencer che raccolgono milioni di like sui social

La criminalità organizzata, si sa, insegue potere e consenso. Un modo per aumentare entrambi sembra essere la presenza sempre più massiccia sui social network come dimostra la crescita esponenziale di quelli che stanno diventando veri e propri “influencer”.

“Amori”, “cuori”, “fiori”. Si rivolge così ai propri follower Rita De Crescenzo, quarantenne del Pallonetto di Santa Lucia a Napoli, divenuta negli ultimi tempi una star di Tik Tok, il popolare social network cinese, dove conta più di mezzo milione di follower e ventisei milioni di like. Numeri da influencer con un ampio seguito di giovani e giovanissimi che seguono ogni suo gesto attraverso i video che posta sulla sua pagina a ripetizione. Una vera e propria star del social, al punto da “guadagnarsi” ospitate in tv su reti locali dove si esibisce in canti e balletti insieme ai più vari cantanti neomelodici. Ma diversi contenuti di Rita De Crescenzo si spingono oltre ogni limite: dai suoi balletti davanti agli agenti che gli stanno facendo una multa per guida senza patente, ai vigili chiamati “power ranger” a cui chiede di salutare i suoi fan dopo un’altra multa per essere stata colta senza mascherina. Messaggi non certo positivi lanciati ai suoi “cuori”. Un personaggio, insomma, che non ha mancato di suscitare critiche ma sono tanti, troppi, quelli che la ritengono una influencer al punto da chiederle una dedica o un semplice saluto durante una delle sue dirette.

Ma al di là dei suoi video è quello che si cela dietro “a pazzerella”, come la chiamano i suoi fan, a dover preoccupare maggiormente. Rita De Crescenzo, infatti, è finita al centro delle cronache nel gennaio 2017 quando venne arrestata, insieme ad altre 17 donne, nell’ambito di un’operazione anticamorra che colpì il clan Elia. Le ricostruzioni degli inquirenti fatte anche grazie alle parole di un pentito permisero di accertare come il clan abbia utilizzato le donne, tutte a disposizione del sodalizio, come corrieri della droga per rifornire le principali piazze di spaccio di Napoli. Per destare meno sospetti le donne, tra cui proprio la De Crescenzo, avrebbero addirittura utilizzato i propri figli per consegnare gli stupefacenti in una zona di Napoli compresa tra piazza del Plebiscito e via Santa Lucia.

Con i suoi 500mila follower in costante aumento ed un successo travolgente, Rita De Crescenzo sembra essere il punto più alto di un fenomeno ormai sempre più diffuso sul web: la rappresentazione social della criminalità organizzata. Se nelle scorse settimane si è a lungo parlato della rimozione di murales ed altarini dedicati ai boss nelle vie di Napoli, quello che accade sui social sembra essere un fenomeno simile ed altrettanto preoccupante. Decine di esponenti della criminalità organizzata e di pregiudicati postano ogni giorno contenuti in grado di raggiungere migliaia, se non milioni, di persone a cui lanciare il proprio messaggio. Non solo fenomeni social come “’o Boxer”, originario di Scampia, che nei suoi video racconta di come a causa delle sue “bravate” sia stato trasferito da un carcere all’altro in tutta Italia ma anche vere e proprie pagine dedicate ai boss uccisi e a quelli detenuti. Basta pensare al boss Emanuele Sibillo che, sebbene siano passati quasi sei anni dal suo omicidio, sembra essere più vivo che mai viste le numerose pagine a lui dedicate che postano a ripetizione video con le sue foto e un sottofondo musicale. Video in cui non mancano nemmeno i “cosplay” ossia giovanissimi imitatori del baby boss ma, soprattutto, della sua compagna, Mariarca Savarese. O ancora le registrazioni delle videochiamate tra i detenuti e i suoi familiari postate sui social con messaggi di sostegno a tutti i detenuti affiliati alla criminalità organizzata. C’è chi offende apertamente le forze dell’ordine e chi, senza farsi problemi, pubblica immagini di armi e soldi, inneggiando ai piaceri della malavita.

È la nuova iconografia della camorra che, per stare al passo con i tempi, passa dal web e dalla rappresentazione social delle vite dei criminali. Un fenomeno preoccupante perché in grado di raggiungere milioni di giovanissimi pronti a lasciarsi affascinare da quel mondo. Dalle piattaforme social la criminalità organizzata rinforza il proprio brand, aumenta il proprio potere e lancia i suoi messaggi al mondo. La mafia prova a rendersi cool agli occhi dei più giovani: è questo che deve preoccupare.

Non sono morti bianche: il dramma delle morti sul lavoro

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”
– art. 1, Costituzione Italiana-


Le chiamano “morti bianche”. Come se fossero una fatalità, un tragico evento dovuto al caso o a una distrazione. Ma le morti sul lavoro sono ben altro. Non sono “morti bianche”, termine autoassolutorio che sembra mostrarle come candide, immacolate, innocenti. No, le morti sul lavoro sono tutt’altro che bianche. Dietro ogni vittima si nasconde, nella quasi totalità dei casi, la totale mancanza di rispetto per le norme di sicurezza e lo scarso controllo.

Numeri – Quella delle morti sul lavoro è una strage insopportabile e silenziosa che solo negli ultimi sette giorni ha fatto dieci vittime. Dal Molise all’Alto Adige, passando per Emilia-Romagna e Lombardia, uno stillicidio che travolge tutto il paese e che sembra non arrestarsi. Lo scorso anno stando all’ultimo report dell’Inail,nonostante il lockdown e le restrizioni, i morti sul lavoro sono stati 1.270, 181 in più rispetto ai 1.089 del 2019 (+16,6%). Allargando l’orizzonte temporale, però, si può notare come ci sia una tendenza leggermente in discesa con una diminuzione delle morti sul lavoro di circa il 30% tra il 2008 e il 2017. Ma quel calo dal 2013 ad oggi si è sostanzialmente fermato ed il numero delle vittime, a parte un leggero calo nel 2019, è rimasto pressoché stabile con accenni di crescita come sembra confermare il primo trimestre del 2021 in cui sono stati registrati 144 decessi, 40 in più rispetto allo stesso periodo del 2020 (114). 

L’analisi di genere ci dice che a morire di più sono gli uomini, i cui casi mortali denunciati sono passati da 155 a 171. Le donne sono invece passate da 11 a 14. Se aumentano le morti di lavoratori italiani, calano quelle di extracomunitari e comunitari. Quanto all’età, invece, i morti sul lavoro under 40 sono stati 17 in meno, mentre sono aumentati quelli nella fascia 50-59 anni, che sono passati da 52 a 70 casi e quelli nella fascia 60-69 anni, che sono addirittura raddoppiati, passando da 19 a 38.

Al di là delle statistiche, freddi numeri poco rispettosi delle storie che si porta via ogni incidente, sembra chiaro come in Italia si muoia ancora troppo di lavoro e per il lavoro. Una media di oltre mille morti ogni anno, considerando anche le cosiddette “morti in itinere” ossia quelle vite spezzate nel tragitto tra casa e lavoro, rende il nostro paese uno tra i peggiori in Europa con 2,25 morti ogni 100mila lavoratori a fronte degli 0,78 di Germania e Regno Unito.

Infortuni – Unico dato che, invece, sembra essere positivo è quello relativo agli infortuni sul lavoro. Nei primi tre mesi di quest’anno, infatti, sono state 128.671 le denunce di infortuni, con una diminuzione consistente rispetto alle 130.000 dello stesso periodo del 2020 quando si era registrato, anche a causa del lockdown, il minor numero di denunce da oltre un decennio. Dopo il picco del 2008, quando in Italia si contarono 872.500 infortuni sul posto di lavoro, il dato è calato sensibilmente fino al 2013 quando ha iniziato una fase di stabilizzazione che ha visto negli anni successivi i dati rimanere costantemente intorno ai 650mila infortuni annui. Centomila in meno se ne sono invece registrati nel 2020 (554mila)

Controlli – Perché in Italia si continua a morire? L’ultimo rapporto dell’ispettorato nazionale del lavoro parla chiaro: il 79,3% delle aziende ispezionate l’anno scorso per verificare la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è risultata irregolare. In particolare, nel 15% dei casi gli ispettori hanno rilevato la presenza di attrezzature di lavoro e dispositivi di protezione individuali non conformi, mentre in un altro 14% la valutazione dei rischi è risultata mancante o inadeguata. Ma c’è un dato che deve far riflettere ancora di più: l’anno scorso le imprese ispezionate per una verifica sul rispetto delle norme di sicurezza sono state poco più di diecimila. Poche, pochissime. È per questo che non ci si può trincerare dietro la definizione di “morti bianche” o di tragiche fatalità, ma bisogna avere il coraggio di ammettere che ci siano delle responsabilità enormi. È su questo punto che bisogna investire. Nel piano nazionale di ripresa e resilienza si parla della prossima assunzione di 2.000 nuovi ispettori su un organico corrente di circa 4.500. L’obiettivo è aumentare i controlli del 20% entro il 2024. Basterà?

Colpo di mano in Francia: un Parlamento deserto approva la legge sulla sicurezza globale

“Allons enfants de la Patrie,
Le jour de gloire est arrivé!
Contre nous de la tyrannie,
L’étendard sanglant est levé!”


75 voti favorevoli e 33 contrari. Un parlamento svuotato, con circa il 90% dei parlamentari assenti, ha approvato in Francia la “legge per la sicurezza globale”. Fortemente contestata per le pesanti limitazioni imposte ad attivisti e manifestanti era stata al centro delle polemiche nei mesi scontri con una serie di proteste che per settimane avevano attraversato tutto il paese.

Proteste – Era inizio dicembre quando le strade e le piazze francesi si riempirono di manifestanti pronti a tutto per impedire l’approvazione di una legge considerata liberticida. Una serie di interventi a dir poco scomposti delle forze dell’ordine, tra cui il pestaggio a freddo di un produttore musicale, combinata all’annuncio di una legge sulla “sicurezza globale” aveva portato oltre mezzo milione di persone in piazza. A destare particolare preoccupazione era l’art. 24 della proposta di legge che prevedeva una pena minima di un anno di reclusione e una multa di 45mila euro per chiunque diffonda “con qualunque mezzo, al fine di minarne l’integrità fisica o psicologica, l’immagine del volto o qualsiasi altro elemento di identificazione di un funzionario della polizia nazionale o di un agente della gendarmeria nazionale quando agisce nell’ambito di un’operazione di polizia”. Un articolo che secondo molti, dai giornalisti agli attivisti, avrebbe rischiato di porre un limite grave alla libertà di stampa e non solo impedendo la diffusione tout court delle immagini raffiguranti agenti in servizio. 

Ma non è tutto. Perché se l’art. 24 era stato la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, anche altri passaggi erano stati pesantemente criticati: una facilitazione dell’accesso alle immagini dei sistemi di videosorveglianza da parte della polizia; il rafforzamento dei poteri della polizia locale; la possibilità di utilizzare i droni della polizia anche durante le manifestazioni per identificare i manifestanti. Una serie di proposte che secondo il partito del presidente Macron “En Marche”, che ha proposto la legge, avrebbe dovuto tutelare la sicurezza degli agenti francesi ma che sono state immediatamente viste come misure pesanti in grado di limitare le libertà di tutti.

Legge – In un parlamento con 469 assenti, giovedì 15 aprile è stato dunque approvato il testo definitivo che si prepara ad entrare in vigore con un testo leggermente diverso da quello che aveva scatenato le proteste. Il tanto contestato art. 24 è stato interamente riscritto ma il risultato non è cambiato: rimosso il riferimento alla diffusione di “immagini o video”, la nuova norma introduce un nuovo reato nel Codice penale che punisce con cinque anni di reclusione e fino 75 mila euro di multa qualsiasi “provocazione [nel senso di incitare, invocare] dell’identificazione” di un gendarme, di un ufficiale di polizia, di un doganiere o dei loro parenti, “con il chiaro scopo di causare danni fisici o psicologici.” Non si parla esplicitamente di immagini e video, ma sono aumentati gli anni di reclusione e l’ammontare della multa. Modificato anche l’art. 21 con una stretta decisa sull’informazione data dal divieto ai media di diffondere il materiale fotografico e video delle body camera degli agenti perché, secondo la maggioranza di Governo, nel caso in cui circolassero immagini delle reazioni violente della polizia durante delle manifestazioni, si creerebbe un sentimento ostile nei confronti degli agenti. Restano invece la possibilità di utilizzare i droni in qualsiasi occasione per identificare i cittadini e quella di visionare senza limiti le immagini di telecamere di sicurezza anche private. Il resto del testo non è meno problematico per quanto concerne lo stato di diritto: siamo di fronte a un allargamento dei poteri della polizia e della gendarmeria che saranno concessi anche alla polizia municipale, ma soprattutto alla sicurezza privata. Infatti, la legge mira a creare un “continuum di sicurezza” in Francia rafforzando le prerogative della polizia municipale e degli agenti di sicurezza da un lato, e facilitando l’accesso ai mezzi tecnici (droni, telecamere pedonali, videosorveglianza) dall’altro.

A nulla sembrano essere servite le proteste contro una legge giudicata liberticida. A nulla è servito il richiamo delle Nazioni Unite che nel dicembre scorso avevano richiesto alla Francia, a seguito delle pesanti proteste, di riscrivere interamente la legge perché giudicata troppo pesante. In un giovedì grigio il parlamento francese, o meglio una parte molto piccola del parlamento francese, ha dato un segnale forte e grave. La legge sulla sicurezza globale va avanti come era stata pensata. Con buona pace di chi sogna la libertà di stampa e di espressione.

Guida al dark web: il lato oscuro di internet dove tutto è lecito

Internet ha riaperto i giochi ma li ha anche confusi:
lo struscio elettronico consente i bluff dei vigliacchi e le bugie dei mitomani
.”
-Massimo Gramellini-


Diecimila euro in bitcoin, suddivisi in quattro pagamenti, per assoldare un sicario e provocare lesioni gravi alla ex che non voleva tornare con lui. Era questo il piano di un manager 40enne milanese finito in manette questa settimana con l’accusa di stalking e tentate lesioni aggravate su richiesta del procuratore romano Michele Prestipino. Quello che rende la vicenda inquietante è la facilità con cui il manager milanese è riuscito a mettersi in contatto con il gruppo di sicari chiamato “Assassins” per chiedere di effettuare l’aggressione alla donna. È bastato rivolgersi al dark web, la parte più oscura di internet in cui è possibile trovare di tutto: dalla droga ai sicari passando addirittura per il mercato nero dei vaccini anti covid.

Cos’è – La definizione più banale del cosiddetto dark web è apparentemente anche quella più corretta: una porzione di internet non indicizzata sui principali motori di ricerca e non raggiungibile attraverso i comuni browser. Nato per esigenze militari negli Stati Uniti, sviluppato dalla US Naval Research Lab per aumentare la sicurezza delle comunicazioni e dei contenuti, il dark web è divenuto accessibile a tutti nei primi anni duemila con lo sviluppo di un apposito browser da parte del “Tor Project”. Per accedere al dark web, infatti, è necessario utilizzare un browser anonimo specifico, come Tor o Ahmia, in grado di instradare le tue richieste di pagine web attraverso una serie di server proxy gestiti da migliaia di volontari in tutto il mondo, rendendo il tuo indirizzo IP non identificabile e irrintracciabile. L’attività degli utenti, dunque, è crittografata e protetta e di conseguenza non rintracciabile garantendo così un ampio anonimato.

Anche se spesso vengono accostati, vi è una differenza enorme tra il deep web ed il dark web. Con il primo termine, infatti, ci si riferisce a tutti quei siti che non sono rintracciabili nei motori di ricerca ma che sono raggiungibili con i comuni browser come Chrome o Firefox. Le mail, ad esempio, o le pagine riservate dei servizi di home banking rientrano in questa definizione non essendo direttamente raggiungibili dai motori di ricerca ma solo attraverso una più lunga procedura che prevede l’accesso tramite link diretto o una password. Si stima che circa il 90% dei contenuti presenti in rete siano riconducibili a questa categoria mentre solo il 5% ricada nel cosiddetto “Surface web” ovvero quei contenuti raggiungibili tramite una normale ricerca testuale sui comuni motori di ricerca. Il restante 5%, invece, è il dark web. Contenuti raggiungibili solo ed esclusivamente tramite browser appositi il cui contenuto, non sempre ma molto spesso, è di natura illegale.

Cosa succede – Non tutto quello che accade nel dark web, infatti, è illegale e spesso è anzi utilizzato per garantire la propria privacy e sfuggire a qualche genere di repressione. Tor è stato ampiamente usato, ad esempio, nel 2010 per organizzare le rivolte della Primavera Araba ed è utilizzato ampiamente in Cina per evitare la censura governativa. Molte testate giornalistiche e organizzazioni per i diritti umani utilizzano addirittura il dark web per farsi inviare nel modo più sicuro possibile materiale dalle proprie fonti più sensibili. Addirittura i principali social network hanno un proprio sito con dominio “.onion”, il più usato nel dark web, per permettere di accedere anche dalla parte più oscura di internet.

Ma, come ampiamente noto, la maggior parte di quello che accade nel dark web è oltre qualsiasi soglia di legalità. Nel 2016, Daniel Moore e Thomas Rid provato a mappare i siti presenti nel dark web. Hanno identificato 5.205 siti, quasi il 48% apparentemente inattivi e privi di contenuto. Di quelli che sembravano attivi, ben più della metà appariva illecita, ospitando una serie molto diversificata di attività illecite: 423 siti che apparentemente commerciano o producono droghe illegali, compresi medicinali soggetti a prescrizione ottenuti illegalmente; 327 siti si propongono come facilitatori per la criminalità finanziaria, come il riciclaggio di denaro sporco, la contraffazione o il commercio di conti o carte di credito rubati; 122 siti contenevano pornografia “che coinvolge bambini, violenza, animali o materiale ottenuto senza il consenso dei partecipanti”. Inoltre, Moore e Rid hanno individuato 140 siti che “sposano ideologie estremiste” o “sostegno alla violenza terroristica”, alcuni con guide pratiche o forum di comunità estremiste. 

Si tratta di numeri ovviamente indicativi e non aggiornati ma che danno ampiamente idea di cosa accada nel dark web. Senza mai utilizzare denaro vero ma attraverso pagamenti in criptovalute, come ad esempio i bitcoin, che garantiscono un maggior anonimato è possibile comprare praticamente di tutto. In siti in tutto e per tutto simili ai più noti store online si possono ordinare senza alcuna difficoltà armi, droghe di ogni tipo, sicari e nelle ultime settimane anche vaccini anti covid. Un mercato immenso e con prezzi bassissimi: con 130 euro in criptovalute si acquistano due grammi di cocaina pura, con 1.500 euro si assolda un killer professionista e basta un piccolo sovrapprezzo se si vuole che sembri un suicidio. Ma si trovano facilmente anche iPhone X “ricondizionati” (e il venditore assicura che non sono segnalati come rubati) a meno di 300 euro. Si tratta insomma di un vero e proprio territorio franco in cui operare coperti da un anonimato quasi totale. In quella minuscola porzione di internet si può trovare davvero di tutto, basta cercarlo. L’unica cosa che lo rende ancora poco diffuso, per fortuna, è la difficoltà di accesso ai siti che, non essendo indicizzati, devono essere raggiunti tramite link diretto da reperire tramite passaparola o su altri siti comunque difficilmente raggiungibili. Ma una volta superato quello scoglio sembra davvero di trovarsi in un paradiso criminale.

Venduti dalla polizia ai narcos per 43 euro: così sono morti i tre italiani in Messico

Nell’aula di tribunale di Tecalitlan in cui si celebra il processo ai tre poliziotti accusati della loro “sparizione forzata” emergono dettagli inquietanti sulla fine di Antonio Russo, Raffaele Russo e Vincenzo Cammino, spariti nel nulla il 31 gennaio 2018 e mai ritrovati.

Una poliziotta esce dall’aula di tribunale in cui sta per essere pronunciata una sentenza di condanna a suo carico, sale su una macchina e fugge. È Linda Guadalupe Arroyo, la poliziotta imputata insieme con i colleghi Salomon Adrian Ramos Silva ed Emilio Martines Garcia per la “sparizione forzata” dei tre italiani, di cui si sono perse le tracce in Messico il 31 gennaio 2018. La donna ora è ricercata, visto che la legislazione messicana non prevede la condanna in contumacia, mentre per gli altri due è arrivata la condanna.

È solo l’ultimo di una serie di colpi di scena che hanno fatto emergere quanto accaduto ai tre italiani spariti nel nulla due anni fa. Raffaele Russo, Antonio Russo e Vincenzo Cimmino si trovavano nel paese centroamericano per vendere generatori elettrici di fabbricazione cinese e di scarso valore quando sono spariti nel nulla. Proprio la vendita di quei generatori sarebbe stata all’origine della sparizione ordinata da Jose Guadalupe Rodriguez Castillo, detto “don Lupe”, boss del cartello “Jalisco Nueva Generation”. Sentendosi truffato dai tre italiani, don Lupe avrebbe commissionato ai tre poliziotti il rapimento dei tre italiani dietro un compenso di 43 euro a testa. Fingendo un fermo di polizia Arroyo, Silva e Garcia avrebbero così fatto Raffaele Russo mentre si trovava in auto per raggiungere un appuntamento di lavoro e qualche ora dopo Antonio Russo e Vincenzo Cimmino che, insospettiti dall’assenza di notizie, avevano iniziato a cercarlo. Consegnati al cartello di Jalisco, uno dei cartelli di narcotrafficanti più potenti del Messico, i tre sarebbero stati uccisi su ordine di don Lupe e i loro corpi fatti sparire per non essere mai più ritrovati.

Si giunge così ad una prima, parziale, verità su quanto accadde ad inizio 2018 in Messico. Oltre ai due agenti condannati nei giorni scorsi, le cui pene saranno rese note a breve, e alla donna fuggita ed in attesa di giudizio per l’impossibilità di una condanna in contumacia, per la sparizione forzata dei tre italiani era stato arrestato un quarto agente che è però deceduto in carcere in circostanze da chiarire pochi mesi prima dell’inizio del processo. Incriminati, ma mai arrestati perché avevano già fatto perdere le proprie tracce, altri tre agenti in servizio quel giorno tra cui il capo della stazione di polizia di Jalisco. Proprio li, infatti, secondo le prime ricostruzioni, sarebbero stati portati i tre dopo il loro finto arresto e in attesa della consegna agli uomini del cartello. Nel frattempo gli uomini del cartello di Jalisco hanno annunciato la morte di don Lupe in uno scontro a fuoco con un cartello rivale. Difficile, però, pensare che sia realmente morto e non si tratti di una strategia per far calare l’attenzione delle forz dell’ordine su di lui.

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