Author Archives: Marco Colombo

Una pandemia di plastica: come il covid-19 sta avvelenando l’ambiente

Felicità è trovarsi con la natura, vederla, parlarle”
-Lev Tolstoj-


L’uscita dalla pandemia sarà lunga e tortuosa. Non tanto dal punto di vista sanitario, dove grazie ai vaccini si inizia ad intravedere una luce in fondo al tunnel, quanto dal punto di vista ambientale. Guanti, mascherine, calzari, tute monouso, gel igienizzanti e chi più ne ha più ne metta. Siamo di fronte ad una vera e propria invasione di prodotti monouso che stanno sommergendo il mondo di plastica.

I DPI – Con la Direttiva 2019/904 l’Unione Europea aveva deciso di vietare a partire dal 1° gennaio 2021 la vendita in Europa di stoviglie monouso con lo scopo di promuovere un approccio circolare ai consumi, privilegiando prodotti riutilizzabili, sostenibili e non tossici. Una direttiva che avrebbe reso l’Unione Europea una zona “plastic free” ma che, avendo preso le mosse nel 2018, non poteva prevedere quello che sarebbe successo da lì a un anno. L’arrivo della pandemia ha portato infatti con sé l’utilizzo di massa di Dispositivi di Protezione Individuale, gli ormai arcinoti DPI, che non solo sono costituiti principalmente da materiale composito ma essendo potenzialmente infetti non possono essere differenziati né riciclati. A ciò si aggiunge un aumento di confezioni in plastica per il mercato alimentare conseguente da un lato ad un aumento vertiginoso delle consegne a domicilio di piatti già pronti conservati in vaschette monouso e dall’altro al massiccio ritorno di imballaggi in plastica nei supermercati per motivi di igiene. Così, dopo anni di calo e di scelte volte ad eliminarla dalle nostre vite, il mercato della plastica torna a crescere in modo vertiginoso grazie alla pandemia: dai 900 miliardi di dollari del 2019 alla cifra stellare di 1.012 miliardi nel 2021.

Secondo un recente studio del Politecnico di Torino si stima che solo in Italia vengano utilizzate ogni mese un miliardo di mascherine usa e getta e 500 milioni di guanti monouso. A livello globale il conto sale a 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti ogni mese. Una vera e propria ondata di plastica che sta sommergendo il mondo provocando un pericoloso aumento dell’inquinamento, soprattutto in fiumi e mari, che mette a rischio milioni di specie animali e vegetali. Un’ondata di plastica monouso che sta avendo effetti tangibili anche nel nostro paese con gli impianti di smaltimento ormai ai limiti e mascherine gettate un po’ ovunque nelle nostre città e non solo da qualche incivile. In presenza i rifiuti con una vita brevissima come i DPI, come d’altronde per tutti gli altri rifiuti anche al di fuori della pandemia, il corretto smaltimento diventa di cruciale importanza. Guanti e mascherine monouso utilizzati dalla popolazione vanno smaltiti come rifiuti urbani e gettati nell’indifferenziata, mentre tutti i rifiuti provenienti da ospedali o strutture sanitarie in generale vanno considerati come rifiuti pericolosi a rischio infettivo e devono essere smaltiti mediante termodistruzione in impianti autorizzati. Ma a lanciare l’allarme su questo punto è stata la Presidente del WWF Donatella Bianchi: “se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e magari disperso in natura, questo si tradurrebbe in ben 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente, che corrispondono a oltre 40 mila chilogrammi di plastica in natura”.

Il riciclo – All’aumento della domanda di prodotti plastici monouso, sia DPI che imballaggi, è corrisposto però un calo del riutilizzo e del riciclo. Da un lato i dispositivi di protezione individuale non possono essere differenziati e dunque non sono destinati ad alcun tipo di recupero, dall’altro, come testimoniato da un report della Reuters, il calo della produzione durante i lockdown ha fatto calare drasticamente il prezzo del petrolio come conseguenza del calo della domanda ed ha reso così più conveniente produrre plastica vergine che da materiali riciclati. Alla luce della minore domanda di plastica riciclata, molte amministrazioni locali europee hanno avuto difficoltà nel gestire lo smaltimento dei rifiuti plastici in modo sostenibile. Con la conseguenza che sempre più plastica rischia di essere smaltita nelle discariche o peggio dispersa nell’ambiente. Un circolo vizioso che ha di fatto incentivato la nascita di miliardi di tonnellate di materiali plastici vergini e non destinati al riciclo.

Vi è poi un ulteriore elemento emerso da un’importante inchiesta trasmessa l’anno scorso dalla Pbs e dalla National public radio (Plastic wars) secondo cui il riutilizzo ed il riciclo sarebbero un’illusione: per molti composti non c’è alcuna possibilità di riuso e per altri è raramente conveniente, ad oggi, sul piano economico o energetico. Nei documenti delle grandi aziende petrolchimiche esposti dai giornalisti il marketing legato al riciclo assume una nuova faccia: pensare che sia possibile dare nuova vita a vestiti o pacchetti fatti di materiali plastici tiene in piedi il consumo. Far credere ai consumatori che per la plastica che stanno utilizzando vi sia la possibilità di una seconda vita fa aumentare le vendite anche se poi quella plastica non vedrà mai alcun tipo di riutilizzo.

La pandemia ha reso poi di fatto reso secondaria la questione ambientale. La necessità di una maggior protezione personale e l’illusione di una maggior igiene data dagli imballaggi monouso hanno fatto schizzare a livelli al limite del catastrofico. Eppure, i danni ambientali riconducibili a un uso sconsiderato della plastica- dimostrati da anni di studi e ormai sotto gli occhi di tutti- non sono cambiati. Montagne di rifiuti, biodiversità danneggiata, risorse contaminate sono solo alcuni dei risvolti negativi di un materiale che, anche a fronte di lunghissimi tempi di degrado, può essere considerato a ragione uno dei maggiori nemici pubblici dell’ambiente.

Fukushima 10 anni dopo: quel che resta di un disastro

Sono passati dieci anni dal disastro nucleare di Fukushima e mentre la decontaminazione procede a rilento il governo invita gli sfollati a tornare nelle proprie abitazioni. Con il nostro speciale facciamo il punto sulla situazione nell’area intorno alla centrale e sullo stato di avanzamento dei lavori di messa in sicurezza.

Prima la terra che trema, poi l’acqua che travolge tutto. Sono passati 10 anni da quell’11 marzo 2011 in cui un terremoto di magnitudo 9 sconvolse il Giappone provocando uno tsunami di 40 metri che si abbatté con una forza devastante sulla costa nipponica colpendo, tra le altre, la centrale nucleare di Fukushima. Il doppio disastro provocò così il più grave incidente nucleare dopo quello di Chernobyl con conseguenze che continuano tutt’ora. Se il governo giapponese, che vede la riqualificazione dell’area come un simbolo della rinascita nazionale, incoraggia gli abitanti sfollati a tornare nelle proprie case grazie ad ingenti aiuti finanziari è invece evidente come l’area sia ancora tutt’altro che abitabile. Tante sono infatti le incognite e le sfide che le autorità giapponesi devono affrontare per mettere in sicurezza l’area ed occorre ancora un intervento su più livelli che richiederà almeno altri vent’anni per dirsi concluso.

Innanzitutto, vanno completate le operazioni di smantellamento della centrale al cui interno sono ancora presenti ingenti quantità di sostanze radioattive. La Tepco, la più grande compagnia elettrica del Giappone che gestisce l’impianto, ha da poco annunciato di aver completato la rimozione di tutte le 566 barre del reattore 3, il primo per il quale sia stato avviato il delicato lavoro, eseguito in modo automatizzato con una gru azionata a distanza. La rimozione da tutti e tre i reattori della centrale dovrebbe essere completata per il 2031. Ma questa rimane la parte meno complessa del lavoro visto che una volta rimosse le barre di combustibile dai reattori 1 e 2, i più colpiti dall’incidente, andrà rimosso il combustibile fuso. Si stima che nei tre reattori colpiti, essendo rimasti sostanzialmente intatti i reattori 4 5 e 6, siano presenti tra le 500 e le 800 tonnellate di combustibile fuso che dovrà essere “neutralizzato” e poi rimosso con operazioni che potrebbero richiedere alcuni decenni non essendo nota né l’esatta quantità né la posizione precisa ed essendo il livello di radiazioni ancora molto elevato.

Il problema principale, relativamente alla centrale, rimane poi quello dello smaltimento delle acque utilizzate durante e dopo l’incidente per il raffreddamento dei reattori. Nei dieci anni trascorsi sono state pompate nei reattori 1,24 milioni di tonnellate di acqua, oggi stoccate in circa mille serbatoi che occupano pressoché tutto lo spazio disponibile nell’area della centrale. L’acqua è stata trattata per essere depurata da molti elementi radioattivi, ma rimane contaminata da trizio, un isotopo dell’idrogeno relativamente assai difficile da separare dalle molecole di H2O. La proposta delle autorità di sversarle in mare è stata accolta con sconcerto da tecnici ed ambientalisti che hanno sottolineato i rischi che questo comporterebbe per la natura e per l’uomo. A dieci anni dal disastro, però, ancora non si è giunti ad una soluzione ma ora il tempo stringe: secondo le stime nel 2022 non ci sarà più spazio per contenere l’acqua di raffreddamento che aumenta ogni giorno di circa 160 tonnellate. Ad oggi la possibilità che vengano liberate in modo progressivo in mare non è così remota e per renderla ancor più fattibile la Tepco si sta impegnando a ridurre al minimo possibile le sostanze radioattive presenti nell’acqua anche se sarà impossibile eliminarle del tutto. Con buona pace di pesci ed industria ittica.

Ma se l’area della centrale è ancora fortemente compromessa, meglio on va per le zone circostanti. Circa l’85% della cosiddetta “area speciale”, quella zona che si estende in un raggio di 30 km intorno centrale evacuata a seguito dell’incidente, è ancora fortemente contaminata. Nonostante questo, però, già dal 2017 il governo giapponese esorta molti sfollati a far rientro nelle proprie abitazioni. Spesso, addirittura, gli abitanti della zona sono stati di fatto costretti a rientrarvi a seguito della classificazione delle loro abitazioni come sicure ed il conseguente stop ai sussidi statali previsti per gli sfollati. Quelle case, però, rimangono tutt’altro che sicure. Nonostante il programma di decontaminazione, l’analisi dei dati del Governo mostrano che solo il 15% dell’area risulta ripulito e vivibile. Nel caso di Namie, una delle zone dichiarate nuovamente abitabili, dei 22.314 ettari che compongono il territorio solo 2.140 sono stati decontaminati. Continuando a revocare gli ordini di evacuazioni in aree ancora così altamente contaminate, il governo sta di fatto esponendo i propri cittadini a rischi altissimi con possibili conseguenze devastanti sulla salute della popolazione. Greenpeace l’ha definita una violazione dei diritti umani. Per il Giappone, invece, è un modo per far credere al mondo che tutto stia tornando alla normalità. Ma di normale, a dir la verità, c’è ben poco.

Il pentito che accusa Giorgia Meloni: “Diede 35mila euro ai clan per ottenere voti”

Dalle parole di un collaboratore di giustizia arrivano pesanti accuse verso la leader di Fratelli d’Italia. Agostino Riccardi racconta ai magistrati romani di come Giorgia Meloni avrebbe pagato 35mila euro ai clan rom in cambio di voti per le elezioni politiche del 2013.

La denuncia arriva direttamente dalle parole del collaboratore di giustizia Agostino Riccardi ed è una di quelle notizie che, potenzialmente, potrebbero scatenare un terremoto politico. Parlando con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia capitolina, Riccardi ha rivelato di come in occasione delle elezioni politiche nel 2013 Fratelli d’Italia avrebbe cercato il supporto e i voti dei clan. Con la sua collaborazione Riccardi sta aiutando i pm romani a ricostruire le vicende relative al clan nomade Travali, già finito al centro delle polemiche nei giorni scorsi per il video rap dei rampolli del clan.

Proprio il clan Travali, colpito duramente con l’indagine “Reset” delle scorse settimane, Fratelli d’Italia si sarebbe rivolto in cerca di voti. Secondo le parole del collaboratore di giustizia, infatti, sarebbe stata la stessa Giorgia Meloni a recarsi da loro per chiedere un sostegno in vista della tornata elettorale su suggerimento di Pasquale Maietta, all’epoca astro nascente della formazione politica poi finito al centro delle cronache per i suoi legami con i clan e con il boss dei Casamonica Costantino “Cha Cha” Di Silvio. “Nel 2013 alle elezioni politiche, prima di conoscere Gina Cetrone, presentata da Di Giorgi, al bar eravamo io, Pasquale Maietta, Viola, Giancarlo Alessandrini” si legge nelle dichiarazioni di Riccardi. “Maietta ci presentò Giorgia Meloni. Era presente anche il suo autista. Parlavamo della campagna elettorale e Maietta disse alla Meloni che noi eravamo i ragazzi che si erano occupati delle campagne precedenti per le affissioni e per procurare voti. Parlarono del fatto che Maietta era il terzo della lista, prima di lui c’erano Rampelli e Meloni, nonché del fatto che Rampelli, anche se eletto, si sarebbe comunque dimesso per fare posto al Maietta”. Ma ovviamente quei “ragazzi” non si sarebbero occupati gratuitamente della campagna elettorale di Fratelli d’Italia. Quando Maietta si rivolse alla Meloni per dirle che c’era bisogno di un pagamento lei non si sarebbe fatta troppi scrupoli: “Non c’è problema.” Avrebbe detto “Parlatene con il mio segretario” avrebbe detto.

L’incontro tra gli uomini del clan e il segretario di Giorgia Meloni si sarebbe svolto nei giorni successivi al Caffè Shangrila di Roma e in breve tempo, “senza usare telefoni o altre apparecchiature elettroniche”, si arrivò ad un accordo. Fratelli d’Italia avrebbe infatti pagato al clan 35mila euro per procurare voti e affiggere manifesti elettorali in giro per la città di Latina, pesantemente controllata dal clan nomade come testimoniato dalle recenti inchieste.

Si tratta, come comprensibile, di dichiarazioni che potrebbero avere ripercussioni pesantissime sul partito e sull’immagine di Giorgia Meloni. Dopo le numerose inchieste che negli ultimi anni hanno portato alla luce legami tra esponenti del partito, soprattutto a livello locale, e criminalità organizzata le parole di Riccardi mettono per la prima volta in relazioni i vertici del partito con un potente clan mafioso. Se fino ad ora Giorgia Meloni aveva (quasi) sempre avuto parole di condanna per chi, nel suo partito, veniva coinvolto in inchieste di mafia ora si ritrova coinvolta in prima persona ed è chiamata a difendersi. La prima risposta è ovviamente arrivata via Facebook con un video in cui la leader di Fratelli d’Italia ha smentito tutto: “Io non faccio affari con i rom, io non metto i soldi nelle buste del pane, la notizia è inventata” ha commentato “Devo pensare che gli inquirenti l’abbiano considerata infondata altrimenti mi avrebbero chiesto conto di una notizia che mi infanga e mi chiedo come sia possibile che una rivelazione del genere sia finita su Repubblica, senza che nessuno abbia inteso chiedermi un punto di vista. È partita la macchina del fango contro l’unico partito di opposizione. Non ci facciamo intimidire. Gli ultimi sondaggi ci danno sopra il 18%”.

Sui rider troppi punti di svolta e troppi pochi cambiamenti

“Non è più tempo di chiamarli schiavi, è tempo di renderli cittadini”.


Quella che si è abbattuta sulle principali aziende di delivery è una vera e propria tempesta. L’inchiesta condotta dalla Procura di Milano e conclusa questa settimana ha infatti stabilito che 60.511 i rider che fino ad oggi hanno sfidato il traffico delle città a loro rischio e pericolo ora dovranno essere assunti con le dovute tutele antiinfortunistiche e previdenziali. È una svolta che potrebbe riscrivere le regole di un settore che, anche grazie alla pandemia e alle chiusure dei locali, è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. L’inchiesta si inserisce però in un dibattito che dura da anni e che già tante volte nel passato ha visto episodi che sembravano poter rappresentare una svolta epocale.

Sentenze – Non è la prima volta, infatti, che nei tribunali italiani si parla di rider e dei loro diritti. Una prima breccia nel sistema del delivery era stata aperta da cinque rider torinesi che avevano deciso di fare causa a Foodora, nel frattempo acquisita da Glovo, chiedendo che il giudice del lavoro riconoscesse il loro rapporto di lavoro subordinato con la società. Istanze respinte in blocco in primo grado ma parzialmente accolte in secondo quando il giudice, pur respingendo l’ipotesi di un contratto a tempo indeterminato come da loro richiesto, aveva chiesto l’applicazione di un contratto di collaborazione diretta con retribuzione comunque commisurata ai parametri del contratto nazionale della logistica e trasporto merci.

Una sentenza che sembrava potesse dettare la linea per una tutela sempre maggiore dei rider e dei loro diritti e che, invece, meno di un anno dopo è stata in parte smontata dal Tribunale di Firenze. I rider, secondo i giudici fiorentini, sono lavoratori autonomi “perché possono decidere se e quando lavorare senza doversi giustificare”. L’esclusività del rapporto, l’uso della piattaforma, il meccanismo dell’algoritmo che punisce chi rifiuta le chiamate non sono elementi sufficienti a incarnare un rapporto di lavoro stabile. Non ha quindi senso in base a questa sentenza, che ne ricalca una precedentemente emessa dal Tribunale di Milano, parlare di un rapporto stabile regolabile con contratto a tempo indeterminato.

Ma nemmeno la pronuncia della corte di Firenze ha fatto scuola al punto da generare un cambiamento in quella direzione tanto che solo pochi mesi fa, nel novembre 2020, il Tribunale di Palermo ha pronunciato una sentenza storica accogliendo in pieno la richiesta di un rider di 49 anni, Marco Tuttolomondo che voleva essere assunto a tempi indeterminato. La sentenza ha obbligato la multinazionale Glovo ad assumere il rider ai sensi del contratto del terziario e con un inquadramento di sesto livello: paga mensile di 1.200 euro netti, versamento dei contributi pensionistici, assicurazione contro gli infortuni, tredicesima, malattia. La sentenza ha in pratica accertato che Tuttolomondo lavorava in maniera esclusiva e continuativa per la piattaforma Glovo e per un numero considerevole di ore.

Politica – Una serie di sentenze contrastanti che dimostrano come nel nostro paese il tema dei rider sia sempre di estrema attualità dando continuamente l’impressione di essere a un punto di svolta. Come nell’agosto 2019, a pochi giorni dalla caduta del Governo gialloverde, quando Luigi Di Maio rivendicava i risultati della sua battaglia da ministro del Lavoro a favore dei rider: “Basta sfruttamenti. Abbiamo dato ai rider la dignità del lavoro e la possibilità di scegliere se e come lavorare. Questa è la verità. Questi sono i fatti. E ci riempiono di orgoglio”. A un anno dall’insediamento, infatti, l’esecutivo sembrava finalmente aver centrato uno dei principali obiettivi dichiarati dai pentastellati: la tutela dei lavoratori della cosiddetta gig economy. Era nato così il “decreto tutela rider”, convertito in legge nel novembre 2019, volto a regolare il settore stabilendo i livelli minimi di tutela “per i lavoratori impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e attraverso piattaforme digitali”.

La legge prevede la possibilità di stabilire i compensi anche, e dunque non esclusivamente, tramite contrattazione collettiva e stabilisce di fatto due soli principi: il compenso, fissato individualmente o tramite contrattazione collettiva, potrà essere determinato in base alle consegne effettuate purché in misura non prevalente e il corrispettivo orario sarà riconosciuto a condizione che per ciascuna ora lavorativa il lavoratore accetti almeno una chiamata. Inoltre, il decreto ha inserito nell’ordinamento italiano l’obbligo per le aziende di garantire copertura assicurativa ai rider, di fornire ai lavoratori i dispositivi di protezione individuale, di informare e formare i lavoratori e sottoporli a sorveglianza sanitaria.

Ancora una volta, però, quello che sembrava un punto di svolta epocale si è tradotto in un nulla di fatto. Quella che poteva essere una grande opportunità di regolamentare un settore sempre più in crescita si è di fatto concretizzata con un provvedimento troppo blando che, non a caso, non ha interrotto le rivendicazioni dei rider portando a continui cambi di rotta sull’argomento. La debolezza del legislatore sul tema ha generato confusione portato alle sopracitate sentenze contrastanti e non riuscendo a fare ordine in una materia così complessa. Ora arriva l’intervento a gamba tesa della Procura di Milano che sottolinea come i rider non siano schiavi ma cittadini e che per questo devono essere tutelati anche con un contratto subordinato. Ma quali saranno le conseguenze di questo ennesimo intervento sul tema? Sarà in grado di essere realmente un punto di svolta per i rider? L’impressione è che senza un intervento deciso e coraggioso del legislatore non si possano superare le criticità presenti nel sistema. Non basta esultare per i continui riconoscimenti dei diritti dei rider. Bisogna fare in modo che diventino effettivi. Intanto il 26 marzo i rider saranno di nuovo in piazza per chiedere tutele.

Dal caso Moro alla NCO: storia e segreti di Raffaele Cutolo

Mi scervello e m’asciugo la fronte
Per fortuna c’è chi mi risponde
A quell’uomo sceltissimo immenso
Io chiedo consenso a don Raffae


Non misteri ma prove. È questo quello che Raffaele Cutolo porterà con sé nella tomba. Perché di quello che ha fatto quel don Raffaè cantato da Faber si sa molto anche se nulla è stato detto. “Son sepolto vivo in una cella” aveva dichiarato nel 2015 “ma se esco e parlo crolla il Parlamento”. Con lui se ne va un uomo che avrebbe potuto far luce su alcuni dei principali misteri della storia italiana, oltre che su tante vicende di camorra. Si definiva un “Robin Hood” dei giorni nostri ma altro non era che un sanguinario boss in grado di ordinare oltre mille omicidi. Depositario di segreti e misteri su una politica compromessa e complice. Uomo di potere e di violenza. Idolatrato dai suoi seguaci, temuto dai suoi rivali, troppo spesso poco combattuto dallo stato.

NCO – “La vera camorra sta a Roma, mica qua” diceva Cutolo. Ma la camorra, quella più vera e sanguinaria, stava proprio a Napoli. E lui ne è stato uno dei volti più iconici e brutali. La sua “carriera” criminale ha inizio nel 1963 con l’omicidio di Mario Viscito, colpevole di aver offeso la sorella Rosetta. Da latitante, tra il 1970 e il 1971 incontrò i capi delle ‘ndrine calabresi che gli suggeriscono di dar vita a una vera struttura criminale organizzata, come quelle della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. Quell’idea stuzzicò particolarmente Cutolo, studioso e nostalgico della camorra delle origini di cui rimpiangeva i fasti, tanto da convincerlo a provare a realizzarla. Arrestato nel 1971 fondò dal carcere di Poggioreale la Nuova Camorra Organizzata basata sui meccanismi piramidali (picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista) simili a quelli delle altre mafie, con l’affiliazione attraverso rituali di ispirazione massonica e un forte culto della personalità del capo: ovviamente Raffaele Cutolo. Da un lato propensa agli affari e al mondo imprenditoriale, dall’altro organizzata con una forte struttura paramilitare con quella base di picciotti giovani e spietati, reclutati nel sottoproletariato che punta al riscatto e al denaro facile.

Trasferito dal carcere ad un ospedale psichiatrico nel 1977, Cutolo evase l’anno successivo tornando latitante e potendo per la prima volta vivere da uomo libero la sua nuova creatura. Prese rapporti con la criminalità milanese e romana e inondò di cocaina le strade di Napoli rendendo la NCO uno dei principali soggetti dell’arcipelago di clan di camorra. Negli anni successivi la nuova camorra organizzata cresce a dismisura occupando tutti i settori dell’economia legale ed illegale. La popolarità di Cutolo è alle stelle. Tratta da pari con Cosa nostra, stringe legami con il mondo politico e imprenditoriale. “Dicono che ho organizzato la nuova Camorra.” Disse allo storico Isaia Sales “Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta”. Ma quel novello Robin Hood si era spinto oltre. Aveva invaso gli spazi occupati dagli altri clan, territorialmente e economicamente.

Nacque così la più sanguinosa guerra di mafia che il nostro paese abbia mai vissuto. La lotta tra la Nuova Camorra Organizzata e la Nuova famiglia, cartello di clan unitisi per contrastare Cutolo, si protrasse per anni con una fase particolarmente acuta ad inizio anni ’80: le vittime furono 295 nel 1981, 273 nel 1982, 290 nel 1983. Una mattanza. La decisione di Sandro Pertini di isolare il boss nel carcere dell’Asinara incrinò però il suo prestigio. La sua influenza iniziò ad assottigliarsi. Molti dei suoi uomini capirono che era l’inizio della fine. Molti si dissociarono ed iniziarono a collaborare con la giustizia. Proprio dalle parole di alcuni pentiti si giunse al “venerdì nero della camorra”: il 17 giugno 1983, lo stato decise di farsi sentire con 856 mandati di cattura per gli uomini di don Raffaè. La NCO fu disarticolata. L’esperimento finì in quell’istante. Cutolo, isolato, aveva perso la sua creatura.

I sequestri – Ma i segreti che Cutolo si porta nella tomba riguardano i suoi rapporti con lo stato. Alle 21,45 del 27 aprile 1981 nel garage di via Cimaglia a Torre del Greco, Napoli, le Brigate Rosse sequestrano l’assessore regionale all’Urbanistica, Ciro Cirillo. Cinque persone lo attendono nell’oscurità e quando ne vengono fuori stanno già sparando. Muoiono Luigi Carbone, agente di scorta, Mario Cancello, autista. Ciro Cirillo fu prigioniero delle Brigate Rosse per ottantanove giorni. In quegli ottantanove giorni, però, un ruolo centrale lo svolse proprio Raffaele Cutolo. Fu proprio lui, contattato da politica e servizi segreti, a curare per conto dello stato la trattativa con le Br per il rilascio di Cirillo. Una trattativa che si concluse inevitabilmente con il rilascio dell’ostaggio dietro il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire. “Non potevano rifiutare” rivelò Cutolo nel 2016 in un interrogatorio “eravamo più forti dentro e fuori dal carcere. Avrebbero perso”.

Ma tra i misteri ne rimane uno ancora più grande: “Potevo salvare Aldo Moro come feci con Cirillo ma fui fermato” raccontò il 25 ottobre del 2016 alla pm Ida Teresi e al capo della Dda, Giuseppe Borrelli “mi proposi come intermediario ma i politici mi dissero di non intromettermi. Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava”. Un’altra storia che non troverà mai conferma in nessun atto ufficiale. Perché in questi anni, Cutolo non ha mai collaborato con la giustizia. Ogni tanto si vociferava di una sua imminente decisione di rilasciare dichiarazioni, ma era sempre lui a smentirle in prima persona. “Secondo lei è morale fare arrestare 500 persone innocenti o colpevoli per andare a letto con la moglie o l’amante, pagati e protetti dallo Stato? È da anni che i magistrati cercano di convincermi. E sono orgoglioso di aver sempre resistito alla tentazione”. Una volta sembrò cedere, era il 1994, ma intervennero i servizi segreti, come raccontò nel 2010 l’ex capo della Dda di Napoli, Franco Roberti, poi procuratore nazionale antimafia. Così, o’ professore, non ha mai tenuto la sua lezione. Non ha mai parlato, portando con se le prove di tanti misteri ancora irrisolti.  

Perchè il Ministero della Transizione Ecologica non sarà “super”

“Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?”


Questa settimana molto si è detto sulla nascita, per la prima volta in Italia, di un Ministero della transizione ecologica. Complice la scelta del Movimento 5 Stelle di inserirlo come uno dei punti nel quesito posto agli elettori su Rousseau, infatti, il nuovo ministero ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e la decisione di affidarlo a Cingolani ha spiazzato quanti erano ormai convinti sarebbe finito ai pentastellati che durante le consultazioni avevano inserito la nascita del nuovo dicastero tra i punti necessari per un sostegno al governo Draghi.

Ministero – L’improvvisa insistenza con cui il Movimento ha chiesto, ponendolo di fatto come una condizione, la nascita di un Ministero della Transizione Ecologica ha stupito tutti, soprattutto se si considera che mai prima d’ora l’idea non era mai emersa nei governi giallo-verde e giallo-rosso. Sta di fatto che la richiesta è arrivata ed è stata accettata dal premier Draghi che, con il giuramento di ieri, ha di fatto istituito per la prima volta in Italia il nuovo dicastero. Quello di una transizione ecologica, in ogni caso, è da tempo un concetto centrale ribadito più volte dai movimenti ambientalisti: la trasformazione del sistema produttivo verso un modello più sostenibile, che renda meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia, la produzione industriale e, in generale, lo stile di vita delle persone. Di questo, di fatto, si occuperà il nuovo ministero che avrà il compito di ideare di concerto con il ministero dello sviluppo economico modalità di transizione ad un sistema produttivo ed economico sempre più sostenibile.

Di concerto con il Ministero dello Sviluppo Economico, però. Perché se nel quesito proposto su Rousseau si parlava di super-Ministero, nella realtà il nuovo dicastero non avrà nulla di super e non ci sarà (come si aspettavano sia i 5 stelle che i movimenti ambientalisti) quel matrimonio tra Mise e Ministero dell’ambiente volto a far nascere un “Ministero della Transizione Ecologica” che avesse piene competenze in ambito ambientale ed economico. Se ancora sono poco definiti i contorni del nuovo dicastero, quello che ad oggi si sa è che sostituirà il ministero dell’Ambiente e che per risultare realmente incisivo dovrà trovare una strada comune con il Mise guidato da Giorgetti (Lega). Il rischio di una mancata collaborazione da parte del Ministero dello sviluppo economico è quello di ripetere il fallimento della Francia. Oltralpe, infatti, il ministero della Transizione Ecologica esiste già dal 2017 ma gli ostacoli per una reale attivazione sono stati tanti, tanto che nel 2018 il ministro Nicolas Hulot si dimise in polemica con il governo colpevole di averlo lasciato solo senza metterlo in condizione di lavorare.

Cingolani – Si spera, ovviamente, che lo stesso non accada a Roberto Cingolani, nominato da Draghi come primo ministro nella storia del nostro paese alla Transizione Ecologica. Laureato in fisica all’Università di Bari, nel 1989 Cingolani ha conseguito il diploma di perfezionamento alla prestigiosa Scuola normale superiore di Pisa. Ha lavorato all’istituto Max Planck di Stoccarda, una delle principali istituzioni tedesche nel campo della ricerca di base, e allo Human Technopol di Milano. Nel 2005 è stato chiamato a gestire l’allora appena nato Istituto italiano di tecnologia, oggi un centro di ricerca di rilevanza internazionale, del quale è stato direttore scientifico fino al 2019, anno in cui è diventato chief technology and innovation officer della Leonardo spa, un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza.

Proprio questo ultimo e prestigioso incarico ha fatto però storcere il naso a molti per il ruolo della Leonardo (ex Finmeccanica) di leader italiano ed europeo nella produzione e vendita di armi. Altri, invece, hanno sottolineato come nel suo curriculum, seppur di innegabile prestigio, manchino competenze specifiche in tema di ambiente e clima. I dubbi, insomma, restano parecchi. Riuscirà il nuovo Ministro a dirimerli? Riuscirà a trovare un punto di incontro con il collega Giorgetti per elaborare una vera strategia di transizione ecologica che non resti solo sulla carta? È ancora presto per dirlo, il tempo ci darà le risposte che cerchiamo.

Il maxiprocesso alla ‘ndrangheta e quelle tre donne protagoniste

Nel silenzio pressoché totale della stampa nostrana, a Lamezia Terme si sta celebrando con ritmi serratissimi il più importante procedimento giudiziario della recente storia italiana. Ma nel disinteresse dei media, a giudicare gli oltre trecento imputati nel più grande processo alla ‘ndrangheta saranno tre donne.

È il più grande processo per mafia dai tempi del maxiprocesso di Palermo. Eppure, in Italia, del procedimento in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme a carico di 325 imputati sembra importare a pochi. Mentre la stampa estera, dal The Guardian al Times passando per la Reuters e Associated Press, segue con attenzione e curiosità quello che è a tutti gli effetti il più importante processo in corso nel nostro paese, i media italiani non riservano che qualche trafiletto secondario al maxiprocesso calabrese, troppo presi a seguire le vicende che ruotano attorno al nuovo governo. Eppure, di spunti per parlarne ce ne sarebbero parecchi. A partire dai tre giudici che compongono il collegio che sarà chiamato a decidere la colpevolezza o l’innocenza di più di trecento persone: Brigida Cavasino, Claudia Caputo e Gilda Romano. Rispettivamente 39, 34 e 41 anni. Tre giovanissime donne che entreranno giocoforza nella storia giudiziaria del nostro paese per aver condotto il più importante processo contro le cosche calabresi.

La prima decisione presa dalla presidentessa Cavasino è già controcorrente e a suo modo storica: vietare le riprese televisive all’interno dell’aula bunker. Nonostante l’attenzione internazionale sia, come detto, altissima con centinaia di giornalisti che assistono alle udienze la decisione della Cavasino è volta a non spettacolarizzare il procedimento. Nessuna diretta televisiva, nessun video delle udienze per i tg o per i posteri come invece accadde al maxiprocesso di Palermo. Nessuno spazio a strumentalizzazioni o esposizioni ulteriori. Sì, perché le tre giudici del collegio sono già esposte a rischi evidenti e comprensibili, tanto che il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, rivolgendosi alla Corte ha chiesto che i giudici vengano “esonerati dal trattare altre questioni penali per dedicarsi esclusivamente a questo dibattimento”. L’obiettivo è fare il più presto possibile per ridurre al minimo le possibilità che qualcosa possa andare storto. Ed allora ecco subito fissato un calendario fittissimo con sei udienze settimanali per questo avvio di procedimento. Poi diventeranno 3 o 4 la settimana fino alla fine.

Da alcuni giorni le tre giudici hanno iniziato ad ascoltare in aula le deposizioni di pentiti e collaboratori che hanno rivelato i meccanismi della ‘ndrangheta, i rapporti tra le cosche e quella proposta arrivata da Totò Riina in persona. Secondo il pentito Franco Pino, la cui testimonianze è stata confermata dal riscontro con il collaboratore Umile Arturi, il boss corleonese avrebbe infatti chiesto alle cosche calabresi di aderire alla strategia stragista intrapresa da Cosa nostra dopo la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992. Una proposta rifiutata però dai clan di ‘ndrangheta perché, racconta Artusi, “se avessimo aderito alla strategia stragista dei siciliani avremmo trasferito i casini successi in Sicilia anche in Calabria e ciò non era conveniente per la ‘ndrangheta”. La presidentessa Cavasino e i giudici a latere Caputo e Romano ascoltano attentamente senza lasciar sfuggire nulla. Osservano imputati e collaboratori. Si confrontano. Davanti a loro un monumento della lotta al crimine organizzato come Nicola Gratteri a guidare un pool di pubblici ministeri preparati ed agguerriti. Dalla parte opposta un esercito di avvocati determinati a dare battaglia udienza dopo udienza per difendere i loro assistiti. E loro tre nel mezzo, in quella che sembra un’avventura degna di un romanzo epico. E invece è il più importante processo della recente storia italiana. Anche se in Italia, ancora, non ce ne siamo resi conto.

Patrick Zaki + 60mila: la piaga degli arresti politici in Egitto

Vorrei essere libero come un uomo
– Giorgio Gaber –


Sono passati dieci anni dalla primavera araba che aveva ridato speranza all’Egitto. Oggi, però, il paese sembra più che mai sprofondato in un gelido inverno dittatoriale con il generale Al-Sisi che ha di fatto congelato ogni speranza di democrazia imponendo il proprio regime. Grazie alla complicità dell’occidente, più interessato alla stabilità della regione che al benessere e i diritti di chi la abita, in Egitto è di fatto tornata una dittatura che reprime le opposizioni imprigionando chi spera in un paese migliore.

Patrick – Tra gli oltre 60 mila detenuti politici in Egitto, da 365 giorni esatti c’è anche Patrick Zaki. Arrestato il 7 febbraio scorso appena atterrato all’aeroporto del Cairo, lo studente dell’Università di Bologna è rinchiuso da un anno nel carcere di massima sicurezza di Tora nonostante a suo carico non siano ancora state formulate accuse ufficiali. Secondo la ricostruzione di Amnesty international, è stato interrogato per 17 ore, bendato, ammanettato, poi picchiato e torturato con scosse elettriche. Ed è finito nel limbo della detenzione preventiva, in cui si trovano trentamila egiziani e che è la misura punitiva più usata dalle autorità contro quelli che sono considerati oppositori politici. Un limbo che si rinnova ogni 45 giorni con la pronuncia di un giudice che puntualmente delude le speranze dei familiari rinnovando la detenzione del ragazzo. Un limbo che, secondo la legge egiziana, potrebbe durare ancora un anno essendo di due anni il limite massimo per la detenzione preventiva.

In un anno la giustizia egiziana ha prodotto nei confronti dello studente iscritto all’Università di Bologna 11 rinnovi della detenzione, ci sono stati 13 rinvii delle udienze, specie tra primavera ed estate a causa del Coronavirus, e una raffica di esposti ed appelli per chiedere la sua liberazione, tutti respinti. L’ultima beffa, ossia l’ennesima udienza-farsa nell’aula bunker della State Security – stesso complesso del terribile penitenziario di Tora e dunque a poche centinaia di metri dalla sua cella – meno di una settimana fa. Con un’aggravante stavolta. Il rinnovo della misura cautelare per altri 45 giorni da parte del giudice è comparso in anteprima su alcuni organi di stampa vicini al regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, addirittura prima dell’ufficializzazione all’avvocata di Patrick, Hoda Nasrallah.

Detenuti – Ma quella di Patrick, nell’Egitto di Al-Sisi, non è una situazione unica. Secondo la ong Human Rights Watch sono oltre sessantamila i detenuti politici richiusi nelle carceri egiziane per le loro idee politiche, per la loro fede o per il loro attivismo tutela dei diritti umani. Il regime di Al-Sisi utilizza sempre più lo strumento della detenzione preventiva per togliere di mezzo non solo figure scomode ed oppositori ma anche influencer in grado di condizionare migliaia di giovani. È il caso, ad esempio, della 22enne Mawada Eladhm, tre milioni di follower su tik tok, arrestata per avere “violato i princìpi e i valori familiari della società egiziana”. Nel mirino della Nsa, i servizi segreti egiziani, non finirebbero solo voci critiche contro il governo ma anche artisti o, come nel caso di Mawada, giovani divenuti famosi grazie ai social, accusati di diffondere messaggi immorali che attentano ai valori tradizionali della nazione.

Chi viene arrestato dall’Nsa, secondo Amnesty, “finisce nelle stazioni di polizia o negli uffici del ministero dell’Interno. Le persone non vengono iscritte nel registro dei detenuti quindi ufficialmente non risultano in mano alla polizia. Possono restare in questa situazione per pochi giorni o settimane, nei casi più gravi anche per mesi e ci è stato riferito che durante questo periodo capita che subiscano torture o violenze di vario genere”. Nessuno, insomma, sembra essere al sicuro sotto il regime autoritario di Al-Sisi.

Forse pensava di essere al sicuro Ahmed Samir Santawy quando il primo febbraio si è imbarcato a Vienna, dove frequentava la Central European University, per far ritorno a casa durante le vacanze. Invece, in una storia che ricorda per filo e per segno quanto accaduto a Patrick, è stato arrestato al Cairo e dal momento del fermo nessuno ha più avuto sue notizie. Un anno dopo l’arresto di Patrick, dunque, la storia si ripete in un paese in cui la luce della democrazia sembra essere sempre più flebile.

Guerriglia a Tripoli: Le tre crisi che stanno mettendo in ginocchio il Libano

“Tutti noi per la patria, la gloria e la bandiera”


Guerriglia, fuoco e feriti. Dopo le proteste che hanno segnato la fine del 2019 e i primi mesi del 2020 e che si sono riacutizzate dopo le tragiche esplosioni al porto di Beirut, il 4 agosto scorso, il Libano torna ad essere teatro di violente manifestazioni. Da giorni, infatti, a Tripoli migliaia di persone scendono in piazza sfidando le forze dell’ordine e le misure anti-contagio per esprimere la propria rabbia per le crisi che attanagliano il paese.

Le proteste – È stata una settimana di vera e propria guerriglia quella che si è appena conclusa a Tripoli, seconda città del Libano per popolazione e tra le più povere del paese. Per giorni, ogni sera, migliaia di persone sono scese in piazza sfidando i blindati e le camionette delle Internal Security Forces (Isf) schierati a piazza Al Nour in attesa di una nuova esplosione della rabbia popolare. A caratterizzare questa settimana di proteste, infatti, è stata proprio la violenza che ha portato a violenti scontri tra esercito e manifestanti con ripercussioni altissime. Il bilancio provvisorio degli scontri, quasi ininterrotti dal 25 gennaio, è di due manifestanti uccisi e più di 300 feriti, tra cui una trentina di militari e agenti di polizia ma l’episodio più eclatante è stato l’assalto al municipio di Tripoli. L’antico edificio che ospita il governo della città è stato dato alle fiamme dai manifestanti nell’ultima notte di scontri.

Le Isf hanno tentato di reprimere le proteste utilizzando idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma a cui i manifestanti hanno risposto con pietre, copertoni in fiamme e molotov. Molti cittadini, però, hanno denunciato l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine di armi da fuoco caricate con proiettili veri ed il quotidiano “Orient Today” riporta di diversi manifestanti portati in ospedale con ferite d’arma da fuoco alle gambe. Quello che prima era solamente un sospetto è divenuto certezza dopo la morte di un manifestante, colpito al torace da un proiettile sparato dai militari.

Crisi – Ma gli abitanti di Tripoli non hanno nulla da perdere. In un paese che sta affrontando la peggior crisi economica della sua storia ed ha dichiarato un default tecnico a causa del mancato pagamento di 1,2 miliardi di eurobond, nella città settentrionale la situazione sembra essere peggiore che nel resto del Libano con un tasso di disoccupazione che sfiora il 60%. Secondo il Fondo monetario internazionale, lo scorso anno il prodotto interno lordo del Libano è diminuito del 25%, mentre i prezzi sono aumentati del 144% causando un aumento esponenziale della povertà anche estrema. Ad aggravare la situazione, le banche hanno impedito ai depositanti di accedere ai propri risparmi in valuta estera, consentendo loro di convertirli nella valuta locale solo alla metà del tasso di mercato, causando una perdita sostanziale. Si stima che circa metà della popolazione totale del Libani, di quasi 7 milioni di abitanti, viva in una condizione di povertà.

Come se non bastasse la crisi economica è arrivata la pandemia ad aggravare ulteriormente una situazione già drammatica. A scatenare la rabbia della popolazione ed innescare le proteste di questa settimana è stata infatti la decisione del governo di imporre un nuovo lockdown totale fino all’8 febbraio. Una decisione che, seppur necessaria visto l’incremento dei contagi e delle morti nelle ultime settimane, rischia di mettere definitivamente in ginocchio l’economia del paese costringendo imprenditori e commercianti a chiudere, forse per sempre. Il lockdown si è però reso necessario a causa dell’aumento esponenziale dei casi confermati che dall’inizio dell’anno ad oggi sono stati quasi quanti quelli registrati nei primi dieci mesi di emergenza sanitaria con una media di quattromila contagi al giorno su un territorio grande all’incirca quanto l’Abruzzo. Una crescita che ha messo in ginocchio il sistema sanitario, con i pochi ospedali pubblici al collasso costretti a rifiutare pazienti mentre quelli privati sono un privilegio per pochi con prezzi che arrivano fino a 2,5 milioni per posto letto.

Una situazione difficilmente risolvibile, a maggior ragione perché intrecciata con un’altra profonda crisi che attanaglia il paese: quella politica. Dal novembre 2019 a oggi si sono succeduti quattro premier (Hariri, Diab, Adib e ancora Hariri) e da ottobre scorso il Libano è in attesa che si formi un nuovo governo, appoggiato dalla Francia, che faccia uscire il paese dalla crisi. Dopo l’esplosione al porto dello scorso agosto, infatti, si è giunti alle dimissioni del governo con l’apertura di una nuova crisi politica ancora irrisolta. Lo stallo politico, però, sta avendo effetti drammatici sulla situazione del paese non potendo garantire una risposta immediata alle crisi economiche e sociali che attraversano il paese. Fino a quando durerà lo stallo politico, il Libano non potrà sperare di contrastare efficacemente pandemia e crisi economica e non potrà richiedere aiuti internazionali per interventi decisi sull’economia del paese.

La formazione di un governo stabile ed in grado di guidare il paese appare dunque come la precondizione necessaria affinchè il libano possa sperare di rialzarsi. Senza una guida politica il paese non sembra in grado di uscire da un vortice che sta pericolosamente trascinando nel baratro l’intera popolazione facendola sprofondare sempre di più.

L’Italia come la Russia: si va verso l’esclusione dalle Olimpiadi

Una legge voluta dal governo gialloverde nel 2019 mina l’indipendenza del Comitato Olimpico Nazionale (CONI) violando di fatto i principi fondamentali della Carta Olimpica. Dopo due anni di avvertimenti domani potrebbe arrivare il verdetto finale che escluderebbe l’Italia dalle prossime Olimpiadi.

Il verdetto è atteso per domani ma la voce che ha iniziato a circolare da ieri ha già fatto gelare il sangue agli sportivi italiani. Il Comitato Olimpico Internazionale, infatti, sarebbe pronto a sospendere con effetto immediato il CONI dalle federazioni riconosciute. Una decisione che avrebbe come effetto più evidente l’assenza di una nazionale italiana alle Olimpiadi di Tokyo dove, qualora fossero confermate le indiscrezioni, gli atleti azzurri gareggeranno da indipendenti e non potranno utilizzare la bandiera, le divise e l’inno che rappresentano il nostro paese. Ma non solo. La sospensione del CONI, infatti, provocherebbe anche uno stop dei finanziamenti al nostro paese da parte del CIO con evidenti e pesantissime ricadute anche sull’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026 già assegnate a Milano e Cortina.

A generare una situazione surreale è stata la riforma dello sport voluta ed approvata dal governo gialloverde durante il “Conte I”. Il passaggio controverso, su cui si basa la decisione del CIO, è sostanzialmente contenuto nella prima frase del testo di legge che, all’art. 1, recita: “Il Governo è delegato ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per il riordino del Comitato olimpico nazionale italiano (CONI)”. Tale disposizione, però, incide in maniera decisiva sull’autonomia del CONI e viola, di conseguenza, la Carta Olimpica che tra i propri principi fondamentali prevede la totale autonomia dei comitati olimpici nazionali e la loro completa neutralità politica. Non si tratta dunque di un fulmine a ciel sereno ma di una situazione nota dal 6 agosto 2019, data di approvazione della riforma dello sport, e più volte sottolineata dal presidente del CIO Bach che ha ripetutamente sollecitato il premier Conte chiedendo un adeguamento normativo.

Ogni ora che passa si assottigliano sempre più quindi le speranze di vedere la nazionale italiana alle prossime olimpiadi con i nostri atleti che parteciperanno da indipendenti al pari dei russi, il cui comitato olimpico è stato sospeso per le vicende relative al doping di stato. Per salvare la situazione sarebbe infatti necessario, entro stasera, che il Consiglio dei ministri si riunisse per approvare un decreto salva – CONI che possa aggiustare all’ultimo minuto la posizione del comitato olimpico italiano facendolo rientrare nei canoni del CIO. Una possibilità che sembra essere sempre più remota soprattutto dopo le ultime evoluzioni della crisi di Governo che tengono impegnato il premier e i ministri su altri fronti considerati prioritari. E mentre tra CONI e Governo è un continuo rimbalzo di responsabilità, con Malagò che punta il dito contro il governo e gli autori della legge che la difendono a spada tratta, l’Italia vede sempre più vicina la possibilità di una Olimpiade senza tricolore e inno di Mameli. Uno schiaffo all’orgoglio nazionale che attorno a quei simboli si arrocca ogni qualvolta vi siano eventi sportivi di questa portata, siano essi mondiali o Olimpiadi.


+++ Aggiornamento +++
Poco prima di salire al Colle per rassegnare le sue dimissioni, il premier Giuseppe Conte ha firmato un decreto che restituisce autonomia al CONI. Il provvedimento dovrebbe scongiurare la possibilità di un’esclusione dell’Italia dalle prossime Olimpiadi ma rimane la possibilità di sanzioni al nostro paese. Domani verrà annunciata la decisione del CIO.

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