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Quirinale giorno 1: Tra schede bianche e serietà in attesa della rumba

Cosa è successo nella giornata di ieri e cosa si attende per quella di oggi. La serietà dei partiti, l’inaffidabilità dei cinque stelle e la ricerca spasmodica di un nome più per Palazzo Chigi che per il Quirinale. 

Non c’è stato accordo, e questo si sapeva. C’è stata serietà, e questa è una sorpresa. Perché se sette anni fa dall’insalatiera uscirono nomi improbabili buttati dentro solo per farli pronunciare all’allora presidente della Camera, Laura Boldrini, e far ridere più se stessi che gli italiani, questa volta il bianco ha trionfato su qualsiasi nome ridicolo. A parte qualche sporadico Bruno Vespa, un paio di Alberto Angela, un Amadeus ed un Alfonso Signorini. Ma nulla in confronto aa sette anni fa quando tra gli altri uscirono decine di nomi come Rocco Siffredi, Giancarlo Magalli o Sabrina Ferilli. Per quanto possa contare, ad uscire trionfante dalla prima votazione, con 36 schede a favore, è stato Paolo Maddalena: nemico delle multinazionali e del liberismo, fautore dell’uscita dall’euro, promotore di scenari per la partecipazione diretta dei cittadini alla politica e candidato di bandiera degli ex M5S.

I voti espressi ieri, come quelli che saranno espressi oggi, lasciano però il tempo che trovano in attesa di un accordo che possa sbloccare la situazione dalla quarta votazione, quando il quorum si abbasserà da 672 a 505 grandi elettori. Un accordo che dovrà essere necessariamente trovato tra il centrodestra ed il Partito Democratico perché, oramai, il Movimento 5 Stelle sembra essere sempre più fuori da ogni possibile consultazione. Un’esclusione frutto dell’incapacità, almeno in questa fase, di Conte di tenere uniti i suoi parlamentari e quindi di garantire un pacchetto di voti ad un possibile candidato comune. Se nel 2013 e nel 2015 i parlamentari grillini, che votarono in blocco Rodotà e Imposimato dopo le “Quirinarie”, giocarono un ruolo centrale oggi sembrano inaffidabili ed incapaci di dare garanzie. Pur essendo il gruppo parlamentare più ampio, con 234 grandi elettori, i parlamentari cinque stelle sembrano muoversi in autonomia senza seguire le istruzioni del leader e, probabilmente, senza capire in che direzione si stia andando in quello che da movimento anticasta sembra essersi ormai trasformato nel più tradizionale partito politico.

Così la palla passa agli altri e, al netto di un improbabile dietrofront di Mattarella, all’orizzonte sembra sempre più delinearsi un derby. Un derby tra tecnici e politici. Un derby tra Draghi e Casini. Sono loro i due nomi più quotati al momento. Da un lato l’attuale premier, che sembra essere pronto a lasciare Palazzo Chigi per salire al Quirinale. Dall’altro l’eterno centrista Pierferdinando Casini che da mesi evita di esporsi, forse proprio in attesa di questi giorni. Il nodo da sciogliere, a quanto si apprende dalle varie dichiarazioni e dalle notizie che filtrano dai palazzi romani, è uno soltanto: il futuro del governo. Nelle ultime ore il premier ha dato una decisa accelerata intavolando colloqui con tutti i leader politici nel tentativo di sciogliere finalmente questo nodo e spianarsi la strada verso il Colle. Vorrebbe chiudere al più presto la partita, possibilmente al terzo scrutinio, o comunque poco dopo. Di certo non si farà trascinare in un ping pong devastante tra partiti, perché non ha voglia di sottoporsi a un doloroso logoramento. E poi, soprattutto, c’è un Paese da governare. Tanto che a sera, nel Pd, si diffonde il timore che senza una rapida soluzione, presumibilmente nelle prossime 24-36 ore e comunque non oltre la quarta votazione, l’ex banchiere possa addirittura meditare un clamoroso ritiro dalla corsa quirinalizia. In questo scenario il centrodestra non sembra in grado di proporre un nome condivisibile dal Pd e viceversa. E se saltasse Draghi l’unico nome trasversale, come sottolinea il Sole 24 Ore, sarebbe quello di Pierferdinando Casini. Al momento “nessuno dei due schieramenti può considerarsi maggioranza nel paese” continua il quotidiano di Confindustria “Tanto più che una larga fetta dell’elettorato non si riconosce né nell’uno né nell’altro. Per questo la cosa giusta in questo momento complicato e difficile è puntare su leader che non siano di una parte o dell’altra e che consolidino la credibilità che abbiamo guadagnato nell’ultimo anno”. Matteo Renzi secondo la Stampa ha detto chiaramente ad alcuni amici fidati di Italia Viva come la vede: “Da giovedì si inizia a ballare la rumba e sapete chi è il miglior ballerino? Pierferdinando Casini”.

In attesa della rumba di venerdì, dunque, oggi si assisterà ad un’altra votazione in bianco. Tuttavia, dietro le attese schede bianche di oggi, si cela in realtà un’altra giornata di febbrili trattative in cerca di un nome o di un accordo sul nuovo governo. Un’altra giornata di dubbi ed incertezze, in attesa di un nome. Un nome che potrebbe essere diverso da tutti quelli usciti finora, sia ben chiaro. Se nel 2015, ad esempio, il nome di Mattarella fu sin dall’inizio tra quelli indicati da partiti e stampa, nel 2006 Napolitano spuntò un po’ all’ultimo sbloccando una situazione intricata in cui il centrodestra puntava su Gianni Letta ed il centrosinistra su Massimo D’Alema. E dunque non ci resta che aspettare e goderci questa seconda giornata di votazioni.


Le tre foto che resteranno

Tre le immagini simbolo di questa prima giornata di votazioni:

  1. Il drive-in: per la prima volta nella storia è stato allestito un seggio “drive-in” per permettere ai grandi elettori positivi o in quarantena di esprimere il proprio voto.
  2. Bossi: dopo due anni senza apparire in pubblico Umberto Bossi è il primo ad essere chiamato. Il “Senatur”, accompagnato in carrozzina, vota e si ferma a chiacchierare con vecchi amici e cronisti con il suo solito completo grigio con cravatta verde Padania e fazzoletto dello stesso colore nel taschino. È quello di sempre. Come se il tempo si fosse fermato.
  3. Cunial: Si presenta senza green pass e pretende di votare. Al rifiuto minaccia di chiamare i carabinieri e di far sospendere le votazioni. Mentre in aula prosegue la chiama, la deputata Sara Cunial improvvisa il suo show no-vax fuori dal palazzo.

La Cannabis Light diventa illegale? Facciamo il punto.

“La cannabis light diventa illegale”. Una notizia che da giorni rimbalza sui social e sui quotidiani italiani a seguito di un decreto interministeriale approvato mercoledì. Ma cosa dice realmente il decreto? E cosa può succedere adesso?

Nel corso della seduta di mercoledì della conferenza Stato-Regioni si è raggiunta un’intesa per la realizzazione di un decreto interministeriale che possa ridefinire “l’elenco delle specie di piante officinali coltivate nonché criteri di raccolta e prima trasformazione delle specie di piante officinali spontanee”. Il decreto coinvolge i ministeri della Salute dell’Agricoltura e della Transizione ecologica ed è finito al centro delle polemiche perché rischierebbe, di fatto, di cancellare l’intero settore basato sulla produzione ed il commercio della cosiddetta “cannabis light”, ossia quella con un livello di THC inferiore allo 0,6% la cui filiera è stata regolamentata nel 2016. Ad allertare l’intero settore è in particolare il punto 4 del decreto, in cui si fa sottostare “la coltivazione delle piante di cannabis ai fini della produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medicinale” al Testo unico sugli stupefacenti, a prescindere che vi siano o meno sostanze psicoattive al di sopra dei limiti della legge sulla filiera agroindustriale della canapa del 2016. Il che, tradotto, significa equiparare la cannabis light a quella con un livello di THC superiore alla soglia consentita rendendo di fatto illecita la produzione e il commercio di entrambe. 

Oltre alle ricadute sui consumatori, il decreto in questione metterebbe a rischio un settore economico che negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale grazie alla liberalizzazione del 2016. Ad oggi il comparto della cannabis light conta solo in Italia circa 3.000 aziende per un totale di oltre 15.000 dipendenti, per lo più giovani, e rischia ora di sparire a causa di un’inversione di marcia improvvisa ed inaspettata. In virtù di questa nuova norma, infatti, dalla data di efficacia del decreto, tutti i coltivatori e i rivenditori di infiorescenze di ‘cannabis light’ sarebbero passibili delle sanzioni derivanti dall’apparato penale del DPR 309/90 che ne vieta la coltivazione senza un’autorizzazione da parte del Ministero della Salute. “Ci hanno resi illegali” il commento a caldo di Luca Fiorentino, 26 anni e fondatore di una delle principali imprese che produce e distribuisce cannabis light. “Rischiamo di essere considerati spacciatori e di chiudere tutto. Rischiamo persino l’arresto immediato oltre all’accusa pesantissima di vendere grandi quantitativi di stupefacente che stupefacente non è”.

Ma è davvero tutto finito? Il decreto pone fine realmente al commercio di cannabis light? Sembrerebbe, in realtà, di no. A spiegare il provvedimento, e provare a far chiarezza sulla situazione attulae, ci ha provato l’avvocato Carlo Alberto Zaina in un lungo post in cui si è dimostrato particolarmente scettico sul provvedimento. In primo luogo, infatti, nel testo si usa in modo generico il termine “piante di cannabis” senza menzionare in modo specifico le piante di canapa sativa.

È  ben vero” spiega Zaina “che questa ultima specie rientra in quella più generale, ma così come concepita l’espressione usata in decreto appare pleonasticamente sconcertante. La coltivazione di Cannabis (termine questo che, invero, riguarda usualmente le piante idonee a produrre un alto contenuto di THC) è naturalmente illecita e riconducibile all’ambito del dpr 309/90. Non vi era, quindi, certo necessità di ribadire un concetto solare. Da altro lato, invece, non si comprende se menzionando la coltivazione di piante di cannabis ai fini della produzione di foglie ed infiorescenze e facendo seguire alle stesse il termine “sostanze attive ad uso medicinale”, il redattore del decreto abbia fatto solo una grossolana confusione, oppure abbia inteso – seppure malamente – collegare direttamente le foglie e le infiorescenze all’uso medicinale.” 

A ciò si aggiunge la natura del testo che, in quanto decreto interministeriale, non ha valenza giuridica paragonabile a quella di una legge ma un grado inferiore:

“Un decreto ministeriale (D.M.), che diviene, come nella specie, interministeriale quando impegna la competenza di diversi dicasteri e deve quindi essere adottato di concerto tra gli stessi, è un mero atto amministrativo.” chiarisce Zaina “Esso come tale è suscettibile di essere impugnato dinanzi al TAR, diversamente da una legge, che al più potrebbe venire dichiarata incostituzionale o disapplicata ai sensi l’art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248 (All. E). Nella gerarchia delle fonti del diritto questa tipologia di atti, riconducibili alla specie dei regolamenti, viene, quindi, definita come fonte secondaria statale per eccellenza. In buona sostanza, un atto puramente amministrativo non può derogare, quanto al contenuto, alla Costituzione e agli atti aventi forza di legge sovraordinati, né può avere ad oggetto incriminazioni penali, stante la riserva assoluta di legge che vige in detta materia.”

Si tratta, insomma, di un testo confuso che costituirebbe l’ennesimo tentativo malriuscito di criminalizzare il settore della coltivazione della canapa e che proprio per la confusione che crea potrebbe generare non pochi problemi a chi opera in questo comparto. Il testo, dunque, non modifica la legge del 2016 sulla cannabis light ma la interpreta, specificandola, approfittando delle zone grigie presenti nella normativa italiana. Il vero rischio, dunque, è che magistratura e forze dell’ordine si facciano forti di questo decreto per giustificare operazioni e sequestri che, fino ad oggi, sarebbero finite in un nulla di fatto. 

E mentre dalla conferenza Stato-Regioni si prova a sbarrare la strada alla cannabis light, la Cassazione ha riconosciuto come valide le oltre 600.000 firme raccolte dal comitato promotore per la realizzazione di un Referendum sulla legalizzazione della cannabis con un livello di THC superiore allo 0,6%. La palla ora passa alla Corte Costituzionale che il 15 febbraio esprimerà il proprio parere sulla proposta e, in caso di via libera, spianerà la strada per l’indizione del referendum.

Il caso Zaki e il cortocircuito istituzionale tra Parlamento e Governo

Oggi Patrick Zaki compie 30 anni. Per il secondo anno di fila, però, festeggerà questa ricorrenza dal carcere di massima sicurezza in cui è detenuto. Il tutto mentre in Italia va in scena un cortocircuito istituzionale con il Governo che non dà seguito alle richieste del Parlamento. 

Non ci saranno torta e candeline. Non ci sarà una festa. Non ci saranno amici e parenti. Per Patrick Zaki non ci sarà nemmeno la libertà come regalo. Oggi lo studente dell’Alma Mater di Bologna compie trent’anni ma da 493 giorni è detenuto senza alcuna accusa formale nel carcere di massima sicurezza di Tora. Inghiottito nel più infernale carcere del suo paese senza un processo, né celebrato né in programma, dal 7 febbraio 2020. Per il secondo anno di fila Patrick trascorrerà il giorno del suo compleanno in quella cella dove, come hanno testimoniato i suoi legali, sta lentamente crollando fisicamente e mentalmente. Sedici mesi in cui la società civile italiana e non solo si è mobilitata per chiedere che questo ennesimo sopruso del regime egiziano finisca al più presto. Dalle associazioni all’impegno instancabile dell’Università di Bologna, dai cittadini ai sindaci che gli hanno concesso la cittadinanza in decine di città. Tutta Italia sembra avere a cuore le sorti di Patrick. Tutta Italia tranne, a quanto pare, il Governo.

Era il 14 aprile quando, con 208 voti favorevoli e 33 astenuti, il Senato approvava un ordine del giorno unitario per chiedere al governo di riconoscere il prima possibile la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Indimenticabili le parole di Liliana Segre, corsa a Roma da Milano appositamente per votare quella mozione, che davanti ai colleghi senatori disse: “C’è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente quando si parla di libertà. Ricordo cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra, nel timore che qualcuno entri e faccia aumentare la tua sofferenza. Potrei essere la nonna di Zaki e sono venuta qui perché gli arrivi anche il mio sostegno”. Parole che hanno toccato tutti e sono arrivate fino a Patrick che ha voluto scrivere una lettera di ringraziamento alla Senatrice a vita. Senza mandargliela però. Gliela consegnerà a mano una volta libero, ha detto.

Ma quelle parole così forti e profonde, qualcuno sembra averle dimenticate in fretta. Dopo oltre due mesi da quel voto, infatti, nulla si è minimamente mosso. Pochi giorni dopo l’approvazione dell’ordine del giorno il governo ha fatto sapere di essere pronto ad avviare le verifiche necessaria per la concessione della cittadinanza. Era il 19 aprile e dopo quel primo segnale di disponibilità tutto sembra essersi fermato tanto che qualche giorno dopo lo stesso Draghi dichiarò: “Quella su Zaki è un’iniziativa parlamentare. Il governo al momento non è coinvolto.” Il disinteresse del governo per la questione della cittadinanza allo studente egiziano può certamente essere giustificato da tante questioni, nessuna buona per carità, come il non voler rovinare le buone relazioni tra il nostro paese e l’Egitto con cui nonostante le polemiche continua una fitta collaborazione anche in ambito militare. Si presenta però un problema politico interno non indifferente. Che rapporto c’è tra il Parlamento ed il Governo? Può quest’ultimo ignorare una richiesta unanime del Senato? I Senatori che hanno votato lo hanno fatto per prendere una posizione netta e decisa e passare la palla all’esecutivo perché ne desse attuazione. Sono passati due mesi e dal Governo non è stata intrapresa, almeno pubblicamente, nessuna azione in quella direzione. Una vicenda che rischia di sbilanciare i poteri con un parlamento incapace di impegnare il Governo ed un esecutivo tranquillo nel fare quel che più crede senza sentirsi legato alle due camere. Una vicenda che, dunque, dovrebbe portare a riflettere sui ruoli e sulle competenze di chi governa questo paese. Se non fosse che nel mezzo c’è una vita che merita tutta l’attenzione del caso. La vita di Patrick, che da 493 giorni è detenuto. Che oggi compie trent’anni. Che guarda al nostro paese e aspetta. Che non merita tutto questo.