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Nei Balcani si consuma l’inferno dei migranti

“Qui, ai confini di questa Europa del 2018, ci sono morti invisibili di cui nessuno saprà mai nulla.
Ci sono famiglie che non avranno mai un cadavere su cui piangere.
Perché?”


Quando si parla di immigrazione troppo spesso ci balena nella testa uno spontaneo ed immediato collegamento con il mare. Al centro della narrazione pubblica del fenomeno infatti vi è quasi sempre il Mediterraneo, tratta più pericolosa per chi scappa dalla miseria e che si è trasformato in un vero e proprio cimitero. Dal 2000 ad oggi si stima che siano circa 10.000 i migranti che hanno perso la vita cercandone una migliore, 1300 solo lo scorso anno, 2.277 nel 2018. Ma se si parla di immigrazione verso l’Europa, e anche verso l’Italia, non si può ignorare la presenza di una tratta altrettanto pericolosa: la “Rotta Balcanica”.

Storia – Percorsa da flussi migratori verso l’Europa già a partire dagli anni ’90, di Rotta Balcanica si è iniziato a parlare a partire dal 2015. A partire dalla primavera di quell’anno, infatti, la tratta marittima attraverso il mediterraneo smise di essere il fulcro delle migrazioni verso l’Europa. La pericolosità di quel mare, in cui nel settembre 2015 perse la vita il piccolo Alan Kurdi, era diventata evidente anche per i migranti che si spinsero sempre più verso la storica rotta che attraversa l’Europa dalla Turchia verso occidente. Si stima, infatti, che nel corso di quell’anno circa 1 milione di migranti abbiano attraversato le frontiere europee da oriente per cercare asilo politico. Oltre 200mila solo nel mese di ottobre.

Nell’anno chiave per la rotta balcanica è inevitabilmente arrivata anche la risposta, dura, dell’Unione Europea. Ad ottobre 2015 -sotto la guida dell’allora presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker- si sono riuniti a Bruxelles rappresentanti di Unhcr e Frontex oltre ai leader di Albania, Austria, Bulgaria, Croazia, Macedonia, Germania, Grecia, Ungheria, Romania, Serbia e Slovenia, per discutere la gestione congiunta della rotta migratoria dei Balcani occidentali, il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la creazione di un sistema “hotspot” coordinato tra i diversi Paesi. In poco tempo il percorso viene militarizzato. Sorgono a ripetizione campi profughi, stazioni ad hoc, centri di distribuzione di cibo e cliniche mediche di volontari con un grande sforzo profuso da società civile e ONG. Dal novembre 2015 il passaggio attraverso le frontiere è reso sempre più difficoltoso. A iniziare dalla Macedonia fino a salire verso il centro dell’Europa, la strada è sbarrata per chi non può dimostrare di essere siriano, iracheno o afghano. A ridosso del confine macedone di Gevgelija, in territorio greco si crea il primo embrione di quello che diverrà poi il “campo dei campi”, il simbolo della vergogna dell’Unione europea: Idomeni. A marzo 2016, si materializza ciò che per mesi era stato solo dichiarato ma mai reso concreto negli atti: si chiudono nuovamente le frontiere. Il canale legalizzato, economico e tutelante viene interrotto. L’inferno dell’illegalità ricomincia.

L’UE nel 2016 concretizza infatti un accordo con la Turchia delegando di fatto ad Erdogan il controllo delle frontiere esterne. Così, dalla Turchia i flussi vengono bloccati e chi vuole arrivare in Europa deve necessariamente farlo attraverso canali sempre più pericolosi. Ma l’iniziale successo dell’operazione, con un drastico calo degli arrivi lungo la rotta balcanica, va via via affievolendosi e negli ultimi anni i numeri hanno ricominciato a crescere: 36.000 nel 2017, 50.000 nel 2018, quasi 80.000 nel 2019. E in questo 2020, con la Turchia che ha riaperto le proprie frontiere, il flusso è tornato a livelli ancora più alti: i dati di giugno mostrano come in Grecia si trovano registrate 121.000 persone, di cui 82.700 nella parte continentale distribuite nei 28 campi governativi dislocati in tutto il Paese e 38.300 sulle isole.

Tratta – L’inferno dei Balcani inizia dalla Grecia. Via mare, sbarcando sulle isole della Grecia sudorientale, o via terra, migliaia di migranti passano il confine turco mettono piede per la prima volta sul territorio europeo da dove partono i flussi diretti all’Europa centrale. Arrivano principalmente dal Pakistan, dall’Iraq, dall’Afghanistan e, soprattutto, da una Siria martoriata da una guerra infinita. Una volta giunti in Grecia iniziano la loro lunga marcia verso nord. A piedi o su mezzi di fortuna, spesso stipati nei cassoni di camion, viaggiano verso il confine con la Macedonia. È infatti quella la prima di una lunga serie di frontiere militarizzate che i migranti si trovano a dover oltrepassare nella loro traversata. Chi riesce a superarlo prosegue il suo viaggio. Serbia, poi Bosnia, Croazia e Italia prima di dileguarsi e cercare di raggiungere le loro reali mete: Francia, Germania e paesi del nord.

Ma tracciare semplicemente la rotta compita da quelle migliaia di migranti, o meglio di quelli che ce la fanno, non dà idea di quello che accade durante la traversata. Un recente rapporto di Oxfam accusa i paesi dei Balcani e in particolare Belgrado, di mancanza di umanità. E va oltre: “Hanno negato protezione a molti richiedenti asilo, rimandandoli indietro verso i Paesi di provenienza o di transito senza offrire loro l’opportunità di avviare le procedure di asilo”. In Serbia le autorità hanno instaurato un vero e proprio clima di terrore tra i migranti, espellendo gruppi di persone regolarmente registrate che stavano aspettando un colloquio individuale per lo status di rifugiato. Ciò ha fatto sì che in pieno inverno, con temperature a -20 gradi centigradi, i migranti avessero paura a soggiornare nei centri gestiti dal governo per timore di essere rimandati in Macedonia. O più indietro ancora.

Violenze – Poi ci sono le violenze e le torture a cui sono sottoposti continuamente e sistematicamente i migranti in tutti gli stati che attraversano. Gli abusi, infatti, non sono circoscritti ad un’unica zona geografica, ma sono perpetrati lungo tutta la regione balcanica: dalla polizia croata che marchia letteralmente i migranti, deumanizzandoli, disegnando croci sulle loro teste con vernice arancione, passando per gli arresti sommari e la violenza indiscriminata degli agenti di Frontex sui confini albanesi e per le drammatiche condizioni di vita, sia dal punto di vista psicologico che fisico, in cui sono costretti a vivere i rifugiati nei centri di accoglienza in Bosnia, fino ad arrivare ai respingimenti forzati lungo il confine italo-sloveno. Molti migranti raccontano di preferire la rotta via mare perché, una volta sbarcato, sei arrivato a destinazione. Nei Balcani, invece, si susseguono confini. Sei, sette frontiere da oltrepassare. Ognuna porta con sè muri, barriere, soldati e polizia di frontiera.

I migranti lo chiamano The Game: attraversare i confini dei Paesi balcanici per cercare di raggiungere l’Unione Europea a costo della vita, evitando fili spinati, barriere, telecamere termiche, droni, le violenze della polizia, abusi, ingiustizie e umiliazioni. Come se fosse un videogioco. Ad ogni frontiera c’è il rischio di pescare la carta sbagliata e tornare a quella precedente. Ad ogni frontiera, proprio come in un gioco, rischi di perdere una vita. Ma, nel “The Game” dei Balcani, a disposizione di ogni migrante di vita ce n’è una sola. Nessun bonus può dartene un’altra. L’unica speranza è quella di arrivare al livello successivo.

Tendopoli di San Ferdinando: un altro sgombero senza prospettive

Da sabato la tendopoli di San Ferdinando non ci sarà più, smantellata dal comune senza trovare soluzioni alternative per i migranti che la abitano. La gestione dell’emergenza abitativa per i braccianti che lavorano nella Piana è l’emblema dell’incapacità di capire e risolvere un problema sempre più grave.

A San Ferdinando, cuore pulsante dell’emergenza braccianti nella Piana di Gioia Tauro, sembra di essere tornati indietro di un anno. Le stesse preoccupazioni sui volti dei migranti, gli stessi proclami da parte delle autorità, le stesse prospettive per il futuro. Era il marzo 2019 quando l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini si faceva riprendere dalle tv di tutto il paese tra le macerie delle baracche del “ghetto di San Ferdinando” appena abbattuto dalle ruspe. “Io vi ripago con il mio coraggio! Avevo promesso pulizia e l’abbiamo fatta” aveva annunciato con la tracotanza di chi pensa di aver la soluzione a ogni problema, vantandosi di aver finalmente “ripristinato la legalità in quella che era una favela di immigrati”. Ma quello del marzo scorso si è rivelato un siparietto mediatico e poco più. Il problema è tutt’altro che risolto e l’intervento delle ruspe sembra anzi averlo peggiorato aggiungendo all’emergenza abitativa dei migranti anche una distesa di baracche abbattute mai rimosse che hanno trasformato quella che un tempo era un ghetto in un’enorme discarica.

Il problema abitativo dei braccianti, poi, non è stato nemmeno affrontato. Per chi abitava a San Ferdinando non è stata pensata alcuna soluzione alternativa e, una volta abbattuta la baraccopoli, i braccianti sono stati lasciati a loro stessi. Molti hanno deciso di lasciare l’Italia per cercare di raggiungere illegalmente altri paesi europei ma quelli mentre quelli che sono rimasti si sono semplicemente trasferiti in altri ghetti simili andando solamente a peggiorare situazioni già difficili. Campi sovraffollati e senza servizi si sono trova a dover accogliere centinaia di nuovi migranti in fuga dalle ruspe di Salvini generando situazioni complicate e potenzialmente esplosive. Tra i campi che hanno accolto più persone c’è sicuramente quello che dal 2017 sorge a pochi metri dall’ex ghetto di San Ferdinando. Costruita nel 2017 come soluzione temporanea e “ufficiale”, la tendopoli voluta dal ministero si è trasformata in un accampamento permanente che ha accolto nei periodi di maggior crisi fino a 1.500 persone nonostante i soli 500 posti disponibili.

Ma adesso, appunto, sembra di essere tornati indietro di un anno. “L’amministrazione comunale comunica ai signori ospiti che sono in atto le procedure di chiusura definitiva della tendopoli. I signori ospiti sono pertanto invitati ad individuare una nuova e diversa soluzione abitativa”. È l’avviso freddo, ma dai toni gentili, diffuso il 24 luglio dal Comune di San Ferdinando per annunciare che dal 15 agosto la tendopoli non ci sarà più. Le tende, già in parte smontate in queste settimane, spariranno definitivamente da sabato lasciando un’altra volta i braccianti che abitano la tendopoli davanti al nulla. Anche questa volta, infatti, non è stata prevista nessuna soluzione alternativa alle tende e per i, molti, migranti che non possono permettersi una casa l’unica alternativa sembra essere spostarsi in un altro ghetto, andando ancora una volta ad aggiungere miseria dove già ce ne è fin troppa. Il comune ha motivato la sua decisione di chiudere la tendopoli affermando di essere stato lasciato solo dalle altre autorità competenti (Regione, prefettura e governo) nella gestione di un problema che non riguarda solo San Ferdinando ma tutta la Piana di Gioia Tauro e, per certi versi, tutto il sud Italia.

La decisione di smantellare la tendopoli evidenzia in tutta la sua gravità il problema annoso del fare fronte in modo sistematico ai bisogni dei migranti che lavorano nei campi, e sottolinea la mancanza di un piano adeguato e strategico di interventi trasversali che rispondano alle numerose criticità. Se da un lato la soluzione tampone della tendopoli deve considerarsi sicuramente una misura emergenziale e da superare, dall’altro non si può neanche pensare di demolire l’accampamento senza aver individuato delle alternative idonee, delle soluzioni abitative che consentano condizioni alloggiative dignitose per i lavoratori. Soluzioni abitative che, per di più, ci sarebbero da tempo ma non vengono concesse. Nel 2011, infatti, utilizzando fondi europei vincolati il Comune di Rosarno aveva costruito sei palazzine, per un totale di 36 appartamenti con 6 posti letto ciascuno, destinate unicamente all’accoglienza dei migranti che lavorano i campi della piana. Un progetto costato 3 milioni che avrebbe dovuto aiutare a superare le tendopoli e le baraccopoli che sorgono in una delle aree più soggette a caporalato e sfruttamento dove i migranti vivono come animali ammassati in alloggi di lamiera. Un progetto che, però, non è mai stato inaugurato e dal 2011 ad oggi non ha mai aperto i battenti costringendo i braccianti a vivere nella miseria in cui si si consuma la segregazione e la riduzione in schiavitù di migliaia di lavoratori agricoli.

Si tratta, insomma, dell’ennesima soluzione senza soluzione. Una toppa messa un po’ a casaccio senza centrare il buco che nel frattempo si allarga. Una situazione che si ripete uguale ogni volta a San Ferdinando come nel resto d’Italia. Come a Cassibile, in provincia di Siracusa, dove entro metà settembre sarà smantellata completamente la baraccopoli che ospita i lavoratori agricoli senza trovare soluzione alternativa nemmeno per loro. Si dimostra ogni volta di più l’incapacità dell’Italia di affrontare in modo strutturato questo problema, con i campi dei braccianti che tornano a far parlare di sé solo quando scoppia qualche rivolta o perde la vita qualche migrante per colpa delle condizioni in cui si vive. Allora inizia il carosello dei proclami, un susseguirsi di promesse di una soluzione in tempi rapidi che si esaurisce in qualche giorno facendo tornare nel dimenticatoio una delle più gravi crisi umanitarie che esistano nel nostro paese.