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Come l’Europa sta disboscando l’Amazzonia

Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a tanta ingiustizia
-Chico Mendes-


A parole, l’ambiente è il tema centrale su cui si sta concentrando l’Unione Europea. Da mesi ormai le istituzioni europee parlano del “Green New Deal”, il pacchetto di provvedimenti e incentivi per azzerare le emissioni entro il 2050 e rendere più sostenibile la crescita economica, come assoluta priorità sottolineando la necessità di agire il prima possibile per salvare il pianeta. “Nessuno deve essere lasciato indietro” si legge sul sito “nessuna persona e nessun luogo possono essere trascurati”. Ma la grande sfida europea fallisce ogni giorno a 10.000 km da Bruxelles, nel cuore della Foresta Amazzonica.

Disboscamento – Quello che era il polmone verde del mondo, una lussureggiante foresta pluviale con un ecosistema unico, si sta trasformando a ritmi da record in un’arida savana. Secondo i dati ufficiali, diffusi dall’Istituto nazionale per le ricerche spaziali del Brasile, tra gennaio e aprile 2020 sono stati disboscati 1.200 km quadrati di foresta, il 55% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Negli ultimi 12 mesi (aprile 2019 – aprile 2020) sono stati in totale 9.320 i km quadrati di foresta distrutti, il dato più alto mai registrato dall’inizio del monitoraggio nel 2007.

Non è certo un caso che la deforestazione abbia subito un’impennata nell’ultimo anno. Nel gennaio scorso infatti si è insediato come presidente del Brasile, paese che ospita la maggior parte della Foresta Amazzonica, Jair Bolsonaro. Dopo una campagna elettorale basata, anche, sulla promessa di uno sfruttamento massiccio di quell’area per rilanciare l’economia del paese, il presidente ha mantenuto le promesse smantellando di fatto le politiche a tutela della foresta e tagliando drasticamente i fondi destinati al controllo sulle attività illecite nell’area. Non sorprende dunque che al suo fianco abbia un ministro dell’Ambiente, Riccardo Salles, che ha definito la crisi climatica “una questione secondaria” o un ministro degli esteri secondo cui sarebbe solo un “complotto marxista”. In un anno di governo Bolsonaro ha sostituito o licenziato tutti i dirigenti dei principali enti preposti alla difesa della foresta, da Ricardo Galvao a Lubia Vinhas, creando così un esercito di collaboratori pronti a sostenere la sua strategia politica basata sullo sfruttamento indiscriminato dell’area per coltivazioni, allevamenti e miniere. Così si sono moltiplicati i roghi appiccati dai proprietari terrieri per far largo alle proprie attività e le azioni dei taglialegna illegali che abbattono intere aree di foresta per sfruttare il suolo.

Ma un fenomeno così complesso non può essere ridotto a questo. Dietro agli incendi e alla deforestazione dell’Amazzonia non c’è solo la volontà politica di una leadership poco sensibile ai temi ambientali. C’è un sistema di produzione e di consumo alimentare che ha in quelle aree del Brasile uno dei propri baricentri. È un sistema dove gran parte della popolazione mondiale fonda la propria dieta sul consumo di proteine animali. E se aumenta il consumo di carne, aumentano gli animali da allevare, e aumenta la necessità di produrre materie prime agricole per i loro mangimi. Diventa così indispensabile la presenza di vaste aree da destinare alla produzione intensiva di cereali e soia da destinare al nutrimento degli allevamenti di tutto il mondo. Secondo un recente studio del canadese Tony Weiss, un terzo delle aree coltivate nel mondo non è destinato al consumo da parte degli uomini ma alla produzione di prodotti per la zootecnica. È proprio a questo che sono destinate le aree disboscate in amazzonia. Abbattere gli alberi permette da un lato di ampliare la superfice coltivabile a soia, principale alimento per gli allevamenti, e dall’altro di creare aree in cui allevare in modo intensivo bovini.

Europa – Ma cosa c’entra in questo contesto l’Unione Europea? Il Brasile, maggior produttore di soia al mondo, è il principale partner commerciale dei paesi europei per quel che riguarda l’importazione di soia e cereali. Secondo un recente studio della rivista “Science”, circa un quinto della soia prodotta in zone disboscate della regione amazzonica è destinata al mercato europeo. Solamente pochi giorni fa nel porto di Amsterdam ha attraccato la nave mercantile “Pacific South” proveniente dal Brasile e carica di oltre 100.000 tonnellate di soia per la cui coltivazione sono stati necessari secondo le stime circa 40.000 ettari di terreno. L’arrivo della “Pacific South” non è però che l’ultima dimostrazione di un rapporto commerciale consolidato e sempre più stabile tra l’UE e il Brasile.

Lo scorso anno, tra le polemiche di alcuni europarlamentari e il silenzio della stampa italiana, l’UE ha stretto un patto politico e commerciale con il cosiddetto “Blocco Mercasur” composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. L’accordo, presentato da Junker come “un momento storico per l’Europa”, oltre a favorire le esportazioni dall’UE verso quei paesi riducendo dazi e alleggerendo la burocrazia rende anche più semplice l’importazione in Europa di prodotti agroalimentari dall’area “Mercasur”. È evidente dunque come l’Europa, attraverso il fitto commercio con il paese sudamericano, sia almeno in parte responsabile di quel disboscamento che pubblicamente condanna e contrasta. Sulla spinta di una domanda che non accenna a diminuire, e anzi aumenta sempre più, la frontiera agricola brasiliana si muove verso nord ad un ritmo impressionante rosicchiando senza sosta km di foresta per destinarli al soddisfacimento del fabbisogno mondiale, e soprattutto Europeo, di soia e cereali.

E se l’Europa, mentre rilancia politiche green, alimenta un disboscamento incontrollato della foresta pluviale brasiliana il nostro paese non può dirsi estraneo a questo fenomeno. Anche per l’Italia, infatti, il Brasile si conferma principale partner commerciale per quel che riguarda l’importazione di soia e cereali e gli accordi tra i due paesi non sono mai stati messi in discussione. Tra il gennaio e il luglio 2019, secondo le statistiche ufficiali, abbiamo importato più di 130 milioni di dollari di prodotto non lavorato (tra semi e macinato) dal paese sudamericano. Come l’Europa, però, anche il nostro paese fa finta di non sapere da dove provengano i cargo carichi di soia. Fingiamo di non sapere che per produrla ogni giorno una fetta di Amazzonia scompare per sempre. E mentre alimentiamo tutto questo continuiamo imperterriti a ripeterci che il nostro obiettivo deve essere la salvaguardia dell’ambiente. Perché non esiste un pianeta di riserva.

La guerra di Bolsonaro al polmone del mondo

Ma salvare le foreste
vuol dire salvare l’uomo,
perché l’uomo non può vivere
tra acciaio e cemento,
non ci sarà mai pace,
mai vero amore,
finché l’uomo non imparerà
a rispettare la vita.


“La foresta amazzonica non è patrimonio dell’umanità, ed è sbagliato dire che sia il polmone del mondo. La foresta è del Brasile, basta mettere in dubbio la nostra sovranità”. Era il settembre scorso quando, dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Jair Bolsonaro attaccava leader mondiali e media arrogandosi il diritto di decidere il futuro della foresta amazzonica. Ora, a quasi cinque mesi da quelle dichiarazioni, il presidente brasiliano sta provando a fare quello che nessuno aveva osato fare prima di lui: anteporre gli interessi economici alla salvaguardia dell’Amazzonia.

Piano – Ma la salvaguardia della foresta pluviale più grande del pianeta per Bolsonaro è un fattore secondario. Già durante la campagna elettorale del 2018, che lo aveva portato alla vittoria delle elezioni, il presidente brasiliano aveva più volte evidenziato come la presenza di un’area “intoccabile” come quella amazzonica rappresentasse un freno per l’economia del paese. Dal 1° gennaio 2019, momento dell’insediamento ufficiale, Bolsonaro ha forzato la mano provando a dar seguito con i fatti a quelle parole che avevano scatenato le preoccupazioni degli ambientalisti di tutto il mondo. Prima ancora che cambiando le leggi, lo ha fatto principalmente riducendo le sanzioni, gli avvertimenti e i sequestri operati dalle autorità verso società e proprietari terrieri che portano avanti opere di disboscamento illegale. Nei primi sei mesi del suo mandato (fino a luglio 2019) le sanzioni per il disboscamento illegale sono diminuite quasi del 70% garantendo un livello di impunità tale da spingere molti a non rispettare più alcun limite imposto dalla legge. Un atteggiamento passivo a cui è seguito un atteggiamento attivissimo con la rimozione di qualsiasi funzionario pubblico abbia tentato di denunciare il problema. Come accaduto con il fisico Ricardo Galvao, direttore dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali, colpevole di aver diffuso dati che testimoniavano un drammatico incremento del disboscamento. In questo modo Bolsonaro è riuscito a costruire un apparato statale a sui immagine e somiglianza con funzionari e uomini di governo scelti strategicamente per poter proseguire incontrastato nella sua opera di riforme. Strategica in tal senso è stata ad esempio la nomina di Ricardo Salles come ministro dell’ambiente. Finito al centro di un’indagine nel 2017 per aver violato le leggi sulla tutela ambientale per fini economici, Salles ha espresso più volte i suoi dubbi sull’effettiva esistenza di un cambiamento climatico. Un paradosso che diventa normalità nel Brasile di Jair Bolsonaro.

Come diventa normale affidare il Ministero per le Miniere e l’Energia ad un ex militare senza esperienze politiche né tantomeno nel settore energetico. Si tratta in questo caso dell’Ammiraglio Bento Albuquerque protagonista, insieme al presidente brasiliano del nuovo piano di sfruttamento dell’amazzonia. I due hanno infatti presentato alla stampa, in occasione della conferenza stampa per i 300 giorni del governo Bolsonaro, il nuovo piano per lo sfruttamento delle risorse minerarie presenti nei territori indigeni consegnato dallo stesso Albuquerque al termine dell’incontro al presidente della Camera, Rodrigo Maia, che nei prossimi giorni darà inizio all’iter per l’approvazione. Il provvedimento rappresenta il culmine della politica attuata dall’esecutivo nonché la realizzazione di quelle promesse fatte dal Bolsonaro durante la campagna elettorale. Con questa legge, se approvata, si aprirebbe allo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie presenti nella foresta amazzonica e finora rimaste intatte. Il parlamento sarebbe chiamato di volta in volta a concedere o meno l’autorizzazione alle varie società per sfruttare i giacimenti o realizzare opere idroelettriche previo un parere, non vincolante, delle tribù indigene. E proprio quelle tribù sono quelle maggiormente a rischio, il provvedimento aprirebbe infatti ad uno sfruttamento massiccio della foresta pluviale per finalità economiche senza prevedere vincoli né per lo sfruttamento delle risorse, attualmente utilizzate solamente dagli indigeni in minima quantità, né per i territori interessati da tali attività. È un vero e proprio attacco alle riserve indigene con una decisione che nessuno fino ad ora aveva mai osato prendere. Se il congresso dovesse approvare il disegno di legge, infatti, centinaia di tribù rischierebbero di rimanere senza terra, sfrattati dalle riserve che occupano da millenni per perseguire uno sviluppo economico obsoleto già in partenza. La vita di centinaia di tribù in cambio di risorse che tutto il mondo cerca di eliminare: petrolio, gas e carbone.

Indigeni – La vita degli indigeni, d’altra parte, non è mai stata così poco tutelata dalle istituzioni brasiliane come nel primo anno di presidenza Bolsonaro. Taglialegna e minatori illegali hanno in questo periodo aumentato il livello di violenza nei confronti delle tribù indigene e, coperti da un’impunità pressoché totale, non si sono fatti scrupoli ad uccidere chiunque provasse ad intralciare le loro attività. A farne le spese sono stati in particolare i cosiddetti “Guardiani della Foresta”, una sorta di corpo di polizia istituito dagli indios per vigilare sulla foresta amazzonica nel tentativo di limitare le attività economiche illegali, diventati negli ultimi mesi sempre più un bersaglio. Ma non sono i soli a pagare con la vita, l’intera popolazione indigena è a rischio. Un’ondata di violenza che ha portato un gruppo di giuristi, accademici e attivisti a denunciare Jair Bolsonaro alla Corte Penale Internazionale dell’Aja per incitamento al genocidio delle popolazioni native e crimini contro l’umanità. Due accuse pesanti e giustificate dal bassissimo livello di attenzione posto dal suo governo sulle esigenze e sulle difficoltà delle popolazioni indigene oltre che dal totale disinteresse per i crimini portati avanti dai disboscatori illegali. Un genocidio istituzionale che trae la propria forza dai continui tentativi del presidente brasiliano di indebolire sistematicamente tutti gli enti preposti alla salvaguardia delle tribù. Dall’inizio del suo mandato, Bolsonaro ha rimosso 22 funzionari su 27 sostituendoli con uomini di fiducia pronti ad obbedire ai suoi ordini.

Nei giorni scorsi è arrivata la nomina del missionario evangelico Ricardo Lopez Dias alla guida del Funai, l’agenzia governativa agli affari indigeni. Un missionario evangelico dovrà dunque gestire i rapporti con le tribù incontattate nel delicato passaggio per lo sfruttamento delle risorse in quei territori con tutti i rischi che ciò può comportare. E le critiche non sono mancate. Diversi attivisti hanno ricordato la precedente esperienza di Dias nella New Tribes Mission (oggi Ethos360), un’organizzazione fondamentalista che con le sue missioni nel cuore della foresta amazzonica cerca di portare ad un’evangelizzazione forzata delle tribù incontattate. “È come mettere una volpe a guardia del pollaio” è stato il commento lapidario della ong “Survival International” che da anni si occupa di difendere i diritti delle popolazioni indigene messi in serio pericolo da un Bolsonaro che “cede agli interessi evangelici e di proselitismo, minando una politica secolare di rispetto per le popolazioni indigene”. La nomina di Dias si aggiunge così a quella di un altro pastore evangelico, la ministra dei Diritti Umani Damares Alves che, insieme al Funai, ha il compito di delimitare i confini delle terre indigene. Due figure che hanno già dimostrato, con una sola dichiarazione, di poter rappresentare il più grande problema per la storia recente dei popoli indigeni: “Nessun rapporto con le ONG. Ora l’indiano deve parlare direttamente con noi e lavoriamo per soddisfare le sue vere necessità”. Due missionari evangelici fondamentalisti a curare i delicati rapporti con popolazioni che non vogliono aver contatti con la società. Non è un libro di storia aperto sul capitolo del colonialismo. È la drammatica situazione del Brasile di oggi.

Disboscamento – E se gli indios sono in pericolo, la loro casa non è certo al sicuro. Dove prima c’era il verde ora campeggiano macchie giallastre, dove prima c’erano gli alberi ora la desolazione. Nel 2019 la deforestazione è aumentata del’85% rispetto all’anno precedente con oltre 9.000 chilometri quadrati di vegetazione persi per sempre. E in questo 2020 la rotta non sembra destinata ad invertirsi, al contrario. Nel solo mese di gennaio, stando ai dati dell’Inpe basati sul sistema di monitoraggio DETER, 284, 27 chilometri quadrati sono già andati distrutti con un incremento del 108% rispetto al gennaio 2019. Dati allarmanti che indicano come i fattori che hanno potato ad una deforestazione record durante tutto lo scorso anno, non siano cambiati. Alimentata e coperta dal governo la deforestazione rischia di non fermarsi nemmeno quest’anno. E mentre le autorità brasiliane nascondono i crimini ambientali e tentano di legalizzarli, il polmone del mondo muore per far vivere il profitto. Per arricchire i pochi e far morire gli altri. Però forse non è il momento di perdere la speranza ma di combattere ancora di più contro chi abusa del mondo condannandoci tutti. Perché gli alberi continuano a cadere. Gli indios continuano a morire. Ma forse un giorno uomo e foresta vivranno insieme. Speriamo che quel giorno arrivi presto.

Australia, storia di una catastrofe senza precedenti

With courage let us all combineTo advance Australia fair.
In joyful strains then let us singAdvance Australia fair!
– Advance Australia Fair, Inno nazionale australiano-


La tregua di Natale è durata poco. La speranza degli australiani è finita con la nuova ondata di caldo. Sono ripresi, più impetuosi e devastanti di prima, gli incendi che da quattro mesi stanno mettendo in ginocchio l’intera Australia. Un’area grande quanto il Belgio è andata in fumo, la barriera corallina agonizza, le foreste pluviali sono in fiamme e per la fauna locale cresce un terribile rischio di estinzione. È una catastrofe senza precedenti. Nemmeno il lavoro, instancabile e ininterrotto, di volontari e vigili del fuoco può nulla contro il gigante di fuoco che sta inghiottendo l’intero paese.

La storia – L’Australia è da sempre particolarmente esposta al rischio di incendi a causa del suo clima particolarmente arido. Il più grande della storia del continente fu il 6 febbraio 1851, passato alla storia come “The black Thursday”, quando nello stato di Vittoria le temperature di oltre 40° C e i forti venti alimentarono un muro di fuoco che incenerì in un solo giorno oltre 5 milioni di ettari causando la morte di 12 persone e oltre un milione di animali. Ottant’anni più tardi fu il turno del “Black Friday” con le fiamme che nella giornata del 13 gennaio 1939 distrussero due milioni di ettari uccidendo 71 persone. Più recente il caso del “Black Saturday” che nel 2009 causò la morte di 173 persone con i roghi che, divampati il 7 febbraio, distrussero un’area di circa 450.000 ettari in un mese. Questa volta, però, c’è qualcosa di diverso. Non si tratta di un evento di un giorno o di qualche settimana. Non si tratta di un “Black Friday” o di un “Black Monday”. Questa volta, se si vuole continuare con questa denominazione, si può parlare di “Black Year”

Gli incendi in Australia sono iniziati 121 giorni fa e da 17 settimane ininterrotte stanno divorando l’Australia. Il 6 settembre i primi roghi sono divampati nel Nuovo Galles del Sud, nel sud est del paese, e da lì si sono rapidamente estesi arrivando a toccare a inizio novembre il Wollemi National Park, alle porte di Sidney. Attualmente si contano circa 90 focolai diversi tra Nuovo Galles del Sud, Vittoria e Queensland con un’area di oltre 5 milioni di ettari, quanto Piemonte e Lombardia messi insieme, già distrutta dalle fiamme. Nel sud est del paese, la regione più popolosa, è stato dichiarato lo stato di emergenza e venerdì oltre 100.000 persone sono state evacuate anche via mare con mezzi della marina militare in quella che è la più grande evacuazione della storia. Centinaia di proprietà sono andate distrutte e 24 persone hanno già perso la vita mentre le fiamme, alimentate da un forte vento e da temperature di oltre 40° C, minacciano Sidney. La città più popolosa dell’Australia è circondata dalle fiamme e rischia di rimanere isolata con continue interruzioni di corrente dopo che la rete elettrica è stata danneggiata dagli incendi. Intanto, per far fronte ad un’emergenza senza precedenti, è partita la più grande mobilitazione dal dopoguerra ad oggi con il premier Scott Morrison che ha richiamato oltre 3.000 riservisti da schierare sul territorio per aiutare i vigili del fuoco. Intanto uno dei simboli dell’Australia è andato completamente distrutto: Sull’Isola dei Canguri, al largo di Adelaide nel sud del paese, oltre 10 mila ettari del Flinders Chase National Park, santuario per le specie in via di estinzione, sono andati in fumo.


Conseguenze – È una strage senza precedenti. Il cielo sopra l’Australia è grigio e arancione. Il fumo e la cenere stanno avvolgendo gradualmente l’intero paese causando problemi di respirazione a buona parte della popolazione. Secondo i dati raccolti, Sidney in questi giorni è la città più inquinata sull’intero pianeta. Il fumo e la cenere sono arrivati fino alla in Nuova Zelanda, dove le nevi e i ghiacciai si sono tinti di marrone. L’impatto degli incendi sull’inquinamento è stato fortissimo. Le fiamme, secondo i dati diffusi dalla NASA, avrebbero provocato l’emissione di 250 milioni di tonnellate di CO2, la maggior parte delle quali, circa 195 milioni di tonnellate, generate dai roghi scoppiati nelle antiche foreste del Nuovo Galles del Sud. Si tratta di cifre impressionanti equivalenti a circa la metà delle emissioni annuali medie dell’intero paese (532 milioni di tonnellate di CO2 emesse dall’Australia nel 2018).

Ma se l’inquinamento da fumo è la conseguenza più evidente della catastrofe che sta attraversando l’Australia, ce n’è una più nascosta ma forse più preoccupante. Dall’inizio degli incendi si stima che siano morti quasi 500 milioni di animali. La stima, effettuata dai ricercatori dell’Università di Sidney, si basa su un rapporto del 2007 del World Wild Fund for Nature (Wwf) relativo agli impatti del disboscamento sulla fauna selvatica australiana. Se la gran parte degli animali è morta nei roghi, molti altri hanno perso la vita per intossicazioni da fumo ma ancor più preoccupante è la situazione per tutti quegli animali scampati ai roghi ma che ora si trovano a dover vivere in un habitat diverso dal loro. Colpito duramente dalla catastrofe è anche l’animale simbolo dell’Australia. Circa 8.000 koala hanno infatti perso la vita negli incendi. Si tratta di quasi un terzo della popolazione totale dello stato che, con quasi 28.000 esemplari, era ritenuta la patria naturale di questa specie. I Koala, spiegano gli scienziati, sono particolarmente vulnerabili agli incendi perché vivono sugli alberi, facilmente infiammabili, è perché si spostano molto lentamente con velocità medie di circa 2 Km/h e massime di 20 km/h per gli esemplari più giovani. Se sarà necessario attendere la fine degli incendi per valutarne l’impatto, si può stimare che ad oggi circa il 30% dell’habitat naturale di questi animali sia andato distrutto. I ricchi ecosistemi che caratterizzavano il continente stanno sparendo trasformandosi in aride distese di cenere. L’impatto ambientale rischia dunque di essere devastante sia per la distruzione della flora e della fauna, con diverse specie che potrebbero trovare l’estinzione se i roghi continuassero, sia per l’inquinamento che stanno provocando le fiamme.

Suicidio Climatico – Ma anche per un evento di questa portata, non si può parlare esclusivamente di fatalità. Se temperature elevate e venti caldi non sono contrastabili, se non con un cambio di rotta globale in risposta ai cambiamenti climatici, la situazione poteva certamente essere gestita in maniera migliore. Il premier Scott Morrison, la cui partenza con la famiglia per festeggiare Capodanno aveva provocato un vero e proprio scandalo costringendolo a tornare, è stato duramente contestato durante la sua visita nel Nuovo Galles del Sud. Molti dei volontari impiegati nell’area si sono rifiutati di stringere la mano al premier in segno di protesta per le sue decisioni politiche che, secondo molti, avrebbero favorito il propagarsi delle fiamme. La mancanza di fondi e di mezzi e la sua iniziale contrarietà allo stanziamento di circa 4 milioni per garantire un compenso alle migliaia di volontari impegnati in tutto il paese hanno alimentato parecchie critiche. Le sue posizioni sono sempre più impopolari e le sue recenti dichiarazioni non fanno che alimentare lo scontento di un popolo in ginocchio. “Continuerei a chiedere alle persone di essere pazienti” ha detto in conferenza stampa. “So che puoi avere bambini in macchina e c’è ansia e c’è stress e il traffico non si muove rapidamente ma la cosa migliore da fare è mantenere ordine e calma”.

Dichiarazioni che non migliorano certo la posizione del premier che da diverso tempo è accusato anche politicamente di essere passivo di fronte ai problemi del clima e di essere in combutta con la lobby del carbone. Dalle pagine del New York Times, il giornalista Richard Flanagan ha definito quello che sta avvenendo con il “suicidio climatico dell’Australia” sottolineando la riluttanza da parte dei governi conservatori a rispettare gli impegni internazionali sul clima. Scott Morrison non è altro che la figura apicale di un sistema politico imprenditoriale impegnato da diverso tempo in un’azione di negazionismo climatico. Ne è una prova lo United Australia Party, partito politico creato dal magnate del carbone Clive Palmer con l’unico scopo di togliere voti ai laburisti ed impedirgli di prendere il potere e attuare politiche più green. E se la politica si muove in una direzione senza ritorno, la stampa le dà man forte. Rupert Murdoch, il moloch dei media planetari che nel suo paese controlla il 58%, da anni utilizza i suoi media per diffondere notizie apertamente schierate sul negazionismo climatico. Posizioni certamente funzionali alla difesa del settore più remunerativo dell’Australia, primo esportatore al mondo di gas e carbone, ma altrettanto sicuramente dannose non solo per il paese ma anche, in prospettiva più ampia, per l’intero pianeta.

Ma c’è una nuova speranza che nasce da questi incendi. Gli australiani, nonostante la macchina della propaganda lavori a pieno regime, si stanno accorgendo dell’incompetenza di un premier che non ammette i propri errori e anzi sostiene che gli incendi siano “solamente in minima parte” dovuti alle sue politiche. La rabbia nei confronti di Morrison è esplosa e il consenso nei suoi confronti è in picchiata. Da qui deve ripartire l’Australia. I roghi che stanno devastando il paese possono essere per il popolo australiano un nuovo inizio. Possono essere l’evento scatenante di una presa di coscienza collettiva. L’inizio di un cambiamento profondo che scuota l’intera popolazione a partire dalle cariche di governo. Perché, come si auspica nell’inno nazionale scritto dal britannico Peter Dodds McCormick, la bella Australia possa migliorarsi anche in questa terribile fase storica e i suoi abitanti possano tornare a vivere una vita normale. E possano tornare a cantare, con un po’ più di speranza

In joyful strains then let us singAdvance Australia fair!

Come la Lombardia è diventata la nuova “Terra dei Fuochi”

“Non coltiviamo giardini perché in noi non c’è più pace, non c’è più bellezza. La spazzatura è lo specchio di una cultura che consuma, di una cultura crudele, agitata, cinica che produce spazzatura interiore, che si trasforma in tonnellate di spazzatura reale. La spazzatura l’abbiamo innanzitutto dentro di noi ed è dentro di noi che dovremmo fare pulizia. Dove si semina bellezza nasce qualcosa ed è triste che oggi non si abbia bisogno dell’arte e del potere sanificante della cultura.”
– Susanna Tamaro –      


Discariche abusive, rifiuti stipati in capannoni dismessi, roghi dolosi e avvisi che invitano i cittadini a tenere le finestre chiuse e non consumare prodotti agricoli della zona. La sensazione, sempre più confermata dalle indagini della magistratura, è che interessi criminali diversi stiano rendendo la Lombardia una nuova “Terra dei fuochi”. La regione, considerata da molti la “locomotiva d’Italia”, è al centro degli interessi che ruotano intorno allo smaltimento dei rifiuti come confermato dai dati della classifica regionale stilata nel 2018 da Legambiente che pongono la Lombardia al primo posto tra le regioni del nord con 399 infrazioni accertate.  

I roghi – Un anno fa, il 14 ottobre, Milano veniva avvolta dal fumo. In via Chiasserini, alle 22.40, divampò un enorme incendio in un capannone stipato fino all’inverosimile di rifiuti. Il rogo, di origine dolosa, aveva impegnato quasi 30 mezzi dei vigili del foco per tre giorni prima di essere completamente estinto. Fiamme alte fino a 40 metri e una colonna di fumo denso e nero che avvolse Milano con rischi enormi per la salute dei cittadini. Tre scuole e diversi impianti sportivi furono chiusi, la circolazione dei treni nella zona subì pesanti ripercussioni e il comune invitò tutti a tenere chiuse le finestre ed uscire il meno possibile. Uno scenario quasi apocalittico che risvegliò molte coscienze mostrando un’evidenza che non poteva più essere nascosta: gli interessi criminali dietro al business dei rifiuti coinvolgono anche la Lombardia. Decine e decine di incendi, quasi sempre dolosi, distruggono da due anni circa depositi illeciti di rifiuti ad un ritmo impressionante. Quasi due roghi al mese si sono registrati nel 2018 e la situazione non accenna a migliorare nell’anno in corso. Limbiate, Novate Milanese, Arese, Gaggiano, Cinisello, Mariano Comense, Mortara, Bedizzole e tanti altri, una lista sempre più lunga che traccia una mappa desolante che vede ai primi posti per numero di roghi le province di Milano e Pavia.  

La Ricerca – l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano, CROSS, nell’ultimo rapporto di ricerca sul fenomeno mafioso in Lombardia ha incluso un capitolo sulla gestione dei rifiuti a conferma della crescente rilevanza che tale business sta assumendo anche al nord. Stando al rapporto, il settore dei rifiuti appare come un “settore di investimento relativamente nuovo per le organizzazioni mafiose presenti in Lombardia” con una presenza più significativa della criminalità calabrese. Funzione propulsiva al business dei rifiuti sarebbe svolta da uno dei settori tradizionali dell’economia “legale” mafiosa ovvero il movimento terra. I clan hanno visto nelle fasi di spostamento di materiali un importante occasione per trasportare e smaltire rifiuti, spesso pericolosi, anche per conto di imprese legali attratte dai prezzi minori offerti dalla manodopera criminale. Un’opportunità che i clan non si sono lasciati sfuggire traendo da essa un doppio vantaggio: “da un lato, i compensi ricevuti per lo smaltimento di materiale classificato come pericoloso pur non avendone sostenuto i costi (poiché, di fatto, non smaltito); dall’altro, l’impiego degli stessi rifiuti come materiale inerte da impiegare nelle costruzioni”. Non solo dunque le discariche abusive, nella strategia della criminalità organizzata lo smaltimento dei rifiuti avviene anche attraverso il loro interramento. Se, dunque, da una parte gli incendi provocano un abbassamento drastico della qualità dell’aria respirata dall’altra il loro interramento inquina ettari ed ettari di terreno rendendo nocivi prodotti agricoli e rappresentando un forte pericolo per la salute. In questo senso, dallo studio effettuato dai ricercatori di CROSS, si individua uno schema articolato in quattro fasi che riassume le modalità di azione della criminalità organizzata nel settore dei rifiuti: “L’acquisto, l’affitto o l’impiego abusivo di un terreno sul quale vengono poi effettuati scavi profondi, necessari a creare i presupposti per l’interramento dei rifiuti di varia origine e la produzione del calcestruzzo con il materiale inerte prodotto con gli stessi rifiuti”. Il fenomeno degli incendi risulta essere dunque solo un segnale, allarmante e pericoloso, di una presenza ancor più articolata.  

Feudo – Le inchieste Cerberus e Parco Sud, rispettivamente del 2008 e 2009, avevano già sottolineato gli interessi della ‘ndrangheta nella gestione dei rifiuti al nord. In particolare si faceva riferimento al clan Barbaro-Papalia che, secondo gli inquirenti, avrebbe sepolto tonnellate di rifiuti speciali e tossici negli scavi dei cantieri gestiti dallo stesso clan. Ma dietro a questa gestione dello smaltimento dei rifiuti sembra esserci un traffico ancora più grande. L’operazione “Feudo” che pochi giorni fa ha portato all’arresto di 11 persone tra Lombardia Campania e Calabria, ha svelato come nei capannoni lombardi vengano stipati i rifiuti provenienti in modo illecito dalla Campania. Partita dall’incendio che il 3 gennaio 2018 distrusse un capannone di oltre 1000 metri quadri a Corteolona. Le indagini hanno svelato un business di portate enorme individuando un’organizzazione criminale, capeggiata da soggetti di origine calabrese, tutti con numerosi precedenti penali, i quali, attraverso una struttura composta da impianti autorizzati e complici, trasportatori compiacenti, società fittizie intestate a prestanome e documentazione falsa, gestivano un ingente traffico di rifiuti urbani ed industriali provenienti da impianti campani e finivano in capannoni abbandonati del Nord Italia o interrati in Calabria. Secondo i magistrati della DDA di Milano, guidati da Alessandra Dolci, il sodalizio criminale avrebbe creato in questo modo discariche per quasi 14 tonnellate di rifiuti con un volume complessivo di profitti illeciti stimato in oltre 1,7 milioni di euro nel solo 2018. I rifiuti, che arrivavano in lombardia tramite la Smr Ecologia srl di Busto Arsizio, venivano stipati in capannoni a Como, a Varedo (Monza e Brianza) nell’area ex Snia, a Gessate e Cinisello Balsamo (Milano), per un ammontare di circa 60 mila tonnellate accertate. Un traffico illecito di rifiuti gestito in modo criminale senza curarsi delle conseguenze. Rifiuti stipati all’inverosimile in capannoni industriali dismessi spesso distrutti da roghi appiccati dagli stessi trafficanti. Una situazione sempre più preoccupante e sempre più sotto i riflettori grazie alla maggior attenzione politica, si a livello locale che nazionale, e mediatica.  

La politica – L’attenzione politica in questo ambito è sicuramente sempre più alta. Il 18 gennaio scorso la “Commissione Parlamentare di Inchiesta del Senato sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati” aveva rilanciato l’allarme circa la pericolosità di questi fenomeni attraverso la relazione conclusiva del suo lavoro. Una relazione che sottolineava un incremento di reati connessi al ciclo dei rifiuti al nord ed in particolare in Lombardia. Un documento illuminante quanto preoccupante che, incrociando tutte le segnalazioni di roghi e incendi raccolte dalle Agenzie territoriali per la protezione ambientale, i fascicoli aperti dalle procure della repubblica italiane e gli interventi dei vigili del fuoco, traccia un quadro quasi completo della situazione nazionale arrivando a indicare la Lombardia come nuova “terra dei fuochi”. Un allarme accolto con modalità diverse dalla politica locale. Se infatti la commissione antimafia di Regione Lombardia si è attivata da tempo per monitorare il fenomeno, lo stesso non si può dire del governatore Attilio Fontana. “La Lombardia nuova terra dei fuochi? Credo che chi ha fatto questa affermazione dovrebbe essere un po’ più cauto. Esiste anche il reato di procurato allarme.” ha detto Fontana commentando i dati e i continui incendi. Parole che vogliono essere tranquillizzanti ma che sortiscono l’effetto opposto. Sminuire in questo modo un fenomeno evidente e pericoloso potrebbe avere conseguenze pesanti per la salute dei cittadini e del territorio. Il primo passo per poter combattere fenomeni criminali strutturati e forti è proprio quello di prenderne consapevolezza. I cittadini lo stanno lentamente facendo allarmati dai roghi che li costringono in casa. Sarebbe ora che anche la più alta istituzione regionale ammettesse il problema. Sarebbe un primo passo per un intervento deciso, non solo della magistratura ma anche della politica. Prendere conoscenza per agire in modo mirato ed efficace, senza negare per convenienza o paura ciò che sta avvenendo da anni. Un segnale della voglia della Lombardia di scrollarsi di dosso l’appellativo “terra dei fuochi” per tornare ad essere “locomotiva d’Italia”. Prendiamone coscienza dunque. Per fare pulizia dentro di noi e ritornare finalmente a seminare bellezza. 

I giovani che vogliono salvare il pianeta

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi”
–  G. Rodari –


Milioni di volti, giovani e speranzosi. Milioni di colori. Balli canti e cartelli colorati. 156 paesi, più di 5000 manifestazioni organizzate. Milioni di giovani per un’impresa difficile. Il terzo sciopero globale per il clima conferma la forza di un movimento giovane ma determinato. In una settimana, in tutti e 5 i continenti, sono stati i più giovani ad alzare la voce e a farsi sentire per chiedere alle istituzioni una svolta green che sia in grado di tutelare il pianeta da una fine catastrofica che sembra sempre più vicina.  Dall’Australia alla Nigeria, dagli Stati Uniti all’India, un unico coro ha chiesto a gran voce un cambio di rotta.

“Immagini incredibili da tutta Italia” – Anche Greta Thunberg, la sedicenne paladina della lotta ai cambiamenti climatici, è entusiasta della risposta dei ragazzi italiani alla causa ambientalista. Complice la decisione del ministro dell’Istruzione Fioramonti di giustificare l’assenza a chiunque avesse deciso di scioperare per il clima, il nostro paese è stato ancora una volta quello in cui si è registrata la maggior partecipazione. Nelle principali città Italiane gli studenti di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, sono scesi in piazza senza simboli di partito, senza bandiere di associazioni, senza ideologie: solo tanti, tantissimi, cartelli con gli slogan più disparati. Da nord a sud è scesa in piazza quella generazione senza futuro che ha capito, ancor prima dei grandi, l’urgenza di una svolta radicale nel modo di produrre, di vivere e di pensare. “Ci avete rotto i polmoni” lo slogan più gettonato, indice di una profonda ed insanabile sfiducia verso una società che fatica a comprendere la gravità e l’urgenza delle istanze ambientaliste. Una società che non ascolta o sbeffeggia i giovani che, per la prima volta da tanto tempo, hanno trovato una battaglia che li unisce. “Siamo un milione” hanno comunicato nel pomeriggio di venerdì gli organizzatori della rete ‘Fridays for Future Italia” numeri imponenti che rendono il nuovo movimento ambientalista uno dei più importanti movimenti giovanili in Italia, e nel mondo, degli ultimi anni. L’Italia si è fatta trovare pronta anche a questa terza “chiamata alle armi” ed è proprio dai giovani che venerdì affollavano le piazze che si dovrebbe ripartire per creare finalmente i presupposti per un futuro migliore.

Un movimento transnazionale – Ma non c’è solo l’Italia. Quello di ‘Fridays For Future’ è diventato, in meno di un anno, un fenomeno globale come non se ne sono mai visti. Un movimento che è riuscito a raggiungere davvero ogni angolo della terra e a mobilitare i giovani di tutti i continenti per un’unica grande battaglia che coinvolge tutti. Questa settimana abbiamo assistito ad una sorta di grande staffetta iniziata con le 300 mila persone scese in piazza in Australia il 20 settembre e proseguita ininterrottamente fino alle manifestazioni europee di questo venerdì. Nel mezzo migliaia di eventi, iniziative, flash mob e cortei che hanno mobilitato, per la prima volta, anche diverse città africane e sono culminate con la manifestazione di New York guidata da Greta Thunberg e Barack Obama. E mentre i giovani scendono in piazza, i grandi cercano di dare un’etichetta ad un movimento che non riescono, o non vogliono, capire: un nuovo ’68, i gretini, i rivoluzionari del clima e chi più ne ha più ne metta. Ma quello di cui forse non ci si accorge è che non si tratta di nulla di questo. Non sono solo giovani sfaticati che vogliono saltare la scuola e non sono nemmeno i supereroi che vogliono salvare il mondo. Sono semplicemente ragazzi e ragazze. Ragazzi e ragazze che hanno preso coscienza di quello che sta accadendo al nostro pianeta ancor prima che lo capissero gli adulti. Ragazzi e ragazze che non vogliono trovarsi a vivere un mondo inabitabile. Una rete enorme e sempre più strutturata che cerca di portare nei propri stati rivendicazioni comuni come la ‘Dichiarazione di Losanna’ elaborata dai delegati dei movimenti nazionali riunitisi quest’estate nella città svizzera per una settimana di confronti dibattiti e organizzazione di un movimento che, seppur appena nato, sta già diventando un punto di riferimento per molti.

Le critiche – “Onestamente, non capisco perché gli adulti scelgano di passare il loro tempo a deridere e minacciare i teenager e i bambini per aver scelto di promuovere la scienza, quando invece potrebbero fare qualcosa di buono”. Commenta così Greta Thunberg le critiche che le sono piovute addosso dopo il suo discorso alle Nazioni Unite di lunedì. Critiche che riflettono un più generale disappunto di una buona fetta degli “adulti” che sembrano non capire quanto sta accadendo intorno a loro. Pensano che sia un capriccio dei ragazzi, una moda passeggera come furono gli emo o i paninari degli anni ’80, non capiscono che non è una moda: è un grido disperato di una generazione che vuole rimediare agli errori di quella precedente. Ma dietro gli attacchi non c’è solo la disattenzione e l’incapacità di comprendere un movimento così ampio e dirompente. C’è qualcosa di più profondo, di più preoccupante. Buona parte di quelli che criticano il movimento ambientalista lo fa per non ammettere le proprie colpe. Per non dover chiedere scusa ai propri figli per aver gradualmente distrutto il mondo. Ed allora entra in gioco la macchina del fango: Greta è mossa dalle lobby, i giovani manifestano per saltare scuola, sono gretini e viziati. Ogni accusa è buona per distogliere l’attenzione dagli errori commessi nei decenni passati. Errori per cui, evidentemente, chiedere semplicemente scusa sarebbe uno smacco troppo grande. Sarebbe darla vinta a dei ragazzini. E allora continuiamo a negare, continuiamo a inquinare. Così ci penserà l’estinzione a risolvere il problema. Così non sarà più necessario chiedere scusa. Ma se non dovesse essere così, se qualcosa dovesse cambiare e le coscienze si inizieranno a smuovere sarà uno smacco ancora più grande. Sarà la vittoria dei ragazzi contro lo scetticismo degli adulti. Sarà la vittoria di una generazione che, per dirla con le parole di Rino Gaetano, “crede in un mondo più giusto e più vero”.Madre Terra, tieni duro. Arrivano i giovani. Ci penseranno loro a salvarti.

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