Monthly Archives: maggio 2021

Il nuovo colonialismo che svuota l’Africa silenziosamente

“La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo,
mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale.” 

-Josè Saramago-


È notizia di pochi giorni fa che la Germania, per la prima volta nella sua storia, ha riconosciuto di essere responsabile tra il 1904 e il 1908 di un vero e proprio genocidio nei confronti delle popolazioni di allevatori degli Herero e dei Nama in quella che oggi è la Namibia moderna, indipendente dal 1990 ma all’epoca colonia tedesca. Il Ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, oltre ad auspicare una riconciliazione con la Namibia, ha annunciato che la Germania intende stanziare un fondo di 1,1 miliardi di euro nei prossimi 30 anni, da investire in sviluppo dell’agricoltura e progetti di formazione ovvero per altre destinazioni che le stesse comunità colpite saranno libere di scegliere.

Europa  – Così la Germania cerca di riappacificarsi con il proprio passato coloniale a differenze di molti paesi occidentali, tra cui l’Italia, che ancora non riescono a riconoscere quegli orrori. Ma quando si parla di colonialismo è sbagliato pensare a qualcosa di lontano, a qualcosa che non ci appartiene. Ancora oggi, in gran parte del continente africano, perdurano forme di colonialismo diverse ma certo non meno provanti per chi le vive. In Europa è la Francia la principale attrice nel nuovo colonialismo, non più militare certo, ma fatto di influenza economica e culturale. Da questo punto di vista l’imperialismo francese sembra non essersi mai concluso e Parigi ha saldamente mantenuto un forte legame con i quattordici stati africani che un tempo erano colonie. Proprio in questi quattordici stati si verifica un caso unico di colonialismo moderno grazie all’utilizzo in tutte le ex colonie francesi di una moneta, il Franco della Comunità Francese in Africa (CFA), coniata da Parigi con un tasso di cambio fisso (655 CFA = 1 euro). Quella che sembra essere solamente una moneta racchiude in sé il senso del nuovo colonialismo francese. Da un lato, infatti, in cambio della convertibilità del CFA con l’euro la Francia richiede di partecipare alla definizione della politica monetaria della zona mentre dall’altro i paesi che utilizzando il Franco Africano sono tenuti a versare il 50% delle proprie riserve presso il Tesoro francese in un fondo comune gestito dallo stato transalpino. Tra i vantaggi derivanti dall’adozione di questa valuta vi è senza dubbio una sorta di scudo contro la svalutazione. Il CFA ripara anche dalle impennate inflattive che sovente scuotono l’Africa e rappresenta una garanzia anche in termini di integrazione regionale, facilitando gli scambi tra i Paesi che lo utilizzano. Non mancano gli svantaggi. Il più evidente è di costituire un potenziale freno allo sviluppo di questi Paesi. A farne le spese sono soprattutto i produttori africani desiderosi di esportare i loro beni in Europa. Il cambio fisso rende molto costose le loro merci e agevola gli agricoltori francesi ed europei. Rafforzando i propri legami culturali ed economici con le ex colonie, Parigi tenta di mantenere un’influenza importante sul continente per resistere al colonialismo in arrivo da oriente.

Asia – Ad oggi la principale potenza colonizzatrice dell’Africa è, senza dubbio, la Cina. Se fino al 2010 Pechino non aveva fatto grossi sforzi per aumentare la propria influenza sul continente, negli ultimi dieci anni sono stati investiti oltre cento miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti economici e commerciali e per la realizzazione di infrastrutture. Un modo silenzioso per far valere la propria forza nel continente aumentando la propria influenza sugli stati che beneficiano degli investimenti massicci in arrivo dalla Cina. Ma quegli investimeni non sono destinati ad una reale crescita dell’Africa. Sono soldi spesi da Pechino in cerca di un tornaconto. Secondo uno studio condotto dalla China-Africa Research Initiative presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies, la Cina ha prestato un totale di 143 miliardi di dollari a 56 nazioni africane di cui circa un terzo dei è destinato a finanziare progetti di trasporto, un quarto all’energia e il 15% destinato all’estrazione di risorse, compresa l’estrazione di idrocarburi. Solo l’1,6% dei prestiti cinesi è stato invece destinato ai settori dell’istruzione, della sanità, dell’ambiente, alimentare e umanitario. Una cifra irrisoria che fa capire come l’investimento cinese sia finalizzato all’utilizzo dell’Africa per scopi economici e commerciali.

Quei prestiti, inoltre, stringono un cappio attorno al collo dei paesi africani che solo ora si rendono conto di essere alle dipendenze di Pechino. La difficoltà di restituire i prestiti ottenuti, infatti, sta costringendo diversi stati a cedere alla Cina infrastrutture o settori strategici della propria economia. Così l’Angola ha legato la propria produzione petrolifera alla Cina per poter ripagare il debito accumulato e il kenya potrebbe addirittura perdere il porto di Mombasa, una delle sue infrastrutture chiave e più grande porto dell’Africa orientale, cedendolo al governo cinese se la Kenya Railways Corporation (KRC) non dovesse effettuare il pagamento di 22 miliardi di dollari dovuti alla Exim Bank of China.

Mentre gli investimenti della Cina aumentano a dismisura, però, va sottolineato come anche altri paesi asiatici abbiano allungato le proprie mire sul continente nero. Tra i dieci maggiori investitori, infatti, si trovano anche Singapore, India ed Hong Kong che investono circa 20 miliardi ciascuno ogni anno in diverse zone.

Dove – Così come i partner, anche i settori e le regioni di interesse sono mutati nel corso degli anni. Gli investimenti hanno infatti iniziato ad essere diretti non solo alle materie prime, ma anche alle infrastrutture, alla manifattura, alle telecomunicazioni e, più recentemente, al settore dei servizi finanziari e commerciali, facendo uso sempre più di nuove tecnologie e puntando all’automazione. Allo stesso modo hanno subito una marcata diversificazione in termini di paesi di destinazione. I paesi destinatari di investimenti sono così cambiati e aumentati: non più solo quelli ricchi di risorse come il Sudan, la Nigeria, l’Angola, ma anche quelli con mercati e consumatori promettenti, per quantità e tipologia, come il Kenya e l’Etiopia. Per la Cina questa diversificazione è avvenuta di pari passo all’arrivo di imprese private cinesi nel continente e al crollo dei prezzi delle materie prime africane.

Il colonialismo, insomma, non sembra essere finito. Nonostante sempre più paesi prendano le distanze dal proprio passato fatto di abusi e violenze, ancora oggi la dominazione straniera in Africa sembra continuare sotto forme diverse. Più silenziose, forse, ma certo non meno pericolose. Se prima, infatti, lo sfruttamento delle risorse africane avveniva alla luce del sole, oggi prosegue nell’ombra sotto forma di investimenti e prestiti che, alla fine dei conti, sembrano servire solo in chi investe danneggiando ulteriormente chi li riceve.

Gli UFO esistono: la storica svolta dietro l’ammissione del Pentagono

Extraterrestre portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare

-Eugenio Finardi-


“Esistono oggetti volanti non identificati. Non sappiamo cosa siano né come facciano a volare in quel modo e a seguire quelle traiettorie. È necessario approfondire con indagini e ricerche”. Una dichiarazione che lascerebbe un po’ il tempo che trova se a farla non fosse l’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, certo non un fanatico degli avvistamenti alieni. Non una battuta, ma una frase detta con serietà istituzionale. Le dichiarazioni di Obama, arrivate durante un’intervista alla CNN, ricalcano le modalità con cui tutti i principali media americani in questi giorni stanno trattando l’argomento. Perché, a 69 anni dai “caroselli di Washington”, l’attenzione sugli UFO è tornata ai massimi livelli negli Stati Uniti.

L’avvistamento – Tutto è iniziato nei primi giorni di questa settimana quando la portavoce del Pentagono, Susan Gough, ha spiazzato tutti con una dichiarazione che conferma la veridicità di un video girato nel 2019 in cui si vede un oggetto non identificato volare a mezzaria prima di scendere in picchiata e immergersi in mare. Per anni, dopo la pubblicazione di quel video, molti appassionati hanno dibattuto sulla possibilità che si trattasse realmente di un UFO, tanto che la task force che all’interno del Dipartimento alla difesa si occupa dei fenomeni aerei non identificati aveva avviato un’indagine. Il video, pubblicato dal documentarista Jeremy Corbell, mostra quello che gli esperti del Pentagono hanno definito “transmedium veichle”, un veicolo cioè in grado di muoversi in aria, in acqua e nel vuoto e che, come si vede dalle immagini, è entrato nelle acque dell’Oceano senza subire alcun danno. Proprio a conclusione della prima parte dell’indagine la Gough ha informato il mondo del suo esito: “Posso confermare che il video è stato effettivamente girato dal personale della Marina e che sulle immagini sono ancora in corso delle indagini”. Una dichiarazione che, da sola, ha fatto riaccendere un dibattito mai realmente sopito sull’esistenza di oggetti volanti non identificati.

Il rapporto – A conferma di quanto l’interesse per la materia non sia più solo appannaggio di complottisti o fanatici degli alieni, vi è l’attenzione sempre crescente che il governo americano sta mettendo nello studio e nel contrasto del fenomeno. E se da una parte ormai le autorità non negano o smentiscono più di aver raccolto materiale sul fenomeno, dall’altra la questione diventa sempre più politica, con le parole dei senatori Marco Rubio che vede negli UFO, o UAP come vengono definiti ora, una “minaccia alla sicurezza nazionale” e il democratico Martin Heinrich che parla apertamente degli Uap come “tecnologia troppo sofisticata per essere umana”. Così, mentre in Europa la tendenza è di ridurre il dibattito sul tema al classico “gli alieni non esistono è inutile parlarne”, negli Stati Uniti la vicenda si fa sempre più seria. Dopo aver desecretato, un anno fa, i video di decine di avvistamenti ad opera di mezzi militari statunitensi, il Pentagono si prepara a pubblicare un ricco dossier realizzato dalla Unidentified Aerial Phenomena Task Force, la divisione dell’intelligence americana che si occupa di UFO. Un rapporto, richiesto dal senatore Marco Rubio, che fa già tremare l’intelligence americana non solo perché dovrebbe rivelare i frutti di uno studio approfondito del fenomeno, ma anche perché, secondo molte fonti, metterebbe in luce alcuni dei più grandi fallimenti dell’intelligence dall’11 settembre ad oggi. Tutti, ovviamente, in materia di oggetti volanti non identificati. A giugno quel dossier sarà pubblico e, forse, si saprà qualcosa in più sull’esistenza e sulla natura dei misteriosi avvistamenti.

Il nuovo atteggiamento delle autorità sull’argomento, però, rappresenta già di per se un fatto degno di nota. La desecretazione di immagini e video dello scorso anno, le dichiarazioni di questi giorni e la prossima pubblicazione di un dossier governativo hanno di fatto per la prima volta nella storia spostato il focus. Ora, infatti, quando si parla di Ufo la questione non è più la loro esistenza ma la loro natura. Si tratta, come comprensibile di una svolta epocale. L’esistenza di oggetti volanti identificati, oggi, non è più negata ma viene data per assodata anche dal governo degli Stati Uniti. Il tutto mentre Louis Elizondo, ex agente Cia e responsabile dell’AATIP (Advanced Aerospace Threat Identification Program),  dichiara pubblicamente che il governo americano è in possesso di “reperti” recuperati nei luoghi di presunti Ufo crash, da relitti degli oggetti volanti. Insomma gli Usa avrebbero parti e componenti degli Uap, custoditi in luoghi non noti. 

Da Roswell a Washington – D’altronde, che gli Stati Uniti siano in possesso di reperti del genere è uno dei temi che da sempre affascina il mondo intero. Un tema nato per la prima volta quando si verificò il cosiddetto “incidente di Roswell” del 2 luglio 1947 quando un oggetto non identificato precipitò al suolo. La vicenda divenne presto famosa in quanto le prime notizie divulgate dai giornali ipotizzarono che si fosse verificato lo schianto di uno o più UFO al quale, secondo alcune teorie, sarebbe seguito il presunto recupero di cadaveri di extraterrestri da parte dei militari statunitensi ed il successivo trasporto nella misteriosa “Area51”. Le dichiarazioni ufficiali, che parlarono di un pallone sonda schiantatosi al suolo, non convinsero mai gli scettici e da quel momento nacque il mito degli Ufo e di una base militare segreta per il loro studio. Da quel momento si sono registrate centinaia di avvistamenti alcuni smentiti, altri mai chiariti. Il più noto, e misterioso, rimane però il cosiddetto “carosello di Washington” del 1952 quando per diversi weekend i cieli off limits sopra il campidoglio furono illuminati da luci bianche che volteggiavano sopra la città. Oggetti non identificati visti sia dai cittadini sia dai militari sui propri radar tanto che in breve tempo le basi aeree intorno alla capitale vennero allarmate e diversi caccia militari si alzarono in volo. Un volo inutile, però, perché pochi secondi prima che arrivassero nell’area dell’avvistamento gli oggetti non identificati sparirono nel nulla per ricomparire pochi minuti dopo il rientro alla base degli aerei.

Probabilmente non sapremo mai con certezza cosa fossero quelle luci. Non sapremo di preciso cosa cadde a Rosewell nel 1947 e nemmeno se effettivamente, nel deserto del Nevada, esiste una base militare adibita allo studio e alla catalogazione di reperti di questo genere. Ma oggi, per la prima volta nella storia, esiste una certezza: gli UFO esistono.

Perchè il conflitto tra Israele e Palestina è scoppiato proprio ora?

Può non piacere la parola, ma quello che sta avvenendo è un’occupazione,
teniamo 3.5 milioni di palestinesi sotto occupazione. 
Credo che sia una cosa terribile per Israele e per i palestinesi.

-Ariel Sharon-


Sono passati sette anni dall’ultimo scontro armato, sedici dalla ultima intifada. Ora, però, tra Israele e Palestina la tensione accumulata negli anni è esplosa in un vero e proprio conflitto. Improvviso ma non imprevedibile. Un conflitto che insanguina la striscia di Gaza e che ha già provocato 122 vittime, tra cui 20 donne e 31 bambini. Ma perché dopo anni di tensione si è arrivati ad un’escalation di violenza così drammatica. 

Miccia – Ventisette giorni prima del lancio del primo razzo su Gaza, militari israeliani hanno fatto irruzione nella moschea di Aqsa a Gerusalemme. Un raid rapido ma di una ferocia inaudita. I fedeli, raccolti in preghiera per celebrare l’inizio del Ramadan, dispersi con la forza. I cavi dei quattro altoparlanti, che trasmettevano le preghiere dai minareti della moschea, recisi per silenziare uno dei momenti più importanti della religione musulmana. Era il 13 aprile e, oltre all’inizio del mese sacro per i musulmani, si stava celebrando il Memorial Day israeliano per celebrare i caduti in combattimento. L’azione dell’esercito israeliano aveva uno scopo ben preciso: silenziare le preghiere musulmane per evitare che disturbassero le celebrazioni dei potenti vicini. 

Ventisette giorni dopo quell’aggressione il primo razzo colpiva Gaza. Ventisette giorni in cui la situazione è precipitata in modo incontrollabile, come una pallina su un piano inclinato. Come se in ventisette giorni tutti i nodi fossero venuti al pettine. Anni di occupazione in Cisgiordania, di discriminazione, di blocchi e restrizioni a Gaza, di schermaglie e proteste tra due popoli da sempre in conflitto. “È come se per anni si sia accumulata polvere da sparo e ora una miccia è stata accesa all’improvviso” ha commentato Avraham Burg, ex portavoce del parlamento israeliano ed ex presidente dell’Organizzazione sionista mondiale.

Escalation – Quella miccia accesa ha bruciato piano per ventisette lunghissimi giorni. I giovani palestinesi, che da tempo vivono una crescita esponenziale della propria identità nazionale, hanno deciso di non voler restare a guardare di fronte all’ennesima provocazione. Le proteste che hanno infiammato la Cisgiordania nei giorni successivi hanno rapidamente accorciato quella miccia portando quella che sembrava essere una piccola fiamma sempre più vicino all’enorme cumulo di polvere da sparo. Per settimane la Cisgiordania è stata teatro di aggressioni, attentati e scontri impari tra manifestanti palestinesi e militari israeliani. Fino a quando si è raggiunto il punto di non ritorno con due episodi che hanno definitivamente esaurito quella miccia fattasi sempre più corta.

Prima sei famiglie palestinesi sono state sfrattate dalle loro abitazioni dall’esercito israeliano. Sei nuclei familiari rimasti senza una casa per una decisione autonoma delle autorità israeliane nel tentativo di aumentare la presenza ebraica a scapito di quella araba nel rione di Sheikh Jarrah. Uno sfratto, l’ennesimo, che in un altro momento della storia del conflitto eterno tra i due stati, probabilmente, non avrebbe sortito nessun effetto ma che in una situazione di tensione crescente ha contribuito a far aumentare la tensione. Fino all’ultimo, decisivo, episodio: in occasione della “notte del destino”, la ricorrenza più solenne prima della fine del ramadan, i militari israeliani hanno fatto irruzione nella spianata delle moschee lanciando granate stordenti e gas lacrimogeni contro i fedeli in preghiera. L’ennesima aggressione ai danni dei fedeli nel mese più importante per la religione musulmana. Ma la miccia ormai era completamente bruciata e la fiammella che sembrava essere piccola e facilmente domabile come le volte precedenti si è fatta incendio ed ha fatto esplodere la polvere da sparo accumulata per anni. Una pioggia di missili si è abbattuta su Israele dando il via al conflitto che ormai tutti abbiamo imparato a conoscere. 

La politica– Ma manifestazioni, soprusi e violenze in Cisgiordania sono all’ordine del giorno da anni. Perché, allora, questa volta la situazione è degenerata? Perché questa volta da un lato, quello palestinese, c’era una leadership in cerca di riscatto mentre dall’altro c’era un vuoto enorme. Un vuoto che ha portato il leader incaricato di formare un nuovo governo, Benjamin Netanyahu, a forzare la mano mostrando i muscoli contro i palestinesi per ingraziarsi l’estrema destra israeliana ancora titubante sulla possibilità di unirsi alla nuova squadra di governo. Dall’altra parte, però, la risposta è stata diversa da quella che si poteva attendere il leader israeliano. I leader palestinesi di Hamas, che spesso sono stati meno propensi ad aumentare la tensione, per recuperare consensi in costante calo anche in vista delle elezioni che si dovrebbero tenere nei prossimi mesi hanno deciso di cavalcare quel sentimento di orgoglio e rabbia che anima i palestinesi. In un certo senso, per Hamas, i fatti di Sheikh Jarrah e le solite manifestazioni del Ramadan erano un’occasione imperdibile per mettersi a capo delle proteste e riaffermare la propria presa sull’elettorato palestinese. L’occasione è stata colta: Hamas ha di fatto infiltrato i movimenti di protesta con i propri membri, alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e soprattutto superato esplicitamente quella che il governo israeliano considera una linea rossa, cioè la sicurezza degli israeliani che abitano a Gerusalemme e Tel Aviv, prese più volte di mira dai lanci di razzi compiuti in gran parte proprio da Hamas. Così alle forzature di Israele la Palestina non ha chinato la testa subendo le angherie dell’eterno nemico ma ha risposto con ritrovata determinazione.

Nessuno, vedendo quello che stava accadendo nei ventisette giorni prima dei bombardamenti, avrebbe immaginato lo scoppio di un conflitto. Non lo immaginava l’intelligence israeliano che in quelle settimane aveva indicato come principale avversario il Libano sottolineando come invece la Palestina non facesse così paura. Era impensabile per gli osservatori esterni vista la “banalità” delle provocazioni israeliane, non diverse da quelle che da decenni subiscono ogni giorno i palestinesi. Ma questa volta qualcosa è cambiato interrompendo quel circolo di provocazioni- manifestazioni – violenze che da anni si ripeteva all’infinito. Una serie di fattori favorevoli si sono allineati portando ad una deviazione dalla strada tracciata in questi anni.

La camorra e quegli influencer che raccolgono milioni di like sui social

La criminalità organizzata, si sa, insegue potere e consenso. Un modo per aumentare entrambi sembra essere la presenza sempre più massiccia sui social network come dimostra la crescita esponenziale di quelli che stanno diventando veri e propri “influencer”.

“Amori”, “cuori”, “fiori”. Si rivolge così ai propri follower Rita De Crescenzo, quarantenne del Pallonetto di Santa Lucia a Napoli, divenuta negli ultimi tempi una star di Tik Tok, il popolare social network cinese, dove conta più di mezzo milione di follower e ventisei milioni di like. Numeri da influencer con un ampio seguito di giovani e giovanissimi che seguono ogni suo gesto attraverso i video che posta sulla sua pagina a ripetizione. Una vera e propria star del social, al punto da “guadagnarsi” ospitate in tv su reti locali dove si esibisce in canti e balletti insieme ai più vari cantanti neomelodici. Ma diversi contenuti di Rita De Crescenzo si spingono oltre ogni limite: dai suoi balletti davanti agli agenti che gli stanno facendo una multa per guida senza patente, ai vigili chiamati “power ranger” a cui chiede di salutare i suoi fan dopo un’altra multa per essere stata colta senza mascherina. Messaggi non certo positivi lanciati ai suoi “cuori”. Un personaggio, insomma, che non ha mancato di suscitare critiche ma sono tanti, troppi, quelli che la ritengono una influencer al punto da chiederle una dedica o un semplice saluto durante una delle sue dirette.

Ma al di là dei suoi video è quello che si cela dietro “a pazzerella”, come la chiamano i suoi fan, a dover preoccupare maggiormente. Rita De Crescenzo, infatti, è finita al centro delle cronache nel gennaio 2017 quando venne arrestata, insieme ad altre 17 donne, nell’ambito di un’operazione anticamorra che colpì il clan Elia. Le ricostruzioni degli inquirenti fatte anche grazie alle parole di un pentito permisero di accertare come il clan abbia utilizzato le donne, tutte a disposizione del sodalizio, come corrieri della droga per rifornire le principali piazze di spaccio di Napoli. Per destare meno sospetti le donne, tra cui proprio la De Crescenzo, avrebbero addirittura utilizzato i propri figli per consegnare gli stupefacenti in una zona di Napoli compresa tra piazza del Plebiscito e via Santa Lucia.

Con i suoi 500mila follower in costante aumento ed un successo travolgente, Rita De Crescenzo sembra essere il punto più alto di un fenomeno ormai sempre più diffuso sul web: la rappresentazione social della criminalità organizzata. Se nelle scorse settimane si è a lungo parlato della rimozione di murales ed altarini dedicati ai boss nelle vie di Napoli, quello che accade sui social sembra essere un fenomeno simile ed altrettanto preoccupante. Decine di esponenti della criminalità organizzata e di pregiudicati postano ogni giorno contenuti in grado di raggiungere migliaia, se non milioni, di persone a cui lanciare il proprio messaggio. Non solo fenomeni social come “’o Boxer”, originario di Scampia, che nei suoi video racconta di come a causa delle sue “bravate” sia stato trasferito da un carcere all’altro in tutta Italia ma anche vere e proprie pagine dedicate ai boss uccisi e a quelli detenuti. Basta pensare al boss Emanuele Sibillo che, sebbene siano passati quasi sei anni dal suo omicidio, sembra essere più vivo che mai viste le numerose pagine a lui dedicate che postano a ripetizione video con le sue foto e un sottofondo musicale. Video in cui non mancano nemmeno i “cosplay” ossia giovanissimi imitatori del baby boss ma, soprattutto, della sua compagna, Mariarca Savarese. O ancora le registrazioni delle videochiamate tra i detenuti e i suoi familiari postate sui social con messaggi di sostegno a tutti i detenuti affiliati alla criminalità organizzata. C’è chi offende apertamente le forze dell’ordine e chi, senza farsi problemi, pubblica immagini di armi e soldi, inneggiando ai piaceri della malavita.

È la nuova iconografia della camorra che, per stare al passo con i tempi, passa dal web e dalla rappresentazione social delle vite dei criminali. Un fenomeno preoccupante perché in grado di raggiungere milioni di giovanissimi pronti a lasciarsi affascinare da quel mondo. Dalle piattaforme social la criminalità organizzata rinforza il proprio brand, aumenta il proprio potere e lancia i suoi messaggi al mondo. La mafia prova a rendersi cool agli occhi dei più giovani: è questo che deve preoccupare.

Non sono morti bianche: il dramma delle morti sul lavoro

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”
– art. 1, Costituzione Italiana-


Le chiamano “morti bianche”. Come se fossero una fatalità, un tragico evento dovuto al caso o a una distrazione. Ma le morti sul lavoro sono ben altro. Non sono “morti bianche”, termine autoassolutorio che sembra mostrarle come candide, immacolate, innocenti. No, le morti sul lavoro sono tutt’altro che bianche. Dietro ogni vittima si nasconde, nella quasi totalità dei casi, la totale mancanza di rispetto per le norme di sicurezza e lo scarso controllo.

Numeri – Quella delle morti sul lavoro è una strage insopportabile e silenziosa che solo negli ultimi sette giorni ha fatto dieci vittime. Dal Molise all’Alto Adige, passando per Emilia-Romagna e Lombardia, uno stillicidio che travolge tutto il paese e che sembra non arrestarsi. Lo scorso anno stando all’ultimo report dell’Inail,nonostante il lockdown e le restrizioni, i morti sul lavoro sono stati 1.270, 181 in più rispetto ai 1.089 del 2019 (+16,6%). Allargando l’orizzonte temporale, però, si può notare come ci sia una tendenza leggermente in discesa con una diminuzione delle morti sul lavoro di circa il 30% tra il 2008 e il 2017. Ma quel calo dal 2013 ad oggi si è sostanzialmente fermato ed il numero delle vittime, a parte un leggero calo nel 2019, è rimasto pressoché stabile con accenni di crescita come sembra confermare il primo trimestre del 2021 in cui sono stati registrati 144 decessi, 40 in più rispetto allo stesso periodo del 2020 (114). 

L’analisi di genere ci dice che a morire di più sono gli uomini, i cui casi mortali denunciati sono passati da 155 a 171. Le donne sono invece passate da 11 a 14. Se aumentano le morti di lavoratori italiani, calano quelle di extracomunitari e comunitari. Quanto all’età, invece, i morti sul lavoro under 40 sono stati 17 in meno, mentre sono aumentati quelli nella fascia 50-59 anni, che sono passati da 52 a 70 casi e quelli nella fascia 60-69 anni, che sono addirittura raddoppiati, passando da 19 a 38.

Al di là delle statistiche, freddi numeri poco rispettosi delle storie che si porta via ogni incidente, sembra chiaro come in Italia si muoia ancora troppo di lavoro e per il lavoro. Una media di oltre mille morti ogni anno, considerando anche le cosiddette “morti in itinere” ossia quelle vite spezzate nel tragitto tra casa e lavoro, rende il nostro paese uno tra i peggiori in Europa con 2,25 morti ogni 100mila lavoratori a fronte degli 0,78 di Germania e Regno Unito.

Infortuni – Unico dato che, invece, sembra essere positivo è quello relativo agli infortuni sul lavoro. Nei primi tre mesi di quest’anno, infatti, sono state 128.671 le denunce di infortuni, con una diminuzione consistente rispetto alle 130.000 dello stesso periodo del 2020 quando si era registrato, anche a causa del lockdown, il minor numero di denunce da oltre un decennio. Dopo il picco del 2008, quando in Italia si contarono 872.500 infortuni sul posto di lavoro, il dato è calato sensibilmente fino al 2013 quando ha iniziato una fase di stabilizzazione che ha visto negli anni successivi i dati rimanere costantemente intorno ai 650mila infortuni annui. Centomila in meno se ne sono invece registrati nel 2020 (554mila)

Controlli – Perché in Italia si continua a morire? L’ultimo rapporto dell’ispettorato nazionale del lavoro parla chiaro: il 79,3% delle aziende ispezionate l’anno scorso per verificare la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è risultata irregolare. In particolare, nel 15% dei casi gli ispettori hanno rilevato la presenza di attrezzature di lavoro e dispositivi di protezione individuali non conformi, mentre in un altro 14% la valutazione dei rischi è risultata mancante o inadeguata. Ma c’è un dato che deve far riflettere ancora di più: l’anno scorso le imprese ispezionate per una verifica sul rispetto delle norme di sicurezza sono state poco più di diecimila. Poche, pochissime. È per questo che non ci si può trincerare dietro la definizione di “morti bianche” o di tragiche fatalità, ma bisogna avere il coraggio di ammettere che ci siano delle responsabilità enormi. È su questo punto che bisogna investire. Nel piano nazionale di ripresa e resilienza si parla della prossima assunzione di 2.000 nuovi ispettori su un organico corrente di circa 4.500. L’obiettivo è aumentare i controlli del 20% entro il 2024. Basterà?