Non sono morti bianche: il dramma delle morti sul lavoro

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”
– art. 1, Costituzione Italiana-


Le chiamano “morti bianche”. Come se fossero una fatalità, un tragico evento dovuto al caso o a una distrazione. Ma le morti sul lavoro sono ben altro. Non sono “morti bianche”, termine autoassolutorio che sembra mostrarle come candide, immacolate, innocenti. No, le morti sul lavoro sono tutt’altro che bianche. Dietro ogni vittima si nasconde, nella quasi totalità dei casi, la totale mancanza di rispetto per le norme di sicurezza e lo scarso controllo.

Numeri – Quella delle morti sul lavoro è una strage insopportabile e silenziosa che solo negli ultimi sette giorni ha fatto dieci vittime. Dal Molise all’Alto Adige, passando per Emilia-Romagna e Lombardia, uno stillicidio che travolge tutto il paese e che sembra non arrestarsi. Lo scorso anno stando all’ultimo report dell’Inail,nonostante il lockdown e le restrizioni, i morti sul lavoro sono stati 1.270, 181 in più rispetto ai 1.089 del 2019 (+16,6%). Allargando l’orizzonte temporale, però, si può notare come ci sia una tendenza leggermente in discesa con una diminuzione delle morti sul lavoro di circa il 30% tra il 2008 e il 2017. Ma quel calo dal 2013 ad oggi si è sostanzialmente fermato ed il numero delle vittime, a parte un leggero calo nel 2019, è rimasto pressoché stabile con accenni di crescita come sembra confermare il primo trimestre del 2021 in cui sono stati registrati 144 decessi, 40 in più rispetto allo stesso periodo del 2020 (114). 

L’analisi di genere ci dice che a morire di più sono gli uomini, i cui casi mortali denunciati sono passati da 155 a 171. Le donne sono invece passate da 11 a 14. Se aumentano le morti di lavoratori italiani, calano quelle di extracomunitari e comunitari. Quanto all’età, invece, i morti sul lavoro under 40 sono stati 17 in meno, mentre sono aumentati quelli nella fascia 50-59 anni, che sono passati da 52 a 70 casi e quelli nella fascia 60-69 anni, che sono addirittura raddoppiati, passando da 19 a 38.

Al di là delle statistiche, freddi numeri poco rispettosi delle storie che si porta via ogni incidente, sembra chiaro come in Italia si muoia ancora troppo di lavoro e per il lavoro. Una media di oltre mille morti ogni anno, considerando anche le cosiddette “morti in itinere” ossia quelle vite spezzate nel tragitto tra casa e lavoro, rende il nostro paese uno tra i peggiori in Europa con 2,25 morti ogni 100mila lavoratori a fronte degli 0,78 di Germania e Regno Unito.

Infortuni – Unico dato che, invece, sembra essere positivo è quello relativo agli infortuni sul lavoro. Nei primi tre mesi di quest’anno, infatti, sono state 128.671 le denunce di infortuni, con una diminuzione consistente rispetto alle 130.000 dello stesso periodo del 2020 quando si era registrato, anche a causa del lockdown, il minor numero di denunce da oltre un decennio. Dopo il picco del 2008, quando in Italia si contarono 872.500 infortuni sul posto di lavoro, il dato è calato sensibilmente fino al 2013 quando ha iniziato una fase di stabilizzazione che ha visto negli anni successivi i dati rimanere costantemente intorno ai 650mila infortuni annui. Centomila in meno se ne sono invece registrati nel 2020 (554mila)

Controlli – Perché in Italia si continua a morire? L’ultimo rapporto dell’ispettorato nazionale del lavoro parla chiaro: il 79,3% delle aziende ispezionate l’anno scorso per verificare la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è risultata irregolare. In particolare, nel 15% dei casi gli ispettori hanno rilevato la presenza di attrezzature di lavoro e dispositivi di protezione individuali non conformi, mentre in un altro 14% la valutazione dei rischi è risultata mancante o inadeguata. Ma c’è un dato che deve far riflettere ancora di più: l’anno scorso le imprese ispezionate per una verifica sul rispetto delle norme di sicurezza sono state poco più di diecimila. Poche, pochissime. È per questo che non ci si può trincerare dietro la definizione di “morti bianche” o di tragiche fatalità, ma bisogna avere il coraggio di ammettere che ci siano delle responsabilità enormi. È su questo punto che bisogna investire. Nel piano nazionale di ripresa e resilienza si parla della prossima assunzione di 2.000 nuovi ispettori su un organico corrente di circa 4.500. L’obiettivo è aumentare i controlli del 20% entro il 2024. Basterà?

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