Tag Archives: sudamerica

Generali, golpisti e bolsonaro: come il brasile vira verso la dittatura

“Ordem et progresso”


Da quando ha preso il potere, il 1° gennaio 2019, Bolsonaro si è presentato come un “uomo del popolo” pronto a lottare al fianco dei propri cittadini contro la corruzione e l’inadeguatezza della classe politica brasiliana. Con le sue politiche ha fatto scivolare il Brasile in un vortice di paura e caos che ora potrebbero portare a conseguenze anche gravi. Perché mentre nel paese monta il timore per un’epidemia che il governo non sa e non vuole affrontare, l’ala più estrema della destra brasiliana continua a sostenere il proprio presidente che con i suoi discorsi e le sue azioni alimenta il caos portando il Brasile verso una nuova governance autoritaria.

Militari – La situazione è resa ancor più grave da un ruolo sempre più centrale di funzionari dell’esercito nel governo brasiliano. Con la nomina di Eduardo Pazuello, generale dell’esercito senza esperienza politica né medica, nel ruolo di Ministro della Sanità il presidente brasiliano ha confermato la sua tendenza a utilizzare uomini dell’esercito per ricoprire cariche civili. Dal generale Hamilton Mourão, che ricopre la carica di vicepresidente, all’ufficiale Luiz Eduardo Ramos, attualmente segretario di stato, passando per il generale Augusto Heleno e per decine di ministri e funzionari Bolsonaro si è circondato di militari.

La presenza di ufficiali dell’esercito nell’esecutivo, secondo molti osservatori, ha rappresentato almeno inizialmente un elemento di stabilità a garanzia dell’ordinamento democratico. I militari, infatti, hanno per diverso tempo arginato l’ideologia di Bolsonaro opponendosi alle decisioni più estreme che il leader populista avrebbe voluto prendere nei primi mesi del suo mandato. Sono stati i militari, ad esempio, a dissuadere il presidente dall’ordinare un intervento armato in Venezuela così come sempre dai generali è arrivato il consiglio di non spostare l’ambasciata brasiliana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme per non alimentare polemiche. Ma non è passato molto tempo prima che Bolsonaro sostituisse a quei generali “moderatori” ufficiali dell’esercito più disposti ad assecondare le sue idee. Così, a partire dalla seconda metà del 2019, a prevalere è stata l’ala bolsonarista caratterizzata da una forte ideologia e da una totale disponibilità nei confronti del presidente. E mentre cresce la militarizzazione delle cariche politiche, cresce anche la complicità tra gli ufficiali nominati da Bolsonaro e il presidente stesso. Quei militari, prima garanti della democrazia, ora si dimostrano disposti ad accogliere ogni idea del presidente. Così il neoministro della Sanità, dopo che i suoi due predecessori si sono dimessi in due mesi in polemica con il presidente, appoggia totalmente la linea politica negazionista dettata da Bolsonaro. Intanto il vicepresidente Mourão attacca ripetutamente la stampa colpevole, a suo dire, di diffondere fake news per screditare il presidente mentre il generale Heleno minaccia la corte suprema promettendo “conseguenze imprevedibili” se venisse portata avanti l’inchiesta su Bolsonaro.

Manifestazioni – E mentre l’esercito ricopre un ruolo sempre più centrale nella politica bolsonarista, nelle piazze del paese la destra brasiliana auspica un golpe militare. Si sono moltiplicate nelle ultime settimane manifestazioni di sostenitori di Bolsonaro scesi in piazza per protestare contro la Corte Suprema, che sta indagando sul presidente, e chiedere una svolta autoritaria del presidente con il supporto dell’esercito. Manifestazioni che Bolsonaro ha volutamente alimentato ed incoraggiato scendendo più volte in piazza al fianco dei propri sostenitori legittimando di fatto le frange più estreme della destra brasiliana. In piena emergenza sanitaria, il presidente brasiliano ha più volte sfidato buonsenso e democrazia per unirsi alle manifestazioni ed arringare la folla contro il congresso e la corte suprema considerati “nemici del popolo”. “Ora il potere spetta al popolo brasiliano” ha gridato ad aprile in una piazza gremita di Brasilia “e tutti devono capire che bisogna rispettare la volontà del popolo”. Il popolo a cui si riferisce è quella minoranza che ancora sostiene a spada tratta l’operato e l’ideologia di un presidente il cui indice di gradimento è colato a picco.

Le minacce di una possibile virata militare sostenuta dal popolo contro le istituzioni democratiche sono quotidiane ed i toni si stanno facendo via via sempre più duri. A Brasilia, da alcune settimane, gruppi neofascisti hanno istituito un presidio permanente denominato “300 Pelo Brazil” il cui slogan è “Ucrainiziamo il Brasile”, con un chiaro riferimento ai gruppi neonazisti armati che si sono formati nelle sanguinose proteste in Ucraina nel 2014, culminate con il rovesciamento del presidente. Il gruppo ha ricevuto gli elogi di Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente e senatore, e anche il padre guarda a loro con simpatia. Associare il bolsonarismo al neonazismo non è una forzatura, tutt’altro. I gruppi neonazisti brasiliani sono già scesi in piazza per difendere Bolsonaro quando era ancora deputato e lo hanno sostenuto strenuamente nella sua campagna elettorale e durante la sua presidenza. Un supporto che il presidente sta ricambiando ampiamente attraverso le continue legittimazioni e favori. Da ultima è arrivata la proposta, nel corso di una riunione con i ministri, di armare la popolazione per evitare derive autoritarie di sindaci e governatori.

Così, mentre i militari al governo assicurano lealtà alla costituzione e negano ogni possibilità di un colpo di stato, crescono i timori per una svolta autoritaria. In soli 17 mesi agli occhi del mondo il Brasile è passato da essere un gigante buono e colorato, seppur con enormi problemi e difficoltà, ad un paese sull’orlo di un collasso. Con un presidente che incita le frange più estreme e l’esercito che è diventato una stampella necessaria per un governo sempre più pervaso dall’ideologia bolsonarista, sembra che la democrazia sia ora più che mai in pericolo. Se ne è accorto il mondo anche se non può, o non vuole, intervenire. Se ne sono accorti i brasiliani e loro, invece, devono intervenire. E mentre caos e paura si diffondono in tutto il paese destra e sinistra provano a dare vita ad un movimento ampio e trasversale che possa contrastare le mire autoritarie di Bolsonaro e dei suoi ufficiali vigilando sulla democrazia da qui alle prossime elezioni del 2022. Sperando che siano libere e pienamente democratiche.

Cartelli e coronavirus: il Messico è sempre più un narco-stato

“Messico e nuvole la faccia triste dell’America
il vento insiste con l’armonica,
che voglia di piangere ho”
– Enzo Jannacci-


Il Messico si appresta a vivere i momenti più drammatici dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Con oltre 10.000 contagi, di cui oltre mille nella sola giornata di ieri, e quasi 1.000 vittime il paese sta infatti entrando nel pieno della crisi con prospettive di certo non rosee. “La diffusione del virus” ha detto nei giorni scorsi il ministro della salute Lopez “può essere così veloce da non consentire l’adattamento del sistema sanitario anche se stiamo attraversando il processo di riconversione”. Il governo centrale ha imposto, seguendo l’esempio del resto del mondo, condizioni severe disponendo la quarantena per i propri cittadini e sospendendo le attività non essenziali. Ma mentre l’intero paese si chiude in casa, c’è chi proprio ora esce allo scoperto: la criminalità organizzata.

Background – Il potere dei gruppi criminali messicani è cresciuto in maniera vertiginosa negli ultimi decenni del Novecento in modo parallelo alla crisi dei cartelli colombiani. Il declino dei principali concorrenti sulle rotte del narcotraffico ha infatti portato la criminalità messicana ad assumere un controllo quasi monopolistico dei flussi di cocaina verso gli Stati Uniti che ha generato un aumento non solo dei profitti ma anche e soprattutto del loro ruolo a livello internazionale. Se nei rapporti con l’esterno, questo potere ha portato a veri e propri accordi ed alleanze con i principali gruppi mafiosi sudamericani ed internazionali, ‘ndrangheta e Cosa nostra soprattutto, all’interno dei confini messicani ha prodotto profondi rapporti con la politica, l’economia, la società e la cultura messicana. Una penetrazione totale che ha interessato ogni ambito del tessuto sociale messicano tanto da indurre molti a reputare il Messico come un narco-stato.

Se fino agli anni ’90 si poteva individuare in messico la presenza di un solo gruppo criminale prevalente, il cartello di Gadalajara, negli ultimi 30 anni si è assistito ad un processo di frammentazione. Attualmente nel paese operano almeno 9 cartelli principali ma si contano almeno un centinaio di gruppi criminali minori legati in vario modo ai principali gruppi di narcos.  La frammentazione ha inevitabilmente portato ad un graduale aumento del conflitto tra i vari cartelli con un sempre più frequente uso della violenza per affermare il proprio potere sul territorio.

Violenza – Ed è proprio il carattere violento di queste organizzazioni ad emergere con dirompente chiarezza in questo periodo di crisi. Il governo federale e i funzionari statali stanno infatti concentrando i propri sforzi e le proprie risorse nella lotta al coronavirus lasciando di fatto ampio argine di manovra ai gruppi criminali che si trovano ad operare in un cono d’ombra mediatico-istituzionale che gli permette di agire con maggior libertà. Una maggior libertà che si è trasformata ben presto in un riacutizzarsi dello scontro tra i cartelli nel tentativo di ridisegnare gli equilibri e la geografia criminale aggredendo, spesso militarmente, i gruppi rivali. Una strategia frutto della brusca interruzione dei traffici di droga, in forte calo a causa delle restrizioni, che ha portato i cartelli a concentrarsi maggiormente su obiettivi “politici” provocando nel solo mese di marzo 2.585 omicidi, il numero più alto dall’inizio della raccolta dei dati nel 1997.

Caso emblematico è quanto accaduto nello stato di Guanajuato dove, a metà mese, si sono verificati violenti scontri tra il cartello locale di Santa Rosa de Lima, indebolito dalla repressione statale, e il rivale Jalisco New Generation. L’intervento statale in contrasto ai furti di carburante dagli oleodotti che attraversano lo stato del Messico centrale ha infatti indebolito in maniera significativa il cartello di Santa Rosa spingendo il gruppo rivale ad approfittare dell’emergenza sanitaria per provare a infliggergli il colpo di grazia e mettere le mani su un territorio particolarmente ambito proprio per la presenza di importanti attività criminali legate al carburante. Un episodio che rappresenta solo la punta di un iceberg molto più profondo fato di scontri e faide che stanno insanguinando l’intero paese.

Ma l’aumento della violenza non si sta manifestando solo negli scontri tra cartelli. Nel computo degli omicidi rientrano anche, purtroppo, vittime innocenti. Da Isaac Medardo Herrara Avilés, storico rappresentante legale di alcune comunità dello stato di Morelos ucciso nella piazza principale di Jiutepec, alla giornalista Maria Elena Ferral, raggiunta da otto colpi di arma da fuoco a Papantla. Un messaggio chiaro e determinato da parte dei cartelli: chi lotta e denuncia violenza, corruzione e forme di antistato, oggi, deve guardarsi da un doppio nemico. Il virus e i cartelli.

Aiuti – Il carattere di anti stato, o di potere parallelo a quello ufficiale, sta in questo periodo di crisi diventando sempre più evidente. Sfruttando la disperazione della gente e l’incapacità del governo di fornire assistenza e aiuti alle fasce più deboli della popolazione, i gruppi criminali stanno correndo in soccorso dei più poveri nelle periferie messicane. Distribuiscono cibo, portano aiuti sanitari, fanno la spesa e garantiscono aiuti economici al posto di uno stato colpevolmente assente. A Ciudad de Victoria, nello stato di Tamaulipas, il cartello del Golfo ha inviato i suoi uomini a bordo di lussuosi camion e pickup per distribuire cibo e aiuti. Le foto, pubblicate sui social come forma di propaganda, mostrano persone felici e sollevate con scatole di cartone piene di cibo e la scritta “il Cartello del Golfo a sostegno di Ciudad di Victoria”. Una dimostrazione di solidarietà e vicinanza, come se ne stanno vedendo a centinaia in tutto il paese, con cui i cartelli puntano a rafforzare il loro potere e radicamento sul territorio. Distribuendo aiuti i gruppi criminali puntano ad ottenere la riconoscenza della popolazione e di conseguenza una lealtà diffusa ed un appoggio totale. Così, alla fine della pandemia, i cittadini di Citta di Victoria e tutti quelli aiutati dai cartelli, saranno pienamente disponibili ad aiutare, coprire o difendere quel potere che si è dimostrato così disponibile ad alleviare le loro sofferenze nel momento più buio.

L’assenza dello stato, dunque, nelle aree più colpite dalla crisi economica sono colmate dai cartelli e dalla loro praticamente infinita disponibilità di capitali. Solo tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, si stima che in Messico sono stati persi 346.000 posti di lavoro a cui si aggiunge oltre mezzo milione di lavoratori in nero che non compariranno mai nelle statistiche. Una desolazione economica diffusa che permette ai cartelli di agire su una fetta di popolazione abbandonata dallo stato e che non ha alternative se non accettare gli aiuti criminali. “Sappiamo chi sono e di cosa sono capaci” ha commentato un cittadino di Guadalajara dopo aver ritirato un pacco di alimento consegnato dalla famiglia del “Chapo” Guzman “ma non abbiamo alternative. Sono la soluzione meno negativa”. Una frase che racchiude il senso della situazione messicana. I gruppi criminali sono il meno peggio. Con uno stato che non riesce ad aiutare gli ultimi, a farlo è la criminalità organizzata con conseguenze che potrebbero essere devastanti. Tra qualche mese, quando la crisi sarà finita e il Messico tornerà alla normalità lo Stato avrà perso la fiducia dei propri cittadini, più disposti ad assecondare le richieste di quei criminali che sono corsi in loro soccorso che di un governo che li ha abbandonati. E allora sarà dura pensare di iniziare a combattere sul serio i cartelli. Sarà dura pensare di riaffermare il potere statale dove ora c’è un vuoto disarmante che solo i narcos riescono a colmare.