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Un omicidio e un agguato in due giorni a Torre Annunziata: è guerra aperta tra i clan di camorra.

Dopo le stese di quest’estate, a Torre Annunziata aumenta la violenza. Due agguati in meno di 24 ore, di cui uno mortale, hanno insanguinato il comune alle porte di Napoli facendolo sprofondare in un inferno di paura. Così la camorra riaccende una guerra mai sopita.

Sono settimane di tensione altissima a Torre Annunziata, comune di 42mila abitanti alle porte di Napoli. Dopo le stese, i raid compiuti dai rampolli dei clan con colpi sparati in aria e contro le saracinesche a scopo intimidatorio, arrivano anche agguati ed omicidi. Il primo si è registrato nella giornata di sabato con un primo raid nella giornata di sabato in cui è rimasto ferito un cinquantasettenne, legato al clan Gionta, ricoverato in condizioni gravi dopo essere stato raggiunto da due proiettili. Domenica, invece, un secondo agguato ha portato alla morte di Francesco Immobile soggetto già noto alle forze dell’ordine per la sua vicinanza ai clan. L’uomo è stato raggiunto da una decina di colpi di pistola esplosi in pieno giorno mentre si trovava nel piazzale antistante la chiesa di Sant’Alfonso de’ Liguori.

Un’estate di sangue e violenza che sta tenendo Torre Annunziata ostaggio della paura riportando indietro di anni le lancette dell’orologio. Ma ad incutere maggiormente timore è il fatto che, a quanto sembra allo stato attuale, le violenze delle ultime settimane rappresenterebbero qualcosa di più. Non una violenza fine a sé stessa né un regolamento di conti: a Torre Annunziata sarebbe in corso una vera e propria faida tra clan. Ne è sicuro anche il primo cittadino Vincenzo Ascione secondo cui “la scarcerazione di alcuni personaggi di spicco legati alla criminalità, in un contesto già particolarmente compromesso come quello che vive Torre Annunziata, sta avendo il nefasto effetto di scatenare una guerra tra fazioni rivali per il controllo del territorio.” Una guerra per il controllo del territorio che, pur essendo esplosa con tutta la sua violenza negli ultimi mesi, è frutto di un’escalation di tensioni tra i clan radicati nel comune e determinati a imporsi sui rivali.

Sangue e violenze che Torre Annunziata non vuole più tollerare. Così oggi è andata in scena una manifestazione a cui hanno preso parte anche il deputato Paolo Siani, fratello del giornalista Giancarlo ucciso dalla Camorra, e il senatore Sandro Ruotolo che ribadito come la città sia ostaggio dei clan. “Non c’è più tempo da perdere.” Ha tuonato il senatore campano “Si è fin troppo sottovalutata la situazione. Dobbiamo disarmare Torre Annunziata. Siamo stanchi di una città in cui i diritti vengono negati. Fortapàsc non l’abbiamo ancora sconfitto”. E se le istituzioni faticano a reagire in modo forte alle violenze, la cittadinanza ha deciso di non restare a guardare. Nei giorni scorsi è stato presentato ufficialmente il “Comitato di liberazione dalla camorra” che riunisce oltre 40 associazioni con l’obiettivo di vigilare sul territorio e promuovere una cittadinanza attiva che si ribelli al malaffare. “All’emergenza criminale, al terrore delle bande di camorra rispondiamo con la mobilitazione.” Si legge nel comunicato del comitato “L’inadeguatezza delle diverse risposte mette ancora di più in crisi una città allo stremo della tenuta sociale, dove la sicurezza e la vivibilità sono particolarmente precarie. C’è una democrazia indebolita, la giunta comunale ha smarrito credibilità, autorevolezza e la capacità di essere un riferimento solido nella guida della comunità. Per questo motivo gruppi del volontariato, scuole, sindacato, associazionismo, parrocchie, enti, rappresentanti istituzionali, comuni cittadini si sono uniti per fare squadra e schierarsi a difesa della legalità, al bisogno di giustizia contro la cultura della violenza e della sopraffazione”.

La camorra, però, sembra essere in fibrillazione in tutta l’area e non solo a Torre Annunziata. Soltanto ieri a Napoli si è consumato l’ennesimo agguato: venti colpi sparati in pieno giorno nei vicoli del centro hanno raggiunto e ucciso Salvatore Astuto, 57 anni più volte indicato dalle forze dell’ordine come vicino al clan Mazzarella. La camorra, insomma, sta provando a rialzare la testa sfidando lo stato con una guerra sanguinosa che potrebbe degenerare. Lo stato, ora, deve rispondere. Con decisione e senza lasciare spazi a chi vorrebbe “governare” la Campania.

Il business milionario degli incendi e l’interesse della criminalità per i roghi

Nell’Italia devastata dagli incendi, come ogni anno ci si affretta a trovare la causa dei roghi. Ma mentre si parla di “cause naturali”, “autocombustione o fatalità troppo spesso si ignora il business criminale che si cela dietro questi fenomeni.

I cieli di mezza Italia si tingono di rosso. Il rosso delle fiamme che divorano decine di migliaia di ettari del Belpaese. Il rosso del sangue di una ferita che puntualmente si riapre ogni estate lacerando un pezzo consistente di paese. L’Italia, ed in particolare il sud, brucia sotto il sole torrido di un’estate senza precedenti. Ma anche questa volta, come spesso accade, non brucia per colpa del caldo. Non solo, per lo meno.

Basta, infatti, sfogliare le ultime statistiche per avere conferma di una grande, quanto triste, verità: boschi e terreni non s’incendiano da soli. Le cause naturali non arrivano al 2% e “sono dovute esclusivamente a fulmini”, ha chiarito negli scorsi giorni Filippo Micillo, capo dell’ufficio pianificazione e coordinamento del servizio antincendio boschivo per i vigili del fuoco. Lo afferma citando le statistiche 2019 dei carabinieri forestali. Statistiche che restituiscono un’immagine ancor più drammatica di quella che può apparire guardando esclusivamente alle fiamme che divorano il sud Italia senza interrogarsi sulle cause. Quasi sei volte su dieci i roghi sono stati intenzionali, anche se la percentuale potrebbe salire ancora, perché poi bisogna fare i conti con un 22,5% di azioni non classificabili. Meno del 14% i blitz colposi, per disattenzione o incuria mentre un altro 4,4% è attribuito a cause indeterminate.

Fornire un identikit di chi appicca gli incendi non è certo facile ma, ancora una volta, i numeri possono aiutare a farsi un’idea. Numeri che indicano come i piromani, intesi come persone con disturbi psichici che li portano a dare fuoco a oggetti o ambienti naturali, sono una minoranza. Numeri che, invece, sembrano indicare la presenza di una strategia criminale vera e propria. I dati relativi allo scorso anno, infatti, indicano come nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa si sono registrati il 54,7% dei reati di incendio boschivo, con l’84% della superficie danneggiata. È la mafia dei terreni, pascoli e boschivi. Una criminalità organizzata in preda ad una follia distruttiva dietro cui si cela sempre un interesse più ampio. Interessi confermati anche dalle recenti indagini della Commissione Parlamentare Antimafia che ha alzato la soglia di attenzione sul fenomeno.

Ma perché la criminalità organizzata da fuoco ai territori che controlla? A chi giova? Cosa si nasconde sotto la cenere che rimane a fiamme spente? Una ragione è la pervicacia di cosche e clan nel dimostrare che, di qualunque area, sono in grado di indirizzare destini, fortune e sfortune. Dimostrano ai proprietari che possono fare il bello e il cattivo tempo. A maggior ragione se i boschi e i pascoli incendiati sono assoggettati a vincolo di inedificabilità. Se il proprietario non si piega alle richieste estorsive dei criminali ecco che scatta la furia incendiaria. Un meccanismo che si ripete ogni anno, in modo sostanzialmente identico. Già nel 2001 gli 007 del Sisde insistevano sulla presenza delle mafie nelle ricostruzioni post incendio in ogni angolo del Belpaese. Nelle relazioni della Dia nazionale si ripetono le stesse affermazioni, praticamente da sempre. E poi c’è il business dei rimboschimenti, dove i forestali stagionali assunti fanno da bacino di voti e le mafie coordinano chi organizza le operazioni di appiccamento. Un business enorme, quello dei rimboscamenti, capace di muovere centinaia di milioni di euro ogni anno. Solo in Sicilia si calcola che si spendano 400 milioni di euro all’anno per il rimboschimento, in Campania nel 2017 50 milioni di euro.

Il fuoco che distrugge il nostro paese, insomma, fa gola alla criminalità. “L’autocombustione non esiste” aveva detto qualche anno fa Roberto Pennisi, magistrato della Direzione nazionale antimafia. E mentre ci si convince che la colpa degli incendi sia da ricercare in tragiche fatalità che fanno divampare roghi immensi si ignora cosa davvero alimenti quelle fiamme.

Il Comune di Foggia sciolto per mafia: come i clan condizionavano la politica

Il Comune di Foggia diventa il primo capoluogo pugliese ad essere sciolto per infiltrazioni mafiose. Alla base della decisione del Ministero dell’Interno vi sarebbero diversi episodi di connivenza tra amministrazione comunale e clan locali.

La notizia è passata un po’ in sordina, un po’ perché attesa da tempo, un po’ perché il consiglio comunale di Foggia è già stato sciolto, in via ordinaria, a seguito delle dimissioni rassegnate dall’ex sindaco Franco Landella lo scorso 4 maggio e non revocate nel termine dei 20 giorni dalla loro presentazione. Ma la breve nota con cui il Ministero dell’interno “ha deliberato l’affidamento a una commissione straordinaria della gestione del Comune di Foggia, già sciolto a seguito delle dimissioni del sindaco” ha un peso enorme e un significato profondo. Una frase che sembra non dire nulla ma che racchiude tutto in una sola parola: “Straordinaria”. Commissione straordinaria significa che il comune di Foggia è sciolto ufficialmente per infiltrazione mafiosa ai sensi dell’art. 143 del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL).

Era lo scorso 9 marzo quando in Comune si era insediata la Commissione d’accesso agli atti, inviata dal Viminale per verificare la presenza o meno di condizionamenti della criminalità organizzata nell’ente comunale. Il lavoro è durato poco più di quattro mesi, rispetto ai sei previsti, poi la relazione con l’esito degli accertamenti è stata consegnata al prefetto di Foggia, Carmine Esposito che ha redatto il documento finale con le motivazioni alla base dello scioglimento. Ed ora c’è anche il timbro del Governo. A Foggia le istituzioni cittadine erano pesantemente condizionate dalla criminalità organizzata e per questo non possono continuare a governare la città. Ed ora la città non andrà ad elezioni, come sarebbe accaduto se fosse continuato il commissariamento ordinario, ma si prepara ad almeno un anno e mezzo di gestione commissariale con la guida della città che dovrebbe rimanere in mano all’attuale commissaria Marilisa Magno.

Secondo le prime indiscrezioni, il principale tema toccato dalla Commissione di accesso nei quattro mesi di lavoro sarebbe quello relativo alle politiche abitative con alloggi assegnati ad esponenti della criminalità organizzata, dai Moretti ai Sinesi passando per i Francavilla. A loro e ai loro familiari, secondo quanto rilevato dalla Commissione, sarebbero infatti stati concessi alloggi popolari anche in assenza dei requisiti sottraendoli così di fatto a chi ne avrebbe avuto realmente bisogno. A questo si aggiunge la mancata richiesta di certificazioni antimafia da parte del comune ad aziende destinatarie di importanti appalti pubblici in Città, vicenda che vede coinvolto in prima persona l’ex sindaco Landella che per questo motivo rischia l’incandidabilità.

Insomma, l’operato dell’amministrazione comunale negli ultimi anni è stato poco limpido e troppo spesso connivente con settori della criminalità organizzata locale. Una connivenza che ha condizionato l’andamento della politica pubblica costringendo il Governo ad intervenire per ripristinare l’ordine democratico minacciato da una mafia sempre più forte. Perché nel silenzio generale la mafia foggiana sta aumentando il proprio potere e la propria influenza. Proprio per questo serve una risposta istituzionale forte e decisa. Proprio per questo non è tollerabile una politica che faccia affari con la criminalità. 

La camorra e quegli influencer che raccolgono milioni di like sui social

La criminalità organizzata, si sa, insegue potere e consenso. Un modo per aumentare entrambi sembra essere la presenza sempre più massiccia sui social network come dimostra la crescita esponenziale di quelli che stanno diventando veri e propri “influencer”.

“Amori”, “cuori”, “fiori”. Si rivolge così ai propri follower Rita De Crescenzo, quarantenne del Pallonetto di Santa Lucia a Napoli, divenuta negli ultimi tempi una star di Tik Tok, il popolare social network cinese, dove conta più di mezzo milione di follower e ventisei milioni di like. Numeri da influencer con un ampio seguito di giovani e giovanissimi che seguono ogni suo gesto attraverso i video che posta sulla sua pagina a ripetizione. Una vera e propria star del social, al punto da “guadagnarsi” ospitate in tv su reti locali dove si esibisce in canti e balletti insieme ai più vari cantanti neomelodici. Ma diversi contenuti di Rita De Crescenzo si spingono oltre ogni limite: dai suoi balletti davanti agli agenti che gli stanno facendo una multa per guida senza patente, ai vigili chiamati “power ranger” a cui chiede di salutare i suoi fan dopo un’altra multa per essere stata colta senza mascherina. Messaggi non certo positivi lanciati ai suoi “cuori”. Un personaggio, insomma, che non ha mancato di suscitare critiche ma sono tanti, troppi, quelli che la ritengono una influencer al punto da chiederle una dedica o un semplice saluto durante una delle sue dirette.

Ma al di là dei suoi video è quello che si cela dietro “a pazzerella”, come la chiamano i suoi fan, a dover preoccupare maggiormente. Rita De Crescenzo, infatti, è finita al centro delle cronache nel gennaio 2017 quando venne arrestata, insieme ad altre 17 donne, nell’ambito di un’operazione anticamorra che colpì il clan Elia. Le ricostruzioni degli inquirenti fatte anche grazie alle parole di un pentito permisero di accertare come il clan abbia utilizzato le donne, tutte a disposizione del sodalizio, come corrieri della droga per rifornire le principali piazze di spaccio di Napoli. Per destare meno sospetti le donne, tra cui proprio la De Crescenzo, avrebbero addirittura utilizzato i propri figli per consegnare gli stupefacenti in una zona di Napoli compresa tra piazza del Plebiscito e via Santa Lucia.

Con i suoi 500mila follower in costante aumento ed un successo travolgente, Rita De Crescenzo sembra essere il punto più alto di un fenomeno ormai sempre più diffuso sul web: la rappresentazione social della criminalità organizzata. Se nelle scorse settimane si è a lungo parlato della rimozione di murales ed altarini dedicati ai boss nelle vie di Napoli, quello che accade sui social sembra essere un fenomeno simile ed altrettanto preoccupante. Decine di esponenti della criminalità organizzata e di pregiudicati postano ogni giorno contenuti in grado di raggiungere migliaia, se non milioni, di persone a cui lanciare il proprio messaggio. Non solo fenomeni social come “’o Boxer”, originario di Scampia, che nei suoi video racconta di come a causa delle sue “bravate” sia stato trasferito da un carcere all’altro in tutta Italia ma anche vere e proprie pagine dedicate ai boss uccisi e a quelli detenuti. Basta pensare al boss Emanuele Sibillo che, sebbene siano passati quasi sei anni dal suo omicidio, sembra essere più vivo che mai viste le numerose pagine a lui dedicate che postano a ripetizione video con le sue foto e un sottofondo musicale. Video in cui non mancano nemmeno i “cosplay” ossia giovanissimi imitatori del baby boss ma, soprattutto, della sua compagna, Mariarca Savarese. O ancora le registrazioni delle videochiamate tra i detenuti e i suoi familiari postate sui social con messaggi di sostegno a tutti i detenuti affiliati alla criminalità organizzata. C’è chi offende apertamente le forze dell’ordine e chi, senza farsi problemi, pubblica immagini di armi e soldi, inneggiando ai piaceri della malavita.

È la nuova iconografia della camorra che, per stare al passo con i tempi, passa dal web e dalla rappresentazione social delle vite dei criminali. Un fenomeno preoccupante perché in grado di raggiungere milioni di giovanissimi pronti a lasciarsi affascinare da quel mondo. Dalle piattaforme social la criminalità organizzata rinforza il proprio brand, aumenta il proprio potere e lancia i suoi messaggi al mondo. La mafia prova a rendersi cool agli occhi dei più giovani: è questo che deve preoccupare.