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L’imprevedibilità dell’America Latina tra proteste presenti e future

“Il giorno tropicale era un sudario
Davanti ai grattaceli era un sipario
Campa decentemente e intanto spera
Di essere prossimamente milionario
– Enzo Jannacci –

Cile, Equador, Bolivia, Venezuela e non solo. L’America Latina è scossa da proteste sempre più violente che rendono ancor più instabile una situazione già drammaticamente difficile mettendo in luce le fragilità di un continente spesso abbandonato a sé stesso. Manifestazioni, incendi e rivolte divampano per le strade delle principali città sudamericane contro una politica neoliberista che sta mostrando al mondo tutti i suoi limiti.
Venezuela – A dare il via ad un anno drammatico per il continente sudamericano era stato ad inizio 2019 il Venezuela. Il 23 gennaio durante una manifestazione antigovernativa, il presidente dell’assemblea parlamentare Juan Guaidò si è autoproclamato Presidente ad interim disconoscendo di fatto il potere di Maduro. L’autoproclamazione di Guaidò ha ricevuto l’appoggio di diversi paesi e nel corso dei mesi è stato riconosciuto da più di 50 stati come legittimo presidente. Una presa di posizione da parte della comunità internazionale che ha ulteriormente indispettito Maduro, eletto a gennaio per il secondo mandato presidenziale, che ha gridato al complotto internazionale ordito dagli Stati Uniti per delegittimare il governo del popolo. La situazione è ben presto degenerata trasformandosi in una lotta di potere: da una parte Maduro, appoggiato dall’esercito, dall’altra Guaidò sostenuto da una fetta della popolazione e dai leader mondiali.  Ma se la situazione sembrava essere stabile e sotto controllo nel giro di qualche giorno è scoppiata all’improvviso. Il 30 aprile con un messaggio diffuso sul web, il presidente ad interim ha chiesto alla popolazione di scendere in piazza per rovesciare il governo illegittimo. Ne è nata una battaglia cruenta tra sostenitori di Guaidò e l’esercito fedele al governo che per un giorno intero ha sedato i tentativi dei manifestanti di sovvertire il potere di Maduro. A sei mesi dal tentato colpo di stato, la situazione venezuelana non è migliorata. Messa da parte, fino ad ora, la strategia più dura e violenta rimangono alte le tensioni in un interminabile braccio di ferro tra Washington e Caracas.
Il paese, ora, è sull’orlo del baratro con un’inflazione record e un sistema di welfare al collasso. Secondo ‘Medici senza frontiere’ ospedali e cliniche hanno personale inadeguato e forniture mediche insufficienti, problemi gravi anche nel settore scolastico con diversi professori costretti a fuggire dalla repressione del governo, stipendi inesistenti e strutture inadeguate. Si stima che il 94% della popolazione venezuelana, pari a circa 30 milioni di persone, viva in uno stato di insicurezza alimentare, mentre l’82% non ha accesso a fonti di acqua sicure. Le condizioni di salute hanno raggiunto livelli drammatici: il tasso di mortalità materna sfiora il 65%, per la mancanza di strutture sanitarie e pratiche igieniche adeguate. Una situazione che sta spingendo i venezuelani ad un esodo di massa. 4,5 milioni di Venezuelani, il 12% della popolazione totale, ha lasciato il paese per rifugiarsi negli stati vicini dando vita al più grande fenomeno migratorio nella storia dell’America Latina e sta mettendo il sistema di accoglienza di diversi paesi, Colombia in primis.
Bolivia – Brogli elettorali e contestazioni. Il 20 ottobre la Bolivia è scesa in piazza per contestare la vittoria alle elezioni del presidente uscente Evo Morales. Dato dai primi exit poll in vantaggio con uno scarto minimo rispetto allo sfidante Carlos Mesa, Morales è stato proclamato vincitore in serata con un vantaggio di oltre 10 punti percentuali. Un cambio improvviso nello scrutinio che ha lasciato perplessi i boliviani e l’opposizione che si è mobilitata per contestare il risultato gridando ai brogli elettorali. Anche gli Stati Uniti, il Brasile e l’Argentina hanno espresso preoccupazione per il drastico cambio dei risultati. Michael Kozak, assistente segretario del dipartimento di Stato americano per gli affari dell’emisfero occidentale, ha definito l’interruzione nel conteggio dei voti del Tribunale Supremo Elettorale un «tentativo di sovvertire la democrazia boliviana», invitando l’organo a «ripristinare la credibilità del processo elettorale». Milioni di boliviani sono scesi in piazza e le proteste continuano tutt’ora nonostante i tentativi di reprimerle abbiano già provocato due morti e diversi feriti.
Morales, al momento della sua prima elezione nel 2006, era visto come un leader in grado di rilanciare l’economia e la vita in Bolivia. Ex coltivatore di coca e sindacalista è stato il primo boliviano di origine indigena ad essere eletto alla presidenza del paese lasciando immaginare un importante impegno a sostegno delle popolazioni indios. Quel sostegno, se non a parole, è mancato quasi totalmente e la sua politica ha fatto crescere il malcontento in tutto il paese. Se da un lato ha fatto ripartire l’economia boliviana abbassando il tasso di povertà, dall’altro ha commesso gravi errori attirando su di se critiche da ogni schieramento. Un primo momento di crisi lo si è avuto nel 2011 quando un movimento di protesta nato dalle comunità indigene fu represso nel sangue dalla polizia schierata in assetto antisommossa. Gli indios erano scesi in piazza per mostrare la loro contrarietà alla realizzazione dell’autostrada Cochabamba-San Ignacio de Moxos che, secondo i piani di Morales, avrebbe dovuto attraversare il Parco nazionale Isiboro terra abitata dagli indigeni. Proprio quelle comunità Indios che con la sua elezione aveva promesso di tutelare erano dunque le prime minacciate dall’opera e la repressione del movimento di protesta aveva scatenato la rabbia e l’indignazione di tutta la Bolivia. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il referendum del 2016 indetto da Morales per eliminare il vincolo dei due mandati e potersi candidare per una terza volta. Il risultato elettorale, che aveva sconfitto il presidente bocciando il quesito, era stato annullato dalla Corte Suprema aprendo di fatto la strada alla modifica costituzionale sognata dal presidente. La Bolivia, con l’inizio del terzo mandato di Morales, sembra scivolare verso un autoritarismo di stampo socialista confermata dai risultati ancora dubbi delle elezioni di una settimana fa. I boliviani, però, iniziano a malsopportare l’attaccamento ormai morboso al potere del leader indios che sembra aver tradito la fiducia del popolo.
Cile – Chi invece il supporto del popolo lo ha già perso è il presidente cileno Sebastian Piñera. Da più di una settimana ormai le principali città del paese sono scosse da violente proteste iniziate come risposta alla decisione del governo di aumentare il prezzo del biglietto della metropolitana e ben presto diventate valvola di sfogo per un malcontento più profondo. I manifestanti chiedono al governo misure concrete per contrastare le crescenti disuguaglianze nel paese e le proteste hanno scatenato una risposta durissima da parte delle autorità. L’esercito pattuglia le strade e il governo ha imposto il coprifuoco dalle 21 alle 7 disponendo l’arresto di chiunque non abbia un’autorizzazione per uscire.  Il drastico provvedimento è arrivato dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza avvenuta dopo 3 giorni di guerriglia urbana ininterrotta per le strade di Santiago. Una decisione drastica che ha riportato il paese indietro di 30 anni quando durante la dittatura di Pinochet era imposta una misura identica.
Ma se, visto da fuori, non sembra essere un paese problematico la realtà è ben diversa. “La Svizzera del sudamerica” come viene spesso chiamato il paese è l’unico paese del continente ad essere membro dell’OCSE (dal 2010) e presenta un quadro finanziario che sembra dipingere un paese benestante: Pil pro capite prossimo ai 25mila dollari, inflazione molto bassa, rispetto agli standard regionali e un debito pubblico che vale meno di un quarto del prodotto interno lordo. Ma quella che sembra essere una situazione rosea nasconde gravi disuguaglianze. Secondo le ultime rilevazioni della Comisión Económica para América Latina y el Caribe (Cepal), la ricchezza media delle famiglie cilene è di circa 115 mila dollari. Cifre importanti che non tengono conto però della sua suddivisione: solo il 11% delle famiglie cilene (550 nuclei familiari circa) ne beneficia realmente con una ricchezza media di 760 mila dollari, mentre per la metà più povera dei cittadini il dato si ferma a quota 5mila dollari. Un Cile che, sebbene i dati lo facciano sembrare un paese benestante, è pervaso da problemi strutturali che richiedono un intervento profondo del governo. Intervento che, per ora, è stato solo armato e volto a reprimere un malcontento generale ormai esploso.
Altro – In Argentina, la vittoria di Alberto Fernandez alle elezioni dello scorso weekend potrebbe aprire la strada ad un cambio di rotta. Le politiche di austerità del precedente governo, guidato dall’ex presidente del Boca Juniors Mauricio Macri, avevano causato il ristagno della produzione elettorale portando il paese alla recessione del 2018 che aveva costretto il governo a chiedere il più grande intervento nella storia del Fondo Monetario Internazionale: 58 miliardi di dollari. In Argentina, dunque, tutto sembra essersi risolto all’interno di un contesto elettorale ma la situazione rimane tesa e potrebbe esplodere da un momento all’altro se Fernandez non riuscisse a dimostrare la sua capacità di cambiare rotta.
Se in argentina è ancora latente, il malcontento ha iniziato a manifestarsi con forza in Brasile. Migliaia di persone manifestano da agosto contro le politiche del presidente Jair Bolsonaro ed in particolare contro i tagli all’istruzione e le misure di bilancio approvate dal suo governo. Già al centro di durissime critiche durante tutta l’estate per la sua gestione dei terreni dell’Amazzonia, il presidente è sempre meno popolare e le sue politiche unite al suo coinvolgimento nell’omicidio dell’attivista Marielle Franco potrebbero essere la scintilla che accende la miccia del malcontento brasiliano.
L’America Latina è una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro, dove non è già successo. Una situazione caotica e imprevedibile che sta rendendo la regione instabile politicamente ed economicamente e sta portando ad una presenza sempre maggiori di figure militari al fianco di quelle politiche. Se non è un pericolo per la democrazia, è sicuramente un segnale di come gli eserciti abbiano mantenuto enorme influenza culturale, autonomia e potere anche dopo la fine delle dittature, e che ancora oggi siano un punto di riferimento importante per le istituzioni civili deboli e in difficoltà. In un’America Latina martoriata e sempre più in difficoltà, dunque, si profila uno scontro sempre più duro tra i popoli e i loro governi. Con l’esercito che resta a guardare e la comunità internazionale che attende, magari cantando una canzone.
“Ahi Sudamerica, Sudamerica, Sudamerica
E i ballerini aspettan su una gamba
L’ultima carità di un’altra rumba

La favola americana dei "Safe third countries"

Solo voy con mi pena
sola va mi condena

correr es mi destino

para burlar la ley”
-Manu Chao-

“Questo accordo introdurrà una nuova era di investimenti e crescita per il Guatemala e getterà le basi per la cooperazione tra i nostri paesi”. Così il presidente americano Donald Trump annunciava entusiasta l’accordo raggiunto tra la sua amministrazione e il governo del paese centroamericano in attuazione della politica USA sui migranti che punta a fermare gli arrivi utilizzando gli stati dell’area come filtro. In sostanza l’accordo prevede che Washington possa respingere chiunque non abbia prima fatto domanda ufficiale alle autorità di Città del Guatemala. In cambio Trump ha accettato di non minacciare più sanzioni economiche contro il paese centro americano. Un identico accordo è stato firmato negli scorsi mesi con altri due paesi dell’area: El Salvador e l’Honduras. Accordi di cooperazione che puntano, più che a risolvere i problemi dell’area, ad allontanare il più possibile i migranti dagli Stati Uniti costringendoli a richiedere asilo in paesi vulnerabili e pericolosi.
La nuova politica USA – Donald Trump ha annunciato che nel 2020 gli Stati Uniti accoglieranno un massimo di 18.000 richieste di asilo. Il programma di reinsediamento di rifugiati, approvato dal Congresso nel 1980, permette al Presidente di stabilire il limite di persone a cui concedere lo status di rifugiato. Dall’inizio dell’amministrazione Trump, il numero di richieste concesse si è abbassato drasticamente e il limite di 18mila domande annunciato per l’anno prossimo è il più basso da quando è stata approvata la legge. Un’inversione di tendenza significativa quelle operata dal governo Trump che proprio sulle limitazioni alle migrazioni ha basato la sua campagna elettorale e la sua propaganda politica. Numeri, quelli previsti per il 2020, che non si erano mai visti: nemmeno dopo gli attacchi dell’11 settembre quando il limite venne abbassato fino a 27 mila per l’anno successivo. Un cambio di rotta netto e deciso rispetto a quanto visto durante l’amministrazione Obama quando il numero di richieste accettate oscillava intorno ai 50.000. I 18mila rifugiati includeranno 5mila persone che hanno subìto persecuzioni religiose nei propri paesi, 4mila iracheni che hanno collaborato con gli Stati Uniti e solo 1.500 persone provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras.
La situazione centroamericana – El Salvador, Guatemala e Honduras. I tre paesi con cui Trump ha stretto accordi presentano infatti criticità evidenti: non solo non possono essere considerati paesi sicuri ma sono anche i principali punti di partenza dei migranti diretti negli Stati Uniti. Violenza, corruzione, povertà e l’assenza di un futuro. Il centroamerica è in preda ad una crisi sociopolitica diffusa e preoccupante da cui, chi può, prova a scappare. L’Honduras, per esempio, grazie alla sua posizione geografica è il principale punto di passaggio del traffico di droga che dall’America latina arriva negli Stati Uniti, ed è uno dei paesi al mondo col più alto tasso di criminalità. Una criminalità così pervasiva e incontrastata che persino il presidente Juan Orlando Hernández è coinvolto in prima persona in uno scandalo legato al narcotraffico. Secondo gli inquirenti, Hernandez avrebbe utilizzato diversi milioni provenienti da un traffico di stupefacenti con gli USA per finanziare la sua campagna elettorale. In Guatemala, secondo quanto rilevato da una commissione delle Nazioni Unite, esiste una “coalizione mafiosa” tra governo, imprenditori e gruppi criminali che sarebbe disposta a “a sacrificare il presente e il futuro del Guatemala per garantire l’impunità e preservare lo status quo di tali soggetti”. El Salvador è uno dei paesi al mondo con il maggior tasso di omicidi, 62 ogni 100mila abitanti contro una media mondiale di 6, ed è pervaso da una violenza endemica eredità di una guerra civile conclusa ufficialmente 25 anni fa ma mai del tutto terminata. Un contesto complicato ed instabile, dunque, quello del “Triangolo settentrionale” del centroamerica che solleva evidenti perplessità circa la decisione degli USA di individuare i tre stati come “Safe third Country”.
I flussi – Il controsenso più grande insito negli accordi stipulati dagli USA, e ancora da ratificare nei tre paesi, sta nei numeri relativi ai flussi migratori. Honduras, El Salvador e Guatemala sono infatti i principali paesi di partenza dei migranti che attraversano il Messico per raggiungere il confine statunitense. Iconica è stata la prima carovana di migranti partita nell’ottobre scorso da San Pedro Sula, città honduregna non lontana dal confine con il Guatemala, che aveva portato migliaia di persone a marciare insieme attraverso il Messico per raggiungere un sogno chiamato America. Un sogno presto spezzato con le porte degli Stati Uniti che si sono chiuse costringendo i richiedenti asilo a vivere in accampamenti di fortuna lungo in attesa di un’autorizzazione ad entrare nel territorio a stelle e strisce. Migliaia di persone, in fuga da violenze e povertà, partono quasi quotidianamente da questi paesi per tentare di raggiungere una terra promessa che, non solo non li vuole, ma ora potrebbe addirittura rimandarli in un paese che si trova nella stessa situazione da cui sono scappati. Un honduregno in fuga dalle violenze dei narcos potrebbe dover richiedere protezione in Guatemala e ritrovarsi, non solo a pochi km da dove è stato costretto a fuggire, ma anche in una condizione identica a quella che ha lasciato. Un sistema problematico già dall’inizio dunque che oltre a mettere in pericolo la vita dei migranti che chiedono protezione proprio da quanto accade nella regione, rischia di creare problemi anche agli stati.
La sottomissione – Come afferma Iduvina Hernández, giornalista guatemalteca e attivista per i diritti umani, l’accoglienza dei migranti diretti negli Stati Uniti potrebbe mettere definitivamente in ginocchio i servizi base di tre stati. Il sistema sanitario guatemalteco, ad esempio, è già in una situazione di estrema difficoltà e verrebbe schiacciato totalmente dall’arrivo di richiedenti asilo, spesso bisognosi di cure. Le carenze strutturali e sistematiche dei tre paesi sommate all’arrivo di un numero ancora imprecisato di richiedenti asilo rischia di attivare nella regione una crisi umanitaria senza precedenti. Sistemi troppo fragili, oltre che pericolosi, per poter far fronte ad una situazione del genere. Ed allora una domanda sorge spontanea: come mai i tre stati hanno siglato gli accordi? Molti sostengono sia una scelta legata alle vicende processuali dei presidenti Morales, ora sostituito da Giammattei, e Hernandez e vedono l’accordo come il prodotto del bisogno di impunità dei due leader. Ma quello che emerge chiaramente, al di la di congetture prive di fondamento, è la sottomissione degli stati al potere statunitense. Firmare un accordo evidentemente svantaggioso per il proprio stato sottolinea ancora di più il rapporto estremamente sbilanciato che intercorre tra gli USA e i paesi del centroamerica. Honduras, Guatemala, El Salvador e tanti altri paesi nell’aerea dipendono economicamente dagli Stati Uniti e per questo risultano essere estremamente vulnerabili e sottomessi al potente vicino. In gioco, per questi paesi, vi è una posta troppo alta e per difendere i rapporti commerciali, politici e finanziari si stanno dimostrando disposti a qualsiasi cosa. Anche ad accettare un accordo evidentemente svantaggioso per loro e, soprattutto pericoloso per i migranti.
Mentre Trump esulta per aver “risolto il problema dell’asilo politico”, il mondo assiste a quella che è in realtà una evidente sconfitta. Quello di cui il presidente non si cura è che il suo piano sembra destinato ad aggravare una crisi già evidente. La decisione di chiudere ulteriormente i propri confini senza prevedere una riqualificazione dei contesti di partenza sarebbe già folle di per sé, ancor più folle lo diventa se si stringono accordi con i paesi da cui i migranti partono. Non basta certo una firma a rendere sicuri stati che non lo sono. Stati da cui i richiedenti asilo fuggono per cercare nuovi orizzonti e una vita migliore. Stati che ora dovranno farsi carico delle domande di asilo di chi scappa da un contesto perfettamente identico. Mettendo a rischio il sistema statale e, soprattutto, mettendo a rischio la vita dei migranti. Negando loro anche la speranza di una vita migliore, di una vita meno dolorosa e difficile. E ora, decine di migliaia di migranti si troveranno ancora a marciare verso gli Stati Uniti ma le loro grida disperate si perderanno nel vento. E qualcuno, nella notte, proverà ancora a varcare quella frontiera. Preferendo una vita nell’ombra a una vita senza speranza. Una vita clandestina come quella cantata da Manu Chao.
perdido en el corazón
de la grande babylon
me dicen el clandestino
por no llevar papel

Pallone Criminale #4: Le curve nelle mani delle mafie

Il legame tra la tifoseria organizzata della Juventus e clan della ‘ndrangheta è solo il caso simbolo in un mondo, quello ultras, fatto di rapporti pericolosi e criminali. Ma la presenza mafiosa negli stadi non si limita a Torino, è articolata in tutta Italia e sempre più preoccupante.

L’inchiesta “Alto Piemonte”, che ha svelato i rapporti tra la criminalità organizzata e la tifoseria bianconera, ha acceso un importante faro su un fenomeno pericolosamente diffuso in molte curve italiane. Nel microcosmo rappresentato dalla curva sembrano riprodursi i quattro requisiti del modello mafioso. Attraverso l’infiltrazione ai vertici dei gruppi ultras, i clan, riescono ad esercitare un capillare controllo del territorio-curva. Guadagnano un ruolo egemone sui membri della tifoseria organizzata e, sfruttando quella posizione, riescono a creare una rete di dipendenze personali in cui gli appartenenti alle varie compagini risultano essere assoggettati ai capi delle stesse e seguono le loro indicazioni diventando così soggetti funzionali al clan, dentro e fuori lo stadio. La curva può così diventare un bacino di reclutamento per le organizzazioni criminali che possono sfruttare la propensione alla violenza di certi gruppi ultras.

Questo connubio tra criminalità organizzata e mondo ultras sembra aver svolto un ruolo centrale durante le proteste contro l’apertura di una discarica a Pianura, in provincia di Napoli, nel 2008. Nel momento culmine dell’emergenza rifiuti, la protesta legittima dei cittadini che non volevano convivere con i problemi relativi alla riapertura fu affiancata da quella violenta dei gruppi ultras manovrati dai clan. Gli interessi della camorra nel settore dello smaltimento dei rifiuti cozzavano con la riapertura della discarica e dunque l’organizzazione fece intervenire, al fianco dei manifestanti pacifici, gruppi di tifosi arruolati nelle curve del San Paolo con il compito di ingaggiare duri scontri con le forze dell’ordine. Una presenza aliena e combattiva che, come un esercito privato, si mette al servizio della camorra.    

D’altro canto, è noto che la camorra sia presente in maniera pervasiva nelle due curve dello stadio San Paolo sede delle partite casalinghe del SSC Napoli. Lo ha ribadito il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli Enrica Parascandolo, sentita in audizione dalla Commissione Parlamentare Antimafia nell’aprile 2017, sottolineando come la divisione in due curve (Curva A e Curva B) della tifoseria organizzata partenopea rispecchi una diversa provenienza territoriale intesa, non solo ma anche, come presenza di diversi gruppi camorristici. Mentre la “Curva B” è sotto il controllo del clan Lo Russo, per quanto riguarda la “Curva A” emerge la presenza di diversi clan che vantano un controllo sul centro di Napoli. Proprio la Curva A è stata nel 2015 teatro degli scontri tra il gruppo ultras denominato “Mastiffs”, legato ai clan di Forcella, e quello “Rione Sanità”, legato ai clan dell’omonimo quartiere. Le due fazioni, unite dalla fede calcistica erano però divise da una lotta che stava insanguinando la città e non risparmiò nemmeno lo stadio.

La presenza all’interno dello stadio rappresenta per il soggetto criminale la dimostrazione del suo controllo su un territorio e un modo per accrescere ed affermare il suo potere. Accade, come abbiamo visto, a Napoli ma anche a Palermo dove storicamente tutti gli interessi criminali riguardanti lo stadio Renzo Barbera sono amministrati dai clan del quartiere Resuttana-San Lorenzo dove sorge l’impianto. Così, oltre ad infiltrazione in business collegati al club, si registra la presenza di esponenti del clan ai vertici della tifoseria organizzata rosanero. E proprio grazie a questa penetrazione nella curva dei supporters del Palermo negli anni sono stati esposti striscioni con messaggi che poco hanno a che fare con il mondo del calcio e sembrano piuttosto dettati dagli interessi della criminalità organizzata. Emblematico ad esempio lo striscione esposto durante Palermo – Ascoli il 22 dicembre 2002 con la scritta “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. La scelta della partita non fu certo casuale, innanzitutto perché il giorno dopo il parlamento avrebbe reso definitivo il regime del 41bis, avente fino ad allora carattere provvisorio, e in secondo luogo perché proprio nel carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli, era allora detenuto in isolamento Totò Riina. Un messaggio chiaro ed inequivocabile lanciato all’allora Presidente del Consiglio come ultimo disperato tentativo di far sentire il proprio dissenso verso un regime carcerario così temuto dai clan.    

La presenza di uomini legati ai clan negli stadi, nei territori a naturale insediamento mafioso, è dunque principalmente una dimostrazione di potere ed una conseguenza del controllo del territorio. Essere rappresentati da uno striscione esposto al San Paolo attesta il prestigio di un clan di camorra oltre a ribadire il suo dominio su una parte della città, così come la presenza di esponenti di spicco di Cosa Nostra nella tifoseria palermitana è la dimostrazione del controllo di un quartiere in cui tutto deve essere sotto il controllo criminale e lo stadio non può certo fare eccezione.  

Le recenti inchieste hanno però svelato la presenza di soggetti legati a organizzazioni mafiose anche lontano dai territori tradizionali nelle tifoserie di due squadre tra le più importanti del nostro campionato: la Juventus e il Milan. Ma se quando “giocano in casa” le mafie perseguono soprattutto interessi sociali, in trasferta sembrano puntare principalmente sull’aspetto economico. Questo sembra essere per lo meno il quadro che emerge dalle vicende legate alla tifoseria bianconera dove si registra un totale controllo del territorio-curva da parte di soggetti criminali. La “Relazione su Mafia e Calcio” redatta nel dicembre 2017 dalla Commissione Parlamentare Antimafia evidenzia come per la costituzione di un nuovo gruppo di tifosi nella curva dello Juventus Stadium sia necessaria una doppia autorizzazione: una da parte degli ultras storici e una direttamente dalle cosche calabresi. Figura centrale della vicenda è Rocco Dominello, incensurato ma legato alle famiglie Pesce-Bellocco di Rosarno, il quale grazie al prestigio guadagnato nella curva bianconera si è gradualmente posto come interlocutore tra la tifoseria organizzata e la società. I suoi rapporti con la dirigenza lo portano così a svolgere un doppio ruolo, da una parte mantiene la pace tra i vari gruppi e si fa garante dell’ordine pubblico nella curva, dall’altra si pone come gestore dei tagliandi omaggio rilasciati dalla società ai propri supporters. Ed è proprio la gestione di quei biglietti a garantire ingenti guadagni alle cosche calabresi. Rivenduti a prezzi maggiorati possono portare profitti fino a trentamila euro a partita, come sostenuto dai sostituti Procuratori Toso e Abbatecola. Un business importante e proficuo gestito in un regime di monopolio da Dominello evitando, grazie al controllo totale della curva, le pretese di altri gruppi su quei biglietti.    

Diversa è invece la situazione relativa alla tifoseria del Milan. Nel luglio 2018 i vertici storici della “Curva Sud”, sede della tifoseria organizzata rossonera, dovendo valutare l’ingresso di nuovi gruppi ultras nel settore hanno di fatto aperto le porte del cuore del tifo organizzato a un gruppo denominato “Black devil”. Scorrendo i nomi dei membri di questo gruppo si capisce quanto possa essere pericoloso il loro ingresso nella curva sud. Leader dei “Black devil” è, infatti, Domenico “Mimmo” Vottari, cinquantenne con rapporti e parentele con i clan coinvolti nell’inchiesta “Infinito” e sospettato di aver condizionato le elezioni amministrative del 2009 a Senago, nell’hinterland milanese. Pur non essendo mai stato indagato per mafia sono molti i rapporti dubbi intrattenuti da Vottari tra cui spiccano quelli con Salvatore Muscatello, nipote dell’omonimo Salvatore Muscatello per decenni punto di riferimento per le ‘ndrine del Nord, e con Domenico Agresta imparentato con il capo bastone della locale di Assago. La società si è detta consapevole della caratura di Vottari e di altri membri del gruppo ma, non essendo soggetti a Daspo non ha potuto impedirne l’accesso a San Siro. Allo stesso modo i leader della Curva Sud vedono il nuovo gruppo come una componente non gradita a cui, dopo un iniziale rifiuto, non sono però riusciti a chiudere le porte.   Anche il tifo, dunque, subisce le ingerenze di una criminalità organizzata che pervade il mondo del calcio in ogni suo aspetto. Con il nostro viaggio abbiamo provato a far luce su come le mafie provino ad inquinare lo sport più seguito dagli italiani. Uno sport malato e senza anticorpi in cui proliferano interessi di ogni genere alle spalle di tifosi che non vedono o non vogliono vedere. Una presa di coscienza collettiva deve necessariamente essere il primo passo per ripulire i nostri campionati e tornare a guardare spensierati i nostri beniamini correre dietro un pallone.

Cosa sta accadendo ad Hong Kong?

Le proteste contro la governatrice Carrie Lam hanno raggiunto ieri un punto di rottura. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo e il ritiro del ‘Extradition Bill’.

   
Uno striscione appeso all’esterno del Parlamento 
sintetizza lo spirito dei manifestanti 
Ieri, Nel giorno del 22° anniversario dalla fine del dominio coloniale, le proteste ad Hong Kong hanno raggiunto livelli mai visti prima. I manifestanti, dopo ore di assedio, hanno occupato per più di tre ore il palazzo del Parlamento. All’esterno dell’edificio la bandiera cinese è stata sostituita da una bandiera nera della città, simbolo delle proteste, mentre all’interno sventolavano bandiere coloniali. Dopo 156 anni di dominio inglese, Hong Kong, è diventata una Regione amministrativa speciale della Cina il 1° luglio 1997. Grazie al lungo passato coloniale la città ha però sempre goduto di una grande autonomia dalla Cina. Gli accordi stipulati tra Londra e Pechino stabiliscono infatti che Hong Kong possa mantenere un’economia capitalista fino al 2047 ed ha una totale liberà in tutti i settori con l’eccezione della difesa e della politica estera. A scatenare le proteste degli ‘Hongkongers’ è stato il rischio di perdere parte di questa libertà, a livello giudiziario, rafforzando il legame con Pechino. A preoccupare, soprattutto i più giovani, è la legge sull’estradizione voluta dalla Chief Executive, Carrie Lam. Dopo le ingenti manifestazioni, il 15 giugno la governatrice aveva deciso di sospendere ogni decisione sulla riforma rimandando la sua approvazione a data da destinarsi. Il ritiro della proposta di legge però non è bastato ai manifestanti che pensano sia solo un modo per calmare le acque per riproporla appena la situazione sarà tornata alla normalità.
 ‘Extradition bill’ – La riforma è stata proposta mesi fa dopo la mancata estradizione a Taiwan di un ragazzo accusato di aver ucciso la propria fidanzata a Taipei. Hong Kong ha attualmente accordi di estradizione con soli 20 stati, tra cui Regno Unito e Stati Uniti, e con questa legge vorrebbe colmare l’assenza di accordi con gli altri paesi regolando in linea generale i rapporti in materia in tutti i casi al di fuori di quelli già stabiliti. Portata avanti con forza dalla leader del governo di Hong Kong, Carrie Lam, la legge prevede la possibilità per le autorità di estradare chi è sospettato di gravi crimini. John Lee, segretario per la sicurezza di Hong Kong, ha precisato che i “gravi crimini” per cui sarà prevista l’estradizione sono tutti i reati punibili con una condanna uguale o superiore ai 7 anni di reclusione.
I messaggi dei manifestanti sul Lennon Wall di Hong Kong

Il procedimento per l’estradizione, previsto dalla legge, è complesso e prevede alcune garanzie. Dopo una prima richiesta formale al governo, in caso di approvazione, è la corte a disporre l’arresto e a pronunciarsi sull’eventuale estradizione. Nel caso decidesse di procedere, l’ultima parola spetterebbe nuovamente allo Chief Executive che può definitivamente disporre l’allontanamento del soggetto accusato. Nella legge è però prevista la possibilità di appellarsi contro tale decisione. In caso di ricorso dopo la pronuncia della corte, è possibile l’annullamento completo della decisione presa e l’interruzione della procedura. L’appello può avvenire anche al momento della decisione finale della governatrice. In tal caso, però, anche se il ricorso dovesse essere accolto la decisione tornerebbe nelle mani della corte che potrà decidere se confermare o meno la propria precedente decisione.

Perché ha scatenato le proteste? – Secondo i partiti di opposizione un ruolo così centrale dello Chief Executive nel procedimento di estradizione presenta degli aspetti problematici. Il rischio è che il leader del governo di Hong Kong, scelto da un comitato elettorale legato a Pechino, si sentirebbe in qualche modo obbligato ad accettare le richieste di estradizione provenienti dalla Cina. Anche le organizzazioni per la tutela dei diritti umani temono che la legge possa diventare uno strumento nelle mani di Pechino per silenziare voci dissidenti ad Hong Kong come già accade in Cina. Questo timore è aumentato dopo che Han Zheng, membro dell’Ufficio politico del Partito comunista cinese, ha annunciato il suo sostegno alla legge dichiarando che questo provvedimento potrebbe riguardare anche i cittadini di Hong Kong “sospettati di aver messo a rischio la sicurezza nazionale della Cina”. Il rischio è dunque che Hong Kong perda gran parte della propria economia diventando schiava del regime cinese, considerato liberticida dai protestanti e con un sistema giudiziario totalmente diverso. In Cina è ancora prevista, come denunciano gli attivisti per i diritti umani, la pena di morte per reati di particolare gravità, ciò non accade invece nell’ex colonia dove l’esecuzione capitale è stata abolita nel 1993.
Contro la legge sull’estradizione si è espresso anche Mike Pompeo, Segretario di Stato degli Stati Uniti, che ha criticato l’emendamento, sostenendo che potrebbe danneggiare lo stato di diritto a Hong Kong. Anche L’Unione Europea, il Regno Unito e numerosi altri stati hanno espresso la loro preoccupazione e i loro dubbi riguardo a tale riforma. La camera di Commercio di Hong Kong ha addirittura diffuso una nota in cui ha affermato che i cambiamenti potrebbero indurre le imprese a riconsiderare la scelta della città come sede regionale.
Due milioni di persone alla manifestazione del 16 giugno
(ph: Bloomberg)
Nonostante siano arrivate condanne unanimi a questa legge, Carrie Lam è comunque decisa a portare avanti la riforma. Nel discorso in cui annunciava il rinvio, oltre ad aver annunciato di non aver intenzione di rassegnare le dimissioni, ha ribadito la necessità di tale documento. Non è un caso, dunque, la manifestazione più imponente si è avuta il 16 giugno, proprio il giorno successivo alle dichiarazioni della governatrice, quando quasi 2 milioni di persone hanno sfilato nella più grande manifestazione della storia di Hong Kong. Se in una situazione del genere sembra inevitabile il ritiro definitivo dell’emendamento, la governatrice non sembra intenzionata a percorrere questa strada. L’impressione è che in questo caso l’autonomia della Chief Executive sia minata dalle pressioni di Pechino che spinge per l’approvazione della riforma. Dall’altra
parte, anche i manifestanti non sembrano per nulla intenzionati a fermare le proteste e in un clima di crescente tensione, giunta all’apice nella giornata di ieri, continuano a scendere in piazza e a chiedere le dimissioni della governatrice al grido di “Carrie Lam! Downstairs!”.
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