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Daphne Caruana Galizia: il caso che scuote Malta

“Vorrei solo poter vivere la mia vita senza dovermi svegliarepensando a quali complotti stia tramando il Partito Laburista.La gente è stanca, con le loro squallide decisioni hanno creato un clima terribile.C’è solo la sensazione che nulla vada per il verso giusto.Non sono libera di dire altro per il momento.Se lo fossi, vi assicuro che lo farei”
-Daphne Caruana Galizia, 22 febbraio 2016-


Malta, La Valletta, 2 dicembre 2019. Decine di migliaia di manifestanti assediano il parlamento e bloccano le uscite costringendo i deputati e il premier Joseph Muscat a barricarsi all’interno. Per oltre due ore i maltesi tengono in ostaggio i propri governanti impedendogli di uscire. È la rabbia di un popolo stanco di corruzione e criminalità politica. Un popolo che da tempo sa quello che sta emergendo solo in questi giorni. Ci son voluti due anni per svelare le complicità indicibili che hanno portato alla morte della giornalista Daphne Caruana Galizia. Ma ora, due anni dopo l’autobomba che le tolse per sempre la voce, il vaso di pandora è stato scoperchiato e il governo trema sotto i colpi dei giudici e dei propri cittadini.

Le inchieste – “Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata”. Rimarrà per sempre questa l’ultima frase scritta da Daphne Caruana Galizia sul suo blog “Running Commentary”, al termine di un articolo sul capo di gabinetto Schembri. Erano le 14.35 del 16 ottobre 2017, pochi minuti dopo, alle 14.48, una bomba sventrò la sua auto togliendo per sempre la voce a quella che il Times of Malta definì “la giornalista più controversa della storia di Malta”. Corruzione, riciclaggio, evasione fiscale, criminalità politica. Per oltre 30 anni Daphne non ha fatto un passo indietro sulla strada per la verità, ha continuato a raccontare e denunciare quello che a Malta non funzionava. Non ha indietreggiato di un millimetro nemmeno davanti alle intimidazioni, più o meno esplicite, di cui era vittima: dalla scritta “se le parole sono perle, il silenzio vale di più” apparsa su un muro davanti a casa sua, al rogo della sua macchina dopo un’inchiesta sulla corruzione nel paese. Perché le minacce di morte e l’astio, mai troppo velato, di politici ed imprenditori non le hanno mai impedito di gridare al mondo la verità.

La verità l’ha detta anche negli ultimi anni. A partire dal 2016, Daphne si è occupata infatti dei cosiddetti “Malta Files” un filone dei più famosi “Panama Papers”, le informazioni riservate su 214.000 società offshore fatte trapelare dallo studio legale ‘Mossack Fonseca’. Con le sue inchieste stava mettendo sotto accusa l’intero sistema politico maltese. Già dal febbraio 2016 aveva denunciato il coinvolgimento di due esponenti di spicco del governo presieduto dal premier Joseph Muscat: il ministro del turismo Konrad Mizzi e il capo di Gabinetto Keith Schembri. I due, secondo le inchieste della giornalista, avevano aperto società offshore a Panama attraverso dei trust neozelandesi creati appositamente per agire indisturbati nel paradiso fiscale del centroamerica. Le sue inchieste, sempre più solide e dettagliate, la portarono al termine di quell’anno ad essere inserita dal quotidiano americano ‘Politico’ tra le 28 persone che avrebbero scosso l’Europa l’anno successivo. E così fu. Nell’aprile del 2017 emerse infatti dalle sue indagini un nome ancora più pesante: Joseph Muscat. Secondo le fonti in possesso della giornalista la moglie del primo ministro maltese sarebbe risultata titolare di un’altra società offshore con sede a Panama attraverso cui, lei e il marito, avrebbero ricevuto fondi da diverse personalità tra cui quasi un milione di dollari dalla figlia del presidente dell’Azerbaijan. Se non scosse l’Europa, sicuramente scosse Malta provocando un terremoto politico che portò alle dimissioni di Muscat e ad elezioni anticipate, vinte nuovamente dal Leader Laburista.

Ma a un certo punto dalle indagini di Daphne emerse un nome che, per lungo tempo, rimarrà avvolto nel mistero. Si tratta della società ‘17Black’ con sede a Dubai e riconducibile ancora una volta a Mizzi e Schembri. La connessione tra i politici e la società è evidente, Daphne lo sa. Ma fino al giorno della sua morte non riuscirà a trovare prove decisive per dimostrarlo, come non riuscirà a trovare nulla né sulle finalità né sul cosiddetto “ultimate beneficial owner”, il beneficiario finale, il proprietario dei capitali depositati e movimentati. La “17Black” rimarrà un’entità oscura, un mistero che Daphne non riuscì mai a svelare.

Daphne Project – Ma la forza dell’esplosione che ha tolto la voce a Daphne, ha prodotto un effetto dirompente che forse nessuno si sarebbe aspettato. 45 giornalisti di 18 testate internazionali hanno dato vita al “Daphne Project”, un progetto editoriale nato con l’obiettivo di continuare le inchieste iniziate da Daphne. E proprio dal “Daphne Project” è arrivata una svolta nel caso della società di Dubai. Se nell’aprile del 2018 venne documentato, per la prima volta, il legame tra i politici maltesi e la “17Black” il momento più significativo si ebbe nel novembre scorso. Due fonti diverse, ritenute altamente affidabili, citarono un rapporto della “Financial Intelligence Analysis Unit”, l’Agenzia di controllo antiriciclaggio maltese, facendo emergere per la prima volta il nome di quel “ultimate beneficial owner” a lungo cercato da Daphne: Yorgen Fenech. Amministratore delegato di una delle maggiori società immobiliari dell’isola, Fenech era proprietario e titolare del potere di firma della “17 Black” oltre che socio del gruppo che, nel 2013, vinse la concessione con cui il neoeletto governo laburista maltese affidò la costruzione della nuova centrale a gas di Malta. Si sarebbe dunque creato un sistema politico imprenditoriale fatto di corruzione e favori in cui esponenti di spicco del governo e imprenditori locali mobilitavano somme enormi di denaro da e verso società fittizie in paradisi fiscali per nascondere i reati commessi in patria. Secondo una fonte del “Daphne Project”, nel 2015 sul conto della “17Black” negli Emirati sarebbero transitati circa 10 milioni di euro spostati rapidamente verso altri fonti lasciando una giacenza attiva e depositata pari a 2 milioni. Ma se la “Noor Bank”, presso cui era aperto il conto della società, si è accorta delle irregolarità ed ha bloccato il conto nell’ottobre del 2018, lo stesso non hanno fatto gli inquirenti.

Le indagini – Le indagini sulla morte della giornalista, infatti, sono andate avanti a rilento. Se gli esecutori materiali del delitto, i fratelli George e Alfred Degiorgio e il loro amico Vincent Muscat (omonimo del presidente ma senza legami di parentela), erano stati arrestati già nei mesi successivi sull’identità dei mandanti nulla si è mosso per diverso tempo. Le implicazioni politiche hanno infatti rappresentato un enorme problema rallentando le indagini. Se da un lato Mizzi e Schembri si dicevano pubblicamente pronti a collaborare per dimostrare la loro innocenza, dall’altro hanno cercato di ostacolare gli inquirenti in ogni modo attraverso cavilli procedurali. Sulla vicenda si era espresso anche il Consiglio d’Europa che aveva criticato duramente le autorità di Malta per non essere riuscite a garantire indagini indipendenti ed efficaci sul caso, e per chiedere al governo di aprire un’indagine per trovare il mandante. Dopo due anni di indagini a vuoto e con le pressioni sempre crescenti da parte sia della popolazione locale sia della comunità internazionale il primo ministro Muscat ha dovuto cedere affidando l’indagine, nel settembre di quest’anno, al giudice Michael Malla. Da quel momento è arrivata una svolta inattesa e, per certi versi, insperata.

Dopo un mese di lavoro, Malla ha fatto arrestare il tassista Melvin Theuma considerato l’intermediario che ha fatto da tramite tra il mandante e gli esecutori materiali. Quello che sembrava un piccolo passo verso la verità, ha invece innescato una cascata di eventi che hanno provocato un vero e proprio terremoto politico istituzionale sull’isola. Theuma ha infatti iniziato a collaborare con gli inquirenti ed ha fatto un nome noto e pesantissimo: Yorgen Fenech. Sarebbe stato proprio l’imprenditore a commissionare, per 150mila euro, l’omicidio di Daphne ai tre sicari per fermare le inchieste sulla “17Black”, la società utilizzata per elargire tangenti ai politici locali nella vicenda delle concessioni per la realizzazione della centrale elettrica. Un filo rosso che parte da Dubai, passa da panama e finisce dritto nel parlamento maltese dove, secondo Fenech, vi sarebbero le vere menti dietro la morte della giornalista. Come Theuma, infatti, anche l’imprenditore ha deciso di collaborare ed ha pronunciato quei nomi che, da sempre collegati alla vicenda, non erano mai stati messi nero su bianco. Konrad Mizzi e Keith Schembri. Le parole di Fenech mettono sotto accusa i due fedelissimi di Muscat, non solo per l’omicidio di Daphne ma anche per diversi episodi di corruzione. A nulla sono valse questa volta le loro dichiarazioni di innocenza. Nessun discorso sull’estraneità al caso ha potuto salvarli da questa ennesima accusa su cui ora, con due anni di ritardo, sta indagando la polizia maltese.

Il castello di carta sta iniziando a crollare. Il governo è sotto accusa e la popolazione da alcune settimane scende in piazza praticamente ogni giorno. Stanca della corruzione e del marcio della politica, la cittadinanza ha iniziato una dura contestazione contro i propri governanti chiedendo le dimissioni del Primo Ministro Muscat che avrebbe, secondo i manifestanti, “le mani sporche di sangue”. Dopo anni di silenzi, complicità e depistaggi il vaso di pandora è stato scoperchiato ed ora trema tutta la politica maltese. Mentre Muscat prende tempo, annunciando che si dimetterà il 12 gennaio, la rabbia esplode in tutta l’isola. Shock, disgusto e assenza di fiducia alimentano la paura di un popolo che ora teme il proprio governo. Perché come scrive il “Times of Malta” in un editoriale di qualche giorno fa:

“È qualcosa che va fermato.Non si tratta più dei legami tra politica e imprenditori, si tratta di legami tra politica e criminali.Le proteste devono continuare.

Un lenzuolo per Giovanni con Libera Milano

“Essere Giornalista è sentire l’ingiustizia del mondo sulla propria pelle,è schierarsi dalla parte della verità, è denuncia, è ricerca, è curiosità,è approfondimento, è sentirsi troppe volte ahimè spalle al muro. Essere Giornalista significa farsi amica la paura e continuare sulla propria strada perché raccontando si diventa scomodi a qualcuno.”
-Giancarlo Siani-


19 luglio 1992. 57 giorni dopo la strage di Capaci altro tritolo scuote Palermo uccidendo, in via d’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta  Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Un doppio attacco al cuore dell’Italia che in meno di due mesi perse i due più grandi simboli della lotta alla mafia. I palermitani, sgomenti e attoniti, decisero che non era più tempo di tacere di fronte ad una violenza sempre più feroce. I balconi del capoluogo siciliano si riempirono di lenzuoli bianchi per dire no alla mafia. Esporre un lenzuolo, nella Palermo assediata dalla mafia, era un gesto che segnava il risveglio delle coscienze. Un lenzuolo alla finestra era un modo per mostrare da che parte stare. 28 anni dopo quelle stragi i lenzuoli, divenuti ormai un simbolo per il movimento antimafia, torneranno ad invadere Palermo il 21 marzo 2020 grazie ad un’iniziativa del coordinamento di Libera Milano.

21 marzo – È il primo giorno di primavera, simbolo di rinascita e speranza. Proprio per questo motivo Libera ha scelto questo giorno per celebrare la ‘Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’. Dal 1996, ogni anno in una città diversa, vengono scanditi uno ad uno i nomi di tutte le vittime innocenti delle mafie in un interminabile “rosario civile” che faccia continuare a vivere la memoria e le idee di quanti sono stati uccisi dalla criminalità organizzata. Una lettura che si trasforma in una preghiera laica di speranza. Sono passati ormai 24 anni da quando su un palco improvvisato in Campidoglio vennero letti per la prima volta quei nomi, 300 allora e più di mille oggi, e di strada Libera ne ha fatta tanta. A Bari nel 2008 c’erano 100 mila persona, 150 mila l’anno successivo a Napoli, oltre 200 mila a Bologna nel 2015. Poi le manifestazioni regionali e provinciali che, dal 2016, hanno affiancato quella nazionale per permettere a tutti di ascoltare quella lettura nei propri territori. Nel mezzo un riconoscimento importante: Il 1° marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

Altro e Altrove – Nel 2020, in occasione dei 25 anni di Libera, si terrà nuovamente un’unica manifestazione nazionale e sarà a Palermo. Quella Palermo martoriata per anni dalla violenza mafiosa. Quella Palermo simbolo, però, anche di riscatto civile e rinascita. Una città profondamente cambiata dove la mafia esiste ancora ma non comanda come un tempo, mentre si moltiplicano le esperienze di resistenza ad ogni forma di oppressione e di violenza. Lo slogan che accompagnerà la manifestazione sarà “Altro e Altrove”, scelto per ribadire l’impegno dell’associazione: ““Altro”, come ulteriore impegno per procedere su questa strada battuta in venticinque anni, verso un “altrove” ancora da liberare dalla presenza di mafie e corruzione, in cui vengano messi al centro i bisogni e i desideri delle persone”. Un 21 marzo in cui Libera e le migliaia di persone che vi prenderanno parte si riapproprieranno di una città il cui nome è stato per troppo tempo accostato a quello di Cosa nostra. Lo faranno marciando insieme per le strade della città con un corteo che partirà in mattinata e si snoderà fino per le vie di Palermo fino ad arrivare al palco da cui, in un solenne silenzio, verranno letti i nomi delle 1011 vittime innocenti della mafia.  

Lenzuoliamo Palermo – Nel capoluogo siculo, con Libera, torneranno anche quei lenzuoli simbolo di legalità che nel 1992 riempirono i balconi della città. È l’iniziativa “Lenzuoliamo Palermo” lanciata dal coordinamento provinciale di Libera Milano: “vogliamo realizzare un gigantesco lenzuolo, largo 5-6 metri e lungo 180, da portare con noi in piazza a Palermo” ha raccontato la referente di Libera Milano Lucilla Andreucci “Come? Cucendo insieme 1011 lenzuoli da un metro quadrato, uno per ogni vittima innocente delle mafie censite sinora. E a scrivere i nomi sarete voi. Una follia forse ma abbiamo un debito di memoria nei loro confronti”. Dietro quel “voi” c’è una chiamata alle armi per tutta la società. Associazioni, scuole, istituzioni, singoli cittadini, tutti sono chiamati ad una mobilitazione collettiva che punta a far realizzare a 1011 realtà diverse gli striscioni da cucire insieme. Non si tratta però di realizzare un semplice lenzuolo quadrato. Nell’intenzione degli organizzatori vi è infatti l’idea che ognuno “adotti” una vittima, imparando e raccontando la sua storia, custodendone la memoria e portandone avanti le idee. Un impegno concreto, dunque, che richiede l’impegno di tutti perché, come sostiene il fondatore di Libera don Luigi Ciotti, “non possiamo lasciare le persone da sole, scaricare l’impegno solo a qualcuno”. Un impegno che è già stato assunto da oltre 150 realtà che in meno di un mese hanno già contattato la segreteria di Libera Milano per realizzare un lenzuolo. Un inizio incoraggiante che fa ben sperare per i prossimi mesi. Entro fine gennaio, infatti, i 1011 lenzuoli dovranno essere pronti per poi essere cuciti insieme a formare un unico, enorme, lenzuolo di memoria.

Giovanni Spampinato – Tra le oltre 150 realtà che hanno già scelto una vittima da “adottare” c’è anche Pocket Press. Nelle prossime settimane realizzeremo il lenzuolo in memoria di Giovanni Spampinato, un “giornalista giornalista” come lo avrebbe definito il collega Giancarlo Siani, anche lui vittima della criminalità. Nato a Ragusa il 6 novembre 1946, Giovanni sin da ragazzo sviluppò idee di sinistra ereditate dal padre comunista che lo portarono diverse volte ad essere scartato dalla stampa cittadina schierata su posizioni anticomuniste. Nel 1969, però, iniziò a lavorare come corrispondente del quotidiano ‘L’Ora’, giornale progressista impegnato in battaglie civili e inchieste sulla criminalità organizzata. Proprio per L’Ora, Giovanni iniziò ad occuparsi ben presto dei due più grandi problemi che affliggevano il suo territorio: il neofascismo e la mafia.  Inchieste approfondite frutto di un instancabile lavoro sul campo tra Ragusa, Siracusa e Catania con cui aveva documentato i rapporti tra la destra locale, la criminalità organizzata ed esponenti di spicco di movimenti neofascisti internazionali. Relazioni sempre più strette, riportate da Spampinato sulle pagine del quotidiano, che si manifestarono definitivamente con l’omicidio di Angelo Tumino, commerciante ed ex consigliere comunale per il Movimento Sociale Italiano. Giovanni capì da subito che dietro l’omicidio, avvenuto in contrada Ciarberi il 25 febbraio 1972, si celavano interessi diversi: “Dalle indagini” scrisse due giorni dopo la morte di Tumino “è possibile che salti fuori qualcosa di grosso, forse al di là delle stesse previsioni”. Ed in effetti qualcosa di grosso saltò fuori. Giovanni decise, da quel momento, di andare fino in fondo. Le sue inchieste lo portarono ben presto a scoprire che dietro quel delitto si celavano rapporti impensabili. “Un nome viene sussurrato” scrisse il 28 aprile per L’Ora “ma nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente”, un nome che lui aveva invece deciso di urlare a squarciagola. Si trattava di Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale di Ragusa con una smodata passione per le armi e l’antiquariato, a cui era stato commissionato l’omicidio da “qualcuno in alto, che non deve essere colpito”. Giovanni fu il primo, e l’unico, a riportare i nomi degli indagati ed a rivelare quella pista che portava dritta nel Palazzo di Giustizia svelando una rete criminale estesa che coinvolgeva ambienti mafiosi, istituzionali e politici. Una pista mai battuta fino in fondo dagli inquirenti che abbandonarono ben presto le indagini lasciando tuttora irrisolto il delitto Tumino. L’unico a portare avanti quell’inchiesta fu Giovanni. Per mesi raccontò della pista che portava a Campria e alle aule del tribunale, denunciò le relazioni pericolose che si stavano intessendo a Ragusa e chiese a gran voce di spostare il processo fuori dalla sicilia per “legittima suspicione”. Grida disperate che rimasero inascoltate da inquirenti e istituzioni. Grida disperate ma non infondate. Il 27 ottobre 1972 Roberto Campria lo chiamò chiedendogli di poterlo incontrare. Lasciò trapelare la possibilità di una confessione ma così non fu. Mentre Giovanni ancora si trovava a bordo della sua cinquecento venne raggiunto da sei colpi di arma da fuoco esplosi dallo stesso Campria.

“Assassinato perché cercava la verità” titolò il giorno seguente L’Ora. Assassinato perché voleva andare fino in fondo a quella questione, non per diventare un eroe, ma per una profonda sete di verità e giustizia. Per non doversi piegare a quella rete criminale, tutta dio, patria, famiglia e lupara, che stava distruggendo il territorio in cui viveva e in cui credeva. Per portare avanti un giornalismo libero e imparziale, in grado di raccontare senza censure quello che accadeva intorno a lui. Giovanni questo lo fece sempre. Non indietreggiò di un passo e non scese a patti con nessuno. Quella sua determinazione la pagò con la vita. 47 anni dopo quella tragica sera ancora troppa gente vuole dimenticare la figura di Giovanni, ancora troppa gente pensa che in fondo “se l’è cercata” e magari sarebbe stato meglio se si fosse fatto gli affari suoi. Non lasciamo che sia così. Ricordiamoci di lui. Ricordiamoci del suo esempio e spieghiamolo ai giovani. Ricordiamoci, per sempre, di Giovanni Spampinato. Un eroe normale.

Come la Lombardia è diventata la nuova “Terra dei Fuochi”

“Non coltiviamo giardini perché in noi non c’è più pace, non c’è più bellezza. La spazzatura è lo specchio di una cultura che consuma, di una cultura crudele, agitata, cinica che produce spazzatura interiore, che si trasforma in tonnellate di spazzatura reale. La spazzatura l’abbiamo innanzitutto dentro di noi ed è dentro di noi che dovremmo fare pulizia. Dove si semina bellezza nasce qualcosa ed è triste che oggi non si abbia bisogno dell’arte e del potere sanificante della cultura.”
– Susanna Tamaro –      


Discariche abusive, rifiuti stipati in capannoni dismessi, roghi dolosi e avvisi che invitano i cittadini a tenere le finestre chiuse e non consumare prodotti agricoli della zona. La sensazione, sempre più confermata dalle indagini della magistratura, è che interessi criminali diversi stiano rendendo la Lombardia una nuova “Terra dei fuochi”. La regione, considerata da molti la “locomotiva d’Italia”, è al centro degli interessi che ruotano intorno allo smaltimento dei rifiuti come confermato dai dati della classifica regionale stilata nel 2018 da Legambiente che pongono la Lombardia al primo posto tra le regioni del nord con 399 infrazioni accertate.  

I roghi – Un anno fa, il 14 ottobre, Milano veniva avvolta dal fumo. In via Chiasserini, alle 22.40, divampò un enorme incendio in un capannone stipato fino all’inverosimile di rifiuti. Il rogo, di origine dolosa, aveva impegnato quasi 30 mezzi dei vigili del foco per tre giorni prima di essere completamente estinto. Fiamme alte fino a 40 metri e una colonna di fumo denso e nero che avvolse Milano con rischi enormi per la salute dei cittadini. Tre scuole e diversi impianti sportivi furono chiusi, la circolazione dei treni nella zona subì pesanti ripercussioni e il comune invitò tutti a tenere chiuse le finestre ed uscire il meno possibile. Uno scenario quasi apocalittico che risvegliò molte coscienze mostrando un’evidenza che non poteva più essere nascosta: gli interessi criminali dietro al business dei rifiuti coinvolgono anche la Lombardia. Decine e decine di incendi, quasi sempre dolosi, distruggono da due anni circa depositi illeciti di rifiuti ad un ritmo impressionante. Quasi due roghi al mese si sono registrati nel 2018 e la situazione non accenna a migliorare nell’anno in corso. Limbiate, Novate Milanese, Arese, Gaggiano, Cinisello, Mariano Comense, Mortara, Bedizzole e tanti altri, una lista sempre più lunga che traccia una mappa desolante che vede ai primi posti per numero di roghi le province di Milano e Pavia.  

La Ricerca – l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano, CROSS, nell’ultimo rapporto di ricerca sul fenomeno mafioso in Lombardia ha incluso un capitolo sulla gestione dei rifiuti a conferma della crescente rilevanza che tale business sta assumendo anche al nord. Stando al rapporto, il settore dei rifiuti appare come un “settore di investimento relativamente nuovo per le organizzazioni mafiose presenti in Lombardia” con una presenza più significativa della criminalità calabrese. Funzione propulsiva al business dei rifiuti sarebbe svolta da uno dei settori tradizionali dell’economia “legale” mafiosa ovvero il movimento terra. I clan hanno visto nelle fasi di spostamento di materiali un importante occasione per trasportare e smaltire rifiuti, spesso pericolosi, anche per conto di imprese legali attratte dai prezzi minori offerti dalla manodopera criminale. Un’opportunità che i clan non si sono lasciati sfuggire traendo da essa un doppio vantaggio: “da un lato, i compensi ricevuti per lo smaltimento di materiale classificato come pericoloso pur non avendone sostenuto i costi (poiché, di fatto, non smaltito); dall’altro, l’impiego degli stessi rifiuti come materiale inerte da impiegare nelle costruzioni”. Non solo dunque le discariche abusive, nella strategia della criminalità organizzata lo smaltimento dei rifiuti avviene anche attraverso il loro interramento. Se, dunque, da una parte gli incendi provocano un abbassamento drastico della qualità dell’aria respirata dall’altra il loro interramento inquina ettari ed ettari di terreno rendendo nocivi prodotti agricoli e rappresentando un forte pericolo per la salute. In questo senso, dallo studio effettuato dai ricercatori di CROSS, si individua uno schema articolato in quattro fasi che riassume le modalità di azione della criminalità organizzata nel settore dei rifiuti: “L’acquisto, l’affitto o l’impiego abusivo di un terreno sul quale vengono poi effettuati scavi profondi, necessari a creare i presupposti per l’interramento dei rifiuti di varia origine e la produzione del calcestruzzo con il materiale inerte prodotto con gli stessi rifiuti”. Il fenomeno degli incendi risulta essere dunque solo un segnale, allarmante e pericoloso, di una presenza ancor più articolata.  

Feudo – Le inchieste Cerberus e Parco Sud, rispettivamente del 2008 e 2009, avevano già sottolineato gli interessi della ‘ndrangheta nella gestione dei rifiuti al nord. In particolare si faceva riferimento al clan Barbaro-Papalia che, secondo gli inquirenti, avrebbe sepolto tonnellate di rifiuti speciali e tossici negli scavi dei cantieri gestiti dallo stesso clan. Ma dietro a questa gestione dello smaltimento dei rifiuti sembra esserci un traffico ancora più grande. L’operazione “Feudo” che pochi giorni fa ha portato all’arresto di 11 persone tra Lombardia Campania e Calabria, ha svelato come nei capannoni lombardi vengano stipati i rifiuti provenienti in modo illecito dalla Campania. Partita dall’incendio che il 3 gennaio 2018 distrusse un capannone di oltre 1000 metri quadri a Corteolona. Le indagini hanno svelato un business di portate enorme individuando un’organizzazione criminale, capeggiata da soggetti di origine calabrese, tutti con numerosi precedenti penali, i quali, attraverso una struttura composta da impianti autorizzati e complici, trasportatori compiacenti, società fittizie intestate a prestanome e documentazione falsa, gestivano un ingente traffico di rifiuti urbani ed industriali provenienti da impianti campani e finivano in capannoni abbandonati del Nord Italia o interrati in Calabria. Secondo i magistrati della DDA di Milano, guidati da Alessandra Dolci, il sodalizio criminale avrebbe creato in questo modo discariche per quasi 14 tonnellate di rifiuti con un volume complessivo di profitti illeciti stimato in oltre 1,7 milioni di euro nel solo 2018. I rifiuti, che arrivavano in lombardia tramite la Smr Ecologia srl di Busto Arsizio, venivano stipati in capannoni a Como, a Varedo (Monza e Brianza) nell’area ex Snia, a Gessate e Cinisello Balsamo (Milano), per un ammontare di circa 60 mila tonnellate accertate. Un traffico illecito di rifiuti gestito in modo criminale senza curarsi delle conseguenze. Rifiuti stipati all’inverosimile in capannoni industriali dismessi spesso distrutti da roghi appiccati dagli stessi trafficanti. Una situazione sempre più preoccupante e sempre più sotto i riflettori grazie alla maggior attenzione politica, si a livello locale che nazionale, e mediatica.  

La politica – L’attenzione politica in questo ambito è sicuramente sempre più alta. Il 18 gennaio scorso la “Commissione Parlamentare di Inchiesta del Senato sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati” aveva rilanciato l’allarme circa la pericolosità di questi fenomeni attraverso la relazione conclusiva del suo lavoro. Una relazione che sottolineava un incremento di reati connessi al ciclo dei rifiuti al nord ed in particolare in Lombardia. Un documento illuminante quanto preoccupante che, incrociando tutte le segnalazioni di roghi e incendi raccolte dalle Agenzie territoriali per la protezione ambientale, i fascicoli aperti dalle procure della repubblica italiane e gli interventi dei vigili del fuoco, traccia un quadro quasi completo della situazione nazionale arrivando a indicare la Lombardia come nuova “terra dei fuochi”. Un allarme accolto con modalità diverse dalla politica locale. Se infatti la commissione antimafia di Regione Lombardia si è attivata da tempo per monitorare il fenomeno, lo stesso non si può dire del governatore Attilio Fontana. “La Lombardia nuova terra dei fuochi? Credo che chi ha fatto questa affermazione dovrebbe essere un po’ più cauto. Esiste anche il reato di procurato allarme.” ha detto Fontana commentando i dati e i continui incendi. Parole che vogliono essere tranquillizzanti ma che sortiscono l’effetto opposto. Sminuire in questo modo un fenomeno evidente e pericoloso potrebbe avere conseguenze pesanti per la salute dei cittadini e del territorio. Il primo passo per poter combattere fenomeni criminali strutturati e forti è proprio quello di prenderne consapevolezza. I cittadini lo stanno lentamente facendo allarmati dai roghi che li costringono in casa. Sarebbe ora che anche la più alta istituzione regionale ammettesse il problema. Sarebbe un primo passo per un intervento deciso, non solo della magistratura ma anche della politica. Prendere conoscenza per agire in modo mirato ed efficace, senza negare per convenienza o paura ciò che sta avvenendo da anni. Un segnale della voglia della Lombardia di scrollarsi di dosso l’appellativo “terra dei fuochi” per tornare ad essere “locomotiva d’Italia”. Prendiamone coscienza dunque. Per fare pulizia dentro di noi e ritornare finalmente a seminare bellezza. 

Pallone Criminale #3: la Camorra e le scommesse

L’evoluzione del business delle scommesse per l’organizzazione campana rappresenta un esempio paradigmatico della capacità delle mafie di sfruttare situazioni diverse a proprio vantaggio. Dal totonero degli anni ’70 alla gestione dei centri scommessi per adattarsi alla società che cambia.

Sono molti gli studiosi secondo cui il termine camorra deriverebbe dalla morra, gioco diffuso tra il “popolino” in cui vinceva chi indovinava il numero che i due giocatori sommavano aprendo insieme, contemporaneamente, le dita di una mano. Il camorrista, secondo questa visione era colui che dirigeva il gioco, impedendo litigi e risse e guadagnando con esso. Il legame tra la criminalità campana e il gioco d’azzardo risulta dunque essere antico e consolidato e questo interesse non poteva certo risparmiare uno dei settori più ricchi del gioco d’azzardo: il calcioscommesse. Il business delle scommesse non è più gestito in maniera monopolistica dall’organizzazione campana. Molte mafie, la ‘ndrangheta in primis, hanno iniziato a sfruttare questa inesauribile fonte di profitti ma l’analisi dell’interesse dei clan campani ci sembra paradigmatica dell’evoluzione che ha subito questo business in risposta ai mutamenti del contesto.

Un primo avvicinamento della camorra a questo settore è stato l’esercizio del cosiddetto “totonero” ovvero la gestione parallela e clandestina del totocalcio nazionale. Il meccanismo attuato dai clan era semplice, grazie alla presenza di tabaccai collusi, il clan veniva a sapere in tempo reale l’identità dei soggetti vincenti e offriva loro un pagamento immediato e in contanti della vincita, che lo stato avrebbe pagato dopo mesi, in cambio della schedina vincente. Grazie a questo scambio tra mondo criminale e non, le cosche immettevano sul circuito legale i soldi guadagnati dal narcotraffico ottenendo in cambio una somma identica ma perfettamente legale proveniente direttamente dall’Agenzia dei Monopoli di Stato. Era dunque il riciclaggio il motivo che spinse in origine la camorra ad intraprendere questo business: una vincita al totocalcio, il famoso “13”, poteva valere diversi milioni di lire (5 miliardi la vincita massima registrata nella storia del concorso) e garantiva quindi ai clan un importante canale per ripulire i propri soldi.
Lo schema seguito dai clan risultava sicuramente vantaggioso per gli interessi dei gruppi criminali ma aveva anche molti limiti. Innanzitutto era necessaria la presenza di soggetti esterni all’organizzazione disposti a collaborare: rivenditori collusi e soggetti vincenti disposti a incassare la vincita da un canale alternativo. Un’altra criticità era legata alle vincite che, seppur milionarie, non erano certo così frequenti ed erano soprattutto disseminate su tutto il territorio nazionale. Attraverso questo schema i clan erano in grado ripulire i propri soldi solo attraverso le schedine vincenti giocate presso i rivenditori complici, potevano dunque contare su un numero esiguo di cedole e dunque su un giro di affari certamente vantaggioso ma limitato. A partire dagli anni ’80 per tentare di eliminare le criticità di questo sistema si registra un cambiamento radicale nella gestione delle scommesse clandestine. Inizia così il vero e proprio “totonero”, un concorso identico a quello ufficiale ma ad esso parallelo e interamente nelle mani dei clan. Soggetti legati a diversi gruppi camorristici stilavano un palinsesto con le quote per le singole partite e raccoglievano le scommesse pagando eventuali vincite subito ed in contanti con i proventi degli affari illeciti. I principali attori coinvolti in questo settore erano Luigino Giuliano detto “O’ Re”, boss di Forcella, e Salvatore Lo Russo detto “O’ Capitone”, boss di Miano. Proprio quest’ultimo si occupava della creazione del palinsesto su cui scommettere e dell’elaborazione delle quote su cui puntare. Era un business molto più ricco di quello precedentemente sperimentato che, come riferito dal pentito Guglielmo Giuliano, fruttava all’organizzazione guadagni superiori ai due miliardi di lire settimanali.
La crisi del sistema del totonero ha inizio con il decreto 174/1998 che ha aggiornato il quadro normativo in tema di scommesse. Fino a quel momento, infatti, le uniche scommesse legali erano quelle effettuate sulle corse dei cavalli, per tentare la fortuna nel calcio vi era solamente la possibilità di giocare la famosa “schedina”. Con la nuova normativa, invece, si apre un ventaglio quasi infinito di possibili giocate per ogni partita, non più solo i risultati finali ma anche i singoli aspetti della partita: dal numero dei calci d’angolo ai marcatori, da chi batte il calcio d’inizio a chi segna per primo. Quella che poteva essere una battuta d’arresto per i clan si è trasformata però in una nuova enorme opportunità. Giuseppe di Nocera, ex esponente del clan Gallo-Cavalieri ora collaboratore di giustizia, racconta infatti che “quando le scommesse da illecite sono diventate legali anche i gruppi camorristici interessati e coinvolti nel settore delle scommesse clandestine hanno colto l’opportunità di legalizzarsi”.
A partire dagli anni 2000 si apre quindi una nuova era nella gestione illecita delle scommesse da parte della camorra. Attore principale di questa nuova fase, come risulta dall’inchiesta “Golden Gol” della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, era Vincenzo D’Alessandro, boss dell’omonimo clan operante a Castellammare di Stabia, con la collaborazione di altri due soggetti: Antonio De Simone, direttore commerciale della società greca Intralot, e Maurizio Lopez, responsabile quote presso la stessa società. Il primo aveva il compito di individuare i gestori delle agenzie Intralot sul territorio, proprio grazie a lui la camorra stabiese aveva ottenuto la gestione di sei ricevitorie ed era in procinto di aprirne altre tre. Il secondo invece, per conto della società greca, stabiliva le quote e ne seguiva l’andamento, era lui a decidere se accettare o rifiutare scommesse di somme elevate. Grazie alla collaborazione dei due il clan riesce ad elaborare un sistema quasi infallibile. Dagli sportelli con il marchio Intralot alcune puntate erano dirottate sul sito http://www.milanobet.com creato appositamente dall’organizzazione e privo di autorizzazione. A questo sito erano destinate soprattutto le scommesse con basse probabilità di vittoria mentre quelle più facilmente realizzabili venivano giocate sul circuito legale. In questo modo le puntate perdenti entravano direttamente nelle casse del clan, se invece la scommessa risulta vincente contro le aspettative del clan la vincita veniva pagata in contanti con i soldi sporchi della camorra e non tramite bonifico come dovrebbe avvenire da regolamento. Un “sistemone perfetto” che garantiva al clan un guadagno in qualsiasi caso, o in termini di riciclaggio o di profitto economico.
La genesi della gestione clandestina delle scommesse sembra dimostrare una incredibile capacità di adattamento da parte dei clan. Gli interventi normativi che avrebbero dovuto arginare il problema sono stati colti dall’organizzazione come nuove opportunità da sfruttare. La camorra si è dimostrata in questa vicenda un passo avanti rispetto alle autorità ed ha utilizzato a proprio favore i cambiamenti apportati proprio per contrastarla: nel calcio come nelle altre attività, dunque, si registra una grossa capacità di trarre vantaggio da situazioni che sembrerebbero tutt’altro che favorevoli.

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FONTI:
  • Cantone Raffele – Di Feo GianlucaFootball Clan, Best BUR, Milano, 2014
  • Romani Pierpaolo, Calcio criminale, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012

Pallone Criminale #2: i club nelle mani delle mafie

La colonizzazione ai vertici delle società calcistiche offre alla criminalità organizzata vantaggi importanti trasformando il club in uno strumento nelle mani dei clan. I numeri dimostrano come, dai club di provincia fino alla Serie A, le mafie nel calcio siano sempre più presenti

A partire dagli anni ’90 il calcio è diventato qualcosa più di un semplice sport. Sotto la spinta di sempre maggiori interessi economici il calcio professionistico è diventato un business miliardario che ha generato nel 2015 un giro d’affari di 3,7 miliardi, pari a 5,7 punti del PIL nazionale. La distribuzione di questa cifra è però fortemente polarizzata verso le squadre professionistiche che hanno originato circa il 70% dei ricavi totali. È evidente quindi come si possano individuare due mondi quasi paralleli: da una parte le squadre professionistiche con introiti importanti e un giro d’affari enorme, dall’altra le squadre dilettantistiche lontane dai riflettori e con poche risorse economiche. Sono proprio le società della Lega Nazionale Dilettanti, vera e propria base del calcio italiano con quasi quindicimila società e circa un milione di giocatori, quelle maggiormente esposte alle mire della criminalità organizzata. Seguendo dinamiche simili alla penetrazione in altri settori economici le cosche individuano i soggetti con problemi finanziari e, sfruttando i controlli superficiali del calcio minore, si offrono come soluzione attraverso la vendita della squadra a una nuova proprietà spesso nascosta dietro un prestanome.  

Una volta acquistata la proprietà di un club esso diventa uno strumento nelle mani del clan che lo utilizza per perseguire i propri interessi economici e sociali. Spesso accade che una volta rilevata la proprietà di una squadra il sodalizio criminale si disinteressi delle sorti sportive della squadra. È accaduto ad esempio alla SSC Giuliano società campana posta sotto sequestro in seguito all’operazione “Arcobaleno”, condotta nel 2010 dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, perché riconducibile al latitante Giuseppe Dell’Aquila esponente apicale del clan camorristico Mallardo. Questa vicenda, come evidenziato dalla Commissione Parlamentare Antimafia, dimostra il disinteresse del clan alle sorti della squadra che in tre anni precipitò dalla C2 fino al campionato Eccellenza. Il sodalizio mafioso al vertice del club aveva infatti interessi di tipo puramente economico e sfruttava il club per imporre ai commercianti locali la sponsorizzazione della squadra garantendosi importanti introiti perfettamente leciti.

Diversi erano invece gli interessi nel calcio della cosca di ‘ndrangheta Pesce per cui nel 2011 la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria ha disposto il sequestro di tre squadre: l’AS Rosarno e la ASD Cittanova Interpiana, in Calabria, e il Sapri Calcio, in Campania. Attraverso la gestione dei tre club Francesco e Marcello Pesce avevano costruito un disegno criminale complesso ed articolato. Oltre ad una legalizzazione del pizzo operata, come nel caso del Giuliano Calcio, attraverso l’imposizione di sponsorizzazioni ai commercianti locali il clan aveva altri molteplici interessi di carattere diverso. La gestione del club di Rosarno, feudo della famiglia Pesce, era allo stesso tempo emanazione di un controllo totale del territorio e strumento per consolidare e accrescere il consenso sociale grazie alle vittorie sul campo che davano lustro ai suoi proprietari. Il Sapri, riuscito ad iscriversi al campionato 2005/2006 solo grazie ad una importante immissione di liquidità da parte di Marcello Pesce, era invece un avamposto del clan per investimenti in una terra, il Cilento, da tempo finita nelle mire della criminalità calabrese soprattutto per il settore alberghiero e dello smaltimento dei rifiuti. Attraverso la gestione della squadra Marcello Pesce puntava ad aprire un canale diretto tra la cosca e il territorio campano in modo da essere avvantaggiato in futuri affari. Il ruolo dell’Interpiana è stato invece chiarito dal collaboratore di giustizia Salvatore Facchinetti il quale ha dichiarato che l’interesse dei Pesce per la gestione delle squadre era collegata ai contatti garantiti dalla frequentazione di giocatori provenienti da territori diversi. Sfruttando la rete di contatti e il loro legame con il territorio d’origine il clan era riuscito a creare una rete che permetteva di sfruttare nuove aree di sviluppo per le attività illecite.

Ma se la presenza della criminalità nelle divisioni inferiori è sempre più diffusa, non mancano tentativi di scalata ai club del massimo campionato italiano. È quanto accaduto nel 2005 alla SS Lazio, vincitrice in quegli anni di uno scudetto e due coppe Italia, finita al centro di un tentativo di acquisto da parte del clan dei Casalesi. Un primo approccio si ebbe attraverso l’imprenditore Giuseppe Diana proprietario della “Diana Gas”, azienda specializzata nella distribuzione di bombole e combustibili operante in Campania, con stretti legami con il boss dei casalesi Michele Zagaria e con la famiglia Schiavone. La proposta portata al presidente biancoceleste Lotito prevedeva la sponsorizzazione della squadra durante le gare europee per un compenso di due milioni di euro. La dirigenza, pur riconoscendo l’offerta come vantaggiosa, decise di rifiutare. Ad insospettire Lotito infatti vi erano due aspetti: un primo dubbio riguardava l’interesse che poteva avere una società operante solo in Campania a sponsorizzare una squadra romana per le sole partite internazionali, ma ancora di più lo allarmò una particolare clausola introdotta da Diana nella trattativa: il pagamento sarebbe avvenuto in contanti.

Il gruppo criminale però, dopo questo rifiuto, non si diede per vinto e contattò Chinaglia, ex bandiera biancoceleste, convincendolo a porsi come volto della cordata che tenterà l’acquisto della società. Contemporaneamente prese contatti con la frangia più calda della tifoseria laziale che, scontenta della gestione del presidente Lotito, iniziò una feroce contestazione alla dirigenza spingendo per un ritorno al vertice della società del mai dimenticato idolo. A guidare la rivolta dei tifosi fu in particolare il gruppo ultras denominato ‘Irriducibili’ guidato da Fabrizio “Diabolik” Piscitelli. L’ultras, ucciso giovedì in un agguato a Roma, fu condannato nel 2015 per aver condotto una campagna intimidatoria verso il presidente biancoceleste per convincerlo a cedere il club. Nel frattempo la cordata iniziò a muoversi prendendo contatti con i vertici della attraverso il paravento di una fantomatica holding farmaceutica ungherese disposta ad acquistare subito la proprietà del club e ad immettere nuovi capitali nel bilancio societario.

I capitali vantati dalla cordata in realtà non erano altro che i proventi delle attività illecite trasferiti all’estero e, una volta ripuliti, fatti rientrare in Italia attraverso istituti bancari Svizzeri, Tedeschi e Ungheresi. Le oscillazioni del titolo in borsa e gli strani movimenti di capitali allarmarono le autorità competenti e a tal punto da rendere necessario il blocco dell’operazione e l’arresto degli attori coinvolti. Chinaglia si dichiarò sempre all’oscuro di questa vicenda e, raggiunto da un mandato di arresto internazionale, morì latitante negli Stati Uniti nel 2012.   L’obiettivo della cordata, in questo caso, non era il profitto ma il potere. L’acquisto di questa squadra non avrebbe certo portato ad ingenti guadagni ma avrebbe aperto le porte dello Stadio Olimpico al clan di Casal di Principe. Ogni domenica, infatti, il cuore della “Tribuna Monte Mario” si popola di figure di spicco, la Roma che conta è riunita per novanta minuti sulle 230 poltroncine della tribuna autorità: parlamentari, ministri, uomini d’affari, imprenditori, persino il Presidente della Repubblica assiste a qualche partita. Avere un posto in quel settore, per di più entrandoci da protagonista, avrebbe assunto un valore incalcolabile per il clan. Non solo un prestigio enorme per i soggetti criminali coinvolti, ma anche e soprattutto una serie di frequentazioni con personaggi difficilmente avvicinabili in altro modo. Se si fosse concretizzato il progetto di Diana il clan avrebbe avuto a disposizione un esercito di potenziali pedine da muovere al momento giusto nel suo complesso gioco criminale.

Pallone Criminale #1: le mafie tra business e conquista sociale

Dalla Juventus al Milan, dal Napoli alla Lazio passando per le serie minori e i club di provincia. I clan hanno allungato i loro mani anche sul mondo del calcio. Si sono silenziosamente infiltrati nelle dirigenze dei club, nelle tifoserie, nella gestione delle scommesse: tutto quello che può portare vantaggi deve essere sfruttato. Il nostro viaggio parte da qui, un analisi introduttiva degli interessi mafiosi che intaccano la più grande passione degli italiani.

Certo non sorprende che le organizzazioni mafiose provino a penetrare un settore così ricco di opportunità. Dal canto suo, il mondo del calcio presenta complessità e debolezze che agevolano l’inserimento di attori criminali. Negli ultimi vent’anni l’importanza economica del calcio è cresciuta a dismisura. Sponsor, diritti televisivi e merchandising garantiscono ai principali club europei milioni di euro ogni anno. Il mercato dei trasferimenti si è globalizzato aumentando la concorrenza e le cifre spese dalle società per acquistare giocatori. Le squadre sono ormai diventate vere e proprie imprese, spesso addirittura quotate in Borsa, esasperando così le implicazioni economiche. È in questo contesto che si evidenziano, però, sempre maggiori difficoltà per i club, costretti a fare i conti con i bilanci della società nel rispetto dei vincoli imposti. Chi non riesce a far quadrare i bilanci incorre in sanzioni fino a rischiare il fallimento e la conseguente scomparsa del club.

A portare nuovi fondi nelle casse di società in difficoltà spesso ci pensano personaggi opachi, prestanome o affiliati dei clan. I presidenti, pur di salvare il club dal baratro, sono pronti ad accettare la liquidità garantita dai nuovi investitori senza farsi domande sulla provenienza. I clan riescono dunque a infiltrarsi nelle società inserendosi così in un mondo che offre loro opportunità importanti dal punto di vista sia economico sia sociale. Sotto il profilo economico le attività delle organizzazioni mafiose sono molteplici. Innanzitutto il riciclaggio: ripulire nell’economia legale i proventi delle attività illecite è una delle maggiori preoccupazioni delle mafie. Non sorprende quindi che sfruttino anche il pallone per farlo. A Corigliano Calabro la squadra locale, la Schiavonea ’97, secondo gli inquirenti era utilizzata, per mascherare le estorsioni ai danni dei commercianti locali. Fabio Barillari, presidente del club, emetteva infatti fatture per operazioni inesistenti che venivano immediatamente pagate dai commercianti locali: I soldi in quel modo risultavano puliti, frutto di sponsorizzazioni e altre operazioni legate al club, ma non venivano reinvestiti per la squadra bensì andavano a ingrossare la cosiddetta “bacinella”, ossia la cassa del clan.    

Dal punto di vista sociale, invece, il calcio rappresenta un mezzo per raggiungere un altro grande obiettivo della criminalità organizzata mafiosa: la costruzione di relazioni di potere e di consenso sociale. Vittorie e promozioni infatti fanno sognare i tifosi e accrescono la popolarità e il supporto ai dirigenti delle squadre. E quando a gestire  queste ultime vi è un soggetto legato ai clan questo può trasformarsi in consenso sociale, e quindi accettazione, aumentando il suo potere criminale. Sui campi di provincia, poi, la passione è altissima. Lontane dai riflettori, senza radio e pay-tv a raccontare le partite, le tribune diventano ogni domenica il fulcro della vita di un intero paese. Mosse dall’attaccamento per i colori della città, centinaia di persone si mobilitano per sostenere la loro squadra. Su quelle gradinate, per novanta minuti, si annulla ogni differenza: sindaci, imprenditori, cittadini e dirigenti formano un unico blocco che soffre e gioisce insieme a ogni azione. Un rito collettivo e ripetuto che crea e consolida un forte senso di appartenenza e identità cittadina. Le mafie hanno colto l’opportunità offerta, comprendendo la centralità di quelle squadre nella vita di paese e trasformandole in strumenti nelle mani dei clan.    

Un caso emblematico è, ad esempio, quello della Mondragonese, club campano militante in serie D e amministrato nei primi anni ‘90 da Renato Pagliuca, reggente del locale clan durante la reclusione del boss Augusto La Torre. Attraverso la gestione della squadra Pagliuca perseguiva un duplice obiettivo: la creazione di un ampio consenso nella comunità e la creazione di relazioni con amministratori e imprenditori. Grazie alla forza economica garantita dal clan Pagliuca riuscì infatti a riaccendere la passione dei tifosi di Mondragone attraverso piani di crescita precisi e un calciomercato stellare culminato con il tentativo di acquisto di Toninho Cerezo, centrocampista brasiliano che con la Roma vinse due Coppe Italia. E mentre i tifosi lo idolatravano come un moderno eroe in grado di realizzare i sogni di un’intera comunità, il suo potere criminale cresceva di domenica in domenica. La sua immagine ripulita diventò così simbolo di vittoria e furono proprio i tifosi i primi a difendere strenuamente la sua autorevolezza da chi provò a far emergere la caratura criminale del soggetto. Ed è proprio grazie a questa sua nuova legittimazione sociale che Pagliuca riuscì ad addentrarsi nei salotti cittadini dai quali sarebbe rimasto altrimenti escluso. Ne approfittò dunque per stringere relazioni con esponenti del mondo politico ed imprenditoriale. E proprio allo stadio Pagliuca riuscì ad “avvicinare” Mario Landolfi, parlamentare casertano e futuro Ministro del Governo Berlusconi nel 2005, al quale avrebbe proposto un consistente aiuto elettorale in cambio dell’intervento sulle vicende giudiziarie di La Torre. La fama e il potere guadagnati con la Mondragonese costarono però caro a Pagliuca che venne ucciso il 14 agosto 1995 su ordine dello stesso La Torre, intimorito dalla sua nuova caratura criminale.  

Altro vantaggio offerto dal mondo del calcio alla criminalità sono le frequentazioni con i giocatori. Sono numerosi i casi di campioni dei nostri campionati fotografati insieme ai boss mafiosi. Iconica è ad esempio l’immagine di Maradona immortalato in una vasca a forma di conchiglia con i boss di Forcella, Carmine e Luigi Giuliano. Ma non è certo un caso isolato. Da Marek Hamsik, capitano del Napoli, immortalato con il latitante Domenico Pagano, al campione del mondo Fabio Cannavaro fotografato a Madrid con un soggetto vicino ai clan, sono molti gli esempi di giocatori ritratti con esponenti della criminalità organizzata. Ma c’è chi si è addirittura spinto oltre, si tratta di Mario Balotelli. Guidato da due esponenti dei clan Lo Russo e degli Scissionisti, l’attaccante bresciano è stato protagonista di un vero e proprio tour della periferia napoletana passando da Scampia e dai quartieri spagnoli. Frequentare mafiosi, farsi fotografare con un boss e addirittura visitare luoghi tristemente noti come feudi dei clan più sanguinosi certamente non è reato. Ma se dal punto di vista giuridico queste frequentazioni non rappresentano un problema, dal punto di vista sociale possono essere estremamente pericolose. Per migliaia di giovani infatti i calciatori sono modelli da seguire, persone a cui ispirarsi. È innegabile che i calciatori abbiano, al giorno d’oggi, un ruolo pubblico che va oltre le loro prestazioni sul campo. Essi dovrebbero quindi apparire come un esempio positivo per i ragazzi che a loro si ispirano nella vita quotidiana. Dovrebbero, insomma, essere ben consci che intrattenere relazioni con capi criminali possa trasmettere un messaggio di accettabilità del potere mafioso.

Giorgio Ambrosoli: la rettitudine di un uomo di Stato


È lei Giorgio Ambrosoli?”

Si, Sono io”

Le chiedo scusa, avvocato”

Quattro colpi, poi il silenzio.

Giorgio Ambrosoli
Era la sera dell’11 luglio 1979 e nel centro di Milano, in via Morozzo della Rocca 1, veniva ucciso l’avvocato Giorgio Ambrosoli. Si stava occupando, in veste di Commissario liquidatore, del fallimento della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Fu proprio quell’ultimo incarico, affrontato in modo integerrimo e coraggioso fino alla fine, a portare all’omicidio commissionato, dallo stesso Sindona, al killer americano William Aricò. Poco prima di mezzanotte, dopo che con alcuni amici aveva assistito all’incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti, la vita di Giorgio Ambrosoli fu interrotta da quattro colpi di P38.
In un celebre libro, Corrado Stajano lo definì un “eroe borghese”. In effetti guardando alla sua vita e a come, a partire dal settembre 1974, aveva affrontato la liquidazione della banca di Sindona la definizione sembra calzare alla perfezione. Fu l’allora presidente della Banca d’Italia, Guido Carli, a nominarlo commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, nata pochi mesi prima dalla fusione tra la Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione. Il compito dell’avvocato milanese era di accertare lo stato d’insolvenza, lo stato passivo e il piano di riparto tra i creditori. Indagando sulle operazioni finanziarie e sui conti delle banche, Ambrosoli non ci mise molto a capire che qualcosa non quadrava: il patrimonio iniziale della BPI era praticamente inesistente. La banca era insomma nata già sull’orlo del fallimento in quanto il patrimonio delle due banche era stato interamente assorbito dalle perdite, coperte con numerose irregolarità amministrative.
Michele Sindona
Il piano di Sindona era semplice: far salvare l’istituto dallo stato a spese dei cittadini. A Roma, come sarebbe emerso dalle indagini, era pronta una rete di relazioni che avrebbe sanato tutto a spese dei contribuenti. Era necessario solo un ultimo passo, una firma di Ambrosoli che richiedesse il salvataggio della banca da parte dello stato. Quella firma, però, l’avvocato milanese non la appose mai. Indagò anzi con rettitudine e profondo senso dello stato, riuscendo a recuperare 249 miliardi con cui vennero rimborsati i creditori principali e in maniera minore gli altri.  
Ma Sindona non era solo un banchiere. Alla fine degli anni ’60 l’Interpol lo aveva segnalato per riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico. Negli anni ’70 attraverso gli istutiti Finbank di Ginevra e l’Amincor Bank di Zurigo riciclava i soldi della famiglia mafiosa Bontade-Inzerrillo-Spatola. Nel 1974 Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, lo aveva definito il “Salvatore della Lira” per una fantomatica operazione di sostegno alla moneta nazionale. Le relazioni e le amicizie con le più alte sfere politiche e la vicinanza ad ambienti criminali facevano di Sindona una delle personalità più influenti a vari livelli.
La rettitudine di Giorgio Ambrosoli, però, non venne meno neanche di fronte a questa diffusa rete di malaffare. Non indietreggio nemmeno nel 1978 quando ricevette una serie di telefonate minatorie che in seguito si scoprì essere effettuate da Giacomo Vitale, cognato del boss di Cosa Nostra Stefano Bontate legato a Sindona. Neppure l’ultimo, inequivocabile, segnale lo fermò: il ritrovamento di una pistola su un bidone della spazzatura da parte di un commesso della BPI un mese prima del suo omicidio. Lasciato solo dallo Stato in cui credeva più di ogni altra cosa, Ambrosoli continuò con fermezza potendo contare come suo unico referente politico su Ugo La Malfa, Ministro del Tesoro. Sapeva a cosa stesse andando incontro, era perfettamente a conoscenza dei rischi che correva, ma il suo senso dello stato gli impose di continuare. “Pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese” scrisse in una lettera indirizzata alla moglie e datata 25 Febbraio 1975. “A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici”.
Quella lettera, Ambrosoli, la terminò con un passaggio toccante e sentito. Un testamento rivolto alla moglie che solo dopo la sua morte la troverà nei cassetti della sua scrivania. “Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso sé stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”.
L’11 luglio 1979 Ambrosoli terminò la rogatoria di fronte al giudice istruttore Giovanni Galati. Mancava solo la firma per mettere fine a quel processo iniziato 5 anni prima. Passarono solo poche ore però e la sua vita cessò, in modo tragico, sul passo carrabile di casa sua in via Morozzo della Rocca 1. I Funerali si svolsero il 14 luglio nella chiesa di San Vittore a Milano e ancora una volta, lo Stato in cui credeva non si presentò. Solo il futuro Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi  si presentò ai funerali che videro invece una grande partecipazione della cittadinanza milanese che tributò un ultimo, commosso, saluto all’avvocato morto per lo Stato e per colpa dello stato: in due parole un “eroe borghese”.
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