Author Archives: Marco Colombo

Pallone Criminale #2: i club nelle mani delle mafie

La colonizzazione ai vertici delle società calcistiche offre alla criminalità organizzata vantaggi importanti trasformando il club in uno strumento nelle mani dei clan. I numeri dimostrano come, dai club di provincia fino alla Serie A, le mafie nel calcio siano sempre più presenti

A partire dagli anni ’90 il calcio è diventato qualcosa più di un semplice sport. Sotto la spinta di sempre maggiori interessi economici il calcio professionistico è diventato un business miliardario che ha generato nel 2015 un giro d’affari di 3,7 miliardi, pari a 5,7 punti del PIL nazionale. La distribuzione di questa cifra è però fortemente polarizzata verso le squadre professionistiche che hanno originato circa il 70% dei ricavi totali. È evidente quindi come si possano individuare due mondi quasi paralleli: da una parte le squadre professionistiche con introiti importanti e un giro d’affari enorme, dall’altra le squadre dilettantistiche lontane dai riflettori e con poche risorse economiche. Sono proprio le società della Lega Nazionale Dilettanti, vera e propria base del calcio italiano con quasi quindicimila società e circa un milione di giocatori, quelle maggiormente esposte alle mire della criminalità organizzata. Seguendo dinamiche simili alla penetrazione in altri settori economici le cosche individuano i soggetti con problemi finanziari e, sfruttando i controlli superficiali del calcio minore, si offrono come soluzione attraverso la vendita della squadra a una nuova proprietà spesso nascosta dietro un prestanome.  

Una volta acquistata la proprietà di un club esso diventa uno strumento nelle mani del clan che lo utilizza per perseguire i propri interessi economici e sociali. Spesso accade che una volta rilevata la proprietà di una squadra il sodalizio criminale si disinteressi delle sorti sportive della squadra. È accaduto ad esempio alla SSC Giuliano società campana posta sotto sequestro in seguito all’operazione “Arcobaleno”, condotta nel 2010 dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, perché riconducibile al latitante Giuseppe Dell’Aquila esponente apicale del clan camorristico Mallardo. Questa vicenda, come evidenziato dalla Commissione Parlamentare Antimafia, dimostra il disinteresse del clan alle sorti della squadra che in tre anni precipitò dalla C2 fino al campionato Eccellenza. Il sodalizio mafioso al vertice del club aveva infatti interessi di tipo puramente economico e sfruttava il club per imporre ai commercianti locali la sponsorizzazione della squadra garantendosi importanti introiti perfettamente leciti.

Diversi erano invece gli interessi nel calcio della cosca di ‘ndrangheta Pesce per cui nel 2011 la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria ha disposto il sequestro di tre squadre: l’AS Rosarno e la ASD Cittanova Interpiana, in Calabria, e il Sapri Calcio, in Campania. Attraverso la gestione dei tre club Francesco e Marcello Pesce avevano costruito un disegno criminale complesso ed articolato. Oltre ad una legalizzazione del pizzo operata, come nel caso del Giuliano Calcio, attraverso l’imposizione di sponsorizzazioni ai commercianti locali il clan aveva altri molteplici interessi di carattere diverso. La gestione del club di Rosarno, feudo della famiglia Pesce, era allo stesso tempo emanazione di un controllo totale del territorio e strumento per consolidare e accrescere il consenso sociale grazie alle vittorie sul campo che davano lustro ai suoi proprietari. Il Sapri, riuscito ad iscriversi al campionato 2005/2006 solo grazie ad una importante immissione di liquidità da parte di Marcello Pesce, era invece un avamposto del clan per investimenti in una terra, il Cilento, da tempo finita nelle mire della criminalità calabrese soprattutto per il settore alberghiero e dello smaltimento dei rifiuti. Attraverso la gestione della squadra Marcello Pesce puntava ad aprire un canale diretto tra la cosca e il territorio campano in modo da essere avvantaggiato in futuri affari. Il ruolo dell’Interpiana è stato invece chiarito dal collaboratore di giustizia Salvatore Facchinetti il quale ha dichiarato che l’interesse dei Pesce per la gestione delle squadre era collegata ai contatti garantiti dalla frequentazione di giocatori provenienti da territori diversi. Sfruttando la rete di contatti e il loro legame con il territorio d’origine il clan era riuscito a creare una rete che permetteva di sfruttare nuove aree di sviluppo per le attività illecite.

Ma se la presenza della criminalità nelle divisioni inferiori è sempre più diffusa, non mancano tentativi di scalata ai club del massimo campionato italiano. È quanto accaduto nel 2005 alla SS Lazio, vincitrice in quegli anni di uno scudetto e due coppe Italia, finita al centro di un tentativo di acquisto da parte del clan dei Casalesi. Un primo approccio si ebbe attraverso l’imprenditore Giuseppe Diana proprietario della “Diana Gas”, azienda specializzata nella distribuzione di bombole e combustibili operante in Campania, con stretti legami con il boss dei casalesi Michele Zagaria e con la famiglia Schiavone. La proposta portata al presidente biancoceleste Lotito prevedeva la sponsorizzazione della squadra durante le gare europee per un compenso di due milioni di euro. La dirigenza, pur riconoscendo l’offerta come vantaggiosa, decise di rifiutare. Ad insospettire Lotito infatti vi erano due aspetti: un primo dubbio riguardava l’interesse che poteva avere una società operante solo in Campania a sponsorizzare una squadra romana per le sole partite internazionali, ma ancora di più lo allarmò una particolare clausola introdotta da Diana nella trattativa: il pagamento sarebbe avvenuto in contanti.

Il gruppo criminale però, dopo questo rifiuto, non si diede per vinto e contattò Chinaglia, ex bandiera biancoceleste, convincendolo a porsi come volto della cordata che tenterà l’acquisto della società. Contemporaneamente prese contatti con la frangia più calda della tifoseria laziale che, scontenta della gestione del presidente Lotito, iniziò una feroce contestazione alla dirigenza spingendo per un ritorno al vertice della società del mai dimenticato idolo. A guidare la rivolta dei tifosi fu in particolare il gruppo ultras denominato ‘Irriducibili’ guidato da Fabrizio “Diabolik” Piscitelli. L’ultras, ucciso giovedì in un agguato a Roma, fu condannato nel 2015 per aver condotto una campagna intimidatoria verso il presidente biancoceleste per convincerlo a cedere il club. Nel frattempo la cordata iniziò a muoversi prendendo contatti con i vertici della attraverso il paravento di una fantomatica holding farmaceutica ungherese disposta ad acquistare subito la proprietà del club e ad immettere nuovi capitali nel bilancio societario.

I capitali vantati dalla cordata in realtà non erano altro che i proventi delle attività illecite trasferiti all’estero e, una volta ripuliti, fatti rientrare in Italia attraverso istituti bancari Svizzeri, Tedeschi e Ungheresi. Le oscillazioni del titolo in borsa e gli strani movimenti di capitali allarmarono le autorità competenti e a tal punto da rendere necessario il blocco dell’operazione e l’arresto degli attori coinvolti. Chinaglia si dichiarò sempre all’oscuro di questa vicenda e, raggiunto da un mandato di arresto internazionale, morì latitante negli Stati Uniti nel 2012.   L’obiettivo della cordata, in questo caso, non era il profitto ma il potere. L’acquisto di questa squadra non avrebbe certo portato ad ingenti guadagni ma avrebbe aperto le porte dello Stadio Olimpico al clan di Casal di Principe. Ogni domenica, infatti, il cuore della “Tribuna Monte Mario” si popola di figure di spicco, la Roma che conta è riunita per novanta minuti sulle 230 poltroncine della tribuna autorità: parlamentari, ministri, uomini d’affari, imprenditori, persino il Presidente della Repubblica assiste a qualche partita. Avere un posto in quel settore, per di più entrandoci da protagonista, avrebbe assunto un valore incalcolabile per il clan. Non solo un prestigio enorme per i soggetti criminali coinvolti, ma anche e soprattutto una serie di frequentazioni con personaggi difficilmente avvicinabili in altro modo. Se si fosse concretizzato il progetto di Diana il clan avrebbe avuto a disposizione un esercito di potenziali pedine da muovere al momento giusto nel suo complesso gioco criminale.

Pallone Criminale #1: le mafie tra business e conquista sociale

Dalla Juventus al Milan, dal Napoli alla Lazio passando per le serie minori e i club di provincia. I clan hanno allungato i loro mani anche sul mondo del calcio. Si sono silenziosamente infiltrati nelle dirigenze dei club, nelle tifoserie, nella gestione delle scommesse: tutto quello che può portare vantaggi deve essere sfruttato. Il nostro viaggio parte da qui, un analisi introduttiva degli interessi mafiosi che intaccano la più grande passione degli italiani.

Certo non sorprende che le organizzazioni mafiose provino a penetrare un settore così ricco di opportunità. Dal canto suo, il mondo del calcio presenta complessità e debolezze che agevolano l’inserimento di attori criminali. Negli ultimi vent’anni l’importanza economica del calcio è cresciuta a dismisura. Sponsor, diritti televisivi e merchandising garantiscono ai principali club europei milioni di euro ogni anno. Il mercato dei trasferimenti si è globalizzato aumentando la concorrenza e le cifre spese dalle società per acquistare giocatori. Le squadre sono ormai diventate vere e proprie imprese, spesso addirittura quotate in Borsa, esasperando così le implicazioni economiche. È in questo contesto che si evidenziano, però, sempre maggiori difficoltà per i club, costretti a fare i conti con i bilanci della società nel rispetto dei vincoli imposti. Chi non riesce a far quadrare i bilanci incorre in sanzioni fino a rischiare il fallimento e la conseguente scomparsa del club.

A portare nuovi fondi nelle casse di società in difficoltà spesso ci pensano personaggi opachi, prestanome o affiliati dei clan. I presidenti, pur di salvare il club dal baratro, sono pronti ad accettare la liquidità garantita dai nuovi investitori senza farsi domande sulla provenienza. I clan riescono dunque a infiltrarsi nelle società inserendosi così in un mondo che offre loro opportunità importanti dal punto di vista sia economico sia sociale. Sotto il profilo economico le attività delle organizzazioni mafiose sono molteplici. Innanzitutto il riciclaggio: ripulire nell’economia legale i proventi delle attività illecite è una delle maggiori preoccupazioni delle mafie. Non sorprende quindi che sfruttino anche il pallone per farlo. A Corigliano Calabro la squadra locale, la Schiavonea ’97, secondo gli inquirenti era utilizzata, per mascherare le estorsioni ai danni dei commercianti locali. Fabio Barillari, presidente del club, emetteva infatti fatture per operazioni inesistenti che venivano immediatamente pagate dai commercianti locali: I soldi in quel modo risultavano puliti, frutto di sponsorizzazioni e altre operazioni legate al club, ma non venivano reinvestiti per la squadra bensì andavano a ingrossare la cosiddetta “bacinella”, ossia la cassa del clan.    

Dal punto di vista sociale, invece, il calcio rappresenta un mezzo per raggiungere un altro grande obiettivo della criminalità organizzata mafiosa: la costruzione di relazioni di potere e di consenso sociale. Vittorie e promozioni infatti fanno sognare i tifosi e accrescono la popolarità e il supporto ai dirigenti delle squadre. E quando a gestire  queste ultime vi è un soggetto legato ai clan questo può trasformarsi in consenso sociale, e quindi accettazione, aumentando il suo potere criminale. Sui campi di provincia, poi, la passione è altissima. Lontane dai riflettori, senza radio e pay-tv a raccontare le partite, le tribune diventano ogni domenica il fulcro della vita di un intero paese. Mosse dall’attaccamento per i colori della città, centinaia di persone si mobilitano per sostenere la loro squadra. Su quelle gradinate, per novanta minuti, si annulla ogni differenza: sindaci, imprenditori, cittadini e dirigenti formano un unico blocco che soffre e gioisce insieme a ogni azione. Un rito collettivo e ripetuto che crea e consolida un forte senso di appartenenza e identità cittadina. Le mafie hanno colto l’opportunità offerta, comprendendo la centralità di quelle squadre nella vita di paese e trasformandole in strumenti nelle mani dei clan.    

Un caso emblematico è, ad esempio, quello della Mondragonese, club campano militante in serie D e amministrato nei primi anni ‘90 da Renato Pagliuca, reggente del locale clan durante la reclusione del boss Augusto La Torre. Attraverso la gestione della squadra Pagliuca perseguiva un duplice obiettivo: la creazione di un ampio consenso nella comunità e la creazione di relazioni con amministratori e imprenditori. Grazie alla forza economica garantita dal clan Pagliuca riuscì infatti a riaccendere la passione dei tifosi di Mondragone attraverso piani di crescita precisi e un calciomercato stellare culminato con il tentativo di acquisto di Toninho Cerezo, centrocampista brasiliano che con la Roma vinse due Coppe Italia. E mentre i tifosi lo idolatravano come un moderno eroe in grado di realizzare i sogni di un’intera comunità, il suo potere criminale cresceva di domenica in domenica. La sua immagine ripulita diventò così simbolo di vittoria e furono proprio i tifosi i primi a difendere strenuamente la sua autorevolezza da chi provò a far emergere la caratura criminale del soggetto. Ed è proprio grazie a questa sua nuova legittimazione sociale che Pagliuca riuscì ad addentrarsi nei salotti cittadini dai quali sarebbe rimasto altrimenti escluso. Ne approfittò dunque per stringere relazioni con esponenti del mondo politico ed imprenditoriale. E proprio allo stadio Pagliuca riuscì ad “avvicinare” Mario Landolfi, parlamentare casertano e futuro Ministro del Governo Berlusconi nel 2005, al quale avrebbe proposto un consistente aiuto elettorale in cambio dell’intervento sulle vicende giudiziarie di La Torre. La fama e il potere guadagnati con la Mondragonese costarono però caro a Pagliuca che venne ucciso il 14 agosto 1995 su ordine dello stesso La Torre, intimorito dalla sua nuova caratura criminale.  

Altro vantaggio offerto dal mondo del calcio alla criminalità sono le frequentazioni con i giocatori. Sono numerosi i casi di campioni dei nostri campionati fotografati insieme ai boss mafiosi. Iconica è ad esempio l’immagine di Maradona immortalato in una vasca a forma di conchiglia con i boss di Forcella, Carmine e Luigi Giuliano. Ma non è certo un caso isolato. Da Marek Hamsik, capitano del Napoli, immortalato con il latitante Domenico Pagano, al campione del mondo Fabio Cannavaro fotografato a Madrid con un soggetto vicino ai clan, sono molti gli esempi di giocatori ritratti con esponenti della criminalità organizzata. Ma c’è chi si è addirittura spinto oltre, si tratta di Mario Balotelli. Guidato da due esponenti dei clan Lo Russo e degli Scissionisti, l’attaccante bresciano è stato protagonista di un vero e proprio tour della periferia napoletana passando da Scampia e dai quartieri spagnoli. Frequentare mafiosi, farsi fotografare con un boss e addirittura visitare luoghi tristemente noti come feudi dei clan più sanguinosi certamente non è reato. Ma se dal punto di vista giuridico queste frequentazioni non rappresentano un problema, dal punto di vista sociale possono essere estremamente pericolose. Per migliaia di giovani infatti i calciatori sono modelli da seguire, persone a cui ispirarsi. È innegabile che i calciatori abbiano, al giorno d’oggi, un ruolo pubblico che va oltre le loro prestazioni sul campo. Essi dovrebbero quindi apparire come un esempio positivo per i ragazzi che a loro si ispirano nella vita quotidiana. Dovrebbero, insomma, essere ben consci che intrattenere relazioni con capi criminali possa trasmettere un messaggio di accettabilità del potere mafioso.

Giorgio Ambrosoli: la rettitudine di un uomo di Stato


È lei Giorgio Ambrosoli?”

Si, Sono io”

Le chiedo scusa, avvocato”

Quattro colpi, poi il silenzio.

Giorgio Ambrosoli
Era la sera dell’11 luglio 1979 e nel centro di Milano, in via Morozzo della Rocca 1, veniva ucciso l’avvocato Giorgio Ambrosoli. Si stava occupando, in veste di Commissario liquidatore, del fallimento della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Fu proprio quell’ultimo incarico, affrontato in modo integerrimo e coraggioso fino alla fine, a portare all’omicidio commissionato, dallo stesso Sindona, al killer americano William Aricò. Poco prima di mezzanotte, dopo che con alcuni amici aveva assistito all’incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti, la vita di Giorgio Ambrosoli fu interrotta da quattro colpi di P38.
In un celebre libro, Corrado Stajano lo definì un “eroe borghese”. In effetti guardando alla sua vita e a come, a partire dal settembre 1974, aveva affrontato la liquidazione della banca di Sindona la definizione sembra calzare alla perfezione. Fu l’allora presidente della Banca d’Italia, Guido Carli, a nominarlo commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, nata pochi mesi prima dalla fusione tra la Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione. Il compito dell’avvocato milanese era di accertare lo stato d’insolvenza, lo stato passivo e il piano di riparto tra i creditori. Indagando sulle operazioni finanziarie e sui conti delle banche, Ambrosoli non ci mise molto a capire che qualcosa non quadrava: il patrimonio iniziale della BPI era praticamente inesistente. La banca era insomma nata già sull’orlo del fallimento in quanto il patrimonio delle due banche era stato interamente assorbito dalle perdite, coperte con numerose irregolarità amministrative.
Michele Sindona
Il piano di Sindona era semplice: far salvare l’istituto dallo stato a spese dei cittadini. A Roma, come sarebbe emerso dalle indagini, era pronta una rete di relazioni che avrebbe sanato tutto a spese dei contribuenti. Era necessario solo un ultimo passo, una firma di Ambrosoli che richiedesse il salvataggio della banca da parte dello stato. Quella firma, però, l’avvocato milanese non la appose mai. Indagò anzi con rettitudine e profondo senso dello stato, riuscendo a recuperare 249 miliardi con cui vennero rimborsati i creditori principali e in maniera minore gli altri.  
Ma Sindona non era solo un banchiere. Alla fine degli anni ’60 l’Interpol lo aveva segnalato per riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico. Negli anni ’70 attraverso gli istutiti Finbank di Ginevra e l’Amincor Bank di Zurigo riciclava i soldi della famiglia mafiosa Bontade-Inzerrillo-Spatola. Nel 1974 Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, lo aveva definito il “Salvatore della Lira” per una fantomatica operazione di sostegno alla moneta nazionale. Le relazioni e le amicizie con le più alte sfere politiche e la vicinanza ad ambienti criminali facevano di Sindona una delle personalità più influenti a vari livelli.
La rettitudine di Giorgio Ambrosoli, però, non venne meno neanche di fronte a questa diffusa rete di malaffare. Non indietreggio nemmeno nel 1978 quando ricevette una serie di telefonate minatorie che in seguito si scoprì essere effettuate da Giacomo Vitale, cognato del boss di Cosa Nostra Stefano Bontate legato a Sindona. Neppure l’ultimo, inequivocabile, segnale lo fermò: il ritrovamento di una pistola su un bidone della spazzatura da parte di un commesso della BPI un mese prima del suo omicidio. Lasciato solo dallo Stato in cui credeva più di ogni altra cosa, Ambrosoli continuò con fermezza potendo contare come suo unico referente politico su Ugo La Malfa, Ministro del Tesoro. Sapeva a cosa stesse andando incontro, era perfettamente a conoscenza dei rischi che correva, ma il suo senso dello stato gli impose di continuare. “Pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese” scrisse in una lettera indirizzata alla moglie e datata 25 Febbraio 1975. “A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici”.
Quella lettera, Ambrosoli, la terminò con un passaggio toccante e sentito. Un testamento rivolto alla moglie che solo dopo la sua morte la troverà nei cassetti della sua scrivania. “Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso sé stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”.
L’11 luglio 1979 Ambrosoli terminò la rogatoria di fronte al giudice istruttore Giovanni Galati. Mancava solo la firma per mettere fine a quel processo iniziato 5 anni prima. Passarono solo poche ore però e la sua vita cessò, in modo tragico, sul passo carrabile di casa sua in via Morozzo della Rocca 1. I Funerali si svolsero il 14 luglio nella chiesa di San Vittore a Milano e ancora una volta, lo Stato in cui credeva non si presentò. Solo il futuro Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi  si presentò ai funerali che videro invece una grande partecipazione della cittadinanza milanese che tributò un ultimo, commosso, saluto all’avvocato morto per lo Stato e per colpa dello stato: in due parole un “eroe borghese”.

Cosa sta accadendo ad Hong Kong?

Le proteste contro la governatrice Carrie Lam hanno raggiunto ieri un punto di rottura. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo e il ritiro del ‘Extradition Bill’.

   
Uno striscione appeso all’esterno del Parlamento 
sintetizza lo spirito dei manifestanti 
Ieri, Nel giorno del 22° anniversario dalla fine del dominio coloniale, le proteste ad Hong Kong hanno raggiunto livelli mai visti prima. I manifestanti, dopo ore di assedio, hanno occupato per più di tre ore il palazzo del Parlamento. All’esterno dell’edificio la bandiera cinese è stata sostituita da una bandiera nera della città, simbolo delle proteste, mentre all’interno sventolavano bandiere coloniali. Dopo 156 anni di dominio inglese, Hong Kong, è diventata una Regione amministrativa speciale della Cina il 1° luglio 1997. Grazie al lungo passato coloniale la città ha però sempre goduto di una grande autonomia dalla Cina. Gli accordi stipulati tra Londra e Pechino stabiliscono infatti che Hong Kong possa mantenere un’economia capitalista fino al 2047 ed ha una totale liberà in tutti i settori con l’eccezione della difesa e della politica estera. A scatenare le proteste degli ‘Hongkongers’ è stato il rischio di perdere parte di questa libertà, a livello giudiziario, rafforzando il legame con Pechino. A preoccupare, soprattutto i più giovani, è la legge sull’estradizione voluta dalla Chief Executive, Carrie Lam. Dopo le ingenti manifestazioni, il 15 giugno la governatrice aveva deciso di sospendere ogni decisione sulla riforma rimandando la sua approvazione a data da destinarsi. Il ritiro della proposta di legge però non è bastato ai manifestanti che pensano sia solo un modo per calmare le acque per riproporla appena la situazione sarà tornata alla normalità.
 ‘Extradition bill’ – La riforma è stata proposta mesi fa dopo la mancata estradizione a Taiwan di un ragazzo accusato di aver ucciso la propria fidanzata a Taipei. Hong Kong ha attualmente accordi di estradizione con soli 20 stati, tra cui Regno Unito e Stati Uniti, e con questa legge vorrebbe colmare l’assenza di accordi con gli altri paesi regolando in linea generale i rapporti in materia in tutti i casi al di fuori di quelli già stabiliti. Portata avanti con forza dalla leader del governo di Hong Kong, Carrie Lam, la legge prevede la possibilità per le autorità di estradare chi è sospettato di gravi crimini. John Lee, segretario per la sicurezza di Hong Kong, ha precisato che i “gravi crimini” per cui sarà prevista l’estradizione sono tutti i reati punibili con una condanna uguale o superiore ai 7 anni di reclusione.
I messaggi dei manifestanti sul Lennon Wall di Hong Kong

Il procedimento per l’estradizione, previsto dalla legge, è complesso e prevede alcune garanzie. Dopo una prima richiesta formale al governo, in caso di approvazione, è la corte a disporre l’arresto e a pronunciarsi sull’eventuale estradizione. Nel caso decidesse di procedere, l’ultima parola spetterebbe nuovamente allo Chief Executive che può definitivamente disporre l’allontanamento del soggetto accusato. Nella legge è però prevista la possibilità di appellarsi contro tale decisione. In caso di ricorso dopo la pronuncia della corte, è possibile l’annullamento completo della decisione presa e l’interruzione della procedura. L’appello può avvenire anche al momento della decisione finale della governatrice. In tal caso, però, anche se il ricorso dovesse essere accolto la decisione tornerebbe nelle mani della corte che potrà decidere se confermare o meno la propria precedente decisione.

Perché ha scatenato le proteste? – Secondo i partiti di opposizione un ruolo così centrale dello Chief Executive nel procedimento di estradizione presenta degli aspetti problematici. Il rischio è che il leader del governo di Hong Kong, scelto da un comitato elettorale legato a Pechino, si sentirebbe in qualche modo obbligato ad accettare le richieste di estradizione provenienti dalla Cina. Anche le organizzazioni per la tutela dei diritti umani temono che la legge possa diventare uno strumento nelle mani di Pechino per silenziare voci dissidenti ad Hong Kong come già accade in Cina. Questo timore è aumentato dopo che Han Zheng, membro dell’Ufficio politico del Partito comunista cinese, ha annunciato il suo sostegno alla legge dichiarando che questo provvedimento potrebbe riguardare anche i cittadini di Hong Kong “sospettati di aver messo a rischio la sicurezza nazionale della Cina”. Il rischio è dunque che Hong Kong perda gran parte della propria economia diventando schiava del regime cinese, considerato liberticida dai protestanti e con un sistema giudiziario totalmente diverso. In Cina è ancora prevista, come denunciano gli attivisti per i diritti umani, la pena di morte per reati di particolare gravità, ciò non accade invece nell’ex colonia dove l’esecuzione capitale è stata abolita nel 1993.
Contro la legge sull’estradizione si è espresso anche Mike Pompeo, Segretario di Stato degli Stati Uniti, che ha criticato l’emendamento, sostenendo che potrebbe danneggiare lo stato di diritto a Hong Kong. Anche L’Unione Europea, il Regno Unito e numerosi altri stati hanno espresso la loro preoccupazione e i loro dubbi riguardo a tale riforma. La camera di Commercio di Hong Kong ha addirittura diffuso una nota in cui ha affermato che i cambiamenti potrebbero indurre le imprese a riconsiderare la scelta della città come sede regionale.
Due milioni di persone alla manifestazione del 16 giugno
(ph: Bloomberg)
Nonostante siano arrivate condanne unanimi a questa legge, Carrie Lam è comunque decisa a portare avanti la riforma. Nel discorso in cui annunciava il rinvio, oltre ad aver annunciato di non aver intenzione di rassegnare le dimissioni, ha ribadito la necessità di tale documento. Non è un caso, dunque, la manifestazione più imponente si è avuta il 16 giugno, proprio il giorno successivo alle dichiarazioni della governatrice, quando quasi 2 milioni di persone hanno sfilato nella più grande manifestazione della storia di Hong Kong. Se in una situazione del genere sembra inevitabile il ritiro definitivo dell’emendamento, la governatrice non sembra intenzionata a percorrere questa strada. L’impressione è che in questo caso l’autonomia della Chief Executive sia minata dalle pressioni di Pechino che spinge per l’approvazione della riforma. Dall’altra
parte, anche i manifestanti non sembrano per nulla intenzionati a fermare le proteste e in un clima di crescente tensione, giunta all’apice nella giornata di ieri, continuano a scendere in piazza e a chiedere le dimissioni della governatrice al grido di “Carrie Lam! Downstairs!”.
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