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La favola americana dei "Safe third countries"

Solo voy con mi pena
sola va mi condena

correr es mi destino

para burlar la ley”
-Manu Chao-

“Questo accordo introdurrà una nuova era di investimenti e crescita per il Guatemala e getterà le basi per la cooperazione tra i nostri paesi”. Così il presidente americano Donald Trump annunciava entusiasta l’accordo raggiunto tra la sua amministrazione e il governo del paese centroamericano in attuazione della politica USA sui migranti che punta a fermare gli arrivi utilizzando gli stati dell’area come filtro. In sostanza l’accordo prevede che Washington possa respingere chiunque non abbia prima fatto domanda ufficiale alle autorità di Città del Guatemala. In cambio Trump ha accettato di non minacciare più sanzioni economiche contro il paese centro americano. Un identico accordo è stato firmato negli scorsi mesi con altri due paesi dell’area: El Salvador e l’Honduras. Accordi di cooperazione che puntano, più che a risolvere i problemi dell’area, ad allontanare il più possibile i migranti dagli Stati Uniti costringendoli a richiedere asilo in paesi vulnerabili e pericolosi.
La nuova politica USA – Donald Trump ha annunciato che nel 2020 gli Stati Uniti accoglieranno un massimo di 18.000 richieste di asilo. Il programma di reinsediamento di rifugiati, approvato dal Congresso nel 1980, permette al Presidente di stabilire il limite di persone a cui concedere lo status di rifugiato. Dall’inizio dell’amministrazione Trump, il numero di richieste concesse si è abbassato drasticamente e il limite di 18mila domande annunciato per l’anno prossimo è il più basso da quando è stata approvata la legge. Un’inversione di tendenza significativa quelle operata dal governo Trump che proprio sulle limitazioni alle migrazioni ha basato la sua campagna elettorale e la sua propaganda politica. Numeri, quelli previsti per il 2020, che non si erano mai visti: nemmeno dopo gli attacchi dell’11 settembre quando il limite venne abbassato fino a 27 mila per l’anno successivo. Un cambio di rotta netto e deciso rispetto a quanto visto durante l’amministrazione Obama quando il numero di richieste accettate oscillava intorno ai 50.000. I 18mila rifugiati includeranno 5mila persone che hanno subìto persecuzioni religiose nei propri paesi, 4mila iracheni che hanno collaborato con gli Stati Uniti e solo 1.500 persone provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras.
La situazione centroamericana – El Salvador, Guatemala e Honduras. I tre paesi con cui Trump ha stretto accordi presentano infatti criticità evidenti: non solo non possono essere considerati paesi sicuri ma sono anche i principali punti di partenza dei migranti diretti negli Stati Uniti. Violenza, corruzione, povertà e l’assenza di un futuro. Il centroamerica è in preda ad una crisi sociopolitica diffusa e preoccupante da cui, chi può, prova a scappare. L’Honduras, per esempio, grazie alla sua posizione geografica è il principale punto di passaggio del traffico di droga che dall’America latina arriva negli Stati Uniti, ed è uno dei paesi al mondo col più alto tasso di criminalità. Una criminalità così pervasiva e incontrastata che persino il presidente Juan Orlando Hernández è coinvolto in prima persona in uno scandalo legato al narcotraffico. Secondo gli inquirenti, Hernandez avrebbe utilizzato diversi milioni provenienti da un traffico di stupefacenti con gli USA per finanziare la sua campagna elettorale. In Guatemala, secondo quanto rilevato da una commissione delle Nazioni Unite, esiste una “coalizione mafiosa” tra governo, imprenditori e gruppi criminali che sarebbe disposta a “a sacrificare il presente e il futuro del Guatemala per garantire l’impunità e preservare lo status quo di tali soggetti”. El Salvador è uno dei paesi al mondo con il maggior tasso di omicidi, 62 ogni 100mila abitanti contro una media mondiale di 6, ed è pervaso da una violenza endemica eredità di una guerra civile conclusa ufficialmente 25 anni fa ma mai del tutto terminata. Un contesto complicato ed instabile, dunque, quello del “Triangolo settentrionale” del centroamerica che solleva evidenti perplessità circa la decisione degli USA di individuare i tre stati come “Safe third Country”.
I flussi – Il controsenso più grande insito negli accordi stipulati dagli USA, e ancora da ratificare nei tre paesi, sta nei numeri relativi ai flussi migratori. Honduras, El Salvador e Guatemala sono infatti i principali paesi di partenza dei migranti che attraversano il Messico per raggiungere il confine statunitense. Iconica è stata la prima carovana di migranti partita nell’ottobre scorso da San Pedro Sula, città honduregna non lontana dal confine con il Guatemala, che aveva portato migliaia di persone a marciare insieme attraverso il Messico per raggiungere un sogno chiamato America. Un sogno presto spezzato con le porte degli Stati Uniti che si sono chiuse costringendo i richiedenti asilo a vivere in accampamenti di fortuna lungo in attesa di un’autorizzazione ad entrare nel territorio a stelle e strisce. Migliaia di persone, in fuga da violenze e povertà, partono quasi quotidianamente da questi paesi per tentare di raggiungere una terra promessa che, non solo non li vuole, ma ora potrebbe addirittura rimandarli in un paese che si trova nella stessa situazione da cui sono scappati. Un honduregno in fuga dalle violenze dei narcos potrebbe dover richiedere protezione in Guatemala e ritrovarsi, non solo a pochi km da dove è stato costretto a fuggire, ma anche in una condizione identica a quella che ha lasciato. Un sistema problematico già dall’inizio dunque che oltre a mettere in pericolo la vita dei migranti che chiedono protezione proprio da quanto accade nella regione, rischia di creare problemi anche agli stati.
La sottomissione – Come afferma Iduvina Hernández, giornalista guatemalteca e attivista per i diritti umani, l’accoglienza dei migranti diretti negli Stati Uniti potrebbe mettere definitivamente in ginocchio i servizi base di tre stati. Il sistema sanitario guatemalteco, ad esempio, è già in una situazione di estrema difficoltà e verrebbe schiacciato totalmente dall’arrivo di richiedenti asilo, spesso bisognosi di cure. Le carenze strutturali e sistematiche dei tre paesi sommate all’arrivo di un numero ancora imprecisato di richiedenti asilo rischia di attivare nella regione una crisi umanitaria senza precedenti. Sistemi troppo fragili, oltre che pericolosi, per poter far fronte ad una situazione del genere. Ed allora una domanda sorge spontanea: come mai i tre stati hanno siglato gli accordi? Molti sostengono sia una scelta legata alle vicende processuali dei presidenti Morales, ora sostituito da Giammattei, e Hernandez e vedono l’accordo come il prodotto del bisogno di impunità dei due leader. Ma quello che emerge chiaramente, al di la di congetture prive di fondamento, è la sottomissione degli stati al potere statunitense. Firmare un accordo evidentemente svantaggioso per il proprio stato sottolinea ancora di più il rapporto estremamente sbilanciato che intercorre tra gli USA e i paesi del centroamerica. Honduras, Guatemala, El Salvador e tanti altri paesi nell’aerea dipendono economicamente dagli Stati Uniti e per questo risultano essere estremamente vulnerabili e sottomessi al potente vicino. In gioco, per questi paesi, vi è una posta troppo alta e per difendere i rapporti commerciali, politici e finanziari si stanno dimostrando disposti a qualsiasi cosa. Anche ad accettare un accordo evidentemente svantaggioso per loro e, soprattutto pericoloso per i migranti.
Mentre Trump esulta per aver “risolto il problema dell’asilo politico”, il mondo assiste a quella che è in realtà una evidente sconfitta. Quello di cui il presidente non si cura è che il suo piano sembra destinato ad aggravare una crisi già evidente. La decisione di chiudere ulteriormente i propri confini senza prevedere una riqualificazione dei contesti di partenza sarebbe già folle di per sé, ancor più folle lo diventa se si stringono accordi con i paesi da cui i migranti partono. Non basta certo una firma a rendere sicuri stati che non lo sono. Stati da cui i richiedenti asilo fuggono per cercare nuovi orizzonti e una vita migliore. Stati che ora dovranno farsi carico delle domande di asilo di chi scappa da un contesto perfettamente identico. Mettendo a rischio il sistema statale e, soprattutto, mettendo a rischio la vita dei migranti. Negando loro anche la speranza di una vita migliore, di una vita meno dolorosa e difficile. E ora, decine di migliaia di migranti si troveranno ancora a marciare verso gli Stati Uniti ma le loro grida disperate si perderanno nel vento. E qualcuno, nella notte, proverà ancora a varcare quella frontiera. Preferendo una vita nell’ombra a una vita senza speranza. Una vita clandestina come quella cantata da Manu Chao.
perdido en el corazón
de la grande babylon
me dicen el clandestino
por no llevar papel

I giovani che vogliono salvare il pianeta

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi”
–  G. Rodari –


Milioni di volti, giovani e speranzosi. Milioni di colori. Balli canti e cartelli colorati. 156 paesi, più di 5000 manifestazioni organizzate. Milioni di giovani per un’impresa difficile. Il terzo sciopero globale per il clima conferma la forza di un movimento giovane ma determinato. In una settimana, in tutti e 5 i continenti, sono stati i più giovani ad alzare la voce e a farsi sentire per chiedere alle istituzioni una svolta green che sia in grado di tutelare il pianeta da una fine catastrofica che sembra sempre più vicina.  Dall’Australia alla Nigeria, dagli Stati Uniti all’India, un unico coro ha chiesto a gran voce un cambio di rotta.

“Immagini incredibili da tutta Italia” – Anche Greta Thunberg, la sedicenne paladina della lotta ai cambiamenti climatici, è entusiasta della risposta dei ragazzi italiani alla causa ambientalista. Complice la decisione del ministro dell’Istruzione Fioramonti di giustificare l’assenza a chiunque avesse deciso di scioperare per il clima, il nostro paese è stato ancora una volta quello in cui si è registrata la maggior partecipazione. Nelle principali città Italiane gli studenti di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, sono scesi in piazza senza simboli di partito, senza bandiere di associazioni, senza ideologie: solo tanti, tantissimi, cartelli con gli slogan più disparati. Da nord a sud è scesa in piazza quella generazione senza futuro che ha capito, ancor prima dei grandi, l’urgenza di una svolta radicale nel modo di produrre, di vivere e di pensare. “Ci avete rotto i polmoni” lo slogan più gettonato, indice di una profonda ed insanabile sfiducia verso una società che fatica a comprendere la gravità e l’urgenza delle istanze ambientaliste. Una società che non ascolta o sbeffeggia i giovani che, per la prima volta da tanto tempo, hanno trovato una battaglia che li unisce. “Siamo un milione” hanno comunicato nel pomeriggio di venerdì gli organizzatori della rete ‘Fridays for Future Italia” numeri imponenti che rendono il nuovo movimento ambientalista uno dei più importanti movimenti giovanili in Italia, e nel mondo, degli ultimi anni. L’Italia si è fatta trovare pronta anche a questa terza “chiamata alle armi” ed è proprio dai giovani che venerdì affollavano le piazze che si dovrebbe ripartire per creare finalmente i presupposti per un futuro migliore.

Un movimento transnazionale – Ma non c’è solo l’Italia. Quello di ‘Fridays For Future’ è diventato, in meno di un anno, un fenomeno globale come non se ne sono mai visti. Un movimento che è riuscito a raggiungere davvero ogni angolo della terra e a mobilitare i giovani di tutti i continenti per un’unica grande battaglia che coinvolge tutti. Questa settimana abbiamo assistito ad una sorta di grande staffetta iniziata con le 300 mila persone scese in piazza in Australia il 20 settembre e proseguita ininterrottamente fino alle manifestazioni europee di questo venerdì. Nel mezzo migliaia di eventi, iniziative, flash mob e cortei che hanno mobilitato, per la prima volta, anche diverse città africane e sono culminate con la manifestazione di New York guidata da Greta Thunberg e Barack Obama. E mentre i giovani scendono in piazza, i grandi cercano di dare un’etichetta ad un movimento che non riescono, o non vogliono, capire: un nuovo ’68, i gretini, i rivoluzionari del clima e chi più ne ha più ne metta. Ma quello di cui forse non ci si accorge è che non si tratta di nulla di questo. Non sono solo giovani sfaticati che vogliono saltare la scuola e non sono nemmeno i supereroi che vogliono salvare il mondo. Sono semplicemente ragazzi e ragazze. Ragazzi e ragazze che hanno preso coscienza di quello che sta accadendo al nostro pianeta ancor prima che lo capissero gli adulti. Ragazzi e ragazze che non vogliono trovarsi a vivere un mondo inabitabile. Una rete enorme e sempre più strutturata che cerca di portare nei propri stati rivendicazioni comuni come la ‘Dichiarazione di Losanna’ elaborata dai delegati dei movimenti nazionali riunitisi quest’estate nella città svizzera per una settimana di confronti dibattiti e organizzazione di un movimento che, seppur appena nato, sta già diventando un punto di riferimento per molti.

Le critiche – “Onestamente, non capisco perché gli adulti scelgano di passare il loro tempo a deridere e minacciare i teenager e i bambini per aver scelto di promuovere la scienza, quando invece potrebbero fare qualcosa di buono”. Commenta così Greta Thunberg le critiche che le sono piovute addosso dopo il suo discorso alle Nazioni Unite di lunedì. Critiche che riflettono un più generale disappunto di una buona fetta degli “adulti” che sembrano non capire quanto sta accadendo intorno a loro. Pensano che sia un capriccio dei ragazzi, una moda passeggera come furono gli emo o i paninari degli anni ’80, non capiscono che non è una moda: è un grido disperato di una generazione che vuole rimediare agli errori di quella precedente. Ma dietro gli attacchi non c’è solo la disattenzione e l’incapacità di comprendere un movimento così ampio e dirompente. C’è qualcosa di più profondo, di più preoccupante. Buona parte di quelli che criticano il movimento ambientalista lo fa per non ammettere le proprie colpe. Per non dover chiedere scusa ai propri figli per aver gradualmente distrutto il mondo. Ed allora entra in gioco la macchina del fango: Greta è mossa dalle lobby, i giovani manifestano per saltare scuola, sono gretini e viziati. Ogni accusa è buona per distogliere l’attenzione dagli errori commessi nei decenni passati. Errori per cui, evidentemente, chiedere semplicemente scusa sarebbe uno smacco troppo grande. Sarebbe darla vinta a dei ragazzini. E allora continuiamo a negare, continuiamo a inquinare. Così ci penserà l’estinzione a risolvere il problema. Così non sarà più necessario chiedere scusa. Ma se non dovesse essere così, se qualcosa dovesse cambiare e le coscienze si inizieranno a smuovere sarà uno smacco ancora più grande. Sarà la vittoria dei ragazzi contro lo scetticismo degli adulti. Sarà la vittoria di una generazione che, per dirla con le parole di Rino Gaetano, “crede in un mondo più giusto e più vero”.Madre Terra, tieni duro. Arrivano i giovani. Ci penseranno loro a salvarti.

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