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I referendum sulla giustizia spiegati bene

Il 12 giugno oltre 51 milioni di Italiani saranno chiamati a votare i cinque referendum sulla giustizia promossi da Lega e Partito Radicale. Nella nostra breve guida proviamo a spiegarvi i cinque quesiti e quello che andrebbero a modificare nel sistema attuale.

Domenica 12 giugno, in contemporanea con le elezioni amministrative in 978 comuni, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sui cinque referendum sul tema della Giustizia. I quesiti nascono dalla raccolta firma promossa da Lega e Radicali e sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale e dunque indetti per decreto dal Presidente della Repubblica il 6 aprile scorso. I due partiti promotori ne avevano proposto un sesto, sulla responsabilità civile dei magistrati, ma la Consulta lo ha ritenuto inammissibile come già aveva fatto per i referendum su cannabis ed eutanasia legale.

Quando e come si vota – La tornata referendaria si svolgerà nella sola giornata di domenica 12 dalle ore 7 alle ore 23 ed al termine delle operazioni di voto si precederà immediatamente allo scrutinio. Come previsto da un’apposita circolare del Ministero della Salute, per votare sarà necessario recarsi al seggio con una mascherina da indossare durante tutta la permanenza presso la struttura. Chi dovesse essere positivo al covid ed in isolamento domestico dovrà far pervenire una richiesta al proprio comune entro il 7 giugno dichiarando di voler votare e richiedendo la possibilità di esprimere il proprio voto presso l’indirizzo in cui si sta svolgendo la quarantena. Gli aventi diritto al voto per questa tornata saranno 51,1 milioni e sarà necessario, affinché ciascuna consultazione sia valida, che voti la maggioranza degli aventi diritto. Trattandosi di referendum abrogativi, chi vuole mantenere in vigore le norme che si propone di cancellare deve rispondere ‘No’ sulle schede. Chi è d’accordo con i promotori deve rispondere ‘Si’ in modo che non abbiano più valore di legge.


Refrendum n. 1 – Scheda rossa
Abrogazione del Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi.

Con questo primo referendum si chiede ai cittadini se siano o meno d’accordo ad abrogare la cosiddetta “legge Severino” che dispone l’interdizione dai pubblici uffici in caso di condanna definitiva. In altre parole, con il sistema attuale, un politico condannato in via definitiva viene automaticamente dichiarato incandidabile e nel caso ricopra cariche in quel momento gli vengono tolte con effetto immediato. Qualora vincesse il “SÌ” verrebbe eliminato il decreto facendo così venire meno l’automatismo e dando ai giudici la facoltà di decidere di volta in volta se applicare ai condannati l’interdizione dai pubblici uffici.


Referendum n.2 – Scheda arancione
Limitazione delle misure cautelari: abrogazione dell’ultimo inciso dell’art. 274, comma 1, lettera c), codice di procedura penale, in materia di misure cautelari e, segnatamente, di esigenze cautelari, nel processo penale.

Attualmente, durante le indagini il PM può chiedere al Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di disporre una misura cautelare (carcere, domiciliari, obbligo di firma ecc.) per soggetti sospettati di aver commesso un reato. Tra le motivazioni che possono portare il gip a concedere la misura cautelare preventiva vi è tra gli altri il pericolo di reiterazione del reato. Se, cioè, un soggetto sospettato di aver commesso un reato è ritenuto in grado di ricommetterlo nel breve periodo il giudice può disporne l’arresto ad indagine ancora in corso. In caso di vittoria del “SI” verrebbe eliminato il rischio di reiterazione del reato dalle motivazioni per cui i giudici possono disporre misure cautelari preventive. L’arresto preventivo potrà essere comunque disposto nei seguenti casi: pericolo di fuga, inquinamento delle prove e rischio di commettere reati di particolare gravità, con armi o altri mezzi violenti.


Referendum n.3 – Scheda gialla
Separazione delle funzioni dei magistrati. Abrogazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa nella carriera dei magistrati.

Con un quesito assurdamente lungo e contorto si vuole chiedere in realtà una cosa molto semplice: volete abrogare la norma che oggi consente di passare agevolmente dalla carriera di PM (colui che coordina le indagini e sostiene l’impianto accusatorio a processo) a quella di Giudice (colui che in un processo è chiamato a decidere)? Mentre oggi si può passare, anche più volte, dal ruolo di giudice a quello di PM, se vincesse il ‘Sì’ si introdurrebbe nel sistema giudiziario italiano la separazione delle carriere: i magistrati dovranno scegliere dall’inizio della carriera se assumere il ruolo di giudice nel processo (funzione giudicante) o quello di pubblico ministero (funzione requirente, colui che coordina le indagini e sostiene la parte accusatoria) per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale.


Referendum n.4 – Scheda grigia
Partecipazione dei membri laici a tutte le deliberazioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari. Abrogazione di norme in materia di composizione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari e delle competenze dei membri laici che ne fanno parte.

Tra le funzioni svolte dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) vi è anche quella di valutare l’operato dei magistrati in base a valutazioni che vengono fornite periodicamente dai togati presenti nei Consigli giudiziari, organi territoriali formati da togati e laici (professori universitari e avvocati). Se vincesse il “SI” si estenderebbe la possibilità di partecipare a queste valutazioni anche ai membri laici dei consigli giudiziari.


Referendum n.5 – Scheda verde
Abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura.

Si tratta del quesito sulla riforma del Csm attualmente composto da membri di diritto (Presidente della Repubblica, il primo presidente della Corte di cassazione e il Procuratore generale della Corte costituzionale) e da membri eletti per due terzi da tutti i magistrati di ogni ordine e grado e per un terzo dal Parlamento in seduta comune. Attualmente, per potersi candidare a membri del Csm è necessario raccogliere da 25 a 50 firme, in caso di vittoria del “SI” invece si tornerebbe al sistema in vigore fino al 1958 per il quale qualsiasi magistrato in servizio può candidarsi senza bisogno di raccogliere firme. Il quesito in questione è pensato per porre un freno al sistema delle cosiddette “correnti” finite al centro delle polemiche dopo il caso Palamara. 


Riforma Cartabia – Dopo colpevoli ritardi e lungaggini burocratiche, tra il 14 e il 15 giugno arriverà in Senato per l’approvazione definitiva la Riforma della giustizia. Tre referendum su cinque trattano questioni contenute nella “riforma Cartabia”: quelli che riguardano le modalità di elezione dei membri togati del Csm, le modalità di valutazione della professionalità dei magistrati e la separazione delle funzioni. Se questi tre referendum dovessero essere approvati, il Parlamento sarà chiamato a modificare le disposizioni della riforma relativamente a questi tre temi adeguandosi ai risultati della tornata elettorale. Qualora il Parlamento approvasse invece il testo così come è attualmente, il comitato promotore potrebbe aprire un contenzioso davanti alla Corte costituzionale per capire se la nuova legge rispetti oppure no quello che viene definito il “verso del referendum”.

Quirinale, the end: Perdono i partiti ma vince la politica. E adesso?

La rielezione di Mattarella non è la sconfitta della politica che, anzi, se vogliamo ne esce vincitrice. È senza dubbio, però, la sconfitta del sistema dei partiti e dei leader politici che li guidano. Ora il panorama è desolante con spaccature e crisi ovunque che impongono una ricostruzione da zero.

Alla fine, è Mattarella Bis. La svolta arriva alle 10.36 quando Matteo Salvini si lascia sfuggire una dichiarazione sibillina mentre chiacchiera a microfoni spenti con i cronisti in Transatlantico. “Non si può andare avanti solo con i veti” dice il leader leghista “a questo punto conviene andare decisi sul bis di Mattarella. Ma dobbiamo essere tutti convinti”. È il momento in cui, per dirla con le parole di Letta, “il piano si fa inclinato” e la pallina inizia a scivolare inarrestabile verso la fine della discesa. Così, mentre in aula si prosegue con la settima votazione a vuoto, fuori dal palazzo la situazione si evolve rapidissimamente. Il Premier Draghi, dopo un colloquio con Mattarella a margine del giuramento al Quirinale di Filippo Patroni Griffi come giudice della Corte Costituzionale, rimane a colloquio da Mattarella facendo da trait d’union tra i partiti e il presidente uscente. Registra una disponibilità di massima e, immaginiamo, la comunica ai leader della maggioranza. La pallina scivola sempre più veloce. Iniziano e registrarsi le reazioni dei partiti e sono tutti con Mattarella al punto che Casini, fino a quel momento ancora in corsa con il sostegno di Forza Italia, si fa da parte: “Chiedo al Parlamento, di cui ho sempre difeso la centralità, di togliere il mio nome da ogni discussione e di chiedere al presidente della Repubblica Mattarella la disponibilità a continuare il suo mandato nell’interesse del Paese”. C’è una sola voce fuori dal coro, quella di Giorgia Meloni che inferocita twitta immediatamente: “Salvini propone di andare tutti a pregare Mattarella di fare un altro mandato. Non voglio crederci”. Ma la pallina ormai è inarrestabile e alle 15 arriva l’atto formale con la salita al Colle dei capigruppo di maggioranza a chiedere ufficialmente la disponibilità del Presidente uscente. “Avevo altri programmi” dice Mattarella “ma se è necessario ci sono”. E così si arriva al plebiscito dell’ottava votazione: 759 voti, il più votato dopo Pertini, e fine della corsa.

Ma al di là della cronaca della giornata di ieri, oggi è tempo di bilanci. Da ieri la teoria più ricorrente è quella secondo cui “l’elezione di Sergio Mattarella è la sconfitta della politica”. Non è così. La rielezione di Sergio Mattarella è una sconfitta, nettissima, ma non della politica. È la sconfitta del sistema dei partiti, uscito a pezzi da una settimana di vergognoso teatrino. Quei partiti che si sono dimostrati incapaci di trovare un punto di incontro. Quei partiti che per una settimana hanno fatto fuoco e fiamme bruciando uno dopo l’altro esponenti autorevoli della vita politica ed istituzionale della Repubblica Italiana. Quei partiti che alla fine hanno scelto la via più semplice, ripiegando sul presidente uscente nonostante le sue richieste di trovare un altro nome. Il sistema dei partiti a cui siamo abituati, con leader e capigruppo che conducono saldamente i loro parlamentari, si è disciolto. Per giorni i grandi elettori, da un lato e dall’altro, hanno votato di testa loro in totale autogestione avviando di fatto a partire dalla terza votazione una inedita “operazione Mattarella”. Il risultato è che per la prima volta sono i leader a seguire i parlamentari e non viceversa. Condottieri senza esercito ed eserciti senza condottieri rappresentano uno scenario inedito e dissacrante per il sistema dei partiti e per la politica italiana. Uno scenario che vede in definitiva la sconfitta dei partiti e dei loro leader ma non della politica che, anzi, ne esce se possibile vincitrice. La politica vince perché i Grandi Elettori sembrano votare come espressione dei cittadini che rappresentano, votando in modo spontaneo un presidente che piace al 66% degli italiani (dati SWG per La7, gennaio 2022). Sembra dunque ripristinarsi quel principio di rappresentanza che è cardine della democrazia e della politica. Poi, ovviamente, non è tutto bianco o nero e dunque è chiaro che dietro quei voti sparsi non ci sia solo la volontà di dare voce a quel 66% di cittadini pro-Mattarella ma anche la paura di un cambiamento improvviso con ripercussioni imprevedibili sul governo. Ma è un inizio, e non è poco visti i tempi bui.

Tempi bui per i leader e tempi bui per le coalizioni che escono con le ossa rotte da questa settimana e che ora dovranno cercare un nuovo equilibrio e, presumibilmente, creare una nuova geografia. A farne maggiormente le spese è stato senza dubbio il centrodestra che, arrivato a inizio votazioni con la presunzione di essere granitico, si è spaccato inesorabilmente sotto le picconate dei franchi tiratori. Quel centrodestra che aveva in mano il pallino del gioco ma che non è riuscito a condurlo arrivando a bruciare la seconda carica dello stato. Ad oggi la situazione nella coalizione sembra irrisolvibile con Forza Italia che da venerdì pare aver scaricato definitivamente i compagni meno moderati. I timori di una rottura anche tra Lega e Fratelli d’Italia, saliti dopo il no secco di Giorgia Meloni diventano quasi certezze dopo le dichiarazioni rilasciate da Giorgia Meloni al Corriere della sera: “con Lega e Forza Italia, oggi, siete ancora alleati? In questo momento no. Mi sembra che abbiano preferito l’alleanza col centrosinistra, sia per Draghi che per Mattarella. Se per fare una prova manca un terzo indizio, quello è la legge elettorale: c’è chi cercherà di cambiarla in senso proporzionale. Se ci staranno, ci sarà poco da aggiungere”. I tre principali poli del centrodestra, dunque, sono divisi come mai lo erano stati prima. Nel prossimo anno, prima delle politiche della primavera 2023, bisognerà ricostruire da zero un’alleanza che possa presentarsi unita alle urne per puntare al governo o sarà l’ennesima occasione sprecata. 

Nel centrosinistra, invece, la coalizione sembra reggere ma a spaccarsi sono i partiti. Il Movimento 5 Stelle è una polveriera e ieri sera, dopo le scaramucce dei giorni scorsi, è iniziata la resa dei conti. Di Maio, pochi minuti dopo il discorso con cui Mattarella accetta l’incarico, convoca i giornalisti e attacca Conte. “Alcune leadership hanno fallito” dice “credo che anche nel M5s serva aprire una riflessione politica interna”. Non che servissero dichiarazioni pubbliche per capirlo. Proprio l’operazione “Mattarella – Bis”, nata non a caso dalle fila del M5S e poi appoggiata da Di Maio, è stato il segnale che qualcosa non andasse. Ora il Movimento dovrà ripartire ricucendo, o strappando definitivamente, le due anime prevalenti che lo compongono: quella dimaiana e quella contiana. Il PD, cosa strana per un partito di “sinistra”, sembra essere quello che ha meglio retto il colpo senza dividersi. Certo, anche nel Partito Democratico, sono stati tanti i grandi elettori a votare Mattarella in autonomia senza seguire le istruzioni del leader ma Enrico Letta sembra essere quello uscito meglio da questa debacle. i spende a lungo, con prudenza, per Mario Draghi, muovendosi sul filo del rasoio, con Giuseppe Conte che vuole il premier morto, in compagnia di Dario Franceschini, e contando sull’ambivalente sostegno a distanza di Luigi Di Maio. E siccome non si tratta di fatti personali, ma solo di politica, cura anche il canale con Italia viva. Azzecca la tattica parlamentare sulla prova di forza con Maria Elisabetta Alberti Casellati, lasciando il centrodestra a contarsi. Invita al volo a assecondare la saggezza dei grandi elettori, dopo la prova del nove su Mattarella.

Ora si spengono le luci. Il Transatlantico svuotato torna nel silenzio e le strade intorno a Montecitorio tornano ad essere percorribili da tutti. Come abbiamo già detto nei giorni scorsi, per chi ama e segue la politica quello dell’elezione del Capo dello Stato è uno dei momenti più belli e divertenti che ci possano essere. Così oggi resta un po’ di malinconia, come quella che sale dopo l’ultimo giorno di scuola. Ma da domani inizia un altro anno di politica e, visti i presupposti, si preannuncia un anno particolarmente movimentato. Insomma, pare proprio che ci sarà da divertirsi. O da mettersi le mani nei capelli, se preferite.


Le immagini che restano

  1. La salita: I capigruppo salgono al Colle per chiedere ufficialmente il Bis a Mattarella.
  2. Applauso: Alle 20.19 Fico pronuncia per la 506° volta il nome di Mattarella. I rappresentanti politici presenti in aula si alzano in un lungo applauso.
  3. Discorso: il presidente rieletto pronuncia immediatamente un breve discorso: “I giorni difficili che stiamo vivendo richiamano al senso di responsabilità e al rispetto del volere del parlamento. Queste condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri a cui si è chiamati”

Quirinale giorno 4: La fine della corsa per Casini e i nomi autorevoli bruciati a ripetizione

È il giorno della calma. La quiete dopo la tempesta che mercoledì ha scombussolato i piani spaccando il centrodestra e scuotendo il centrosinistra. Una giornata in cui si cerca di rimettere insieme i pezzi mentre un accordo sembra ancora più lontano.

Dopo la tempesta di mercoledì, alle 11 si è tornati in aula per votare ma questa volta le strategie sono diverse. Il centrosinistra dà indicazione ai suoi di votare scheda bianca, il centrodestra di astenersi. Così, con 441 grandi elettori astenuti, le schede bianche diventano 261 e si consuma l’ennesimo nulla di fatto nella prima giornata con il quorum a 505. Ma lo scrutinio di ieri ha dimostrato anche un’altra cosa: la forza di Sergio Mattarella. Lo hanno votato in 166, senza che nessuno lo avesse ufficialmente proposto. Sono 166 voti spontanei, 41 in più rispetto al giorno precedente, che indicano come la stima e la fiducia nel presidente uscenti sia ancora tanta. L’ipotesi di un bis resta assai remota, visto che come dice Salvini “ha già detto di no per 18 volte”, ma non così impossibile. Se tutte le altre porte dovessero chiudersi tra rifiuti e nomi bruciati la sua potrebbe essere l’ultima a cui andare a bussare facendo affidamento al suo alto senso istituzionale.

L’altro dato, come detto, è quello dei 441 grandi elettori di centrodestra che non hanno votato. La strategia, decisa all’ultimo minuto nel vertice di centrodestra di ieri mattina, aveva l’obiettivo di contarsi. Il centrodestra in questo modo sa, o pensa di sapere, che nella votazione di oggi parte da 441 voti sicuri e che, di conseguenza, ne mancano 63 per raggiungere il quorum. Ma la strategia di Salvini, che continua a vestire i panni di kingmaker nonostante le evidenti difficoltà, di falle sembra averne parecchie. In primo luogo, perché ha già dimostrato di non saper controllare i voti dei suoi che oggi, nel segreto dell’una, potrebbero non seguire le indicazioni dei tre leader. Ma soprattutto perché quella conta che doveva essere prova di forza si è trasformata in un boomerang ed il centrodestra astenendosi ha confermato di essere minoranza smentendo di fatto le ipotesi di spallata che circolano da giorni con i leader della coalizione che minacciano di eleggersi da soli il capo dello Stato. Allo stato attuale, di fatto, non sarà possibile. Soprattutto perché, ancora una volta, si registrano defezioni nello schieramento: il centrodestra ha 453 grandi elettori, ieri sono stati 441 quelli astenuti. 12 grandi elettori, pur sapendo che sarebbero stati individuati, hanno deciso di non seguire le indicazioni dei leader. Immaginatevi cosa può accadere oggi quando tutti e 453 avranno la certezza di non poter essere individuati tra i voti espressi.

Voti espressi, si. Perché oggi il centrodestra uscirà dalla logica della scheda bianche e per la prima volta proverà a votare compatto un nome: quello della Presidente del Senato Casellati. Era il nome circolato nei giorni scorsi per la possibile “spallata”, la forzatura di Salvini per provare ad eleggersi da solo il Presidente. Ora diventa un nome di ripiego per provare a dimostrare la compattezza della coalizione e la capacità di votare in blocco un candidato per far pesare quel dato in una nuova trattativa da intavolare con Letta, Speranza e Conte. Ma la Casellati, oramai, è bruciata. Così come è sfumata l’ipotesi Casini, fino a ieri iperfavorito ma cassato senza appello da Giorgia Meloni ieri mattina nella sua rottura con Salvini. “Casini è un candidato di sinistra e per noi è irricevibile” il verdetto al termine del vertice di centrodestra di ieri. In giornata, dunque, si provano a rimettere insieme i pezzi. Sembrano salire le quotazioni di Elisabetta Belloni con l’appoggio totale di FdI, l’approvazione della Lega, la gioia dei cinque stelle e un ok non troppo convinto del PD. Per qualche ora, nel pomeriggio, sembra cosa fatta. Poi qualcosa si inceppa e quello della numero uno dei Servizi Segreti diventa l’ennesimo nome bruciato. Renzi dice un no secco, LeU attacca, i più moderati del centrodestra la affondano. Alla fine è Di Maio a darle il colpo di grazia: “Profilo alto, ma non vogliamo spaccare la maggioranza”. E mentre Letta continua con la strategia attendista, più per non spaccare la maggioranza che per altro, Salvini raduna le sue truppe e cerca nomi in ogni dove. Prende contatti con il presidente di Fincantieri Giampiero Massolo e rimette sul tavolo le carte Frattini e Cassese. Il primo, di fatto, sembra messo li per fare numero. Non conosce la politica, la politica non conosce lui e, dato non da poco, ha troppi interessi per essere super partes. Il nome di Franco Frattini pare una mossa per provocare gli avversari che già si sono espressi con un secco no sull’ex ministro degli esteri. Cassese avrebbe l’appoggio di Fratelli d’Italia Lega e Pd, che lo aveva inserito nella sua rosa di nomi insieme ad Amato e Draghi, ma spaccherebbe la maggioranza con la contrarietà quasi totale di Forza Italia e Cinque Stelle.

Oggi assisteremo ad un altro nulla di fatto, con il centrodestra che si misurerà per la prima volta con il voto e il centrosinistra che punterà nuovamente sulle schede bianche mentre fuori dal palazzo si proverà a trovare un accordo. I nomi sul tavolo, come visto, sono tanti e sullo sfondo rimane quello del Presidente del Consiglio. Draghi in questi giorni ha interrotto le proprie trattative personali, iniziate con le prime votazioni, e continua a non mettere d’accordo i due schieramenti. Ma se dovessero saltare gli accordi su altri nomi sarebbe certamente pronto a lasciare Palazzo Chigi per salire al Quirinale. Rimane, insomma, una sorta di ultima spiaggia. Prima di tornare a bussare alla porta di Mattarella implorandolo di non dire no per la diciannovesima volta.


Le immagini che resteranno

  1. Rossoblu: Pierfierdinando Casini arriva a montecitorio sorridente indossando la sciarpa del Bologna, sua squadra del cuore. Ma quella di ieri per l’eterno centrista è la giornata in cui sfuma la possibilità di salire al Colle.
  2. Il caffè: Prima del vertice di centrodestra Salvini, Tajani e Toti si incontrano al bar per fare colazione. La Meloni non c’è, forse a causa della rottura del giorno prima
  3. Memoria: Quella di ieri è stata però anche la Giornata della Memoria. Vedere una donna sopravvissuta all’orrore dei campi di sterminio posare delicatamente la scheda con un voto (Perché come ha detto nei giorni scorsi “votare scheda bianca è irrispettoso”) suscita grande emozione. “Non può essere una giornata sola per nessuno, ma potete immaginare il giorno della memoria, quando tutti i giorni sono il giorno della memoria, per chi quella strada l’ha percorsa, per chi ha visto, per chi ha sentito, per chi ha fatto un passo dopo l’altro, una gamba dopo l’altra nella marcia della morte” ha detto ieri mattina la senatrice a vita.

Quirinale giorno 3: un terremoto fa cadere il kingmaker Salvini, mentre spunta San Sergio Mattarella

Doveva essere il giorno decisivo e lo è stato. Non per la votazione, chiusa con 412 schede bianche e la terza fumata nera, ma per tutto quello che le ruota intorno. E adesso Salvini, che fino a ieri aveva in mano il pallino del gioco, ha sprecato tutto ed è stretto tra due fuochi.

È la giornata nera di Salvini. Il protagonista di questa corsa al Colle viene messo all’angolo da avversari ed alleati. Il kingmaker all’improvviso si trova solo, stretto tra due fuochi, nella giornata che sperava essere decisiva. Ma andiamo con ordine. Terza votazione in cui non cambia la sostanza, con 412 schede bianche che portano alla terza fumata nera in tre giorni. L’ultima, però, con il quorum a 673 grandi elettori visto che da oggi basteranno 506 voti per eleggere il Capo dello Stato.

Ma una novità c’è e riguarda i nomi. E questa volta non parliamo di quei nomi assurdi, su cui abbiamo più volte calcato la mano sottolineandone l’inopportunità, infilati nell’insalatiera da qualche senatore che pensa di essere simpatico. Lo spoglio alla Camera stavolta è meno monotono dei giorni precedenti: “Mattarella, Mattarella, bianca, Crosetto, bianca, S. Mattarella, Crosetto”. A Montecitorio qualcosa è cambiato sia a destra che a sinistra. A sinistra si vota il presidente uscente come attestato di stima. 125 Voti spontanei, non indicati da un partito o dallo schieramento, ma che servono a misurare il clima che si respira in un’aula in cui inizia anche a girare un santino che ritrae l’ex presidente con saio e aureola. A destra invece il nome di Crosetto è un chiaro segnale politico. È, di fatto, lo strappo di Giorgia Meloni dopo una discussione con il leader leghista sulla possibile candidatura della Casellati come nome per il Centrodestra unito. Una prova di forza che mette all’angolo il kingmaker Salvini. La leader di Fratelli d’Italia decide di uscire dalla logica delle schede bianche e chiede ai 63 grandi elettori del suo partito di votare l’ex deputato azzurro. Ma nel segreto dell’urna succede qualcosa di inaspettato, forse, anche per lei. Dall’insalatiera di voti per Crosetto ne escono 114.

Le ricadute sono immediate ed impreviste. Quei 51 voti in più al candidato di FdI sono un’indicazione ben precisa: anche nella Lega ci sono franchi tiratori. Lo spettro dei “101”, in politica sinonimo di tradimento dal 19 aprile 2013, aleggia sul centrodestra e costringe Salvini cambiare strategie. Nel pomeriggio è di fatto costretto ad abbandonare l’idea della “spallata”, scartando l’ipotesi di un voto alla Casellati già da oggi per provare ad eleggerla grazie ai voti di un centrodestra che credeva compatto. Da quel momento in poi è il caos. Il leader leghista in preda alla frenesia sembra incapace di mettere insieme i pezzi ed elaborare una nuova strategia. “Qui è tutto completamente per aria” commenta Enrico Letta in serata, “e stavolta non per colpa nostra”. È la fotografia perfetta di quello che succede nel centrodestra. La Meloni ha centrato il suo obiettivo facendo capire il proprio peso e ridimensionando quello di Salvini che arranca. Il Pd prova ad approfittarne e propone i suoi nomi: Mattarella bis, Draghi, Amato, Casini, Cartabia, Riccardi. Una rosa ampia in cerca di un nome condiviso da tutti ora che sembra essere sfumata l’idea di un presidente di bandiera per il centrodestra. Salvini li rifiuta in blocco ma nella notte qualcosa si muovo e le quotazioni di Casini, di cui da giorni parliamo come il più quirinabile, salgono tanto da portare il sito “Open” a titolare questa mattina “Centrodestra su Casini al Colle, Draghi è la carta di riserva”.

Come se si fossero azzerati gli ultimi due giorni. Come se fossimo ancora a martedì mattina i due nomi più papabili, dopo giorni in cui di nomi ne sono stati fatti tanti, sono ancora loro due. E ora che succede? Questa mattina i leader di centrodestra si incontrano per decidere il da farsi e trovare un accordo per lo meno tra di loro. A Forza Italia il nome dell’eterno centrista piace e non poco, a Salvini meno tanto da definirlo “un candidato di sinistra eletto con il PD”. Ma se nel centrodestra si fatica a convergere sul nome di Casini, nel centrosinistra le cose non vanno meglio con diversi deputati cinque stelle assolutamente contrari alla sua elezione e che sarebbero addirittura pronti a lasciare la maggioranza in caso di salita al Colle dell’ex UdC.

Ieri doveva essere la giornata della svolta ma si è rivelata quella del terremoto. Le carte ora sono sparigliate e vanno messe in ordine. Per chi ama la politica e ne segue i retroscena, la giornata di ieri è stata forse una delle più avvincenti e divertenti da diverso tempo a questa parte, certo. Ma la situazione a tarda notte, quando tutto si è concluso, era certamente drammatica. Servirà, presumibilmente tutta la giornata di oggi per rimettere insieme i pezzi di un puzzle andato in frantumi quando sembrava bastassero poche tessere per completarlo. Così nella quarta votazione, che inizia in questi minuti, dovrebbero prevalere le schede bianche mentre fuori dal palazzo i leader dei vari schieramenti cercheranno di trovare una quadra per arrivare a domani con un nome da votare. Oggi è il giorno in cui, insomma, si contano i danni più dei voti. Si capisce cosa è effettivamente rotto e cosa è solo incrinato. Si capisce, insomma, se c’è spazio per un dialogo.


Le immagini che resteranno:

  1. L’assenza: Sono le 14.15, a montecitorio inizia lo scurtinio della terza votazione ma sullo scranno del presidente c’è solo Fico. La Casellati si aggiunge in un secondo momento. Qualcuno vede quel ritardo come il frutto di un confronto con Salvini in vista della “spallata”.
  2. Succede anche questo: Durante la maratona mentana Beppe Grillo chiama in diretta il direttore del tg la7 per aggiornarlo sulla posizione del Movimento 5 Stelle su Mario Draghi.
  3. Ovunque Proteggi: In aula durante la terza votazione inizia a circolare un santino raffigurante il presidente Mattarella con saio e aureola. Un attestato di stima, l’ennesimo, per uno dei presidenti più amati nella storia del paese.

Quirinale giorno 2: Dal centrodestra prove generali di elezione mentre si cerca un nome condiviso

Nella seconda giornata di votazioni si registra un altro giro di schede bianche con conseguente fumata nera. Tra conferenze stampa congiunte e nomi di bandiera si cerca convergere verso un nome comune. E se il centrodestra avesse già i numeri?

Sul Colle sventola scheda bianca. Come da copione anche la seconda votazione per l’elezione del capo dello stato non ha dato risultati e si è chiusa, in largo anticipo rispetto alla giornata di lunedì, con 527 schede bianche. I più attenti forse noteranno che le schede bianche sono diminuite notevolmente rispetto alle 672 del giorno precedente. È un segnale che qualcosa si muove? Assolutamente no. È solo il frutto della decisione dei parlamentari di porre fine a quella serietà di cui vi avevamo parlato ieri votando i nomi più disparati, da Nino Frassica ad Enrico Ruggeri che prende addirittura 4 voti. Al di là di questo poco cambia: trionfo di schede bianche ed ex cinque stelle che di nuovo votano in blocco Paolo Maddalena (39 voti). Unica variazione significativa si ha sul numero dei grandi elettori che da ieri tornano ad essere 1009 a seguito della proclamazione di Maria Rosa Sessa (Forza Italia) al posto di Vincenzo Fasano, deputato forzista deceduto domenica.

Qui si esaurisce la cronaca dal Palazzo. Ma è fuori dal Parlamento, negli uffici e nei ristoranti romani, che si gioca la partita vera. Ed il primo tempo va al centrodestra che alle 16.29 con una conferenza stampa congiunta dei tre leader Salvini, Meloni e Tajani annuncia una rosa di tre nomi per il Quirinale: Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio. Tre nomi di bandiera che, e lo sanno bene anche nel centrodestra, sono assolutamente irricevibili da PD, LeU e Movimento 5 Stelle che come previsto rispondono con un secco “no” ma si dicono disponibili al dialogo al punto da non presentare nomi alternativi per non rompere quel sottile equilibrio che si va creando. Ma allora perché il centrodestra avrebbe presentato tre nomi pur sapendoli irricevibili? Per smuovere la situazione in vista di domani quando, lo ricordiamo, il quorum scenderà a 506 grandi elettori. L’obiettivo è, insomma, quello di far uscire allo scoperto il centrosinistra che a questo punto per non andare al muro contro muro sarà costretto a sedersi a un tavolo con i leader della parte opposta per trattare su un nome esterno a quella rosa. Tra quei tre nomi, infatti, ne manca uno molto più autorevole: Maria Elisabetta Casellati, l’attuale presidente del Senato. E proprio lei sarebbe il candidato su cui vuole puntare il centrodestra. Un nome non fatto per proteggere la sua candidatura, per non “bruciarla” come si dice in gergo. È la carta coperta su cui andare in all in, o quasi, in vista di domani.

Oggi, insomma, è la giornata chiave e a condurre le danze sarà ancora una volta il centrodestra che vuole chiudere la partita ed eleggere domani o massimo venerdì il nuovo Capo dello Stato. Il vertice tra i due schieramenti, che si terrà a breve, potrebbe portare ad un nome condiviso o a una rottura. Mentre scendono le quotazioni di Draghi, su cui anche il PD sembra sempre più spaccato, restano alte quelle del centrista Casini. Proprio su di lui potrebbero convergere le varie forze politiche considerando che il centrosinistra farà verosimilmente di tutto per scongiurare l’elezione della Casellati, che rappresenterebbe di fatto la vittoria del centrodestra. Ma se il tavolo oggi dovesse saltare lo scenario cambierebbe e non poco. Uno strappo oggi significherebbe l’addio all’ipotesi di un candidato condiviso e la caccia del centrodestra ai voti necessari per raggiungere il quorum ed eleggere il proprio presidente che, a quel punto, potrebbe essere davvero la Presidente del Senato.

È uno scenario così impossibile? Forse no. Il centrodestra, che conta 457 grandi elettori, avrebbe infatti bisogno di fatto di trovare una cinquantina di voti fuori dai propri gruppi parlamentari. Nulla di così impossibile nella legislatura con il gruppo misto più grande di sempre. In questo scenario, che ricordiamo essere assolutamente ipotetico, i primi a confluire nel centrodestra potrebbero essere i 43 grandi elettori di Italia Viva che da sempre guardano con interesse a quel lato dell’emiciclo. Ancora non basterebbe. Ma a votare con il centrodestra potrebbe esserci un altro gruppo che in questi giorni sta facendo parlare di sé: gli ex 5 Stelle. Quei 35-40 grandi elettori che in questi giorni votano compatti per Maddalena. Con i loro voti di lunedì e di ieri hanno dimostrato il loro peso, offrendosi di fatto al miglior acquirente come pacchetto di voti sicuro. E l’acquirente, stando a quanto hanno rivelato a chi scrive fonti vicine al gruppo, sarebbe arrivato proprio dal centrodestra che nella giornata di ieri avrebbe trovato un accordo per farli confluire nelle proprie fila da domai. A quel punto il quorum sarebbe ampiamente superato. 457 dal centrodestra, 43 da Italia Viva e altri 35 dagli ex Cinque stelle a cui aggiungere qualche franco tiratore del centrosinistra e almeno una quindicina del misto. I numeri per eleggersi il proprio capo dello stato, insomma, il centrodestra li ha.

Lo farà? Difficile. Più facile che il Centrodestra utilizzi questi numeri, se confermati, per fare pressione sul Centrosinistra. Nessuno vuole uno strappo, che significherebbe di fatto caduta del governo ed instabilità politica ai massimi storici. Oggi si cercherà di convergere su un nome, e non è da escludere che il Centrodestra possa votare in blocco uno dei tre nomi fatti ieri uscendo dalla logica della scheda bianca per far vedere il suo peso effettive. Domani le carte saranno tutte sul tavolo. Domani si fa sul serio.


Le immagini che resteranno:

  1. Prove tecniche di insediamento: Il gran giorno è vicino. Al Quirinale sono già iniziati i preparativi per la cerimonia di insediamento e nella giornata di ieri davanti al Quirinale hanno sfilato la fanfara a cavallo dei Carabinieri, i corazzieri a cavallo e la mitica Lancia Flaminia a bordo della quale il nuovo presidente farà il suo ingresso a palazzo.
  2. I King (o Queen) maker: Alla conferenza stampa del pomeriggio di ieri i leader del centrodestra escono allo scoperto. Sono loro ad avere in mano la partita del Quirinale.
  3. Il giovane Casini: Un Casini giovanissimo che parla ad un comizio e la frase “la passione politica è la mia vita”. Un post sibillino dell’eterno centrista su Instagram che sa tanto di candidatura al Colle.

Verso il voto: la galassia complottista e no-vax candidata alle amministrative

Con la chiusura delle liste per le prossime amministrative si è definito il quadro dei candidati. Tra di loro, soprattutto nelle città principali, spicca la presenza di liste e candidati apertamente contrari a vaccini e green pass che fanno leva su teorie complottiste.

La corsa alle amministrative del 3 ottobre entra nel vivo. Dopo la presentazione delle liste e dei candidati sindaco nei 1.349 comuni chiamati al voto, le campagne elettorali entrano nel vivo con la presentazione dei programmi e dei temi a cui ogni lista vuole dare la priorità. Tra i tanti temi al centro dei dibattiti, soprattutto nelle grandi città, c’è inevitabilmente quello legato alla pandemia ed alla campagna vaccinale. E così tra i candidati spunta una schiera di complottisti, “no green pass” e “no vax” raccolti, quasi sempre nel “Movimento 3V – Vacini, vogliamo verità”.

Nato nel 2019 come partito antisistema, il Movimento 3V ha trovato nuova linfa per i suoi slogan grazie alla pandemia. Sul loro sito si presentano come “l’unico partito che mette al centro il benessere del cittadino” pronto a porsi come “baluardo contro le vessazioni degli attuali provvedimenti politici contrari alla Costituzione, ai diritti umani e a qualsiasi forma di etica”. Il primo nemico è, ovviamente, la campagna vaccinale portata avanti dal governo e definita “una guerra lampo in cui a crollare sono i diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla Costituzione”. Sul sito del movimento, poi, è presente la lista delle “15 ragioni di medici e scienziati che ci convincono a non vaccinarci” con al primo posto una motivazione che sembra aver poco a che fare con la scienza: “io non sono una cavia”. Ma ad animare il Movimento 3V non sono solo i vaccini e l’opposizione ad una fantomatica “dittatura sanitaria”. Tra le ultime battaglie si registrano anche quelle contro i pagamenti con carte di credito, con tanto di hashtag #iopagoincontanti “contro la moneta elettronica in difesa della libertà e dell’economia delle persone reali”, e contro il 5G e l’aumento dell’elettrosmog.

Dopo gli scarsi risultati ottenuti nelle regionali del 2020, il Movimento 3V sembra pronto per un salto di qualità che potrebbe portarlo ad approdare in qualche consiglio comunale cavalcando l’orda ribelle che nelle ultime settimane sta agitando le piazze di diverse città. Così, in vista delle amministrative in quasi tutte le principali città sono presenti candidati sindaci di questo schieramento: da Trieste, dove il candidato sindaco Ugo Rossi si fregia di aver collaborato con Silvia Cunial per fermare il 5G, a Bologna, dove Andrea Tosatto non ha dubbi: “La politica ha cambiato il concetto di pandemia dipingendo un virus perfettamente curabile come un killer fantasma”. Poi Milano, Rimini, Torino, Roma, Napoli e così via con un totale di 9 candidati sindaci “no-vax” che tenteranno l’assalto ai consigli comunali.

Ma in molte città, il movimento 3V dovrà contendersi i voti della galassia no vax con tutti quei partiti che strizzano l’occhio a negazionisti e complottisti. In primis “ItalExit”, guidato dall’ex 5 stelle Gianluigi Paragone che pur puntando tutto sull’uscita dall’euro facendo leva sulle difficoltà economiche dei cittadini sta cavalcando da settimane l’onda delle proteste contro vaccini e green pass. E se a Milano il candidato sindaco sarà proprio Paragone, per Torino ItalExit ha scelto Ivano Verra che di recente ha affermato che “c’è chi è pronto a baciare i malati di Covid per contrarre il virus piuttosto che vaccinarsi”, e che “Carla Fracci e Raffaella Carrà dimostrano le conseguenze del vaccino essendo morte dopo averlo fatto”.

Ma se il movimento 3V e ItalExit rappresentano i casi più estremi di “anti sistema” e non nascondono le loro idee complottiste e no vax, c’è anche una parte della politica “istituzionale” pronta a raccogliere i voti dei ribelli del vaccino. Lega e Fratelli d’Italia, infatti, mentre pubblicamente condannano le teorie complottiste non hanno mai smesso di ammiccare alle posizioni opposte. Non solo intervenendo più volte in modo ambiguo su questioni come vaccini e green pass ma anche, e soprattutto, candidando in diversi comuni esponenti di quella stessa galassia negazionista e no vax. Il caso più estremo è senza dubbio quello di Francesca Benevento, candidata a sostegno di Michetti nella capitale, apertamente antisemita e no-vax che si è scagliata contro il ministro Speranza definendolo “il ministro ebreo ashkenazita formato dalla McKinsey, che riceve ordini dall’élite finanziaria ebraica”.

Una schiera di no vax e no green pass, insomma, si contenderà i voti di chi nelle ultime settimane scendi in piazza per ribadire la propria contrarietà alle regole pensate per arginare una pandemia che ha già fatto oltre 130mila vittime nel nostro paese. Resta da vedere quale seguito avranno e quanti, effettivamente, saranno pronti a sostenerli alle urne. 

Gli scenari possibili dopo la positività di Donald Trump

Che voto mi darei per la gestione del coronavirus da zero a dieci? Dieci
-Donald Trump-


Come una meteora il covid-19 ha fatto il suo ingresso, dirompente e inaspettato, nella campagna elettorale americana a un mese esatto dal voto del 4 novembre. Come in un crudele contrappasso il virus ha colpito chi più di tutti in questi mesi ha cercato di sminuirlo e negarne l’esistenza rifiutandosi categoricamente di indossare la mascherina e rispettare le linee guida dell’OMS. Ora, con Trump risultato positivo al coronavirus, un clima di incertezza e timori aleggia sulla Casa Bianca e sulle prossime elezioni presidenziali.

La situazione – La positività di Donald Trump e della moglie Melania è stata scoperta e resa nota nella giornata di venerdì. I coniugi sarebbero stati contagiati da Hope Hicks, 31enne ex modella e tra le più strette collaboratrici del Presidente risultata positiva mercoledì, che ha accompagnato Trump e la moglie a Cleveland per il faccia a faccia con Joe Biden. Dopo una manciata di ore in cui la Casa Bianca ha cercato di rassicurare circa le condizioni di salute del presidente, che è stato isolato ma definito “stabile e in buone condizioni”, la situazione si sarebbe aggravata con l’acuirsi di sintomi tra cui tosse, febbre e affaticamento. Da qui la decisione di un ricovero precauzionale e il trasferimento di Trump al Walter Reed National Military Medical Center.

Trump ha 74 anni, è in sovrappeso, ha problemi di colesterolo e ha avuto in passato problemi cardiaci: è dunque un soggetto estremamente a rischio in caso di aggravarsi delle sue condizioni. Una situazione che, ad un mese esatto dalle elezioni, apre il campo a una serie di scenari fino a qualche giorno fa inimmaginabili.

Scenario I: Presidente pro tempore – Attualmente Donald Trump non ha rinunciato ai propri incarichi presidenziali. Nonostante la presenza di sintomi, infatti, il Presidente riesce ancora a svolgere le sue funzioni e non ha intenzione di delegare la guida del paese. Ricoverato nella suite presidenziale dell’ospedale militare, Trump avrà a disposizione un ufficio personale ed una serie di uffici per i suoi collaboratori per garantirgli la possibilità di continuare a governare anche durante il ricovero. Ma se le condizioni dovessero aggravarsi “The Donald” potrebbe essere costretto a cedere lo scettro al suo vicepresidente Mike Pence. In base al XXV emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, infatti, “in caso di destituzione del Presidente, o in caso di decesso, o dimissioni, o di impedimento ad adempiere alle funzioni e ai doveri inerenti la sua carica, questa sarà affidata al Vicepresidente”. Un’ipotesi che, fino ad ora, si è verificato solamente in altre tre occasioni: il 13 luglio del 1985, quando Ronald Reagan subì un’operazione per rimuovere il principio di un tumore, e due volte durante la presidenza di George W. Bush, quando l’allora presidente si sottopose ad altrettanti esami di colonscopia subendo un’anestesia. Dopo Mike Pence, qualora anche lui dovesse essere impossibilitato, sulla linea di successione si trovano la speaker della camera Nancy Pelosi e lo speaker del senato Chuck Grassley. Mai però fino ad oggi la carica di presidente pro tempore è stata ricoperta da un soggetto diverso dal vicepresidente.

Il passaggio dei poteri può avvenire tramite una lettera formale firmata dallo stesso presidente in cui afferma di non essere in grado di svolgere il proprio ruolo e di volerlo per questo cedere per il tempo necessario a ristabilirsi. In caso di problema improvviso che impedisca al presidente di siglare la lettera, come può essere un aggravarsi delle condizioni di salute di Trump, il congresso ha la facoltà di destituire momentaneamente il presidente e conferire l’incarico al suo vice o al primo sulla linea di successione in grado di governare. Per quanto molto difficile, quello descritto è tutt’altro che uno scenario improbabile. Con le condizioni di Trump un aggravarsi del suo stato di salute non è infatti così impensabile ed un eventuale peggioramento potrebbe convincerlo a lasciare momentaneamente la presidenza. Proprio per questo motivo Pence, la Pelosi e Grassley sarebbero già stati allertati e, per proteggerli da un eventuale contagio, sarebbe anche stato chiesto a tutti e tre di evitare ogni tipo di contatto con lo staff del presidente.

Scenario II: cambio candidato – Ma se un momentaneo cambio alla guida del paese non è da escludere più difficile sembra l’ipotesi di un cambio di candidato da parte del Partito repubblicano in vista delle elezioni presidenziali. Secondo il regolamento del partito, infatti, il candidato può essere sostituito in caso di morte o di grave impedimento attraverso un processo identico a quello che ne aveva portato alla nomina. Qualora decidesse di cambiare il proprio candidato, insomma, il partito sarebbe chiamato ad organizzare una nuova convention nelle prossime settimane. Una convention che, se si rendesse necessaria, si svolgerebbe a distanza e che si risolverebbe molto probabilmente con una decisione unanime dei dirigenti del partito per candidare l’attuale vicepresidente, e ricandidato allo stesso ruolo, Mike Pence.

Ovviamente un eventuale cambio di nomination avrebbe ripercussioni pesanti sul partito repubblicano e per questo rimarrebbe l’ultima spiaggia da adottare solamente in casi estremi.

Scenario III: rinvio – Più probabile di un cambio in corsa, ma comunque meno probabile del regolare svolgimento della tornata elettorale, sembra essere la possibilità di rinviare di qualche tempo le elezioni per permettere a Trump di riprendersi completamente. La decisione in questo caso spetterebbe al congresso che attraverso una legge federale approvata da entrambe le camere e promulgata da Trump potrebbe fissare una nuova data per l’elezione del presidente. Ma le possibilità di uno scenario del genere sembrano essere comunque poche.


Da un lato è difficile che si possa compiere l’iter per l’approvazione della legge, con la doppia approvazione di due camere con maggioranze diverse e la firma del presidente, in meno di un mese. Dall’altro vi sono delle tempistiche stabilite dalla costituzione di cui tener conto: il mandato presidenziale scade tassativamente il 20 gennaio alle ore 12 ed oltre quella data un presidente non può restare in carica. Un congresso, insomma, non può rinviare le elezioni a data da destinarsi ma potrebbe posticiparle al massimo di qualche settimana in modo da permettere ai grandi elettori di riunirsi a dicembre ed ufficializzare il nome del nuovo presidente almeno un mese prima del 20 gennaio. Un altro nodo da sciogliere in caso di rivio delle elezioni sarebbe quello relativo ai voti già espressi. In molti stati, infatti, gli elettori hanno già espresso la loro volontà fisicamente o per posta e in caso di rinvio della tornata elettorale si porrebbe anche il problema di come valutare i voti già espressi e considerare la possibilità di far rivotare anche negli stati in cui le urne sono già aperte.

Scenario IV: tutto normale – Lo scenario più realistico, comunque, rimane quello in cui tutto si svolge come previsto. Senza un significativo aggravarsi significativo delle condizioni di Trump le elezioni si svolgeranno normalmente il 4 novembre prossimo, senza bisogno di rinvii o di nuove nomine. A risentirne sarebbero in quel caso solamente le campagne elettorali mentre rimane altamente improbabile, infatti, è l’ipotesi di rivedere un faccia a faccia dal vivo tra Biden e Trump prima del voto. Il prossimo dibattito si sarebbe infatti dovuto tenere il 15 ottobre prossimo quando Trump sarà nel migliore dei casi, ancora in quarantena anche in assenza di sintomi. Spetterà al comitato indipendente che gestisce i confronti decidere si annullarlo rimandarlo o trasformarlo in uno scontro tra candidati vicepresidenti. Intanto, in segno di rispetto, Biden ha fatto ritirare tutti gli spot elettorali in cui si attaccava Trump mantenendo solamente quelli in cui viene promosso il programma del candidato democratico. Un favore che lo staff di Trump ha deciso di non ricambiare rifiutandosi di ritirare gli spot anti-Biden.

Scenario extra: il complotto – Immancabile ed attesissima con la notizia della positività di Donald Trump è arrivata anche l’ennesima teoria del complotto. Ma quale Covid-19, Trump starebbe benissimo e avrebbe deciso di fingersi malato approfittando della positività della sua collaboratrice. Dopo il confronto con Biden, in cui ha faticato e perso voti, il presidente avrebbe infatti pensato di fingersi malato per evitare i prossimi dibattiti che avrebbero potuto consacrare il suo sfidante. Tra due settimane, poi, a ridosso dalle elezioni, ricomparirà davanti agli americani completamente guarito e potrà utilizzare la sua malattia per rilanciare la sua campagna e distogliere l’attenzione dallo scoop del NY Times sulle tasse non pagate. Dalla guarigione alle elezioni, poi, spiegherà a tutti gli americani di come il loro presidente sia stato salvato proprio grazie a quell’idroxiclorochina che da tempo spaccia per cura efficacie contro il virus a dispetto dell’intera comunità scientifica. Statunitensi in visibilio, credibilità di nuovo alle stelle e rielezione sicura. Ma si tratta di fantascienza. Anche se con Trump tutto sembra possibile.

Il carosello degli eletti tra condannati, incandidabili, parenti ed amici

Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della politica?
Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare.

-Zdeněk Zeman


Una settimana fa in sette regioni e 1.177 comuni non si è votato solo per il referendum ma anche, e soprattutto, per le elezioni regionali e comunali. Elezioni che hanno portato al rinnovo di consigli e giunte e che hanno permesso a migliaia di nuovi consiglieri di entrare nel mondo della politica. Non tutti, infatti, hanno preso la stessa decisione della candidata di centrodestra alla presidenza della Regione Toscana che, esattamente come fece in Emilia-Romagna la Borgonzoni, una volta sconfitta ha rinunciato anche alla poltrona di consigliere regionale per tenere quella ben più remunerativa da Europarlamentare. Ma tra chi ha deciso di rimanere attaccato alla poltrona appena conquistata c’è anche una schiera di soggetti ambigui.

Regionali – Le elezioni regionali hanno portato al rinnovo dei consigli in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta. Proprio in quest’ultima regione si sta scatenando in questi giorni una feroce battaglia politica a seguito dell’accordo tra centrosinistra e autonomisti che ha di fatto escluso la lega dalla maggioranza nonostante fosse risultata il primo partito alle urne. Un dibattito che ha messo in secondo piano la bizzarra rielezione di Augusto Rollandin. L’ex presidente della regione nel marzo 2019 scorso era stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione con la conseguente interdizione dai pubblici uffici che in base alla legge Severino lo aveva fatto decadere da consigliere regionale. Ma con gli effetti della Severino che scadranno a fine novembre, un nuovo posto in consiglio ha certamente fatto gola a Rollandin che ha deciso di candidarsi con la lista “Pour l’Autonomie” ed ha conquistato la sua poltrona. A partire da novembre, però. Fino ad allora il suo seggio sarà occupato dal primo degli esclusi nella sua lista.

Ma la legge Severino, fortunatamente per Zaia, non si applica a molti reati. Così nel consiglio regionale del Veneto possono essere eletti senza troppi problemi due consiglieri condannati in via definitiva. Tra i cinque consiglieri che rappresenteranno Fratelli d’Italia troviamo Daniele Polato, già assessore alla sicurezza a Verona condannato nel dicembre scorso per aver convalidato in documento di raccolta firme per la presentazione della lista di Forza Nuova alle passate elezioni regionali. Non ci sarebbe nulla di strano, tantomeno di illegale, se non fosse che molte di quelle firme sono poi risultate false. A 9 mesi dalla condanna è risultato il più votato di Fratelli d’Italia con oltre 10mila preferenze. Semila in più di quante ne abbia prese Enrico Corsi, eletto nelle file della Lega nonostante una piccola condanna per propaganda razzista ricevuta nel 2008 per aver diffuso, insieme a Flavio Tosi, volantini con slogan razzisti contro un campo nomadi. Ma una condanna per razzismo passa certamente in secondo piano in una lista in cui a con 4.000 preferenze arriva in consiglio anche quel Gabriele Michieletto che paragonò l’allora ministra Cècile Kyenge ad un gorilla con un post su Facebook.

E se in Veneto in consiglio ci va chi è stato condannato, in Campania viene eletto chi è stato raccomandato. Nel fortino di De Luca, da destra a sinistra, va in scena la parentopoli all’italiana. Nella coalizione di centrosinistra troveremo seduto tra i banchi del Partito Democratico nel nuovo consiglio Massimiliano Manfredi, fratello del più noto Gaetano Ministro dell’Università nel governo attuale ed ex rettore dell’Università Federico II di Napoli. A fargli compagnia ci sarà anche Bruna Fiola, figlia di Ciro presidente di Confcommercio e già consigliere a Napoli, eletta con circa 20.000 preferenze. Nella lista di De Luca troviamo Vittoria Lettieri, figlia di Sindaco di Acerra Raffaele Lettieri, che prende più preferenze di Paola Raia, sorella di quel Luigi Raia che fu esponente di spicco di Forza Italia vicino a Nicola Cosentino e messo oggi da Vincenzo De Luca a capo dell’Agenzia Unica del Turismo della Campania. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Così anche nel centrodestra troviamo eletti ad esempio Giampiero Zinzi, il cui padre Domenico fu presidente della provincia di Caserta e consigliere regionale, che siederà a fianco di Anna Rita Patriarca, figlia dell’ex parlamentare della Democrazia Cristiana Francesco Patriarca. Quello stesso Francesco Petrarca condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa per aver pilotato appalti a favore del boss dei casalesi Antonio Iovine.

Amministrative – Ma se le regionali regalano situazioni al limite dell’immaginabile, le amministrative sembrano andare oltre. A meno di una settimana dalle elezioni, ad esempio, c’è già il primo comune vicino allo scioglimento. A Carbone, in provincia di Potenza, ha vinto la lista “Onesti e Liberi”, capeggiata da Vincenzo Scavello. Onesti, liberi e mai visti considerando che Scavello è nato e vive a Messina e si era candidato esclusivamente per poter ottenere dal proprio datore di lavoro un’aspettativa retribuita durante il periodo di campagna elettorale. Ma oltre alle ferie pagate, per Scavello è arrivata anche una vittoria inaspettata che lo ha costretto a dimettersi immediatamente condannando il comune al commissariamento e a nuove elezioni.

Chi non si è ancora dimesso, e non ha intenzione di farlo, è invece Fabio Altitonante. Consigliere di Forza Italia in Regione Lombardia, Altitonante è stato eletto a sindaco di Montorio al Vomano, comune di 8.000 abitanti in provincia di Teramo. Ma su di lui non grava solo il doppio incarico istituzionale, a rendere ancor più bizzarra la sua elezione vi è il fatto che attualmente risulta essere sotto processo nell’ambito dell’inchiesta “Mensa dei Poveri” riguardante un sistema di tangenti e appalti pilotati in Regione Lombardia. Arrestato nel maggio 2019, Altitonante è attualmente imputato per “traffico di influenze illecite”. Non proprio una cosa da nulla, insomma, a maggior ragione se si considera che è una delle cause di incandidabilità stabilite dalla “Legge Severino”. Se dovesse essere condannato, insomma, la sua esperienza da sindaco verrebbe bruscamente interrotta.

Non è invece contemplata dalla Legge Severino l’incandidabilità nei casi come quello di Paolo Montagna. Eletto a sindaco di Moncalieri, Montagna è già indagato in relazione ad una condanna che subì qualche anno fa. Nel 2017, in seguito all’accesso abusivo al sistema informatico della Polizia, Montagna era stato condannato a svolgere tre mesi di volontariato con la Protezione Civile. Dopo tre mesi ha certificato di aver concluso la sua esperienza, ma nessuno lo aveva mai visto. Ora, dunque, è scattata la nuova imputazione per falso ideologico.

Un esercito di nostalgici del fascismo nelle liste elettorali

Un esercito di nostalgici del fascismo è pronto a scendere in campo per le elezioni regionali e comunali. C’è chi posta foto con il braccio teso e chi invoca una marcia su Roma, chi usa per la campagna elettorale slogan del regime e chi per anni ha militato in organizzazioni neofasciste. Ecco chi sono e da chi sono stati candidati.

Domenica e lunedì nel nostro paese non si terrà solo il referendum costituzionale. Questa tornata elettorale prevede infatti anche le elezioni amministrative in 1.177 comuni, tra cui 18 capoluoghi di provincia, e le elezioni regionali in sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta). È dunque pronto, e in attesa di giudizio, un vero e proprio esercito di candidati che da lunedì potrebbero iniziare una nuova avventura politica. Ma mentre la commissione antimafia ha presentato ieri un elenco di 13 impresentabili in diversi comuni con criticità soprattutto in Puglia e Campania, nelle liste di molti partiti da nord a sud Italia si registra una massiccia presenza di un altro tipo di impresentabili: i nostalgici del ventennio fascista.

 Il caso che ha trovato più spazio sui giornali, e generato più clamore, è senza dubbio quello di Christian D’Adamo. Candidato consigliere a Fondi con una lista civica a sostegno del candidato sindaco di Fratelli d’Italia Giulio Mastrobattista, D’Amato non nasconde in alcun modo la sua affinità con certi ambienti della destra più estrema e su Twitter, dove come immagine del profilo sfoggia una foto con la bandiera di Forza Nuova, si definisce “naziskin, negazionista, omofobo, xenofobo, antidemocratico, anticostituzionale, anticomunista e antisemita”. Tra foto con il braccio teso e immagini di svastiche, il profilo del pizzaiolo 32enne candidato a Fondi sembra essere tutto tranne che il profilo di un candidato democratico. E come può essere, allora, che sia stato candidato a consigliere comunale? Secondo Francesco Mastrobattista, ex Forza Nuova e responsabile della lista civica che lo ha candidato oltre che nipote dell’aspirante sindaco, si sarebbe trattato di una svista: “ho controllato” ha assicurato “certificato penale, carichi pendenti, casellario giudiziario e profili Facebook di tutti i candidati. Mi dicono che D’Adamo aveva postato foto indecenti su Twitter. Mi dispiace ma è impossibile controllare tutto.”

Ma quello di Fondi non è c’erto l’unico caso in cui i responsabili di Fratelli d’Italia non sono riusciti a controllare tutto. In Campania, ad esempio, nel partito di Giorgia Meloni sembra esserci un boom di nostalgici. “Me ne frego” è ad esempio lo slogan elettorale scelto da Gimmi Cangiano, ex militante del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile dell’MSI) che da due anni è coordinatore regionale per Fratelli d’Italia con cui ora si è candidato nel collegio di Caserta. Cangiano, però, è senza dubbio in buona compagnia. A Napoli, infatti, Fratelli d’Italia candida anche l’attuale consigliere comunale Marco Nonno il cui passato sembra essere composta più da ombre che da luci. Nonno, infatti, non solo è stato condannato ad 8 anni per aver fomentato gli scontri in occasione dell’apertura della discarica di Pianura (definita da lui “una medaglia”) ma ha anche una forte nostalgia per il ventennio fascista. Nel 2016 infatti, in un’intervista a Repubblica, Nonno definì Mussolini “il più grande statista del ‘900” e la sua simpatia per il duce è cosa così nota che i suoi compagni di partito nel marzo 2019 gli fecero trovare una torta con la faccia di Mussolini e la scritta “A Noi!”.

Ma è nelle Marche che Fratelli d’Italia si supera. Nell’unica Regione, insieme alla Puglia, in cui Giorgia Meloni ha avuto il via libera dal centrodestra a candidare un proprio uomo la scelta è ricaduta su Francesco Acquaroli. L’ex sindaco di Potenza Picena, in provincia di Macerata era però finito al centro delle polemiche il 28 ottobre scorso quando partecipò a una cena ad Acquasanta Terme in occasione dell’anniversario della marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Nella sala in quell’occasione era un tripudio di bandiere italiane marchiate con fasci littori, loghi di Fratelli d’Italia e menù con citazioni del ventennio e immagini del duce. L’allora coordinatore regionale di FdI, Carlo Ciccioli, presente all’evento insieme ad Acquaroli commentò laconicamente: “Una cena è una cena e un menu è un menu. Non sono entrambi documenti politici”. E dunque non sorprende se a sostegno di Acquaroli presidente si sia candidato a consigliere regionale proprio Carlo Ciccioli, nel tentativo forse di fare di quell’ambiente un documento politico vero e proprio.

Da Riva del Garda dove è candidato con il partito di Giorgia Meloni Matteo Negri, esponente di CasaPound e vicinissimo agli ambienti della destra più estrema, fino a Cologno Monzese dove è candidato Salvatore Giuliano, che su Facebook scrive “prima di chiedermi l’amicizia, sappi che sono fascista e odio gli islamici”, la lista di candidati nostalgici in Fratelli d’Italia sarebbe pressoché infinita. Ma il partito di Giorgia Meloni non è certo l’unico a strizzare l’occhio a certi ambienti. Per non essere da meno, la Lega a Capriano del colle sostiene la candidatura a sindaco di Stefano Sala che non solo dice di “rimpiangere il fascismo” ma propone anche di suonare per il 25 aprile al posto di ‘Bella Ciao’ l’inno delle unità d’elite del fascismo ‘Battaglioni’. E per dimostrare l’unità del centrodestra, Forza Italia a Mantova candida a consigliere il 53 enne Fabrizio Bonatti che non solo vanta un passato di militanza con il Movimento Sociale di Almirante e la Fiamma Tricolore di Rauti ma sul suo profilo Facebook ha postato un fotomontaggio che lo ritrae abbracciato a Mussolini. Un gesto “goliardico” dice lui, che comunque ci tiene a definirsi un “moderato”.

Sempre Forza Italia poi è protagonista di un altro caso simile, insieme questa volta ad un inedito alleato: Italia Viva. Forzisti e Renziani, infatti, correranno insieme a Corsico a sostegno della candidatura a sindaco del comune in provincia di Milano di Roberto Mei, iscritto al partito di centrodestra dal 1996. Proprio Mei è però finito al centro delle polemiche per una serie di post scritti tra il 2010 e il 2012 in cui inneggia ripetutamente a Mussolini ed al regime fascista. Tra citazioni del duce, video del ventennio e post contro il 25 aprile, definito “giornata di lutto nazionale”, Mei rivela le sue simpatie per l’estrema destra di cui pare molti fossero a conoscenza. “A Corsico tutti sanno che Mei ha delle simpatie fasciste” aveva infatti commentato il candidato di Rifondazione comunista, Beppe Vivone e mi ero anche premurato di avvertire i referenti locali di Iv”. Un avvertimento che, però, non ha portato alcun risultato con Mei ancora in corsa per il posto da primo cittadino.

Ma in un paese in cui tutto è possibile, nostalgici del ventennio si trovano anche nelle liste del centrosinistra. Così ad Arezzo in una lista a sostegno del candidato PD Luciano Ralli era finito anche Flavio Sisi che dal suo profilo Facebook non usava mezze parole: “Sono fascista e morirò fascista, basta ipocrisie.” si legge in un post “Il duce è il vero artefice di tutte le infrastrutture, le opere, il sociale che la sinistra si spaccia di aver realizzato”. Pronta è arrivata in questo caso l’esclusione dalla lista e lo stop alla sua candidatura anche se, a detta del candidato sindaco Ralli, “si tratta di una persona generosa e sicuramente cambiata nel tempo”.

SI, NO, forse: guida al referendum costituzionale

Il 20 e 21 settembre gli italiani torneranno alle urne per esprimersi su un referendum costituzionale relativo al taglio del numero di parlamentari. Sarà la quarta volta nella storia della Repubblica che gli elettori esprimeranno il proprio parere sulla modifica della Costituzione dopo il referendum del 2001 che ha portato all’approvazione della riforma del “Titolo V” e i due sulla riforma della “Parte II” respinti nel 2006 e 2016. Il tema del referendum di quest’anno sarà, tecnicamente, meno complesso poiché la riforma in questione andrebbe a modificare solamente tre articoli della Costituzione: il 56, il 57 e il 59.

Il quesito – Essendo un referendum confermativo, gli elettori dovranno decidere se approvare o meno le modifiche alla costituzione già votate dal parlamento lo scorso ottobre.

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?»

Sarà questo dunque il teso del quesito, seguito da due riquadri: uno per il “SI” e uno per il “NO”.  A differenza dei referendum abrogativi, non è previsto alcun quorum per validarne l’esito, non esiste cioè una soglia minima di votanti al di sotto della quale la consultazione non sarebbe ritenuta valida. Quindi, a prescindere dal numero di partecipanti, la riforma sarà approvata definitivamente se ci saranno più Sì che No, mentre sarà respinta se i No saranno più dei Sì.

Il cuore della riforma è, ovviamente, la riduzione del numero dei parlamentari e proprio in tal senso sono stati modificati gli articoli 56 e 57 relativi ai numeri di deputati e senatori. L’art. 56 verrebbe modificato, se dovesse vincere il “SI”, riducendo da 630 a 400 i deputati eletti alla camera a cui si aggiungerebbero 8 e non più 12 deputati eletti nella circoscrizione Estero. Un taglio netto che non risparmia nemmeno i Senatori previsti dall’art. 57 il cui numero, se la modifica venisse approvata, scenderebbe da 315 a 200 più quattro eletti nella circoscrizione Estero contro i sei attuali. Se dovesse vincere il “SI”, insomma, il numero di parlamentari eletti a partire dalle prossime elezioni scenderebbe da 945 a 600.

Ma oltre al taglio dei parlamentari la riforma, attraverso la modifica dell’art. 59, punta anche a porre fine ad un’ambiguità circa il numero di senatori a vita che da sempre accende il dibattito tra i costituzionalisti. “Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica” si legge nel nuovo articolo “non può in alcun caso essere superiore a cinque”. Il testo attuale, per cui “il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini”, è sempre stato controverso perché interpretabile in diversi modi. Se inizialmente l’articolo è stato letto come un divieto ad avere più di 5 senatori a vita, a partire dalla presidenza di Pertini venne visto come un vincolo per ogni Presidente della Repubblica a nominare al massimo cinque senatori a vita a prescindere da quanti già siedano in parlamento. La riforma vuole dunque sancire una volta per tutte che la prima interpretazione è quella da seguire, mettendola nero su bianco. Ma era davvero necessaria una modifica del genere? In effetti, nel complesso della riforma sul taglio dei parlamentari era necessario. Dietro questa decisione infatti vi è la consapevolezza che con una diminuzione così drastica dei senatori il peso dei senatori a vita aumenta considerevolmente. Avere più di 5 senatori a vita (più gli ex Presidenti della Repubblica che continueranno a diventarlo di diritto a fine mandato) in un parlamento composto da 200 membri eletti andrebbe ad incidere in maniera non indifferente sulla rappresentatività popolare della camera alta.

Perché SI, perché NO – Con la decisione presa martedì dalla direzione nazionale del PD di invitare i suoi elettori a votare SI al referendum assistiamo ad un sostanziale allineamento dei principali partiti a votare a favore per il taglio dei parlamentari. Ad invitare i propri elettori ad esprimersi a favore della riforma sono stati infatti, oltre ai 5 stelle che di questa riforma hanno fatto una bandiera, il Partito Democratico, la Lega e Fratelli d’Italia. Italia Viva e Forza Italia, invece, non hanno dato indicazioni di voto nonostante entrambi i leader abbiano definito “demagogica” la riforma esprimendo più di qualche perplessità sul contenuto. Schierato per il NO è invece il leader di “Liberi e Uguali” Pietro Grasso che già aveva votato contro la riforma in senato.

Le ragioni che spingono i fautori del SI al taglio dei parlamentari sono principalmente legate ai costi e all’efficienza del Parlamento al contrario chi si è espresso a favore del NO ha sottolineato come il risparmio a livello economico sia irrilevante e con il taglio dei parlamentari non solo non migliorerebbe l’efficienza del Parlamento ma si andrebbe a minare la rappresentanza.

Per quel che riguarda i costi va da sé che tagliando 315 posti da parlamentare si taglierebbero in automatico anche 315 stipendi con un conseguente risparmio per le casse dello stato. Su questo risparmio insiste in modo deciso il fronte del SI che lo ha reso punto centrale della propria campagna elettorale approfittando anche dell’incertezza sulle cifre. Infatti quanto si risparmierebbe esattamente con il taglio dei parlamentari non è facilmente calcolabile essendo i compensi variabili, tra quote base, diaria, indennità e altre voci. Ad oggi le stime più accreditate, basate sul Bilancio e tenendo conto di rimborsi vari, arrivano ad ipotizzare uno stipendio medio di 19mila euro mensili alla Camera e 21 al Senato. Tenendo buone queste stime, considerate attendibili dai principali istituti di statistica, si arriverebbe dunque ad un risparmio annuo di 53milioni di euro alla Camera e 29 al Senato. Proprio da questi dati nascono invece le ragioni del NO i cui sostenitori evidenziano come sia un risparmio irrisorio che rappresenta meno dello 0,01% delle spese statali (stimate in 662 miliardi con la legge di Bilancio 2020).

Un risparmio irrisorio che, sempre secondo chi sostiene il NO, non potrebbe in alcun modo giustificare il crollo della rappresentanza a cui esporrebbe la riforma. Considerando i numeri attuali, infatti, alla Camera siede un deputato ogni 96.000 cittadini con un tasso di rappresentanza che ci vede tra i migliori in Europa (1 ogni 116mila in Francia e Germania, 1 ogni 133mila in Spagna). Se il referendum dovesse essere approvato, sottolineano i fautori del NO, questo dato precipiterebbe ad 1 deputato ogni 156mila cittadini facendoci scivolare all’ultimo posto nell’Unione Europea. Chi sostiene il SI, però, si dice disposto a rinunciare ad una buona rappresentanza in Parlamento in cambio di una maggior efficienza delle camere sostenendo che con meno parlamentari il processo decisionale sarà più veloce e si riuscirà a legiferare più agilmente. Anche su questo, però, sono state sollevate diverse perplessità. La “lentezza” del Parlamento italiano, infatti, non è data dal numero eccessivo di parlamentari ma dal sistema bicamerale perfetto, sancito dalla costituzione, che prevede che due camere con le stesse funzioni. Ogni legge, insomma, prima di entrare in vigore rimbalza da una camera all’altra fino a quando non sono tutti d’accordo con un inevitabile allungamento dei tempi. Una situazione su cui il semplice taglio dei parlamentari senza una riforma delle camere non potrebbe influire.