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Gli scenari possibili dopo la positività di Donald Trump

Che voto mi darei per la gestione del coronavirus da zero a dieci? Dieci
-Donald Trump-


Come una meteora il covid-19 ha fatto il suo ingresso, dirompente e inaspettato, nella campagna elettorale americana a un mese esatto dal voto del 4 novembre. Come in un crudele contrappasso il virus ha colpito chi più di tutti in questi mesi ha cercato di sminuirlo e negarne l’esistenza rifiutandosi categoricamente di indossare la mascherina e rispettare le linee guida dell’OMS. Ora, con Trump risultato positivo al coronavirus, un clima di incertezza e timori aleggia sulla Casa Bianca e sulle prossime elezioni presidenziali.

La situazione – La positività di Donald Trump e della moglie Melania è stata scoperta e resa nota nella giornata di venerdì. I coniugi sarebbero stati contagiati da Hope Hicks, 31enne ex modella e tra le più strette collaboratrici del Presidente risultata positiva mercoledì, che ha accompagnato Trump e la moglie a Cleveland per il faccia a faccia con Joe Biden. Dopo una manciata di ore in cui la Casa Bianca ha cercato di rassicurare circa le condizioni di salute del presidente, che è stato isolato ma definito “stabile e in buone condizioni”, la situazione si sarebbe aggravata con l’acuirsi di sintomi tra cui tosse, febbre e affaticamento. Da qui la decisione di un ricovero precauzionale e il trasferimento di Trump al Walter Reed National Military Medical Center.

Trump ha 74 anni, è in sovrappeso, ha problemi di colesterolo e ha avuto in passato problemi cardiaci: è dunque un soggetto estremamente a rischio in caso di aggravarsi delle sue condizioni. Una situazione che, ad un mese esatto dalle elezioni, apre il campo a una serie di scenari fino a qualche giorno fa inimmaginabili.

Scenario I: Presidente pro tempore – Attualmente Donald Trump non ha rinunciato ai propri incarichi presidenziali. Nonostante la presenza di sintomi, infatti, il Presidente riesce ancora a svolgere le sue funzioni e non ha intenzione di delegare la guida del paese. Ricoverato nella suite presidenziale dell’ospedale militare, Trump avrà a disposizione un ufficio personale ed una serie di uffici per i suoi collaboratori per garantirgli la possibilità di continuare a governare anche durante il ricovero. Ma se le condizioni dovessero aggravarsi “The Donald” potrebbe essere costretto a cedere lo scettro al suo vicepresidente Mike Pence. In base al XXV emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, infatti, “in caso di destituzione del Presidente, o in caso di decesso, o dimissioni, o di impedimento ad adempiere alle funzioni e ai doveri inerenti la sua carica, questa sarà affidata al Vicepresidente”. Un’ipotesi che, fino ad ora, si è verificato solamente in altre tre occasioni: il 13 luglio del 1985, quando Ronald Reagan subì un’operazione per rimuovere il principio di un tumore, e due volte durante la presidenza di George W. Bush, quando l’allora presidente si sottopose ad altrettanti esami di colonscopia subendo un’anestesia. Dopo Mike Pence, qualora anche lui dovesse essere impossibilitato, sulla linea di successione si trovano la speaker della camera Nancy Pelosi e lo speaker del senato Chuck Grassley. Mai però fino ad oggi la carica di presidente pro tempore è stata ricoperta da un soggetto diverso dal vicepresidente.

Il passaggio dei poteri può avvenire tramite una lettera formale firmata dallo stesso presidente in cui afferma di non essere in grado di svolgere il proprio ruolo e di volerlo per questo cedere per il tempo necessario a ristabilirsi. In caso di problema improvviso che impedisca al presidente di siglare la lettera, come può essere un aggravarsi delle condizioni di salute di Trump, il congresso ha la facoltà di destituire momentaneamente il presidente e conferire l’incarico al suo vice o al primo sulla linea di successione in grado di governare. Per quanto molto difficile, quello descritto è tutt’altro che uno scenario improbabile. Con le condizioni di Trump un aggravarsi del suo stato di salute non è infatti così impensabile ed un eventuale peggioramento potrebbe convincerlo a lasciare momentaneamente la presidenza. Proprio per questo motivo Pence, la Pelosi e Grassley sarebbero già stati allertati e, per proteggerli da un eventuale contagio, sarebbe anche stato chiesto a tutti e tre di evitare ogni tipo di contatto con lo staff del presidente.

Scenario II: cambio candidato – Ma se un momentaneo cambio alla guida del paese non è da escludere più difficile sembra l’ipotesi di un cambio di candidato da parte del Partito repubblicano in vista delle elezioni presidenziali. Secondo il regolamento del partito, infatti, il candidato può essere sostituito in caso di morte o di grave impedimento attraverso un processo identico a quello che ne aveva portato alla nomina. Qualora decidesse di cambiare il proprio candidato, insomma, il partito sarebbe chiamato ad organizzare una nuova convention nelle prossime settimane. Una convention che, se si rendesse necessaria, si svolgerebbe a distanza e che si risolverebbe molto probabilmente con una decisione unanime dei dirigenti del partito per candidare l’attuale vicepresidente, e ricandidato allo stesso ruolo, Mike Pence.

Ovviamente un eventuale cambio di nomination avrebbe ripercussioni pesanti sul partito repubblicano e per questo rimarrebbe l’ultima spiaggia da adottare solamente in casi estremi.

Scenario III: rinvio – Più probabile di un cambio in corsa, ma comunque meno probabile del regolare svolgimento della tornata elettorale, sembra essere la possibilità di rinviare di qualche tempo le elezioni per permettere a Trump di riprendersi completamente. La decisione in questo caso spetterebbe al congresso che attraverso una legge federale approvata da entrambe le camere e promulgata da Trump potrebbe fissare una nuova data per l’elezione del presidente. Ma le possibilità di uno scenario del genere sembrano essere comunque poche.


Da un lato è difficile che si possa compiere l’iter per l’approvazione della legge, con la doppia approvazione di due camere con maggioranze diverse e la firma del presidente, in meno di un mese. Dall’altro vi sono delle tempistiche stabilite dalla costituzione di cui tener conto: il mandato presidenziale scade tassativamente il 20 gennaio alle ore 12 ed oltre quella data un presidente non può restare in carica. Un congresso, insomma, non può rinviare le elezioni a data da destinarsi ma potrebbe posticiparle al massimo di qualche settimana in modo da permettere ai grandi elettori di riunirsi a dicembre ed ufficializzare il nome del nuovo presidente almeno un mese prima del 20 gennaio. Un altro nodo da sciogliere in caso di rivio delle elezioni sarebbe quello relativo ai voti già espressi. In molti stati, infatti, gli elettori hanno già espresso la loro volontà fisicamente o per posta e in caso di rinvio della tornata elettorale si porrebbe anche il problema di come valutare i voti già espressi e considerare la possibilità di far rivotare anche negli stati in cui le urne sono già aperte.

Scenario IV: tutto normale – Lo scenario più realistico, comunque, rimane quello in cui tutto si svolge come previsto. Senza un significativo aggravarsi significativo delle condizioni di Trump le elezioni si svolgeranno normalmente il 4 novembre prossimo, senza bisogno di rinvii o di nuove nomine. A risentirne sarebbero in quel caso solamente le campagne elettorali mentre rimane altamente improbabile, infatti, è l’ipotesi di rivedere un faccia a faccia dal vivo tra Biden e Trump prima del voto. Il prossimo dibattito si sarebbe infatti dovuto tenere il 15 ottobre prossimo quando Trump sarà nel migliore dei casi, ancora in quarantena anche in assenza di sintomi. Spetterà al comitato indipendente che gestisce i confronti decidere si annullarlo rimandarlo o trasformarlo in uno scontro tra candidati vicepresidenti. Intanto, in segno di rispetto, Biden ha fatto ritirare tutti gli spot elettorali in cui si attaccava Trump mantenendo solamente quelli in cui viene promosso il programma del candidato democratico. Un favore che lo staff di Trump ha deciso di non ricambiare rifiutandosi di ritirare gli spot anti-Biden.

Scenario extra: il complotto – Immancabile ed attesissima con la notizia della positività di Donald Trump è arrivata anche l’ennesima teoria del complotto. Ma quale Covid-19, Trump starebbe benissimo e avrebbe deciso di fingersi malato approfittando della positività della sua collaboratrice. Dopo il confronto con Biden, in cui ha faticato e perso voti, il presidente avrebbe infatti pensato di fingersi malato per evitare i prossimi dibattiti che avrebbero potuto consacrare il suo sfidante. Tra due settimane, poi, a ridosso dalle elezioni, ricomparirà davanti agli americani completamente guarito e potrà utilizzare la sua malattia per rilanciare la sua campagna e distogliere l’attenzione dallo scoop del NY Times sulle tasse non pagate. Dalla guarigione alle elezioni, poi, spiegherà a tutti gli americani di come il loro presidente sia stato salvato proprio grazie a quell’idroxiclorochina che da tempo spaccia per cura efficacie contro il virus a dispetto dell’intera comunità scientifica. Statunitensi in visibilio, credibilità di nuovo alle stelle e rielezione sicura. Ma si tratta di fantascienza. Anche se con Trump tutto sembra possibile.

Il carosello degli eletti tra condannati, incandidabili, parenti ed amici

Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della politica?
Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare.

-Zdeněk Zeman


Una settimana fa in sette regioni e 1.177 comuni non si è votato solo per il referendum ma anche, e soprattutto, per le elezioni regionali e comunali. Elezioni che hanno portato al rinnovo di consigli e giunte e che hanno permesso a migliaia di nuovi consiglieri di entrare nel mondo della politica. Non tutti, infatti, hanno preso la stessa decisione della candidata di centrodestra alla presidenza della Regione Toscana che, esattamente come fece in Emilia-Romagna la Borgonzoni, una volta sconfitta ha rinunciato anche alla poltrona di consigliere regionale per tenere quella ben più remunerativa da Europarlamentare. Ma tra chi ha deciso di rimanere attaccato alla poltrona appena conquistata c’è anche una schiera di soggetti ambigui.

Regionali – Le elezioni regionali hanno portato al rinnovo dei consigli in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta. Proprio in quest’ultima regione si sta scatenando in questi giorni una feroce battaglia politica a seguito dell’accordo tra centrosinistra e autonomisti che ha di fatto escluso la lega dalla maggioranza nonostante fosse risultata il primo partito alle urne. Un dibattito che ha messo in secondo piano la bizzarra rielezione di Augusto Rollandin. L’ex presidente della regione nel marzo 2019 scorso era stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione con la conseguente interdizione dai pubblici uffici che in base alla legge Severino lo aveva fatto decadere da consigliere regionale. Ma con gli effetti della Severino che scadranno a fine novembre, un nuovo posto in consiglio ha certamente fatto gola a Rollandin che ha deciso di candidarsi con la lista “Pour l’Autonomie” ed ha conquistato la sua poltrona. A partire da novembre, però. Fino ad allora il suo seggio sarà occupato dal primo degli esclusi nella sua lista.

Ma la legge Severino, fortunatamente per Zaia, non si applica a molti reati. Così nel consiglio regionale del Veneto possono essere eletti senza troppi problemi due consiglieri condannati in via definitiva. Tra i cinque consiglieri che rappresenteranno Fratelli d’Italia troviamo Daniele Polato, già assessore alla sicurezza a Verona condannato nel dicembre scorso per aver convalidato in documento di raccolta firme per la presentazione della lista di Forza Nuova alle passate elezioni regionali. Non ci sarebbe nulla di strano, tantomeno di illegale, se non fosse che molte di quelle firme sono poi risultate false. A 9 mesi dalla condanna è risultato il più votato di Fratelli d’Italia con oltre 10mila preferenze. Semila in più di quante ne abbia prese Enrico Corsi, eletto nelle file della Lega nonostante una piccola condanna per propaganda razzista ricevuta nel 2008 per aver diffuso, insieme a Flavio Tosi, volantini con slogan razzisti contro un campo nomadi. Ma una condanna per razzismo passa certamente in secondo piano in una lista in cui a con 4.000 preferenze arriva in consiglio anche quel Gabriele Michieletto che paragonò l’allora ministra Cècile Kyenge ad un gorilla con un post su Facebook.

E se in Veneto in consiglio ci va chi è stato condannato, in Campania viene eletto chi è stato raccomandato. Nel fortino di De Luca, da destra a sinistra, va in scena la parentopoli all’italiana. Nella coalizione di centrosinistra troveremo seduto tra i banchi del Partito Democratico nel nuovo consiglio Massimiliano Manfredi, fratello del più noto Gaetano Ministro dell’Università nel governo attuale ed ex rettore dell’Università Federico II di Napoli. A fargli compagnia ci sarà anche Bruna Fiola, figlia di Ciro presidente di Confcommercio e già consigliere a Napoli, eletta con circa 20.000 preferenze. Nella lista di De Luca troviamo Vittoria Lettieri, figlia di Sindaco di Acerra Raffaele Lettieri, che prende più preferenze di Paola Raia, sorella di quel Luigi Raia che fu esponente di spicco di Forza Italia vicino a Nicola Cosentino e messo oggi da Vincenzo De Luca a capo dell’Agenzia Unica del Turismo della Campania. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Così anche nel centrodestra troviamo eletti ad esempio Giampiero Zinzi, il cui padre Domenico fu presidente della provincia di Caserta e consigliere regionale, che siederà a fianco di Anna Rita Patriarca, figlia dell’ex parlamentare della Democrazia Cristiana Francesco Patriarca. Quello stesso Francesco Petrarca condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa per aver pilotato appalti a favore del boss dei casalesi Antonio Iovine.

Amministrative – Ma se le regionali regalano situazioni al limite dell’immaginabile, le amministrative sembrano andare oltre. A meno di una settimana dalle elezioni, ad esempio, c’è già il primo comune vicino allo scioglimento. A Carbone, in provincia di Potenza, ha vinto la lista “Onesti e Liberi”, capeggiata da Vincenzo Scavello. Onesti, liberi e mai visti considerando che Scavello è nato e vive a Messina e si era candidato esclusivamente per poter ottenere dal proprio datore di lavoro un’aspettativa retribuita durante il periodo di campagna elettorale. Ma oltre alle ferie pagate, per Scavello è arrivata anche una vittoria inaspettata che lo ha costretto a dimettersi immediatamente condannando il comune al commissariamento e a nuove elezioni.

Chi non si è ancora dimesso, e non ha intenzione di farlo, è invece Fabio Altitonante. Consigliere di Forza Italia in Regione Lombardia, Altitonante è stato eletto a sindaco di Montorio al Vomano, comune di 8.000 abitanti in provincia di Teramo. Ma su di lui non grava solo il doppio incarico istituzionale, a rendere ancor più bizzarra la sua elezione vi è il fatto che attualmente risulta essere sotto processo nell’ambito dell’inchiesta “Mensa dei Poveri” riguardante un sistema di tangenti e appalti pilotati in Regione Lombardia. Arrestato nel maggio 2019, Altitonante è attualmente imputato per “traffico di influenze illecite”. Non proprio una cosa da nulla, insomma, a maggior ragione se si considera che è una delle cause di incandidabilità stabilite dalla “Legge Severino”. Se dovesse essere condannato, insomma, la sua esperienza da sindaco verrebbe bruscamente interrotta.

Non è invece contemplata dalla Legge Severino l’incandidabilità nei casi come quello di Paolo Montagna. Eletto a sindaco di Moncalieri, Montagna è già indagato in relazione ad una condanna che subì qualche anno fa. Nel 2017, in seguito all’accesso abusivo al sistema informatico della Polizia, Montagna era stato condannato a svolgere tre mesi di volontariato con la Protezione Civile. Dopo tre mesi ha certificato di aver concluso la sua esperienza, ma nessuno lo aveva mai visto. Ora, dunque, è scattata la nuova imputazione per falso ideologico.

Un esercito di nostalgici del fascismo nelle liste elettorali

Un esercito di nostalgici del fascismo è pronto a scendere in campo per le elezioni regionali e comunali. C’è chi posta foto con il braccio teso e chi invoca una marcia su Roma, chi usa per la campagna elettorale slogan del regime e chi per anni ha militato in organizzazioni neofasciste. Ecco chi sono e da chi sono stati candidati.

Domenica e lunedì nel nostro paese non si terrà solo il referendum costituzionale. Questa tornata elettorale prevede infatti anche le elezioni amministrative in 1.177 comuni, tra cui 18 capoluoghi di provincia, e le elezioni regionali in sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta). È dunque pronto, e in attesa di giudizio, un vero e proprio esercito di candidati che da lunedì potrebbero iniziare una nuova avventura politica. Ma mentre la commissione antimafia ha presentato ieri un elenco di 13 impresentabili in diversi comuni con criticità soprattutto in Puglia e Campania, nelle liste di molti partiti da nord a sud Italia si registra una massiccia presenza di un altro tipo di impresentabili: i nostalgici del ventennio fascista.

 Il caso che ha trovato più spazio sui giornali, e generato più clamore, è senza dubbio quello di Christian D’Adamo. Candidato consigliere a Fondi con una lista civica a sostegno del candidato sindaco di Fratelli d’Italia Giulio Mastrobattista, D’Amato non nasconde in alcun modo la sua affinità con certi ambienti della destra più estrema e su Twitter, dove come immagine del profilo sfoggia una foto con la bandiera di Forza Nuova, si definisce “naziskin, negazionista, omofobo, xenofobo, antidemocratico, anticostituzionale, anticomunista e antisemita”. Tra foto con il braccio teso e immagini di svastiche, il profilo del pizzaiolo 32enne candidato a Fondi sembra essere tutto tranne che il profilo di un candidato democratico. E come può essere, allora, che sia stato candidato a consigliere comunale? Secondo Francesco Mastrobattista, ex Forza Nuova e responsabile della lista civica che lo ha candidato oltre che nipote dell’aspirante sindaco, si sarebbe trattato di una svista: “ho controllato” ha assicurato “certificato penale, carichi pendenti, casellario giudiziario e profili Facebook di tutti i candidati. Mi dicono che D’Adamo aveva postato foto indecenti su Twitter. Mi dispiace ma è impossibile controllare tutto.”

Ma quello di Fondi non è c’erto l’unico caso in cui i responsabili di Fratelli d’Italia non sono riusciti a controllare tutto. In Campania, ad esempio, nel partito di Giorgia Meloni sembra esserci un boom di nostalgici. “Me ne frego” è ad esempio lo slogan elettorale scelto da Gimmi Cangiano, ex militante del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile dell’MSI) che da due anni è coordinatore regionale per Fratelli d’Italia con cui ora si è candidato nel collegio di Caserta. Cangiano, però, è senza dubbio in buona compagnia. A Napoli, infatti, Fratelli d’Italia candida anche l’attuale consigliere comunale Marco Nonno il cui passato sembra essere composta più da ombre che da luci. Nonno, infatti, non solo è stato condannato ad 8 anni per aver fomentato gli scontri in occasione dell’apertura della discarica di Pianura (definita da lui “una medaglia”) ma ha anche una forte nostalgia per il ventennio fascista. Nel 2016 infatti, in un’intervista a Repubblica, Nonno definì Mussolini “il più grande statista del ‘900” e la sua simpatia per il duce è cosa così nota che i suoi compagni di partito nel marzo 2019 gli fecero trovare una torta con la faccia di Mussolini e la scritta “A Noi!”.

Ma è nelle Marche che Fratelli d’Italia si supera. Nell’unica Regione, insieme alla Puglia, in cui Giorgia Meloni ha avuto il via libera dal centrodestra a candidare un proprio uomo la scelta è ricaduta su Francesco Acquaroli. L’ex sindaco di Potenza Picena, in provincia di Macerata era però finito al centro delle polemiche il 28 ottobre scorso quando partecipò a una cena ad Acquasanta Terme in occasione dell’anniversario della marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Nella sala in quell’occasione era un tripudio di bandiere italiane marchiate con fasci littori, loghi di Fratelli d’Italia e menù con citazioni del ventennio e immagini del duce. L’allora coordinatore regionale di FdI, Carlo Ciccioli, presente all’evento insieme ad Acquaroli commentò laconicamente: “Una cena è una cena e un menu è un menu. Non sono entrambi documenti politici”. E dunque non sorprende se a sostegno di Acquaroli presidente si sia candidato a consigliere regionale proprio Carlo Ciccioli, nel tentativo forse di fare di quell’ambiente un documento politico vero e proprio.

Da Riva del Garda dove è candidato con il partito di Giorgia Meloni Matteo Negri, esponente di CasaPound e vicinissimo agli ambienti della destra più estrema, fino a Cologno Monzese dove è candidato Salvatore Giuliano, che su Facebook scrive “prima di chiedermi l’amicizia, sappi che sono fascista e odio gli islamici”, la lista di candidati nostalgici in Fratelli d’Italia sarebbe pressoché infinita. Ma il partito di Giorgia Meloni non è certo l’unico a strizzare l’occhio a certi ambienti. Per non essere da meno, la Lega a Capriano del colle sostiene la candidatura a sindaco di Stefano Sala che non solo dice di “rimpiangere il fascismo” ma propone anche di suonare per il 25 aprile al posto di ‘Bella Ciao’ l’inno delle unità d’elite del fascismo ‘Battaglioni’. E per dimostrare l’unità del centrodestra, Forza Italia a Mantova candida a consigliere il 53 enne Fabrizio Bonatti che non solo vanta un passato di militanza con il Movimento Sociale di Almirante e la Fiamma Tricolore di Rauti ma sul suo profilo Facebook ha postato un fotomontaggio che lo ritrae abbracciato a Mussolini. Un gesto “goliardico” dice lui, che comunque ci tiene a definirsi un “moderato”.

Sempre Forza Italia poi è protagonista di un altro caso simile, insieme questa volta ad un inedito alleato: Italia Viva. Forzisti e Renziani, infatti, correranno insieme a Corsico a sostegno della candidatura a sindaco del comune in provincia di Milano di Roberto Mei, iscritto al partito di centrodestra dal 1996. Proprio Mei è però finito al centro delle polemiche per una serie di post scritti tra il 2010 e il 2012 in cui inneggia ripetutamente a Mussolini ed al regime fascista. Tra citazioni del duce, video del ventennio e post contro il 25 aprile, definito “giornata di lutto nazionale”, Mei rivela le sue simpatie per l’estrema destra di cui pare molti fossero a conoscenza. “A Corsico tutti sanno che Mei ha delle simpatie fasciste” aveva infatti commentato il candidato di Rifondazione comunista, Beppe Vivone e mi ero anche premurato di avvertire i referenti locali di Iv”. Un avvertimento che, però, non ha portato alcun risultato con Mei ancora in corsa per il posto da primo cittadino.

Ma in un paese in cui tutto è possibile, nostalgici del ventennio si trovano anche nelle liste del centrosinistra. Così ad Arezzo in una lista a sostegno del candidato PD Luciano Ralli era finito anche Flavio Sisi che dal suo profilo Facebook non usava mezze parole: “Sono fascista e morirò fascista, basta ipocrisie.” si legge in un post “Il duce è il vero artefice di tutte le infrastrutture, le opere, il sociale che la sinistra si spaccia di aver realizzato”. Pronta è arrivata in questo caso l’esclusione dalla lista e lo stop alla sua candidatura anche se, a detta del candidato sindaco Ralli, “si tratta di una persona generosa e sicuramente cambiata nel tempo”.

SI, NO, forse: guida al referendum costituzionale

Il 20 e 21 settembre gli italiani torneranno alle urne per esprimersi su un referendum costituzionale relativo al taglio del numero di parlamentari. Sarà la quarta volta nella storia della Repubblica che gli elettori esprimeranno il proprio parere sulla modifica della Costituzione dopo il referendum del 2001 che ha portato all’approvazione della riforma del “Titolo V” e i due sulla riforma della “Parte II” respinti nel 2006 e 2016. Il tema del referendum di quest’anno sarà, tecnicamente, meno complesso poiché la riforma in questione andrebbe a modificare solamente tre articoli della Costituzione: il 56, il 57 e il 59.

Il quesito – Essendo un referendum confermativo, gli elettori dovranno decidere se approvare o meno le modifiche alla costituzione già votate dal parlamento lo scorso ottobre.

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?»

Sarà questo dunque il teso del quesito, seguito da due riquadri: uno per il “SI” e uno per il “NO”.  A differenza dei referendum abrogativi, non è previsto alcun quorum per validarne l’esito, non esiste cioè una soglia minima di votanti al di sotto della quale la consultazione non sarebbe ritenuta valida. Quindi, a prescindere dal numero di partecipanti, la riforma sarà approvata definitivamente se ci saranno più Sì che No, mentre sarà respinta se i No saranno più dei Sì.

Il cuore della riforma è, ovviamente, la riduzione del numero dei parlamentari e proprio in tal senso sono stati modificati gli articoli 56 e 57 relativi ai numeri di deputati e senatori. L’art. 56 verrebbe modificato, se dovesse vincere il “SI”, riducendo da 630 a 400 i deputati eletti alla camera a cui si aggiungerebbero 8 e non più 12 deputati eletti nella circoscrizione Estero. Un taglio netto che non risparmia nemmeno i Senatori previsti dall’art. 57 il cui numero, se la modifica venisse approvata, scenderebbe da 315 a 200 più quattro eletti nella circoscrizione Estero contro i sei attuali. Se dovesse vincere il “SI”, insomma, il numero di parlamentari eletti a partire dalle prossime elezioni scenderebbe da 945 a 600.

Ma oltre al taglio dei parlamentari la riforma, attraverso la modifica dell’art. 59, punta anche a porre fine ad un’ambiguità circa il numero di senatori a vita che da sempre accende il dibattito tra i costituzionalisti. “Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica” si legge nel nuovo articolo “non può in alcun caso essere superiore a cinque”. Il testo attuale, per cui “il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini”, è sempre stato controverso perché interpretabile in diversi modi. Se inizialmente l’articolo è stato letto come un divieto ad avere più di 5 senatori a vita, a partire dalla presidenza di Pertini venne visto come un vincolo per ogni Presidente della Repubblica a nominare al massimo cinque senatori a vita a prescindere da quanti già siedano in parlamento. La riforma vuole dunque sancire una volta per tutte che la prima interpretazione è quella da seguire, mettendola nero su bianco. Ma era davvero necessaria una modifica del genere? In effetti, nel complesso della riforma sul taglio dei parlamentari era necessario. Dietro questa decisione infatti vi è la consapevolezza che con una diminuzione così drastica dei senatori il peso dei senatori a vita aumenta considerevolmente. Avere più di 5 senatori a vita (più gli ex Presidenti della Repubblica che continueranno a diventarlo di diritto a fine mandato) in un parlamento composto da 200 membri eletti andrebbe ad incidere in maniera non indifferente sulla rappresentatività popolare della camera alta.

Perché SI, perché NO – Con la decisione presa martedì dalla direzione nazionale del PD di invitare i suoi elettori a votare SI al referendum assistiamo ad un sostanziale allineamento dei principali partiti a votare a favore per il taglio dei parlamentari. Ad invitare i propri elettori ad esprimersi a favore della riforma sono stati infatti, oltre ai 5 stelle che di questa riforma hanno fatto una bandiera, il Partito Democratico, la Lega e Fratelli d’Italia. Italia Viva e Forza Italia, invece, non hanno dato indicazioni di voto nonostante entrambi i leader abbiano definito “demagogica” la riforma esprimendo più di qualche perplessità sul contenuto. Schierato per il NO è invece il leader di “Liberi e Uguali” Pietro Grasso che già aveva votato contro la riforma in senato.

Le ragioni che spingono i fautori del SI al taglio dei parlamentari sono principalmente legate ai costi e all’efficienza del Parlamento al contrario chi si è espresso a favore del NO ha sottolineato come il risparmio a livello economico sia irrilevante e con il taglio dei parlamentari non solo non migliorerebbe l’efficienza del Parlamento ma si andrebbe a minare la rappresentanza.

Per quel che riguarda i costi va da sé che tagliando 315 posti da parlamentare si taglierebbero in automatico anche 315 stipendi con un conseguente risparmio per le casse dello stato. Su questo risparmio insiste in modo deciso il fronte del SI che lo ha reso punto centrale della propria campagna elettorale approfittando anche dell’incertezza sulle cifre. Infatti quanto si risparmierebbe esattamente con il taglio dei parlamentari non è facilmente calcolabile essendo i compensi variabili, tra quote base, diaria, indennità e altre voci. Ad oggi le stime più accreditate, basate sul Bilancio e tenendo conto di rimborsi vari, arrivano ad ipotizzare uno stipendio medio di 19mila euro mensili alla Camera e 21 al Senato. Tenendo buone queste stime, considerate attendibili dai principali istituti di statistica, si arriverebbe dunque ad un risparmio annuo di 53milioni di euro alla Camera e 29 al Senato. Proprio da questi dati nascono invece le ragioni del NO i cui sostenitori evidenziano come sia un risparmio irrisorio che rappresenta meno dello 0,01% delle spese statali (stimate in 662 miliardi con la legge di Bilancio 2020).

Un risparmio irrisorio che, sempre secondo chi sostiene il NO, non potrebbe in alcun modo giustificare il crollo della rappresentanza a cui esporrebbe la riforma. Considerando i numeri attuali, infatti, alla Camera siede un deputato ogni 96.000 cittadini con un tasso di rappresentanza che ci vede tra i migliori in Europa (1 ogni 116mila in Francia e Germania, 1 ogni 133mila in Spagna). Se il referendum dovesse essere approvato, sottolineano i fautori del NO, questo dato precipiterebbe ad 1 deputato ogni 156mila cittadini facendoci scivolare all’ultimo posto nell’Unione Europea. Chi sostiene il SI, però, si dice disposto a rinunciare ad una buona rappresentanza in Parlamento in cambio di una maggior efficienza delle camere sostenendo che con meno parlamentari il processo decisionale sarà più veloce e si riuscirà a legiferare più agilmente. Anche su questo, però, sono state sollevate diverse perplessità. La “lentezza” del Parlamento italiano, infatti, non è data dal numero eccessivo di parlamentari ma dal sistema bicamerale perfetto, sancito dalla costituzione, che prevede che due camere con le stesse funzioni. Ogni legge, insomma, prima di entrare in vigore rimbalza da una camera all’altra fino a quando non sono tutti d’accordo con un inevitabile allungamento dei tempi. Una situazione su cui il semplice taglio dei parlamentari senza una riforma delle camere non potrebbe influire.