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Il patto sui migranti fa gola alla mafia albanese

La Mafja Shqiptare negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale grazie alla sua capacità di comprendere e sfruttare a proprio vantaggio i contesti in cui opera. Una caratteristica che la rende pericolosa in ogni situazione e il patto Meloni-Rama non fa eccezione.

In origine erano bassa manovalanza criminale. Picchiatori, trasportatori e sicari a disposizione delle consorterie mafiose italiane. Poi qualcosa è cambiato. Hanno fatto tesoro dell’esperienza, replicando tecniche e contatti dalle mafie a cui erano sottoposte. Un’evoluzione rapida e, quasi, invisibile che ha reso le organizzazioni albanesi uno dei principali attori nel panorama criminale italiano ed internazionale. Così oggi la cosiddetta mafia albanese, Mafja Shqiptare il nome originale, può vantare un ruolo di rilievo: non più subordinato alle storiche organizzazioni italiane ma paritario. Affiancando metodi estremamente violenti ad struttura organizzativa simile a quella della ‘ndrangheta, una forma orizzontale a base familiare, i clan albanesi sono divenuti impenetrabili e difficili da contrastare. Così in poco più di due decenni sono arrivati al vertice della gerarchia criminale del continente insieme ai clan calabresi. 

Un salto di qualità importante grazie al quale oggi, come sottolinea anche la Direzione Investigativa Antimafia, i gruppi albanesi “manifestano un’alta pericolosità e una forte incidenza nelle attività illegali, con particolare riferimento al traffico di droga”. Proprio il narcotraffico è infatti l’attività più remunerativa grazie a cui i clan albanesi accumulano risorse. Studiando e perfezionando le strategie criminali dei clan a cui per lungo tempo sono stati sottoposti, hanno sviluppato una capacità organizzativa impeccabile che ha ben presto dato i suoi frutti. Nell’ultimo quinquennio la mafia albanese ha ampliato le sue relazioni nel continente stabilendo basi operative importanti ad Amburgo, Valencia e Algeciras oltre a una enorme influenza e presenza nel Regno Unito. Al fianco di queste nuove relazioni permangono gli storici contatti nei porti di Anversa e Rotterdam, verso i quali i clan indirizzano spedizioni provenienti dall’America Latina. Proprio in Sudamerica, a riprova della grande capacità di leggere i contesti ed adattarvisi, le organizzazioni albanesi sono state le prime a comprendere le opportunità offerte dell’Ecuador. Il paese, oggi sotto i riflettori per la violenza dei narcos, era infatti ritenuto il più sicuro dell’area per tessere relazioni criminali perché meno esposto di altri grandi narcostati come Colombia e Messico. Relazioni che oggi rendono la mafia albanese uno degli attori principali nel traffico di stupefacenti in Europa.

Accanto al traffico di stupefacenti vi sono una serie di attività criminali altrettanto allarmanti. Tra queste il traffico di migranti. L’Europol, già nel 2006, aveva riferito che il 90% dei migranti che raggiungevano l’Europa utilizzava una rete illecita, generando per le mafie un indotto tra i cinque e i sei miliardi di dollari. Quella rete, oggi, pare essere sempre di più nelle mani degli albanesi. Basta leggere le relazioni della DIA per comprendere il ruolo della Mafja Shqiptare in questo settore: “gli albanesi padroneggiano in maniera esclusiva la rotta balcanica”. Tradotto: nulla si muove senza il loro assenso. E così ogni movimento illecito diventa fonte di guadagno sulla pelle dei migranti. Innumerevoli operazioni di polizia hanno rivelato negli ultimi anni la capacità organizzativa delle compagini albanesi in questo settore. L’operazione Astròlabio”, ad esempio, ha fatto emergere la capillare ripartizione dei compiti: “Un gruppo si occupava del reclutamento dei migranti” rivela la DIA nella sua ultima relazione “un altro reperiva i mezzi e di ingaggiava gli scafisti, mentre gli altri erano deputati al recupero degli scafisti a traversata effettuata per poi riportarli nei Paesi di partenza ed organizzare nuovi viaggi”. Un meccanismo perfetto che fruttava all’organizzazione circa seimila euro per ogni migrante. 

In questo contesto l’accordo tra Italia ed Albania sui migranti rischia di diventare un facile bacino da cui pescare per alimentare questo business. Con l’ok della Corte Costituzionale albanese arrivato nei giorni scorsi, si va verso la realizzazione di due centri per l’identificazione e l’accoglienza di migranti: la prima struttura, quella di “registrazione”, secondo l’accordo dovrebbe sorgere al porto di Shëngjin mentre poco distante dovrebbe essere costruito un centro di permanenza a Gjadër. Una scelta che sembra poco logica considerando la posizione geografica delle due città, posizionate a nord del paese. Più vicini sia alle coste italiane che a quelle del nord Africa sarebbero infatti stati altri scali come quello di Durazzo o, ancora più a sud, di Valona. E analizzando la posizione geografica delle due città ci si rende conto di come questo accordo potrebbe diventare rilevante anche per le consorterie criminali. Il porto di Shëngjin dista infatti poco più di quaranta chilometri dalla città di Shkodër (Scutari in italiano) che da tempo è uno dei territori in cui si concentra maggiormente la criminalità organizzata albanese tanto da essere stata in passato definita dal Telegraph “la Palermo d’Albania”. Tralasciando il paragone infelice e stereotipato, la presenza criminale a Scutari può effettivamente essere paragonata a quella della Sicilia degli anni ’80 quando Cosa Nostra in ascesa sembrava essere ovunque. In città opererebbero almeno quattro storiche cosche mafiose pronte a sfruttare ogni nuovo canale di arricchimento che gli si presenta e a consolidare rapporti organici con politici e imprenditori in uno dei più importanti centri economici dell’Albania. In un paese in cui la corruzione è a livelli estremi (l’Albania è al 104° posto su 179 per livello di corruzione) l’accordo Meloni – Rama, in assenza di contromisure efficaci,  rischia così di offrire su un piatto d’argento alle cosche albanesi un business potenzialmente enorme a soli quaranta chilometri da casa.

Emergenza carcere: mai così tanti suicidi tra i detenuti come in questo 2022

Nei primi otto mesi di questo 2022 si registra un aumento esponenziale nel numero dei suicidi all’interno del carcere. Se è vero che ogni detenuto ha una storia a sé e difficoltà che vanno al di la della carcerazione, è anche vero che il sistema penitenziario non protegge da gesti estremi.

È uno stillicidio senza fine. L’ultimo caso è stato segnalato il 1° settembre a Bologna dove un detenuto cinquantatreenne di origine slava, con problemi psichiatrici, si è tolto la vita impiccandosi con i pantaloni della tuta. Si tratta del 59° suicidio di questo drammatico 2022 che sta facendo segnare numeri record per quanto riguarda i suicidi nelle carceri italiane con una media di circa una vittima ogni quattro giorni con un picco preoccupante nel mese di agosto con 15 suicidi in un mese. Sono numeri che lasciano sbigottiti e che confermano come nel nostro paese ci sia un problema serio con il sistema penitenziario.

Basta infatti confrontare i dati di questi primi otto mesi con quelli relativi agli ultimi anni per rendersi conto di quanto la situazione sia drammatica. A due terzi dell’anno in corso è già stato superato il totale dei casi del 2021, pari a 57 decessi, e siamo ben oltre i 45 suicidi nei primi otto mesi del 2010 che fino ad oggi erano il dato più alto di sempre. Delle 59 persone che si sono tolte la vita in carcere nei primi 8 mesi di quest’anno, 4 erano donne: un numero particolarmente alto se consideriamo che la percentuale della popolazione detenuta femminile rappresenta solo il 4,2% del totale. Ancora più impressionante se paragonato agli anni passati. Secondo i dati pubblicati dal Garante Nazionale, sia nel 2021 che nel 2020 soltanto una donna si era tolta la vita in carcere. Nel 2019 non si era verificato invece nessun caso di suicidio femminile. È chiaro che ogni vittima ha una storia a sé, fatta di disagi e sofferenze personali non per forza di cose legate alla detenzione, ma con numeri così alti non è possibile non guardarli con un’ottica di insieme prendendoli come indicatori della presenza di problemi strutturali nel sistema penitenziario italiano.

Ma quali sono questi problemi? Quando si parla di carcere la prima, e più evidente, problematica è senza dubbio quella relativa al sovraffollamento degli istituti italiani che inevitabilmente influisce sul tasso di suicidi. Non è un caso se il penitenziario dove si sono registrati il maggior numero di decessi, con quattro detenuti che si sono tolti la vita da inizio anno, sia quello di Foggia dove da anni si assiste ad una situazione divenuta ormai insostenibile con una capienza superata del 150%. A ciò si aggiungono le difficoltà nella gestione di detenuti affetti da problemi psichiatrici che, a causa delle carenze strutturali nel personale delle carceri italiane, spesso non vengono seguiti adeguatamente. Non è un caso, infatti, che molti dei detenuti suicidatisi in questi primi otto mesi di 2022 fossero affetti da disturbi di questo tipo. Allo stato attuale i pazienti psichiatrici detenuti vengono trattati nei reparti di osservazione psichiatrica e riportati in cella solo quando vengono ritenuti idonei ed innocui per sé e per gli altri. Sempre più spesso, però, questo protocollo non può essere seguito a causa del sovraffollamento e delle carenze di personale che rendono di fatto impossibile un trattamento adeguato e costringono a ricorrere solamente a cure farmacologiche che non risolvono il problema ma che puntano a tamponarlo. In queste condizioni sempre più spesso le patologie psichiatriche invece di migliorare vanno peggiorando portando spesso il detenuto a vivere una condizione insopportabile fino a ricorrere a soluzioni estreme. 

Ma oltre alle condizioni all’interno del carcere sembra emergere sempre più un disagio legato al mondo esterno. Molti dei detenuti che si sono tolti la vita, tra cui l’ultimo caso al carcere Dozza di Bologna, erano ormai vicini alla propria scarcerazione. Ma proprio quella che dovrebbe essere una notizia positiva viene sempre più spesso accolta con poco entusiasmo da chi è recluso da lungo tempo all’interno di un carcere. Troppo spesso si instaura nei detenuti quella sensazione di essere precipitato in un ‘altrove’ esistenziale, in un mondo separato, totalmente ininfluente o duramente stigmatizzato anche nel linguaggio dei media e talvolta anche delle istituzioni in un mondo in cui sempre più spesso si ignora la funzione rieducativa che ha, o dovrebbe avere, il carcere. Uno stigma che rischia di condizionare le vite di chi esce dal carcere più che teme di essere per sempre bollato come “ex detenuto” e di non poter per questo più condurre una vita normale. Così il sentimento più forte che prova chi inizia una nuova vita dopo un’esperienza di carcere non è tanto la felicità della condizione di uomo libero, quanto piuttosto l’ansia, uno stato di ansia continuo, la paura di non farcela, la fretta di recuperare quello che si è perso, le difficoltà a ritrovare un ruolo all’Interno della propria famiglia. L’esterno, alla fine della detenzione, inizia a far più paura dell’interno e l’idea di uscire dalla cella in cui si è stati reclusi per periodi più o meno lunghi diventa più opprimente che quella di rimanere in carcere. E se da un lato i permessi, le misure alternative, i percorsi di reinserimento sono fondamentali per un reinserimento graduale che permetta al detenuto di riabituarsi alla vita in un mondo sicuramente profondamente diverso da come lo aveva lasciato, dall’altro è necessario un cambio culturale e di mentalità che porti a non vedere più chi esce dal carcere come un soggetto da emarginare. 

È chiaro, dunque, che i problemi del sistema penitenziario italiano siano gravi e debbano essere affrontati con un dibattito serio sulla questione perché non è pensabile che in un paese civile 59 ogni quattro giorni un detenuto si tolga la vita. Uno Stato che nel punire non impedisce la morte del condannato perde infatti parte delle funzioni che ne giustificano la potestà punitiva confermando come sia assai lontano l’ideale della pena immateriale che agisce sullo spirito, così come teorizzata dai filosofi illuministi.

Verso il voto: cosa dicono i programmi dei partiti sul contrasto alle mafie

In vista del voto del 25 settembre abbiamo analizzato i programmi dei quattro principali schieramenti politici per verificare se e come il contrasto alla criminalità organizzata venga trattato dai partiti che compongono i cosiddetti quattro poli. 

“Dignità è un Paese libero dalle mafie, dal ricatto della criminalità, libero anche dalla complicità di chi fa finta di non vedere.” Era il 3 febbraio quando, davanti al Parlamento che lo aveva appena rieletto, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella pronunciava queste parole. Non aveva fatto in tempo nemmeno a finire la frase che dai banchi del parlamento senatori e deputati si erano alzati ad applaudire quell’affermazione. Per quasi venti secondi, applausi bipartisan avevano incorniciato quella frase costringendo il Presidente Mattarella a fermarsi e osservare quel pieno sostegno alla propria affermazione. Sei mesi dopo, però, quella simbolica presa di impegno sembra essere svanita nel nulla con programmi elettorali in cui la parola mafia fatica a comparire mentre il tema del contrasto alla criminalità organizzata trova sempre meno spazio.

Centrosinistra (PD, Verdi-Sinistra Italiana, Impegno Civico, +Europa) – Il centrosinistra sembra essere la coalizione che, almeno da programma, presta maggior attenzione al tema delle mafie. Il Partito Democratico indica nel proprio programma la volontà di “costruire una nuova cultura della legalità, che faccia della lotta alle mafie e alla criminalità organizzata una priorità”. Il PD sottolinea l’urgenza di un “piano nazionale contro le mafie che definisca obiettivi condivisi per tutte le amministrazioni dello stato per accompagnare la nuova stagione di investimenti pubblici”. Un riferimento implicito ai soldi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che viene esplicitato in un passaggio successivo in cui si ribadisce l’importanza di “vigilare affinché i fondi del PNRR ed in particolare gli appalti ad essi legati siano tenuti al riparo dai rischi di infiltrazione mafiosa”. A ciò si aggiunge la volontà, espressa come vedremo da più parti, di riformare la legge sullo scioglimento dei comuni per rafforzare il contrasto alle infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione. Proposte certo condivisibili ma prive di qualsiasi indicazione sui tempi e i metodi per attuarle al punto da farle sembrare slogan più che reali impegni. Unico passaggio “concreto” sul tema nel programma del Partito Democratico è la proposta di legalizzare l’autoproduzione di cannabis per uso personale vista come un tassello importante “nell’ambito delle politiche di contrasto alle mafie”. Un tema, quello della legalizzazione e regolamentazione della cannabis che condivide anche +Europa che l’unica volta che cita la parola “mafia” nel proprio programma lo fa proprio per sottolineare come una regolamentazione della cannabis in Italia aiuterebbe nel “contrasto ai profitti delle narco-mafie”.

Decisamente più articolato e concreto il programma sul tema di Verdi e Sinistra Italiana. L’alleanza rossoverde dedica ampio spazio al tema nel suo programma, anche se penultimo tra i punti programmatici, individuando anche alcune proposte concrete da attuare in caso di governo di centrosinistra. Anche in questo caso, in linea con quanto proposto dagli alleati, si ha una netta apertura alla legalizzazione delle droghe leggere come strumento di contrasto alla criminalità organizzata. A ciò si aggiunge la volontà di “affermare sempre più la legalità attraverso processi formativi ed educativi e prima ancora che per la propria sicurezza, per la propria dignità e per poter affermare la nostra libertà” e di facilitare le procedure per il riutilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi. Rispetto agli alleati, e coerentemente con la natura dell’alleanza, Verdi e Sinistra Italiana affrontano poi nel dettaglio il contrasto alle cosiddette ecomafie con un elenco di venti proposte volte a ostacolare il fenomeno. A livello normativo si segnala la volontà di aggiornare la normativa sul piano cave, teatro da sempre di sversamenti e tombamento di rifiuti, e “un rafforzamento delle misure cautelari del sequestro preventivo e della confisca” oltre all’inserimento dei reati ambientali nel novero di quei delitti per cui non scatta l’improcedibilità. Tra gli altri punti importanti appaiono quello relativo all’attivazione di un sistema di tracciamento GPS dei rifiuti, già previsto per legge ma mai realmente attivato, oltre a una mappatura di impianti autorizzati allo smaltimento e di aree dismesse potenzialmente a rischio perché utilizzabili per stoccare illegalmente rifiuti.

Il programma di centrosinistra, come vedremo, è quello che dedica maggior spazio al tema. In linea con quanto visto per le questioni ambientali, però, ancora una volta le proposte appaiono essere fumose e poco concrete ad eccezione del programma dell’alleanza rossoverde, unica realtà in grado di mettere nero su bianco proposte concrete per il contrasto ad un fenomeno specifico come quello delle ecomafie.

Centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati) – “Lotta alle mafie e al terrorismo”. È questo l’unico passaggio sul tema nel programma comune della coalizione di centrodestra. Una singola frase all’interno del capitolo dedicato a “sicurezza e contrasto all’immigrazione illegale” senza alcun approfondimento o proposta concreta. Una situazione che ricalca quanto si verifica anche nei singoli partiti con, ad esempio, Fratelli d’Italia che nel suo “programma per risollevare l’Italia” nel capitolo dedicato a sicurezza e immigrazione parla genericamente di “lotta senza tregua a tutte le mafie, al terrorismo e alla corruzione”. Lo stesso avviene nel programma di Forza Italia in cui si parla di una generica “riforma degli strumenti di lotta alle mafie per conferire loro maggior efficacia”.

All’interno della coalizione il partito che dedica maggior spazio al tema, anche se in modo schematico e a nostro parere confuso, è la Lega che dedica due slide nel proprio “programma di governo” al tema del contrasto alle mafie. Tra le proposte emerge la volontà di espandere gli organici delle forze di Polizia per garantire “un controllo e una prevenzione sul territorio maggiormente capillare” e la proposta di potenziare il ruolo dell’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati e Sequestrati. Per quanto riguarda i beni confiscati la Lega rilancia poi la proposta di aprire alla possibilità di vendere i beni confiscati, già emersa in passato durante il governo Lega-M5S e duramente contestata dal movimento antimafia che ne ha sottolineato i rischi. Sul tema della formazione il programma del partito di Matteo Salvini sottolinea la necessità di istituire protocolli con le scuole per lo svolgimento di “incontri e percorsi formativi volti alla promozione della cultura della legalità e al contrasto alle mafie”. A far discutere, come già emerso nelle scorse settimane, è però il punto riguardante lo scioglimento dei comuni per mafia: “Attualmente” si legge nel documento “quando in un Comune la commissione prefettizia accerta che la collusione con una organizzazione criminale sia di un singolo consigliere e/o funzionario pubblico, quasi sempre viene sciolto il Comune. Proponiamo invece che la decadenza riguardi solo la persona collusa”. Si tratta però di una narrazione semplicistica che che non tiene conto del fatto che per lo scioglimento del comune non basta la presenza di un singolo funzionario o consigliere colluso ma di un ampio sistema in gradi di “determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali”.

Movimento 5 Stelle – Timido appare anche il programma del Movimento 5 Stelle che sul tema non porta proposte concrete se non quella, già avanzata dal centrosinistra, di legalizzare e regolamentare la coltivazione della cannabis per uso personale “al fine di contrastare il business della criminalità organizzata”. Per il resto, nel breve paragrafo dedicato al tema, si parla di un generico “potenziamento degli strumenti di contrasto già esistenti” e del “completamento delle riforma in tema di ergastolo ostativo” con l’esplicita volontà di tutelare i “principali presidi antimafia come il 41bis e le misure di prevenzione personali e patrimoniali”.

Si tratta di un programma evidentemente scarno e privo di qualsiasi proposta concreta che poco sembra avere a che fare con lo slogan “Onestà, Onestà” su cui ha basato la propria ascesa il Movimento 5 Stelle delle origini. La scarsa attenzione al tema di mafie e criminalità organizzata sembra oggi confermare la tendenza del M5S a staccarsi sempre più da quell’idea di anti-partito da cui era nata l’esperienza pentastellata.

Terzo Polo (Italia Viva, Azione) – Quasi assente, invece, la parola mafia dal programma di Azione – Italia Viva. Nel testo depositato dal cosiddetto Terzo Polo, oltre a sottolineare con frasi di circostanza l’ovvia necessità di contrastare il fenomeno, l’unica proposta che emerge è la volontà di modificare la legge sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose “garantendo risorse adeguate e strumenti efficaci per evitare il fenomeno degli scioglimenti ripetuti.” Si segnala inoltre la presenza della parola mafia utilizzata anche in relazione al contrasto all’immigrazione clandestina che sarebbe “un danno sia per i migranti sia per i paesi di destinazione” e “favorisce lo sviluppo di mafie transnazionali e di politiche ricattatorie”.

Verso il voto: cosa dicono i programmi dei partiti su ambiente e clima

In vista del voto del 25 settembre abbiamo analizzato i programmi politici dei quattro principali schieramenti politici che si presenteranno a questa tornata elettorale per verificare se e come l’ambiente sia presente nelle idee dei partiti.

C’è una crisi a cui stiamo andando incontro totalmente impreparati. No, non parliamo della crisi economica né di quella energetica. La crisi più drammatica a cui stiamo assistendo è la crisi climatica che sta trasformando completamente l’ambiente e le nostre vite e che, senza contromisure immediate, potrebbe portare a conseguenze catastrofiche. Lo sanno bene i più giovani che proprio sui temi ambientali sembrano essere i più attenti come conferma l’ultimo sondaggio pubblicato da Repubblica il 1° settembre in cui emerge come un terzo dei giovani italiani si definiscono ambientalisti e chiedono un maggior impegno della politica su questi temi. Ma in vista delle prossime elezioni del 25 settembre, i principali schieramenti politici sembrano aver lasciato da parte la questione ambientale riservandole, quando va bene, uno spazio marginale all’interno dei programmi.

Centrosinistra (PD, Verdi-Sinistra Italiana, Impegno Civico, +Europa) – Il centrosinistra, grazie soprattutto alla presenza dell’alleanza rossoverde tra Verdi e Sinistra Italiana, è senza dubbio la coalizione con il programma più articolato per quanto concerne le tematiche ambientali. Tra le principali proposte portate dal tandem Fratoianni-Bonelli all’interno del programma elettorale del centrosinistra c’è l’approvazione di una legge per il clima con obiettivi coerenti e vincolanti a tutti i livelli. All’interno della stessa dovrebbe trovare spazio lo stanziamento di fondi per la realizzazione di opere di cambiamento climatico giudicate assolutamente indispensabili dal leader di Sinistra Italiana che ha ricordato come “negli ultimi quarant’anni l’Italia ha registrato ventimila morti a causa di eventi estremi, seconda solo alla Francia come numero di decessi”. Sul piano pratico, l’alleanza rossoverde propone lo sviluppo di una programmazione annuale che consenta di coprire l’80% del fabbisogno energetico nazionale con sole energie rinnovabili entro il 2030. La priorità, in questo piano di sviluppo, deve essere data in particolare all’energia solare e all’eolico mentre viene scartata l’ipotesi nucleare “come da mandato dei due referendum”. Per sostenere questa transizione, Sinistra Italiana e Verdi propongono l’eliminazione dei sussidi fossili (attualmente 20 miliardi l’anno) entro il 2025 e la redistribuzione di quelle risorse “come incentivo e supporto ai settori industriali e alle fasce sociali più esposte” ai cambiamenti di una transizione energetica. A ciò si aggiungono un programma di incentivi per l’utilizzo e lo sviluppo del trasporto pubblico locale e un nuovo piano rifiuti che punti da un lato allo sviluppo di un’economia circolare basata sul riciclo e dall’altro alla graduale eliminazione della plastica.

Misure meno estreme sono quelle proposte invece dagli alleati, ed in particolare dal PD che pur riconoscendo la transizione ecologica uno dei pilastri su cui basare l’azione dei prossimi quattro anni sostiene che gli obiettivi climatici devono essere “ambiziosi ma realistici”. Così nel programma della coalizione viene lasciata aperta la porta all’utilizzo di rigassificatori, come quello che tanto sta facendo discutere a Piombino, ma solo come soluzione temporanea da smobilitare “ben prima del 2050”. Dal punto vista legislativo, si pensa a una legge quadro sul clima e una riforma fiscale verde che “promuova gli investimenti delle imprese e delle famiglie a difesa del pianeta”, oltre all’implementazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (fermo al 2017). Previsto anche un Piano nazionale per il risparmio energetico e interventi finalizzati ad aumentare drasticamente la quota di rinnovabili prodotte in Italia, anche attraverso lo sviluppo delle Comunità energetiche, con l’obiettivo di installare 85 GW di rinnovabili in più entro il 2030. A ciò si aggiunge “la progressiva riduzione dei sussidi dannosi per l’ambiente” senza però indicare tempistiche per la sua realizzazione, a differenza di quanto fatto da Verdi e Sinistra Italiana.

Sulla questione ambientale, insomma, il centrosinistra viene trainato dalle posizioni forti dell’alleanza Verdi-Sinistra Italiana il cui programma dettagliato e determinato sembra compensare la timidezza e la fumosità delle proposte degli alleati.

Centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati) – Nel programma congiunto del centrodestra l’ambiente finisce in fondo alle priorità, al dodicesimo posto sui quindici punti programmatici della coalizione destinata a vincere le elezioni. Se non scontata appare la decisione di mettere nero su bianco la volontà di rispettare gli impegni internazionali assunti dal nostro paese, vista la spinta della Lega per una revisione degli stessi, il resto del programma appare poco ambizioso e certo marginale.

Si parla, in modo generico e senza precisare tempi e modi, dello sviluppo di un “piano strategico nazionale di economia circolare” che possa “aumentare il livello qualitativo e quantitativo del riciclo dei rifiuti, ridurre i conferimenti in discarica, trasformare il rifiuto in energia rinnovabile attraverso la realizzazione di impianti innovativi”. Una proposta certamente di buon senso e condivisibile che però, senza dettagli su come e cosa fare, risulta essere più uno slogan elettorale che un impegno reale e prioritario. Lo stesso si può dire per le altre priorità del centrodestra in tema ambientale che vengono ridotte in due punti in cui si promette la “salvaguardia della biodiversità” e di “incentivare l’utilizzo del trasporto pubblico e promuovere politiche di mobilità urbana e sostenibile”. Poca concretezza, oltre che scarsa ambizione, che rendono assolutamente marginale la tematica ambientale nella coalizione trainata da Giorgia Meloni.

A discostarsi maggiormente dall’ambientalismo è poi la parte di programma che riguarda “la sfida dell’autosufficienza energetica” in cui oltre a promettere una “transizione energetica sostenibile” vengono espressi i netti si della coalizione a termovalorizzatori, rigassificatori e nucleare. Sul nucleare il centrodestra ribadisce la volontà di voler valutare il ricorso al cosiddetto “nucleare pulito” per la cui realizzazione però bisognerà attendere ancora diversi anni trattandosi di tecnologie sulle quali ancora si sono ottenuti solo risultati di laboratorio privi di prospettive concrete nel breve e medio periodo.

Per quanto riguarda i singoli partiti, Fratelli d’Italia punta sull’aggiornamento del piano Nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e sulla tutela delle coste e dei mari. La Lega sembra invece voler scommettere sulle montagne con la creazione anche di un ministero ad hoc per la loro tutela e sulla realizzazione di opere volte a garantire l’approvvigionamento idrico del paese. Forza Italia, dal canto suo, propone la piantumazione di un milione di alberi e il “potenziamento della semplificazione, di incentivi strutturali e crediti di imposta per le imprese che riconvertono e investono in eco innovazione e nuove tecnologie”. Appare evidente come il programma di centrodestra su questi temi punti più che altro a mediare tra transizione ecologica e tutela delle attività produttive e industriali.

Movimento 5 Stelle – Nato con una forte vocazione ambientalista, il M5S ha negli ultimi anni cambiato volto trasformandosi in un vero e proprio partito. Un cambiamento di cui risente anche l’attenzione alle tematiche ambientali che vengono accennate senza mai scendere nei dettagli. si parla, ad esempio, di una non meglio specificata “società dei 2.000 watt”, che dovrebbe “tendere a un modello sostenibile di consumo energetico” per ridurre le emissioni annuali di gas serra. A ciò si aggiunge la volontà di mantenere e anzi implementare il “Superbonus” per “per permettere la pianificazione degli investimenti sugli immobili e continuare a migliorare i livelli di risparmio energetico”, una proposta volta però più a ridurre i costi delle bollette che a salvaguardare l’ambiente. Nel programma del movimento si parla poi genericamente di “sburocratizzazione per favorire la creazione di impianti di energia rinnovabili” confermando però il secco no alla realizzazione di nuovi inceneritori e nuovi impianti di trivellazione. È importante sottolineare come nel programma non vi sia alcun riferimento al nucleare su cui però il Movimento 5 Stelle è sempre stato fermamente contrario e che, dunque, si può presumere mantenga la stessa posizione.

Terzo Polo (Italia Viva, Azione) – Carlo Calenda e Matteo Renzi intendono la questione ambientale dividendola in obiettivi di breve, medio e lungo periodo. Nel breve periodo il fulcro del programma è certamente un netto si al gas, con la realizzazione dei due rigassificatori per aumentare la produzione nazionale e ridurre gradualmente la dipendenza dal combustibile russo. Nel medio periodo l’obiettivo dell’alleanza Italia Viva-Azione è quello di ridurre del 50% l’emissione di CO2 entro il 2030 attraverso un percorso di decarbonizzazione volto a sviluppare fonti sostenibili. Una misura che almeno in parte sembra stridere però con la proposta di “abbassare il prezzo della CO2” per le imprese fino al termine della guerra in Ucraina, che tradotto significa abbassare le tasse sulle emissioni delle aziende costrette a utilizzare combustibili fossili visto il blocco del gas causato dal conflitto. Netto invece il sì al nucleare che, combinato con le rinnovabili, nella strategia del Terzo Polo dovrebbe permetter all’Italia di raggiungere entro il 2050 l’obiettivo “emissioni zero”.

La flat tax è incostituzionale?

La protagonista assoluta della campagna elettorale del centrodestra e la Flat Tax, una tassazione con aliquota uguale per tutti che, secondo analisti e avversari politici, rischia di essere incostituzionale. Proviamo a capire perché e se è realmente così.

Manca meno di un mese alle elezioni politiche del 25 settembre e nella fase più delicata di questa inedita campagna elettorale agostana il centrodestra lavora per convincere gli indecisi rilanciando un tormentone della scorsa campagna elettorale: la Flat Tax. D’altra parte il taglio delle tasse è da sempre cavallo di battaglia del centrodestra ed in particolare dell’ex premier Silvio Berlusconi che già promette agli elettori di attuare la riforma del fisco nei primi cento giorni di governo. Ma in questi giorni molti analisti e avversari politici stanno sottolineando come la proposta fiscale del centrodestra possa risultare incostituzionale in quanto contraria all’art. 53 della Costituzione che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Per capire se sia realmente così bisogna far chiarezza innanzitutto su cosa prevede la riforma fiscale inserita nel programma di centrodestra. Il sistema attuale è progressivo e prevede quattro diverse aliquote in base al reddito imponibile annuo: chi, ad esempio, ha un reddito fino ai 15.000 euro si trova così nel primo scaglione e dovrà versarne il 23% in tasse, mentre chi guadagna oltre 50.000 euro annui si trova nell’ultimo scaglione dovrà versarne il 43%. Si tratta, come evidente, di un sistema che punta alla redistribuzione delle ricchezze, come previsto dalla Costituzione, con tassazioni più elevate per chi ha redditi maggiori. Con la riforma fiscale pensata dal centrodestra e basata su una flat tax, invece, sparirebbero i quattro scaglioni previsti attualmente e si applicherebbe la stessa aliquota a tutti i redditi. In questo modo, dunque, chi ha un reddito annuo inferiore ai 15.000 euro pagherebbe la stessa percentuale di chi ha un reddito superiore ai 50.000 euro.  È evidente come il sistema sin qui descritto non sia né progressivo né in grado di tenere conto della capacità contributiva dei singoli nuclei ed apparirebbe assolutamente incostituzionale.

La Flat Tax, quindi, è irrealizzabile senza modifiche alla costituzione? La risposta è no. Nonostante le parole del senatore di Fratelli d’Italia Massimo Mallegni che nel corso di un dibattito ha sottolineato come sia necessaria una modifica della Carta costituzionale, la realtà è che la flat tax può essere introdotta con legge ordinaria senza intaccare la Costituzione. Anzi, la flat tax in Italia già esiste: il reddito dei lavoratori a partita IVA, infatti, è già tassato al 15% senza distinzioni sul reddito annuo. Per estendere questo sistema a tutti i contribuenti senza renderlo incostituzionale, però, sarà necessario introdurre dei correttivi che rendano meno “piatta” la Flat Tax avvicinandola il più possibile a quella progressività richiesta dalla Costituzione. Qualche indicazione su come i partiti di centrodestra intendano impostare la riforma fiscale ci arriva dal disegno di legge presentato dalla Lega nel maggio 2020, a firma del senatore Siri, per l’introduzione e l’implementazione di una tassa piatta. Nella proposta del carroccio per superare i dubbi di costituzionalità erano stati inseriti una “no tax area”, volta a salvaguardare i redditi più bassi esentando dal versamento delle imposte i contribuenti con reddito inferiore a 10.000 euro, e una serie di detrazioni e deduzioni graduate in base al reddito ed alla situazione familiare mirate a rendere più equa la tassazione. Se dunque senza correttivi sarebbe improponibile, impostata in questo modo la Flat Tax non risulterebbe incostituzionale e potrebbe rispettare il criterio della progressività fiscale. 

Ma se costituzionalmente un sistema fiscale come quello proposto dal centrodestra può essere accettabile, è evidente come questa riforma sia espressione di un momento politico-sociale caratterizzato da un forte individualismo e da una scarsa coesione. Sembra assai lontana quella “nuova stagione dei doveri” più volte richiamata nella storia repubblicana, e ripresa anche dal Presidente Mattarella negli ultimi anni, perché necessaria a salvare l’Italia da pericolose derive. La Flat Tax proposta dal centrodestra è la fine di quel principio di solidarietà di cui parla l’art. 2 della nostra Costituzione auspicando “l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Il dovere di concorrere alle spese pubbliche, come stabilito da dottrina e giurisprudenza, è un dovere di solidarietà economica e sociale che richiede una tassazione progressiva basata su un sistema che riconosca la capacità contributiva di ciascuno. L’eliminazione, seppur attraverso correttivi, di un fisco progressivo mina quei principi stabiliti dalla Carta pur non violandoli espressamente. Ma al di là di una questione meramente astratta e sociologica come quella relativa all’art. 2, c’è anche una questione pratica che rende la tassa piatta inadeguata alla situazione in cui versa il nostro paese. Come si può pensare di mantenere i conti in ordine imponendo un’aliquota al 15% (o al 23% come proposto da Forza Italia), più bassa cioè anche dell’aliquota minima prevista dal sistema attuale che tassa al 23% i redditi inferiori ai 15.000 euro? È evidente come le entrate sarebbero nettamente inferiori. E, in un paese in cui il sommerso è di oltre 80 miliardi ogni anno, a poco valgono le parole dei leader del centrodestra che sostengono che con una tassazione del genere anche ci oggi evade le tasse inizierebbe a pagarlo. L’unica cosa certa è che alle condizioni attuali, una flat tax al 15% non potrebbe garantire le coperture necessarie. Forse bisognerebbe, prima di rivedere il sistema fiscale, occuparsi in modo serio e concreto del problema dell’evasione fiscale in Italia.

Come funziona la legge elettorale e perché rende indispensabili le alleanze

Dalla caduta del governo Draghi ad oggi un tema più di tutti ha riempito le pagine dei quotidiani: le alleanze. Un tema spinoso ma che va necessariamente affrontato all’interno dei partiti a causa di una legge elettorale che sfavorisce chi corre da solo. 

Era il marzo 2018 quando tutta Italia si rese drammaticamente conto dell’inadeguatezza della legge elettorale in vigore: il Rosatellum. In quell’occasione, complice la definitiva scomparsa del bipolarismo con l’ascesa del Movimento 5 Stelle, le urne non consegnarono una vittoria netta a nessun partito o coalizione ma costrinsero i principali leader politici a lunghe trattative per la nascita del governo. Ottanta giorni. Tanto fu necessario perché a seguito delle elezioni si trovasse un accordo per la nascita del primo governo Conte. Uno stallo indecoroso che, sommato al taglio dei parlamentari approvato nel 2020 tramite referendum, convinse tutte le parti politiche della necessità di rivedere la legge elettorale prima delle successive elezioni.

Invece ci risiamo. Il 25 settembre gli italiani saranno chiamati ad eleggere 600 parlamentari (400 alla Camera e 200 al Senato) con la legge elettorale pensata dal presidente di Italia Viva Ettore Rosato, da qui il nome “Rosatellum”, che prevede l’assegnazione dei seggi in parte con sistema proporzionale e in parte con sistema maggioritario. Significa, di fatto, che una parte dei seggi sarà distribuita ai partiti sulla base dei consensi a livello nazionale per la Camera e regionale per il Senato mentre i restanti seggi saranno assegnati a chi vincerà nei vari collegi uninominali in cui è stata suddivisa la penisola. A livello numerico la parte più corposa dei seggi verrà assegnata con il sistema proporzionale che permetterà di eleggere 367 parlamentari (245 alla Camera e 122 al Senato) mentre 221 saranno assegnati nei collegi uninominali (147 alla camera e 74 al senato) e i restanti 12 parlamentari saranno espressione delle circoscrizioni estere e verranno eletti con metodo proporzionale.

Il funzionamento della parte proporzionale del Rosatellum è facile ed intuitivo. Come dice il nome stesso, infatti, i seggi vengono distribuiti proporzionalmente tra tutti i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento fissata al 3%. La parte più complicata, e maggiormente pesante nel sistema elettorale ideato da Rosato, è quella maggioritaria che prevede che in ognuno dei collegi in cui è stata suddivisa l’Italia venga eletto il candidato o la candidata della coalizione, o del partito in caso corra da solo, che prende il maggior numero di voti in quella porzione di territorio. Al momento del voto l’elettore potrà così scegliere di mettere una croce sul simbolo del partito che intende votare, assegnando così il suo voto a quel partito per la parte proporzionale e al candidato della coalizione nel maggioritario, oppure di metterla sul nome del candidato, assegnando al candidato il voto per l’uninominale mentre al proporzionale il suo voto sarà distribuito tra tutti i partiti della coalizione. Non è invece prevista la possibilità di un voto disgiunto e non sarà dunque possibile votare per un candidato all’uninominale ed un partito o coalizione diversa nel proporzionale.

È questo, di fatto, che rende quasi indispensabili le alleanze. Da un lato i partiti grandi, ad esempio il Partito Democratico, correndo da soli contro una coalizione più ampia farebbero molta fatica a vincere nei collegi uninominali e dunque cercano alleanze per raggranellare qualche consenso in più sperando di strappare qualche seggio agli avversari. Dall’altro, invece, senza alleanze i partiti più piccoli si ritroverebbero con poche o nessuna possibilità di vincere nei collegi uninominali e dovrebbero così accontentarsi dei seggi ottenuti con il proporzionale. L’alleanza Sinistra Italiana – Verdi, ad esempio, essendo data intorno al 4% potrebbe ottenere circa 15 parlamentari nel sistema proporzionale ma correndo da sola perderebbe in tutti i collegi uninominali in cui i candidati sono eletti con il maggioritario. Da qui nasce la necessità di entrare in coalizione con partiti più grandi per non dover rinunciare totalmente alla corsa nei collegi. In questo modo in cambio del proprio apporto elettorale, che come visto è necessario anche per i grandi partiti, i partiti più piccoli negoziano con le coalizioni la possibilità di mettere i propri candidati anche in alcuni collegi considerati “blindati”, cioè in cui la coalizione è sicura di vincere.

Ma se il sistema delle alleanze fin qui descritto appare intuitivo, meno comprensibile sembrano essere le trattative e i compromessi per allearsi con partiti tanto piccoli da rimanere sotto la soglia di sbarramento del 3% e che quindi rimarrebbero fuori dal Parlamento. Accade sia nel centrodestra, con i centristi di “Noi Moderati”, sia nel centrosinistra, con la formazione di Di Maio ben lontana dal 3%, ed è dovuto ad una seconda soglia di sbarramento prevista dal Rosatellum: le liste che fanno parte di una coalizione e che prendono tra l’1 e il 3% non guadagnano seggi al proporzionale, ma i loro voti vengono spartiti proporzionalmente tra gli altri partiti che compongono la coalizione. Inglobando nella coalizione partiti così piccoli dunque si ottengono vantaggi sia i partiti più grandi, che tentano così di raggranellare qualche seggio in più, sia per i partiti piccoli che vedono in queste alleanze e nella promessa di una candidatura in un collegio uninominale blindato (in cui cioè è quasi certa la vittoria della coalizione) l’unica strada per entrare in parlamento.

Per portare effettivamente voti alla coalizione, però, il partito in questione deve superare l’1%. In caso contrario tutti i suoi voti andranno persi. Se, ad esempio, il partito di Di Maio prendesse lo 0,8% e il suo leader venisse eletto in un collegio uninominale grazie alla coalizione di centrosinistra, Di Maio entrerebbe in parlamento ma gli altri partiti non otterrebbero alcun vantaggio da quella alleanza perché quello 0,8% non sarebbe ridistribuito a nessuno. 

La mossa di Nancy Pelosi: atterra a Taipei e sfida Pechino

La speaker della camera Nancy Pelosi atterra a sorpresa a Taiwan scatenando l’ira di Pechino ed innescando un’escalation di tensione politica e militare senza precedenti nella storia recente. Cosa sta succedendo e perché nella piccola isola di Formosa?

Alla fine, lo ha fatto davvero. Sono le 22.45 locali quando all’aeroporto Songshan di Taipei lo Spar19 della US Air Force con a bordo la speaker della Camera americana Nancy Pelosi tocca il suolo taiwanese. Ad attenderlo sulla pista il ministro degli esteri di Taiwan Joseph Hu mentre il grattacielo più importante della città si illuminava con le scritte “grazie speaker Pelosi. Benvenuta a Taiwan”. È lo strappo definitivo della speaker della camera dopo che persino il presidente Biden e il Pentagono le avevano suggerito di eliminare la visita a Taipei dal suo tour in Asia per non alimentare le tensioni con la Cina.

Dal momento in cui i radar indicano che l’aereo di Nancy Pelosi sta facendo rotta verso la capitale di Taiwan, tappa non prevista nel programma ufficiale diffuso domenica, la tensione inizia a crescere. “Con questa mossa gli Stati Uniti dimostrano di essere i più grandi distruttori della pace odierna” commentano da Pechino mentre il Ministro degli Esteri Wang Yi, in una nota, ribadisce che il principio della Unica Cina “è il consenso universale, la base politica per gli scambi della Cina con altri Paesi, il nucleo di interessi fondamentali e una linea rossa e di fondo insormontabili”. Ma, questa volta, Pechino non si limita alle parole. Lascia il beneficio del dubbio fino alla fine, sperando che l’aereo della speaker cambi rotta per dirigersi verso una meta diversa. Ma quando il Boeing con a bordo Nancy Pelosi tocca il suolo taiwanese la risposta è immediata. Dalle basi militari cinesi si alzano in volo i SU-35 Fighters dell’Esercito Popolare di Liberazione che per alcuni minuti sorvolano lo stretto di Taiwan, il tratto di mare che divide l’isola dalla Cina. Poi arriva il comunicato ufficiale: da domani a domenica l’Esercito Popolare di Liberazione cinese condurrà “importanti esercitazioni militari e attività di addestramento, comprese esercitazioni a fuoco vivo” in sei aree marittime intorno all’isola di Taiwan. È la risposta più dura che potesse arrivare da Pechino.

Dal canto suo Nancy Pelosi non fa nulla per rallentare l’escalation di tensione. Ancor prima di scendere dall’aereo commenta il suo arrivo a Taipei su Twitter: “La visita della nostra delegazione a Taiwan” scrive “onora l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia taiwanese. La solidarietà con i 23 milioni di abitanti di Taiwan è oggi più importante che mai. Il mondo deve scegliere tra autocrazia e democrazia.” Nulla che non ci si potesse aspettare vista la storica attività della speaker della camera in difesa dei diritti umani in Cina che la portò a manifestare il proprio dissenso in piazza Tienanmen nel secondo anniversario del massacro del 4 giugno 1989 e di recente a definire “giovani coraggiosi” i manifestanti democratici di Hong Kong. Con il suo viaggio, sostenuto da un consenso bipartisan al Congresso di Washington, Nancy Pelosi vuole ribadire il suo sostegno alla democrazia di Taiwan, sempre più minacciata dalle mire di Pechino.

Da tempo ormai, Pechino ha infatti messo nel mirino Taiwan rivendicando la propria autorità sull’isola considerata una provincia ribelle nonostante non sia mai stata amministrata dalla Repubblica Popolare Cinese. La questione taiwanese ha radici antiche e nasce nel 1949 con la vittoria di Mao Zedong nella guerra civile cinese e la conseguente fuga dei nazionalisti di Chiang Kai-Shek, che si rifugiarono sull’isola di Taiwan con forze sufficienti a dissuadere Mao dal proseguire il conflitto. Da quel momento si è creato una sorta di stallo che vede da un lato Pechino, che considera Taiwan una provincia ribelle e attende di riportarla sotto la propria egida, dall’altra Taipei che nel frattempo è diventata una florida democrazia e che ribadisce la sua indipendenza dalla Cina continentale. Da quando, nel 1996, sull’isola si sono svolte le prime elezioni libere che hanno dato un governo democratico a Taiwan, la Cina ha sempre operato per isolare il più possibile Taipei sia a livello politico che a livello diplomatico con il risultato che attualmente solamente 14 paesi al mondo intrattengono relazioni diplomatiche ufficiali con il governo taiwanese. Per questo motivo la visita di Nancy Pelosi, la più alta autorità politica statunitense a mettere piede sul suolo taiwanese dal 1997, ha scatenato reazioni scomposte. Il New York Times lo ha definito un “colpo di stato diplomatico” e, anche se si stratta di una evidente iperbole, non è un’immagine così lontana dalla realtà. Pur avendo da sempre supportato la causa dell’isola, infatti, la presenza di un politico di rilievo sul suolo di Taiwan e, qualora venisse confermato, un incontro ufficiale con la presidente Tsai Ing-wen ha un significato ben preciso: legittimare agli occhi del mondo il governo di Taipei. Un affronto nei confronti di Xi Jinping che dal canto suo ha negli ultimi tempi intensificato la sua propaganda a favore di una Cina unita che comprenda anche Taiwan ribadendo la necessità di riportare la provincia ribelle sotto il controllo di Pechino “con qualsiasi mezzo possibile”. Il presidente cinese, d’altronde, si è precluso la possibilità di una soluzione pacifica, cioè una riunificazione concordata e consensuale, visto il modo in cui ha gestito l’anomalia di Hong Kong: distruggendo lo Stato di diritto e le libertà, normalizzando l’isola sotto il tallone della repressione poliziesca cinese.

La giornata di oggi, dunque, sarà cruciale. Se confermato, l’incontro tra la speaker della camera e la presidente di Taiwan potrebbe essere un momento storico decisivo per le sorti dell’area. Pechino attende le mosse di Nancy Pelosi ma, su questo possiamo starne certi, è già pronta a rispondere ad ogni sua mossa.

Fratelli di ‘ndrangheta: i guai giudiziari nel partito di Giorgia Meloni

L’esponenziale crescita nei sondaggi del partito di Giorgia Meloni ha portato negli ultimi anni ad una migrazione di massa di esponenti di partiti di centrodestra verso Fratelli d’Italia. Un’arma a doppio taglio con cui FdI ha spalancato le porte a soggetti con legami pericolosi con cosche mafiose

Mancano meno di due mesi alle prime elezioni politiche autunnali della storia repubblicana e qualcuno già la incorona vincitrice. Giorgia Meloni, in testa a tutti i sondaggi, sta spingendo Fratelli d’Italia verso vette di consenso che nessuno poteva immaginare qualche anno fa. Nato nel dicembre del 2012 da una costola dell’allora Popolo delle Libertà, fino agli ultimi mesi era stato il partito minore all’interno della coalizione del centrodestra, utilizzato da Forza Italia e Lega per attrarre i voti delle frange più estreme della destra ed ampliare così il bacino elettorale di una coalizione orientata più al centro. Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato.

Radicato a Roma e provincia e fondato su una solida base di nostalgici e orfani della vecchia fiamma tricolore, Fratelli d’Italia ha scalato le gerarchie all’interno della coalizione diventando il primo partito sia nel centrodestra che nel paese. Grazie alla sua linea dura di forte opposizione a tutti i governi che si sono succeduti in questa legislatura, il partito di Giorgia Meloni è passato dal 4,4% delle politiche del 2018 ad un potenziale 23% alla prossima tornata elettorale. Un’ascesa quasi miracolosa che ha però portato ad una serie di problemi collaterali all’interno del partito in termini di legalità. Con la crescita dei consensi diversi politici, soprattutto al sud, sono migrati in modo quasi incontrollato da Forza Italia e dalla Lega verso il partito di Giorgia Meloni portando a Fratelli d’Italia importanti pacchetti di voti che hanno contribuito ad alimentare la crescita nei sondaggi. Ma questa continua “campagna acquisti” si è rivelata un’arma a doppio taglio: se da un lato ha ingrossato le fila del partito e contribuito alla crescita dei consensi, dall’altro ha spalancato le porte a soggetti in odor di mafia.

Uno smacco non indifferente per Giorgia Meloni che da sempre ricorda di aver iniziato a far politica dopo la morte del giudice Paolo Borsellino e di voler mettere al primo posto la legalità proprio per questo suo legame con il giudice antimafia. Parole che troppo spesso stridono, però, con i fatti. Fratelli d’Italia, ad oggi, sembra infatti essere il partito con più legami con i clan e con il maggior numero di esponenti arrestati. Per questo, anche se ha destato particolarmente clamore essendo arrivato in piena campagna elettorale, non sorprende il caso di Terracina scoppiato pochi giorni fa. Nel feudo nero di Fratelli d’Italia, dove la stessa leader del partito si era candidata per essere certa di essere rieletta in Parlamento, era stato ideato un vero e proprio sistema fatto di corruzione e gestione opaca degli appalti pubblici. Un sistema su cui ora indaga anche l’antimafia per le violenze e le intimidazioni in pieno stile mafioso ai danni di chi minacciava di opporsi. L’inchiesta, che vede coinvolto tra gli altri anche Nicola Procaccini fedelissimo di Giorgia Meloni già sindaco del comune pontino ed europarlamentare nelle file di Fratelli d’Italia, è la prosecuzione di quella che solo pochi mesi fa aveva portato all’arresto del vicesindaco Marcuzzi, anche lui meloniano della prima ora e in procinto di candidarsi alle prossime regionali.

E pensare che nel 2020, in piena campagna elettorale per le amministrative, era stata proprio la leader di Fratelli d’Italia a osannare il “modello Terracina” affermando di volerlo esportare anche a livello nazionale. “Io vi prometto” aveva detto durante un comizio “che prenderemo questo laboratorio, questo esempio di democrazia e politica, e lo porteremo al governo della nazione”. Ma se dopo gli arresti appare difficile immaginare la Meloni che, fiera e decisa, promette di portare il sistema Terracina in tutta Italia, in molti tra i suoi compagni di partito sembrano averla presa in parola riproducendo in tutta Italia quel tessuto di relazioni pericolose che ha portato alla fine della giunta del comune pontino.

È il caso, ad esempio, di Francesco Lombardo. Candidato alle amministrative di Palermo con Fratelli d’Italia è stato arrestato a pochi giorni dal voto per aver chiesto voti al boss mafioso Vincenzo Vella in cambio di favori. Una vicenda da cui Fratelli d’Italia ha subito preso le distanze dichiarandosi parte offesa. Così come aveva a suo tempo preso le distanze da Roberto Russo, assessore regionale in Piemonte, condannato nei giorni scorsi a 5 anni per voto di scambio politico mafioso. E ancora Alessandro Niccolò, capogruppo di FdI in Calabria arrestato per associazione mafiosa. O Giancarlo Pittelli, ex europarlamentare calabrese di Forza Italia passato a Fratelli d’Italia nel 2017 ed arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Rinascita-Scott” perché considerato anello di congiunzione tra la politica e i clan di ‘ndrangheta. O ancora Domenino Creazzo, già sindaco di sant’Eufemia d’Aspromonte, arrestato tra l’elezione e l’insediamento in consiglio regionale per i suoi rapporti con la cosca Alvaro. E si tratta solamente di alcuni degli esponenti di Fratelli d’Italia arrestati o indagati negli ultimi anni per rapporti opachi con i clan. Una lista lunghissima che non fa sconti a nessuno, da nord a sud, da semplici eletti a dirigenti del partito.

“Io non posso conoscere personalmente tutte le migliaia di candidati che ha Fratelli d’Italia in tutto il paese” si era difesa Giorgia Meloni ai microfoni della trasmissione Report ribadendo il suo impegno per ripulire il partito da figure del genere. Un’affermazione sacrosanta e, a tratti, anche condivisibile. Difficile però immaginare che la leader di quello che oggi è il primo partito a livello nazionale non sapesse degli affari di Pasquale Maietta, astro nascente del partito e tesoriere del gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati. Secondo le indagini condotte nel 2016 Maietta avrebbe avuto rapporti stabili e di reciproco interesse con il boss Costantino “cha cha” Di Silvio, elemento di spicco della criminalità organizzata nell’agro pontino che avrebbe garantito tramite Maietta il sostegno elettorale a Fratelli d’Italia nei territori controllati dal clan.

Si tratta di un quadro desolante che contrasta con le parole della candidata premier che da giorni ripete in lungo e in largo che “la classe dirigenti di Fratelli d’Italia è pronta per governare il paese”. Ma questo è il momento che Giorgia Meloni aspetta da una vita ed ora che si prepara a ricoprire la carica più importante di Governo ha deciso di eliminare tutti gli ostacoli tra lei e la premiership tra cui anche i problemi giudiziari legati che contribuiscono ad accostare il nome di Fratelli d’Italia alle cosche mafiose. Da giorni Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di FdI, è al lavoro per fare pulizia all’interno del partito eliminando dalle liste tutti i soggetti che negli anni hanno dimostrato una certa familiarità con gli ambienti criminali di tutta Italia. Un tentativo in extremis di ripulire la facciata per scongiurare polemiche e attacchi da parte degli avversari. Sarà sufficiente a portare la legalità non solo a parole ma anche nei fatti? 

L’estate italiana del Governo Draghi

È ufficialmente estate e come ogni anno si ripetono le stesse scene, ormai quasi rituali: le repliche delle fiction Rai al pomeriggio, gli avvisi di non uscire nelle ore più calde e bere tanta acqua e le crisi di governo, vere o minacciate che siano.

Ci risiamo. Con l’arrivo dell’estate iniziano anche i malumori all’interno del governo e le minacce di crisi e uscite dalla maggioranza. Un grande classico dell’estate italiana da quell’ormai celebre caduta del governo “Conte I” sancita sulle spiagge del Papeete da Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’Interno. A distanza di tre anni dalla caduta del governo giallo-verde i protagonisti della nuova crisi, da giorni in procinto di concretizzarsi ma ancora solo minacciata, sono ancora una volta loro due: Matteo Salvini e Giuseppe Conte. I ruoli ovviamente sono diversi rispetto a quelli ricoperti nell’estate del 2019, nessun incarico di governo ma solo la guida di due partiti in forte crisi ma centrali nella maggioranza larga che sostiene Mario Draghi.

La telenovela tra il Movimento 5 Stelle e il premier Mario Draghi è iniziata settimane fa quando il leader pentastellato è stato informato, correttamente o meno non è dato sapersi, di un canale diretto tra il premier e Beppe Grillo. Secondo le indiscrezioni, infatti, Draghi avrebbe fatto pressioni sul fondatore del Movimento per chiedere la rimozione di Conte dalla guida del partito. Una voce mai confermata che ha però scottato l’ex premier al punto da arrivare ad ipotizzare intromissioni più profonde di Mario Draghi nelle attività del Movimento fino ad accusarlo di aver tirato lui le fila della scissione che ha portato all’addio di Di Maio e dei suoi fedelissimi. “Una scissione così non si coltiva in poche ore.” Ha commentato Conte “Da un po’ c’era un’agenda personale al di fuori della linea politica del Movimento. È stato Draghi a suggerirlo? Ne parlerò con lui”. E il giorno per parlarne è arrivato. Dopo il rinvio, a causa della tragedia sulla Marmolada che ha tenuto impegnato il premier, Draghi e Conte si incontreranno domani pomeriggio a Palazzo Chigi per “chiarire il disagio politico” e mettere sul tavolo le condizioni necessarie alla sopravvivenza del governo: no all’invio di armi a lunga gittata all’Ucraina e parlamentarizzazione del quarto decreto interministeriale con almeno un’informativa, no al termovalorizzatore a Roma, sì al salario minimo, no al ridimensionamento del reddito di cittadinanza e rinnovo del superbonus al 110%.

Da una parte, dunque, ci saranno le misure simbolo del Movimento 5 Stelle. Dall’altra ci sarà Palazzo Chigi con il Premier Draghi che si è detto disponibile all’ascolto ed al confronto ma che non intende deragliare dalla rotta impostata. Giuseppe Conte, anche se è ancora offeso per le presunte intromissioni del premier nella vita interna del M5s, non ne vuole fare una questione personale ma la partita resta delicata e rischia di far saltare il banco. “51 per cento restiamo, 49 per cento usciamo”, è la previsione di un fedelissimo del presidente del M5S. Una previsione che sembra rispecchiare fedelmente la doppia anima del Movimento, spaccato quasi a metà, con una parte dei parlamentari che spingono per la rottura e l’uscita dal Governo mentre l’altra chiede a gran voce di andare avanti. Insomma, che sia rottura o meno, per Conte si prospetta un’estate da sarto che lo vedrà costretto a ricucire rapporti per non perdere definitivamente un partito che appare allo sbando.

Meno problematica appare invece la condizione di Matteo Salvini, altro protagonista dell’estate italiana e vero e proprio pezzo da novante delle crisi di governo agostane. Ieri a Milano l’ex Ministro dell’Interno ha incontrato i suoi fedelissimi, convocati dopo la debacle delle amministrative, per definire la linea da seguire nei prossimi mesi. Al termine dell’incontro la direzione della Lega sembra essere definita: ricompattare il partito a partire da una linea critica, a tratti ostile, nei confronti del premier alzando i toni e strigliando Draghi ad ogni occasione buona. Finito il summit milanese emergono anche le richieste al governo dietro cui si trincerano Matteo Salvini e la Lega. Come nel caso di Conte, infatti, anche Salvini mette sul tavolo le proposte simbolo del suo partito chiedendo scelte concrete su fisco, stipendi, pensioni ed autonomia ed annunciando di voler “fare il tagliando a Draghi” per verificare lo stato dei lavori in questi ambiti. Ma se pubblicamente le priorità della Lega sono queste, leggendo tra le righe si capisce che i malumori all’interno del partito sono altri e vanno ricercati tra i desideri dell’ala sinistra della maggioranza. Ius Scholae, depenalizzazione della cannabis e ddl Zan, che a breve sarà riproposto in Parlamento, sono proposte giudicate irricevibili dalla Lega e su cui Matteo Salvini annuncia battaglia. Ma se Conte sembra essere già pronto allo strappo, la strategia del leader leghista sembra essere più attendista. Ancora segnato, forse, dalle conseguenze devastanti della crisi innescata nel 2019 dal Papeete, Salvini al momento non sembra voler mettere in dubbio il suo appoggio a Draghi ma c’è una data cerchiata di rosso sul calendario del Capitano leghista: il 18 settembre. Quel giorno a Pontida si raduneranno come ogni anno le tante anime della Lega e proprio quella è la data individuata per “fare il tagliando a Draghi” valutando prima di tutto il suo approccio alle proposte del centrosinistra e in secondo luogo lo stato dell’arte per quel che riguarda le misure volute dalla Lega. Insomma, se al momento sembra scongiurato un Papeete bis a fine luglio, il rischio di una “Crisi di Pontida” è reale e concreto.

Ma mentre i leader politici portano avanti interessi propri e di partito perseguendo la linea politica del Movimento 5 Stelle il primo e della Lega il secondo, tra i parlamentari qualcuno ha già fatto trapelare qualche malumore in caso di caduta del Governo. C’è infatti una data chiave nei prossimi mesi che tutti i parlamentari stanno aspettando: il 22 settembre, data in cui i parlamentari avranno maturato il diritto a quello che una volta era il vitalizio e adesso, più sobriamente, va chiamata pensione. E se il governo cade prima? Draghi ha già detto che non si cercherà una nuova maggioranza e si andrà immediatamente ad elezioni senza passare dal via. E proprio come nel Monopoli, se non si passa dal via non si incassa.

I referendum sulla giustizia spiegati bene

Il 12 giugno oltre 51 milioni di Italiani saranno chiamati a votare i cinque referendum sulla giustizia promossi da Lega e Partito Radicale. Nella nostra breve guida proviamo a spiegarvi i cinque quesiti e quello che andrebbero a modificare nel sistema attuale.

Domenica 12 giugno, in contemporanea con le elezioni amministrative in 978 comuni, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sui cinque referendum sul tema della Giustizia. I quesiti nascono dalla raccolta firma promossa da Lega e Radicali e sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale e dunque indetti per decreto dal Presidente della Repubblica il 6 aprile scorso. I due partiti promotori ne avevano proposto un sesto, sulla responsabilità civile dei magistrati, ma la Consulta lo ha ritenuto inammissibile come già aveva fatto per i referendum su cannabis ed eutanasia legale.

Quando e come si vota – La tornata referendaria si svolgerà nella sola giornata di domenica 12 dalle ore 7 alle ore 23 ed al termine delle operazioni di voto si precederà immediatamente allo scrutinio. Come previsto da un’apposita circolare del Ministero della Salute, per votare sarà necessario recarsi al seggio con una mascherina da indossare durante tutta la permanenza presso la struttura. Chi dovesse essere positivo al covid ed in isolamento domestico dovrà far pervenire una richiesta al proprio comune entro il 7 giugno dichiarando di voler votare e richiedendo la possibilità di esprimere il proprio voto presso l’indirizzo in cui si sta svolgendo la quarantena. Gli aventi diritto al voto per questa tornata saranno 51,1 milioni e sarà necessario, affinché ciascuna consultazione sia valida, che voti la maggioranza degli aventi diritto. Trattandosi di referendum abrogativi, chi vuole mantenere in vigore le norme che si propone di cancellare deve rispondere ‘No’ sulle schede. Chi è d’accordo con i promotori deve rispondere ‘Si’ in modo che non abbiano più valore di legge.


Refrendum n. 1 – Scheda rossa
Abrogazione del Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi.

Con questo primo referendum si chiede ai cittadini se siano o meno d’accordo ad abrogare la cosiddetta “legge Severino” che dispone l’interdizione dai pubblici uffici in caso di condanna definitiva. In altre parole, con il sistema attuale, un politico condannato in via definitiva viene automaticamente dichiarato incandidabile e nel caso ricopra cariche in quel momento gli vengono tolte con effetto immediato. Qualora vincesse il “SÌ” verrebbe eliminato il decreto facendo così venire meno l’automatismo e dando ai giudici la facoltà di decidere di volta in volta se applicare ai condannati l’interdizione dai pubblici uffici.


Referendum n.2 – Scheda arancione
Limitazione delle misure cautelari: abrogazione dell’ultimo inciso dell’art. 274, comma 1, lettera c), codice di procedura penale, in materia di misure cautelari e, segnatamente, di esigenze cautelari, nel processo penale.

Attualmente, durante le indagini il PM può chiedere al Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di disporre una misura cautelare (carcere, domiciliari, obbligo di firma ecc.) per soggetti sospettati di aver commesso un reato. Tra le motivazioni che possono portare il gip a concedere la misura cautelare preventiva vi è tra gli altri il pericolo di reiterazione del reato. Se, cioè, un soggetto sospettato di aver commesso un reato è ritenuto in grado di ricommetterlo nel breve periodo il giudice può disporne l’arresto ad indagine ancora in corso. In caso di vittoria del “SI” verrebbe eliminato il rischio di reiterazione del reato dalle motivazioni per cui i giudici possono disporre misure cautelari preventive. L’arresto preventivo potrà essere comunque disposto nei seguenti casi: pericolo di fuga, inquinamento delle prove e rischio di commettere reati di particolare gravità, con armi o altri mezzi violenti.


Referendum n.3 – Scheda gialla
Separazione delle funzioni dei magistrati. Abrogazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa nella carriera dei magistrati.

Con un quesito assurdamente lungo e contorto si vuole chiedere in realtà una cosa molto semplice: volete abrogare la norma che oggi consente di passare agevolmente dalla carriera di PM (colui che coordina le indagini e sostiene l’impianto accusatorio a processo) a quella di Giudice (colui che in un processo è chiamato a decidere)? Mentre oggi si può passare, anche più volte, dal ruolo di giudice a quello di PM, se vincesse il ‘Sì’ si introdurrebbe nel sistema giudiziario italiano la separazione delle carriere: i magistrati dovranno scegliere dall’inizio della carriera se assumere il ruolo di giudice nel processo (funzione giudicante) o quello di pubblico ministero (funzione requirente, colui che coordina le indagini e sostiene la parte accusatoria) per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale.


Referendum n.4 – Scheda grigia
Partecipazione dei membri laici a tutte le deliberazioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari. Abrogazione di norme in materia di composizione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari e delle competenze dei membri laici che ne fanno parte.

Tra le funzioni svolte dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) vi è anche quella di valutare l’operato dei magistrati in base a valutazioni che vengono fornite periodicamente dai togati presenti nei Consigli giudiziari, organi territoriali formati da togati e laici (professori universitari e avvocati). Se vincesse il “SI” si estenderebbe la possibilità di partecipare a queste valutazioni anche ai membri laici dei consigli giudiziari.


Referendum n.5 – Scheda verde
Abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura.

Si tratta del quesito sulla riforma del Csm attualmente composto da membri di diritto (Presidente della Repubblica, il primo presidente della Corte di cassazione e il Procuratore generale della Corte costituzionale) e da membri eletti per due terzi da tutti i magistrati di ogni ordine e grado e per un terzo dal Parlamento in seduta comune. Attualmente, per potersi candidare a membri del Csm è necessario raccogliere da 25 a 50 firme, in caso di vittoria del “SI” invece si tornerebbe al sistema in vigore fino al 1958 per il quale qualsiasi magistrato in servizio può candidarsi senza bisogno di raccogliere firme. Il quesito in questione è pensato per porre un freno al sistema delle cosiddette “correnti” finite al centro delle polemiche dopo il caso Palamara. 


Riforma Cartabia – Dopo colpevoli ritardi e lungaggini burocratiche, tra il 14 e il 15 giugno arriverà in Senato per l’approvazione definitiva la Riforma della giustizia. Tre referendum su cinque trattano questioni contenute nella “riforma Cartabia”: quelli che riguardano le modalità di elezione dei membri togati del Csm, le modalità di valutazione della professionalità dei magistrati e la separazione delle funzioni. Se questi tre referendum dovessero essere approvati, il Parlamento sarà chiamato a modificare le disposizioni della riforma relativamente a questi tre temi adeguandosi ai risultati della tornata elettorale. Qualora il Parlamento approvasse invece il testo così come è attualmente, il comitato promotore potrebbe aprire un contenzioso davanti alla Corte costituzionale per capire se la nuova legge rispetti oppure no quello che viene definito il “verso del referendum”.

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