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La generazione sbagliata che vuole salvare il Myanmar

Assentire o dissentire è prerogativa di chi vive in un sistema democratico.
In un regime autoritario, dissentire può essere considerato un crimine.

– Aung San Suu Kyi –


Il 1° febbraio i militari arrestano Aung San Suu Kyi e gli altri leader del partito di governo dichiarando lo stato di emergenza. Doveva essere un cambiamento rapido, quasi impercettibile. Un golpe lampo senza ripercussioni sul sistema. Il generale dell’esercito Min Haung Hlain si era subito dato da fare incontrando i rappresentanti del mondo economico e degli affari promettendo stabilità politica e una rapida ripresa economica grazie ad importanti interventi. Ma il generale golpista non aveva fatto i conti con la popolazione birmana. Se i militari si aspettavano una risposta passiva da parte della popolazione, infatti, si sbagliavano. I birmani sono scesi in piazza nel più grande moto di proteste mai visto nel paese. Della stabilità politica promessa non c’è nemmeno l’ombra, della ripresa economica men che meno. E ora la Birmania si trova sempre più in un vortice.

Le proteste – In tutto il paese la risposta al colpo di stato è stata immediata. Milioni di persone in tutta la Birmania sono scese in piazza per dimostrare la loro contrarietà al ritorno di una giunta militare ed il loro supporto alla leader democratica Aung San Suu Kyi. Operai, studenti, attivisti, imprenditori ma anche monaci buddisti. Tutti sono scesi in piazza a testimonianza di come la popolazione sia compatta nel voler dire no a questo regime. A Rangoon, addirittura, tutte le minoranze del paese hanno manifestato pacificamente insieme in una scena di unità che non si era mai vista prima. Si sono organizzati tramite internet e social network, replicando quanto fatto negli anni scorsi dai giovani di Hong Kong, e per venti giorni sono scesi in piazza pacificamente sfidando l’esercito schierato. “Avete fatto arrabbiare la generazione sbagliata” recitava uno slogan scandito dai giovani birmani con tre dita rivolte verso l’alto ad imitare il gesto di “Hunger Games” diventato simbolo delle proteste. Ma poi qualcosa è cambiato.

Il 25 febbraio, per la prima volta, l’esercito ha risposto a quella rabbia. Ma se quella dei manifestanti era una rabbia pacifica e colorata, quella dei militari è stata violenta e spietata. Uomini di diverse legioni, tra cui le unità di controguerriglia utilizzate nel 2016 per la pulizia etnica dei rohingya, hanno iniziato a reprimere ogni tipo di protesta. Una risposta spietata. I lacrimogeni e i manganelli hanno ben presto lasciato spazio ad armi da fuoco e cecchini sui tetti. Internet è stato più volte bloccato per impedire l’organizzazione delle manifestazioni. Le irruzioni negli ospedali per trascinare via o uccidere chi era stato ferito durante le manifestazioni sono diventate sempre più frequenti. Sono oltre 250 le vittime accertate, oltre duemila gli arresti. Ieri il giorno più buio e mentre il regime celebrava la festa delle forze armate la popolazione è stata letteralmente presa di mira: 114 morti in meno di 24 ore. Il più piccolo aveva quattro anni ed era in braccio a suo papà, a casa sua, quando è stato raggiunto da un proiettile sparato attraverso la finestra.

Crisi Umanitaria – E con la popolazione che da quasi due mesi protesta senza sosta, oltre a quella di una stabilità politica, si è infranta anche l’illusione di una ripresa economica. Già prima del golpe militare la Birmania era il paese asiatico più povero con oltre un terzo della popolazione in stato di povertà e la quasi totalità senza la possibilità di richiedere assistenza sanitaria. Oggi, con le proteste che stanno paralizzando il paese, la situazione è sprofondata verso un punto di non ritorno. Le banche sono chiuse, i settori produttivi principali si sono fermati causando un aumento vertiginoso dei beni primari come riso e olio, il settore tessile in cui sono impiegati 1,5 milioni di birmani è in ginocchio. In tutto ciò non è mai partita una campagna vaccinale, i test anti-covid sono sospesi così come le importazioni di farmaci di qualunque genere. L’impennata dell’inflazione sta rendendo sempre più difficile l’approvvigionamento di cibo e beni di prima necessità e presto la crisi politica ed economica si potrebbe trasformare in un’enorme crisi umanitaria con più della metà della popolazione che rischia di trovarsi in uno stato di povertà assoluta.

In questo contesto la risposta dei paesi occidentali è stata blanda e discontinua. L’attenzione mediatica, altissima nei primi giorni post-golpe, si è via via affievolita e la situazione birmana trova ora spazio solo in caso di fatti eclatanti come quello di ieri. Le istituzioni hanno più volte condannato quanto accade nel paese asiatico senza però muoversi in alcun modo. L’unica azione intrapresa finora dall’Unione Europea è stato il ritiro dei visti e il congelamento dei beni ad undici persone coinvolte nel golpe. L’unico paese ad essere attivo in modo significativo è la Cina, preoccupata per gli sviluppi della situazione in un paese che reputa strategico. Così il popolo birmano è abbandonato a sé stesso e si ritrova a combattere da solo la propria battaglia per la democrazia. E ora, sotto il fuoco incessante dei militari, i birmani si trovano ad un bivio: accettare una dittatura senza fine o continuare nella propria rivoluzione fino a quando cambierà qualcosa. La strada intrapresa, per ora, sembra ben chiara. Hanno fatto arrabbiare la generazione sbagliata.