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La camorra e quegli influencer che raccolgono milioni di like sui social

La criminalità organizzata, si sa, insegue potere e consenso. Un modo per aumentare entrambi sembra essere la presenza sempre più massiccia sui social network come dimostra la crescita esponenziale di quelli che stanno diventando veri e propri “influencer”.

“Amori”, “cuori”, “fiori”. Si rivolge così ai propri follower Rita De Crescenzo, quarantenne del Pallonetto di Santa Lucia a Napoli, divenuta negli ultimi tempi una star di Tik Tok, il popolare social network cinese, dove conta più di mezzo milione di follower e ventisei milioni di like. Numeri da influencer con un ampio seguito di giovani e giovanissimi che seguono ogni suo gesto attraverso i video che posta sulla sua pagina a ripetizione. Una vera e propria star del social, al punto da “guadagnarsi” ospitate in tv su reti locali dove si esibisce in canti e balletti insieme ai più vari cantanti neomelodici. Ma diversi contenuti di Rita De Crescenzo si spingono oltre ogni limite: dai suoi balletti davanti agli agenti che gli stanno facendo una multa per guida senza patente, ai vigili chiamati “power ranger” a cui chiede di salutare i suoi fan dopo un’altra multa per essere stata colta senza mascherina. Messaggi non certo positivi lanciati ai suoi “cuori”. Un personaggio, insomma, che non ha mancato di suscitare critiche ma sono tanti, troppi, quelli che la ritengono una influencer al punto da chiederle una dedica o un semplice saluto durante una delle sue dirette.

Ma al di là dei suoi video è quello che si cela dietro “a pazzerella”, come la chiamano i suoi fan, a dover preoccupare maggiormente. Rita De Crescenzo, infatti, è finita al centro delle cronache nel gennaio 2017 quando venne arrestata, insieme ad altre 17 donne, nell’ambito di un’operazione anticamorra che colpì il clan Elia. Le ricostruzioni degli inquirenti fatte anche grazie alle parole di un pentito permisero di accertare come il clan abbia utilizzato le donne, tutte a disposizione del sodalizio, come corrieri della droga per rifornire le principali piazze di spaccio di Napoli. Per destare meno sospetti le donne, tra cui proprio la De Crescenzo, avrebbero addirittura utilizzato i propri figli per consegnare gli stupefacenti in una zona di Napoli compresa tra piazza del Plebiscito e via Santa Lucia.

Con i suoi 500mila follower in costante aumento ed un successo travolgente, Rita De Crescenzo sembra essere il punto più alto di un fenomeno ormai sempre più diffuso sul web: la rappresentazione social della criminalità organizzata. Se nelle scorse settimane si è a lungo parlato della rimozione di murales ed altarini dedicati ai boss nelle vie di Napoli, quello che accade sui social sembra essere un fenomeno simile ed altrettanto preoccupante. Decine di esponenti della criminalità organizzata e di pregiudicati postano ogni giorno contenuti in grado di raggiungere migliaia, se non milioni, di persone a cui lanciare il proprio messaggio. Non solo fenomeni social come “’o Boxer”, originario di Scampia, che nei suoi video racconta di come a causa delle sue “bravate” sia stato trasferito da un carcere all’altro in tutta Italia ma anche vere e proprie pagine dedicate ai boss uccisi e a quelli detenuti. Basta pensare al boss Emanuele Sibillo che, sebbene siano passati quasi sei anni dal suo omicidio, sembra essere più vivo che mai viste le numerose pagine a lui dedicate che postano a ripetizione video con le sue foto e un sottofondo musicale. Video in cui non mancano nemmeno i “cosplay” ossia giovanissimi imitatori del baby boss ma, soprattutto, della sua compagna, Mariarca Savarese. O ancora le registrazioni delle videochiamate tra i detenuti e i suoi familiari postate sui social con messaggi di sostegno a tutti i detenuti affiliati alla criminalità organizzata. C’è chi offende apertamente le forze dell’ordine e chi, senza farsi problemi, pubblica immagini di armi e soldi, inneggiando ai piaceri della malavita.

È la nuova iconografia della camorra che, per stare al passo con i tempi, passa dal web e dalla rappresentazione social delle vite dei criminali. Un fenomeno preoccupante perché in grado di raggiungere milioni di giovanissimi pronti a lasciarsi affascinare da quel mondo. Dalle piattaforme social la criminalità organizzata rinforza il proprio brand, aumenta il proprio potere e lancia i suoi messaggi al mondo. La mafia prova a rendersi cool agli occhi dei più giovani: è questo che deve preoccupare.

Dal caso Moro alla NCO: storia e segreti di Raffaele Cutolo

Mi scervello e m’asciugo la fronte
Per fortuna c’è chi mi risponde
A quell’uomo sceltissimo immenso
Io chiedo consenso a don Raffae


Non misteri ma prove. È questo quello che Raffaele Cutolo porterà con sé nella tomba. Perché di quello che ha fatto quel don Raffaè cantato da Faber si sa molto anche se nulla è stato detto. “Son sepolto vivo in una cella” aveva dichiarato nel 2015 “ma se esco e parlo crolla il Parlamento”. Con lui se ne va un uomo che avrebbe potuto far luce su alcuni dei principali misteri della storia italiana, oltre che su tante vicende di camorra. Si definiva un “Robin Hood” dei giorni nostri ma altro non era che un sanguinario boss in grado di ordinare oltre mille omicidi. Depositario di segreti e misteri su una politica compromessa e complice. Uomo di potere e di violenza. Idolatrato dai suoi seguaci, temuto dai suoi rivali, troppo spesso poco combattuto dallo stato.

NCO – “La vera camorra sta a Roma, mica qua” diceva Cutolo. Ma la camorra, quella più vera e sanguinaria, stava proprio a Napoli. E lui ne è stato uno dei volti più iconici e brutali. La sua “carriera” criminale ha inizio nel 1963 con l’omicidio di Mario Viscito, colpevole di aver offeso la sorella Rosetta. Da latitante, tra il 1970 e il 1971 incontrò i capi delle ‘ndrine calabresi che gli suggeriscono di dar vita a una vera struttura criminale organizzata, come quelle della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. Quell’idea stuzzicò particolarmente Cutolo, studioso e nostalgico della camorra delle origini di cui rimpiangeva i fasti, tanto da convincerlo a provare a realizzarla. Arrestato nel 1971 fondò dal carcere di Poggioreale la Nuova Camorra Organizzata basata sui meccanismi piramidali (picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista) simili a quelli delle altre mafie, con l’affiliazione attraverso rituali di ispirazione massonica e un forte culto della personalità del capo: ovviamente Raffaele Cutolo. Da un lato propensa agli affari e al mondo imprenditoriale, dall’altro organizzata con una forte struttura paramilitare con quella base di picciotti giovani e spietati, reclutati nel sottoproletariato che punta al riscatto e al denaro facile.

Trasferito dal carcere ad un ospedale psichiatrico nel 1977, Cutolo evase l’anno successivo tornando latitante e potendo per la prima volta vivere da uomo libero la sua nuova creatura. Prese rapporti con la criminalità milanese e romana e inondò di cocaina le strade di Napoli rendendo la NCO uno dei principali soggetti dell’arcipelago di clan di camorra. Negli anni successivi la nuova camorra organizzata cresce a dismisura occupando tutti i settori dell’economia legale ed illegale. La popolarità di Cutolo è alle stelle. Tratta da pari con Cosa nostra, stringe legami con il mondo politico e imprenditoriale. “Dicono che ho organizzato la nuova Camorra.” Disse allo storico Isaia Sales “Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta”. Ma quel novello Robin Hood si era spinto oltre. Aveva invaso gli spazi occupati dagli altri clan, territorialmente e economicamente.

Nacque così la più sanguinosa guerra di mafia che il nostro paese abbia mai vissuto. La lotta tra la Nuova Camorra Organizzata e la Nuova famiglia, cartello di clan unitisi per contrastare Cutolo, si protrasse per anni con una fase particolarmente acuta ad inizio anni ’80: le vittime furono 295 nel 1981, 273 nel 1982, 290 nel 1983. Una mattanza. La decisione di Sandro Pertini di isolare il boss nel carcere dell’Asinara incrinò però il suo prestigio. La sua influenza iniziò ad assottigliarsi. Molti dei suoi uomini capirono che era l’inizio della fine. Molti si dissociarono ed iniziarono a collaborare con la giustizia. Proprio dalle parole di alcuni pentiti si giunse al “venerdì nero della camorra”: il 17 giugno 1983, lo stato decise di farsi sentire con 856 mandati di cattura per gli uomini di don Raffaè. La NCO fu disarticolata. L’esperimento finì in quell’istante. Cutolo, isolato, aveva perso la sua creatura.

I sequestri – Ma i segreti che Cutolo si porta nella tomba riguardano i suoi rapporti con lo stato. Alle 21,45 del 27 aprile 1981 nel garage di via Cimaglia a Torre del Greco, Napoli, le Brigate Rosse sequestrano l’assessore regionale all’Urbanistica, Ciro Cirillo. Cinque persone lo attendono nell’oscurità e quando ne vengono fuori stanno già sparando. Muoiono Luigi Carbone, agente di scorta, Mario Cancello, autista. Ciro Cirillo fu prigioniero delle Brigate Rosse per ottantanove giorni. In quegli ottantanove giorni, però, un ruolo centrale lo svolse proprio Raffaele Cutolo. Fu proprio lui, contattato da politica e servizi segreti, a curare per conto dello stato la trattativa con le Br per il rilascio di Cirillo. Una trattativa che si concluse inevitabilmente con il rilascio dell’ostaggio dietro il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire. “Non potevano rifiutare” rivelò Cutolo nel 2016 in un interrogatorio “eravamo più forti dentro e fuori dal carcere. Avrebbero perso”.

Ma tra i misteri ne rimane uno ancora più grande: “Potevo salvare Aldo Moro come feci con Cirillo ma fui fermato” raccontò il 25 ottobre del 2016 alla pm Ida Teresi e al capo della Dda, Giuseppe Borrelli “mi proposi come intermediario ma i politici mi dissero di non intromettermi. Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava”. Un’altra storia che non troverà mai conferma in nessun atto ufficiale. Perché in questi anni, Cutolo non ha mai collaborato con la giustizia. Ogni tanto si vociferava di una sua imminente decisione di rilasciare dichiarazioni, ma era sempre lui a smentirle in prima persona. “Secondo lei è morale fare arrestare 500 persone innocenti o colpevoli per andare a letto con la moglie o l’amante, pagati e protetti dallo Stato? È da anni che i magistrati cercano di convincermi. E sono orgoglioso di aver sempre resistito alla tentazione”. Una volta sembrò cedere, era il 1994, ma intervennero i servizi segreti, come raccontò nel 2010 l’ex capo della Dda di Napoli, Franco Roberti, poi procuratore nazionale antimafia. Così, o’ professore, non ha mai tenuto la sua lezione. Non ha mai parlato, portando con se le prove di tanti misteri ancora irrisolti.