Dagli Oscar a Berlino il cinema cambia nel segno dell’inclusione

“Lasciate che vi dica una cosa. La sola cosa che separa le donne di colore da tutte le altre è l’opportunità.
Non puoi vincere un Emmy per dei ruoli che semplicemente non ci sono.
Questo è per tutte le Taraji P. Henson, le Kerry Washington, le Halle Berry, le Nicole Beharie, le Meagan Goods.
Persone che hanno ridefinito il significato di essere belli, essere sexy.

Essere una donna al comando.Essere neri.
Grazie per averci portato oltre quella linea”
– Viola Davis, premiazione Emmy Awards 2015 –


Se visto da fuori il mondo del cinema sembra essere un posto magico in cui tutto è possibile, al suo interno nasconde discriminazioni inaccettabili per la società in cui viviamo. Molte sono emerse negli ultimi anni con movimenti che hanno fatto tremare l’intera industria dell’intrattenimento, si pensi al movimento #metoo e alle decine di attrici che hanno denunciato abusi, ma nonostante questo il mondo del cinema fatica a riformarsi per azzerare le disparità. Ma in un ambiente che sembra preferire l’inventare storie fantastiche piuttosto che confrontarsi con la realtà che lo circonda, qualcosa sta cambiando. Non tanto per il mondo del cinema in se, che rimane estremamente chiuso e troppo spesso discriminatorio, ma per quel business immenso che lo circonda: i concorsi cinematografici.

Berlino – Ad aprire le danze è stato il “Festival Internazionale del Cinema di Berlino” che ogni anno, dal 1951, attira al Berlinale Palast oltre 20.000 addetti ai lavori per l’assegnazione dell’Orso d’Oro al miglio film. L’edizione di quest’anno della rassegna, che ha visto trionfare come Sheytān vojud nadārad di Mohammad Rasoulof, potrebbe passare infatti alla storia come quella del cambiamento. Dimostrandosi al passo con i tempi l’organizzazione del Festival ha infatti deciso di eliminare dal proprio programma l’assegnazione di ben due premi.

Il primo riconoscimento a sparire è stato il “Premio Alfred Bauer” che dal 1987 era conferito a film ritenuti particolarmente innovativi e che “aprono nuove prospettive sull’arte cinematografica”. Intitolato al primo storico direttore del festival, che rimase alla guida per oltre vent’anni fino al 1976, il premio è stato soppresso a partire da questa edizione in seguito alla scoperta del passato dell’uomo. Ex soldato dell’esercito tedesco, Bauer fu infatti un funzionario di primo piano del regime nazista per il quale lavorò al Ministero della Propaganda guidato da Joseph Goebbels mettendo a disposizione della macchina propagandistica le sue conoscenze cinematografiche. La decisione, nata da un articolo su Bauer pubblicata dal settimanale “Die Zeit”, ha rappresentato un primo importantissimo gesto politico da parte della direzione del festival. “Accogliamo con favore la ricerca e la sua pubblicazione su Die Zeit” fu il commento in una nota ufficiale “e cogliamo l’occasione per iniziare una ricerca più approfondita sulla storia del Festival con il supporto di esperti esterni.” Nessuno poteva però immaginare quello che sarebbe accaduto di li a pochi mesi.

A fine agosto, infatti, l’organizzazione del festival con un annuncio storico ha aperto la strada per un cambiamento epocale. Dall’edizione del prossimo anno non saranno più assegnati gli Orsi d’Argento al miglior attore e alla miglior attrice ma un unico premio alla miglior performance. Un segnale di sensibilità e maggiore consapevolezza che abbraccia uno dei temi più dibattuti in ambito LGBTQ e più volte sollevato anche da diversi attori che non si riconoscono in un genere binario. “Crediamo che non separare i premi nel campo della recitazione in base al genere” ha sottolineato l’italiano Carlo Chatrian, direttore artistico della manifestazione “costituisca un segnale per una consapevolezza più sensibile nell’industria cinematografica”.

Oscar – Proprio le questioni di genere sono state più volte al centro delle polemiche nel più importante premio cinematografico al mondo. Da tempo ormai le attrici lamentano le discriminazioni e le disparità a cui sono costantemente sottoposte nel mondo del cinema e spesso hanno approfittato del palcoscenico più prestigioso per lanciare messaggi al mondo. Celebre ad esempio il discorso di Emma Thompson agli Oscar del 1993 quando dedicò la statuetta come miglior attrice protagonista “al coraggio delle donne, con la speranza che possa ispirare la creazione di eroine dello schermo più autentiche”. O ancora quello di Halle Barry, prima afroamericana a vincere la statuetta nel 2002, che ricordò “ogni donna di colore senza nome e senza volto che ora ha una possibilità perché questa porta è stata aperta stasera”.

Quella porta, in realtà, non si aprì del tutto. A conferma dei problemi strutturali del mondo del cinema, quella della Barry rimase infatti l’unica statuetta per una donna nera come miglior attrice tanto che negli ultimi anni ha preso vita il movimento #OscarsSoWhite che denuncia la disparità tra bianchi e neri nella notte più importante del cinema mondiale. Scorrendo l’albo d’oro di una delle statuette più ambite, quella di miglior regista, si nota ad esempio una costante: la quasi totalità dei vincitori sono uomini caucasici. Negli ultimi 20 anni una sola donna è riuscita a trionfare, Kathryn Bigelow nel 2010, e in soli due casi il premio è stato assegnato ad un non caucasico, gli asiatici Bong Joon-ho quest’anno e Ang Lee nel 2013.

Messa all’angolo dalle continue polemiche e forse incoraggiata dai cambiamenti di Berlino anche l’“Academy of Motion Picture Arts and Sciences”, che ogni anno organizza la rassegna, ha deciso di iniziare un lento e graduale cambiamento nelle modalità di assegnazione della statuetta. Nella prima esplicita azione per rispondere alle pressioni per promuovere la diversità nel mondo del cinema, l’Academy ha annunciato che a partire dal 2024 per concorrere come miglior film la pellicola dovrà rispettare alcuni standard che la rendano maggiormente inclusiva. A tal fine sono state inserite quattro categorie, di cui almeno due dovranno essere soddisfatte, relative al film, alla parte produttiva, alle opportunità lavorative offerte e al pubblico di riferimento. Per soddisfare ogni categoria sarà necessario rendere il film il più inclusivo possibile per quel che riguarda il genere, l’orientamento sessuale o la razza. Per la prima categoria, ad esempio, sarà necessario che il film abbia tra i suoi protagonisti o personaggi principali almeno un attore appartenente a “un gruppo etnico o razziale sottorappresentato” o, in alternativa, che almeno il 30% di chi recita in ruoli «secondari o minori» sia donna, appartenga a una minoranza razziale o etnica, si definisca LGBTQ+, o abbia disabilità cognitive o fisiche. Lo stesso, a grandi linee, varrà per le altre categorie rendendo così i requisiti per concorrere all’Oscar più stringenti al fine di favorire una maggior inclusione.

Venezia – Ancora nulla invece si muove sul panorama italiano. La “Mostra internazionale d’arte cinematografica” di Venezia, conclusasi ieri con il leone d’oro vinto da Nomadland, non ha per ora seguito l’esempio delle altre rassegne. Se in termini di parità di genere quest’anno si è raggiunto un record positivo con 8 donne candidate al premio come miglior regista, poi vinto dal filippino Lav Diaz, c’è una questione puramente politica che da anni accende gli animi.

In molti hanno infatti più volte chiesto un cambio di nome per il premio alla miglior interpretazione, sia maschile che femminile. La “Coppa Volpi”, uno dei simboli del Festival in laguna, è infatti intitolata a Giuseppe Volpi la cui storia ricorda quella di Alfred Bauer. Volpi, infatti, non fu solamente il fondatore della Biennale di Venezia e del Festival stesso. Fu anche e soprattutto un gerarca fascista. Da governatore in Libia affiancò Rodolfo Graziani nello sterminio della popolazione locale mentre in patria fu più volte ministro del regime e firmatario della “Dichiarazione sulla razza” del 1938 che spianò la strada all’introduzione delle leggi razziali in Italia. Fu insomma una figura di primissimo piano durante il ventennio, un uomo di dichiarata “fede” fascista, una tra le persone più vicine a Mussolini. Se è vero che in termini di inclusione la kermesse veneziana risulta essere un passo avanti rispetto ad altre rassegne rimane aperta una questione che pesa come un macigno: Come può un premio che celebra la libertà d’espressione e di pensiero essere dedicato a chi ha sposato un disegno totalitario che quei valori li ha violentemente soppressi?

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