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La mossa di Nancy Pelosi: atterra a Taipei e sfida Pechino

La speaker della camera Nancy Pelosi atterra a sorpresa a Taiwan scatenando l’ira di Pechino ed innescando un’escalation di tensione politica e militare senza precedenti nella storia recente. Cosa sta succedendo e perché nella piccola isola di Formosa?

Alla fine, lo ha fatto davvero. Sono le 22.45 locali quando all’aeroporto Songshan di Taipei lo Spar19 della US Air Force con a bordo la speaker della Camera americana Nancy Pelosi tocca il suolo taiwanese. Ad attenderlo sulla pista il ministro degli esteri di Taiwan Joseph Hu mentre il grattacielo più importante della città si illuminava con le scritte “grazie speaker Pelosi. Benvenuta a Taiwan”. È lo strappo definitivo della speaker della camera dopo che persino il presidente Biden e il Pentagono le avevano suggerito di eliminare la visita a Taipei dal suo tour in Asia per non alimentare le tensioni con la Cina.

Dal momento in cui i radar indicano che l’aereo di Nancy Pelosi sta facendo rotta verso la capitale di Taiwan, tappa non prevista nel programma ufficiale diffuso domenica, la tensione inizia a crescere. “Con questa mossa gli Stati Uniti dimostrano di essere i più grandi distruttori della pace odierna” commentano da Pechino mentre il Ministro degli Esteri Wang Yi, in una nota, ribadisce che il principio della Unica Cina “è il consenso universale, la base politica per gli scambi della Cina con altri Paesi, il nucleo di interessi fondamentali e una linea rossa e di fondo insormontabili”. Ma, questa volta, Pechino non si limita alle parole. Lascia il beneficio del dubbio fino alla fine, sperando che l’aereo della speaker cambi rotta per dirigersi verso una meta diversa. Ma quando il Boeing con a bordo Nancy Pelosi tocca il suolo taiwanese la risposta è immediata. Dalle basi militari cinesi si alzano in volo i SU-35 Fighters dell’Esercito Popolare di Liberazione che per alcuni minuti sorvolano lo stretto di Taiwan, il tratto di mare che divide l’isola dalla Cina. Poi arriva il comunicato ufficiale: da domani a domenica l’Esercito Popolare di Liberazione cinese condurrà “importanti esercitazioni militari e attività di addestramento, comprese esercitazioni a fuoco vivo” in sei aree marittime intorno all’isola di Taiwan. È la risposta più dura che potesse arrivare da Pechino.

Dal canto suo Nancy Pelosi non fa nulla per rallentare l’escalation di tensione. Ancor prima di scendere dall’aereo commenta il suo arrivo a Taipei su Twitter: “La visita della nostra delegazione a Taiwan” scrive “onora l’incrollabile impegno dell’America nel sostenere la vivace democrazia taiwanese. La solidarietà con i 23 milioni di abitanti di Taiwan è oggi più importante che mai. Il mondo deve scegliere tra autocrazia e democrazia.” Nulla che non ci si potesse aspettare vista la storica attività della speaker della camera in difesa dei diritti umani in Cina che la portò a manifestare il proprio dissenso in piazza Tienanmen nel secondo anniversario del massacro del 4 giugno 1989 e di recente a definire “giovani coraggiosi” i manifestanti democratici di Hong Kong. Con il suo viaggio, sostenuto da un consenso bipartisan al Congresso di Washington, Nancy Pelosi vuole ribadire il suo sostegno alla democrazia di Taiwan, sempre più minacciata dalle mire di Pechino.

Da tempo ormai, Pechino ha infatti messo nel mirino Taiwan rivendicando la propria autorità sull’isola considerata una provincia ribelle nonostante non sia mai stata amministrata dalla Repubblica Popolare Cinese. La questione taiwanese ha radici antiche e nasce nel 1949 con la vittoria di Mao Zedong nella guerra civile cinese e la conseguente fuga dei nazionalisti di Chiang Kai-Shek, che si rifugiarono sull’isola di Taiwan con forze sufficienti a dissuadere Mao dal proseguire il conflitto. Da quel momento si è creato una sorta di stallo che vede da un lato Pechino, che considera Taiwan una provincia ribelle e attende di riportarla sotto la propria egida, dall’altra Taipei che nel frattempo è diventata una florida democrazia e che ribadisce la sua indipendenza dalla Cina continentale. Da quando, nel 1996, sull’isola si sono svolte le prime elezioni libere che hanno dato un governo democratico a Taiwan, la Cina ha sempre operato per isolare il più possibile Taipei sia a livello politico che a livello diplomatico con il risultato che attualmente solamente 14 paesi al mondo intrattengono relazioni diplomatiche ufficiali con il governo taiwanese. Per questo motivo la visita di Nancy Pelosi, la più alta autorità politica statunitense a mettere piede sul suolo taiwanese dal 1997, ha scatenato reazioni scomposte. Il New York Times lo ha definito un “colpo di stato diplomatico” e, anche se si stratta di una evidente iperbole, non è un’immagine così lontana dalla realtà. Pur avendo da sempre supportato la causa dell’isola, infatti, la presenza di un politico di rilievo sul suolo di Taiwan e, qualora venisse confermato, un incontro ufficiale con la presidente Tsai Ing-wen ha un significato ben preciso: legittimare agli occhi del mondo il governo di Taipei. Un affronto nei confronti di Xi Jinping che dal canto suo ha negli ultimi tempi intensificato la sua propaganda a favore di una Cina unita che comprenda anche Taiwan ribadendo la necessità di riportare la provincia ribelle sotto il controllo di Pechino “con qualsiasi mezzo possibile”. Il presidente cinese, d’altronde, si è precluso la possibilità di una soluzione pacifica, cioè una riunificazione concordata e consensuale, visto il modo in cui ha gestito l’anomalia di Hong Kong: distruggendo lo Stato di diritto e le libertà, normalizzando l’isola sotto il tallone della repressione poliziesca cinese.

La giornata di oggi, dunque, sarà cruciale. Se confermato, l’incontro tra la speaker della camera e la presidente di Taiwan potrebbe essere un momento storico decisivo per le sorti dell’area. Pechino attende le mosse di Nancy Pelosi ma, su questo possiamo starne certi, è già pronta a rispondere ad ogni sua mossa.