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La morte della piccola Ginevra per covid racconta l’inadeguatezza della sanità calabrese

È morta a due anni con il covid e non, o almeno non soltanto, per il covid. Perché la storia di Ginevra Soressa, la bimba calabrese morta ieri all’ospedale Bambin Gesù di Roma, racconta dell’inadeguatezza delle strutture ospedaliere calabresi dove ancora non esiste un reparto pediatrico.

Partiamo dai fatti. Venerdì mattina Ginevra ha iniziato a sentirsi male costringendo i genitori a portarla il più in fretta possibile all’ospedale più vicino: quello di Crotone, a 50 km da Mesoraca. Un’ora di macchina. È questo il primo, lungo viaggio a cui è stata sottoposta la bambina le cui condizioni, nel frattempo, erano in rapido peggioramento. Al San Giovanni di Crotone è arrivata già in condizioni gravi con febbre alta, tosse e problemi respiratori costringendo i medici ad un ricovero immediato in attesa dell’esito del tampone che ha confermato la positività della piccola. Ma la struttura di Crotone non è attrezzata per la cura di casi del genere e così, dopo una notte al San Giovanni in cui le condizioni sono precipitate con l’acuirsi di una polmonite interstiziale bilaterale e una saturazione ormai oltre la soglia critica, si è reso necessario un nuovo trasferimento. Una corsa in ambulanza di 70 km verso l’ospedale Pugliese Ciacco di Catanzaro dove è stata immediatamente sottoposta a ventilazione assistita e ricoverata nel reparto di rianimazione. Ma, anche in questo caso, il nosocomio era impreparato ad un caso come il suo. Perché a Catanzaro, come a Crotone, come in tutto il resto della regione non esiste un reparto di terapia intensiva pediatrica. Esistono reparti di rianimazione neonatale, certo, ma funzionano per i neonati che hanno al massimo una quarantina di giorni di vita. Per chi li ha superati non esistono in tutta la Calabria reparti appositi e figure specializzate. E così, mentre le condizioni di Ginevra si fanno disperate, deve intervenire la Prefettura che dispone il trasferimento immediato al Bambin Gesù di Roma su un volo dell’Aeronautica Militare. Trasferimento inutile perché, a causa delle cure inadeguate e dei ritardi dei giorni precedenti, Ginevra è arrivata a Roma in condizioni disperate ed è deceduta nel giro di poche ore.

La tragica storia di Ginevra riapre la ferita profonda dell’assenza di un piano organico per la gestione dell’emergenza urgenza in età pediatrica e, soprattutto, della mancata attivazione di un’unità operativa complessa di Terapia Intensiva pediatrica regionale. I bambini calabresi, insomma, vengono ad oggi trattati impropriamente nei reparti di terapia intensiva per adulti. Ma il bambino, si sa, è un paziente delicato e con esigenze completamente diverse da quelle di un adulto che richiedono la presenza di macchinari appositi e personale specializzato. Due cose che, in Calabria non ci sono. Una mancanza che di fatto lascia aperte due vie: una cura impropria in reparti per adulti o il trasferimento fuori regione che comporta, come nel caso della piccola Ginevra ritardi che possono avere conseguenze devastanti sul paziente. La presenza di un reparto di terapia intensiva pediatrica in Calabria avrebbe, forse, potuto salvare la vita alla piccola Ginevra che è invece stata vittima di continui trasferimenti che hanno comportato una risposta tardiva all’acuirsi dei suoi sintomi. 

Una mancanza ancor più grave alla luce del fatto che nell’accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2017 era stata disposta l’attivazione in Calabria di di una Unità operativa di Terapia intensiva Pediatrica ad alta specialità con quattro posti letto. Una disposizione recepita nel Decreto commissariale 89/2107 firmato da Massimo Scura che ne autorizzava l’attivazione. Quel decreto, però, è rimasto soltanto sulla carta e in una regione in cui la sanità resta un buco nero nonostante il commissariamento. Ginevra è morta, anche, per colpa della sanità calabrese. Ginevra è morta. Ma ci auguriamo che la sua storia possa risvegliare le coscienze e smuovere finalmente i vertici della sanità calabrese. Perché in Calabria non si debba più morire di sanità.