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Fukushima 10 anni dopo: quel che resta di un disastro

Sono passati dieci anni dal disastro nucleare di Fukushima e mentre la decontaminazione procede a rilento il governo invita gli sfollati a tornare nelle proprie abitazioni. Con il nostro speciale facciamo il punto sulla situazione nell’area intorno alla centrale e sullo stato di avanzamento dei lavori di messa in sicurezza.

Prima la terra che trema, poi l’acqua che travolge tutto. Sono passati 10 anni da quell’11 marzo 2011 in cui un terremoto di magnitudo 9 sconvolse il Giappone provocando uno tsunami di 40 metri che si abbatté con una forza devastante sulla costa nipponica colpendo, tra le altre, la centrale nucleare di Fukushima. Il doppio disastro provocò così il più grave incidente nucleare dopo quello di Chernobyl con conseguenze che continuano tutt’ora. Se il governo giapponese, che vede la riqualificazione dell’area come un simbolo della rinascita nazionale, incoraggia gli abitanti sfollati a tornare nelle proprie case grazie ad ingenti aiuti finanziari è invece evidente come l’area sia ancora tutt’altro che abitabile. Tante sono infatti le incognite e le sfide che le autorità giapponesi devono affrontare per mettere in sicurezza l’area ed occorre ancora un intervento su più livelli che richiederà almeno altri vent’anni per dirsi concluso.

Innanzitutto, vanno completate le operazioni di smantellamento della centrale al cui interno sono ancora presenti ingenti quantità di sostanze radioattive. La Tepco, la più grande compagnia elettrica del Giappone che gestisce l’impianto, ha da poco annunciato di aver completato la rimozione di tutte le 566 barre del reattore 3, il primo per il quale sia stato avviato il delicato lavoro, eseguito in modo automatizzato con una gru azionata a distanza. La rimozione da tutti e tre i reattori della centrale dovrebbe essere completata per il 2031. Ma questa rimane la parte meno complessa del lavoro visto che una volta rimosse le barre di combustibile dai reattori 1 e 2, i più colpiti dall’incidente, andrà rimosso il combustibile fuso. Si stima che nei tre reattori colpiti, essendo rimasti sostanzialmente intatti i reattori 4 5 e 6, siano presenti tra le 500 e le 800 tonnellate di combustibile fuso che dovrà essere “neutralizzato” e poi rimosso con operazioni che potrebbero richiedere alcuni decenni non essendo nota né l’esatta quantità né la posizione precisa ed essendo il livello di radiazioni ancora molto elevato.

Il problema principale, relativamente alla centrale, rimane poi quello dello smaltimento delle acque utilizzate durante e dopo l’incidente per il raffreddamento dei reattori. Nei dieci anni trascorsi sono state pompate nei reattori 1,24 milioni di tonnellate di acqua, oggi stoccate in circa mille serbatoi che occupano pressoché tutto lo spazio disponibile nell’area della centrale. L’acqua è stata trattata per essere depurata da molti elementi radioattivi, ma rimane contaminata da trizio, un isotopo dell’idrogeno relativamente assai difficile da separare dalle molecole di H2O. La proposta delle autorità di sversarle in mare è stata accolta con sconcerto da tecnici ed ambientalisti che hanno sottolineato i rischi che questo comporterebbe per la natura e per l’uomo. A dieci anni dal disastro, però, ancora non si è giunti ad una soluzione ma ora il tempo stringe: secondo le stime nel 2022 non ci sarà più spazio per contenere l’acqua di raffreddamento che aumenta ogni giorno di circa 160 tonnellate. Ad oggi la possibilità che vengano liberate in modo progressivo in mare non è così remota e per renderla ancor più fattibile la Tepco si sta impegnando a ridurre al minimo possibile le sostanze radioattive presenti nell’acqua anche se sarà impossibile eliminarle del tutto. Con buona pace di pesci ed industria ittica.

Ma se l’area della centrale è ancora fortemente compromessa, meglio on va per le zone circostanti. Circa l’85% della cosiddetta “area speciale”, quella zona che si estende in un raggio di 30 km intorno centrale evacuata a seguito dell’incidente, è ancora fortemente contaminata. Nonostante questo, però, già dal 2017 il governo giapponese esorta molti sfollati a far rientro nelle proprie abitazioni. Spesso, addirittura, gli abitanti della zona sono stati di fatto costretti a rientrarvi a seguito della classificazione delle loro abitazioni come sicure ed il conseguente stop ai sussidi statali previsti per gli sfollati. Quelle case, però, rimangono tutt’altro che sicure. Nonostante il programma di decontaminazione, l’analisi dei dati del Governo mostrano che solo il 15% dell’area risulta ripulito e vivibile. Nel caso di Namie, una delle zone dichiarate nuovamente abitabili, dei 22.314 ettari che compongono il territorio solo 2.140 sono stati decontaminati. Continuando a revocare gli ordini di evacuazioni in aree ancora così altamente contaminate, il governo sta di fatto esponendo i propri cittadini a rischi altissimi con possibili conseguenze devastanti sulla salute della popolazione. Greenpeace l’ha definita una violazione dei diritti umani. Per il Giappone, invece, è un modo per far credere al mondo che tutto stia tornando alla normalità. Ma di normale, a dir la verità, c’è ben poco.

Italia radioattiva: dove e come smaltire le scorie nucleari

“Così si chiudono gli occhi e si fa finta che siano scomparse”


33mila metri cubi di rifiuti radioattivi da conservare in sicurezza per almeno trecento anni e altri 45mila metri cubi che saranno prodotti nei prossimi anni da settori come la medicina, la ricerca e l’industria. A tanto ammonta nel nostro paese la presenza di rifiuti nucleari che, per essere smaltiti, hanno bisogno di essere depositati per centinaia di anni al fine di farne calare la radioattività.

Deposito – Così, nei giorni scorsi, ha iniziato a prendere concretezza l’idea di un deposito nazionale che possa contenere tutte le scorie attualmente suddivise in oltre venti siti dislocati tra Italia, Francia e Regno Unito. Tra il 5 e il 6 gennaio Sogin, la società pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari presenti in Italia e di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi, ha infatti pubblicato la lista di 67 luoghi idonei ad ospitare un deposito di questo tipo. La pubblicazione della mappa, pronta dal 2015 ma sempre rimasta segreta per evitare tensioni politiche e non, è il primo passo verso l’individuazione di un luogo in cui far sorgere il deposito nazionale ed ovviamente non ha mancato di suscitare la reazione di sindaci, governatori e cittadini dei luoghi individuati.

I punti in cui secondo Sogin potrebbe nascere questa struttura sono 67 distribuiti tra Lazio, Toscana, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia. Per la compilazione della mappa, validata dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, sono stati presi in considerazione una serie di criteri volti ad escludere aree potenzialmente a rischio. Sono stati ad esempio esclusi tutti i luoghi con alta densità abitativa, quelli dove è maggiore il rischio sismico e idrogeologico ma anche quelli troppo vicini ad autostrade, ferrovie e aeroporti e quelli in cui la falda acquifera e quelli in prossimità di aree naturali protette o siti UNESCO. Una serie di criteri stringenti volti ad individuare l’area più idonea e meno pericolosa in cui costruire, in un’area di 150 ettari, il Deposito e un Parco tecnlogico. Il primo sarà sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. Il Parco Tecnologico, invece, si configurerà come un polo di ricerca tecnologica e industriale all’avanguardia.

Nei prossimi due mesi verranno studiate più nello specifico le 67 aree individuate procedendo ad una ulteriore scrematura prima di aprire la fase delle consultazioni durante la quale il governo intende aprire un dibattito con i territori potenzialmente coinvolti nel tentativo di arrivare ad una decisione condivisa. Fino ad ora, però, il più grande ostacolo sembrano essere proprio i territori. Cittadini e istituzioni dei 67 luoghi individuati hanno da subito manifestato la propria contrarietà al progetto. Puglia e Basilicata hanno già fatto fronte comune per negare la costruzione nelle loro regioni, dalla Toscana sembra alzarsi un unanime coro di protesta ad un eventuale deposito e in tutta Italia sindaci e governatori stanno da giorni ripetendo di non volere scorie radioattive sul proprio territorio. Unico caso controcorrente sembra essere quello del sindaco leghista di Trino, Daniele Pepe, che si è fatta avanti dichiarando pubblicamente di voler ospitare il deposito nazionale.

Rifiuti – Il Deposito Nazionale, che sarebbe operativo entro 4 anni dal momento della decisione sulla locazione, ospiterebbe un totale di 95mila metri cubi di scorie radioattive. La gran parte, circa 78mila metri cubi, sarebbe costituita da rifiuti a bassa attività mentre i restanti 17mila metri cubi sarebbero rifiuti ad alta attività la cui permanenza all’interno della nuova struttura sarebbe solamente temporanea. Sono considerati “ad attività molto bassa” e “bassa” i rifiuti radioattivi che nell’arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non generare danni per la salute e per l’ambiente. Tali rifiuti saranno definitivamente smaltiti nel Deposito nazionale. I rifiuti considerati a “media” e “alta attività”, invece, perdono la radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni, e quindi devono essere smaltiti in un deposito geologico sotterraneo: verranno stoccati temporaneamente (si prevede per alcune decine di anni) nel Deposito nazionale, per poi essere trasportati nel deposito geologico non appena sarà pronto.

Durante il periodo necessario ad abbattere la radioattività delle scorie, i rifiuti verrebbero sigillati dentro moduli di cemento armato che li isolino dall’ambiente circostante. I rifiuti a bassa attività, in particolare, sono conservati con sistemi che si basano sulla cosiddetta tecnologia multibarriera, ossia un insieme di “scatoloni” di cemento armato posti l’uno dentro l’altro, riempiti di calcestruzzo e strati terrosi e infine sigillati. Quelli ad alta attività (sempre nell’attesa della costruzione del deposito geologico) saranno invece conservati in contenitori ancora più impenetrabili, i cosiddetti cask, che sono adatti, oltre che allo stoccaggio, anche al trasporto delle scorie.

La necessità di un Deposito Nazionale è data principalmente da ragioni di tipo economico e da valutazioni sulla sicurezza. Per quanto riguarda le prime ragioni è inevitabile che la costruzione di un deposito su territorio italiano possa abbattere i costi annui derivanti dallo stoccaggio in paesi esteri. Ad oggi migliaia di metri cubi sono stoccati all’estero, tra Francia e Regno Unito, con costi elevatissimi per deposito e smaltimento che verrebbero eliminati dalla nuova struttura. Molte scorie invece, sono già stoccate negli oltre 20 depositi già presenti sul territorio nazionale i quali però presentano un livello di sicurezza inferiore rispetto a quello che si andrebbe a costruire. Da qui la necessità di un deposito nazionale che possa raccogliere in un unico luogo con condizioni di sicurezza ottimali tutte le scorie prodotte in Italia senza doverle dislocare tra più strutture meno idonee.

Ora la palla passa al confronto tra stato e regioni. Ma mentre da un lato arrivano le rassicurazioni sulla totale sicurezza dell’impianto e sul rischio quasi nullo per l’ambiente e le persone, dall’altro si registra una levata di scudi difficilmente superabile.