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Gli UFO esistono: la storica svolta dietro l’ammissione del Pentagono

Extraterrestre portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare

-Eugenio Finardi-


“Esistono oggetti volanti non identificati. Non sappiamo cosa siano né come facciano a volare in quel modo e a seguire quelle traiettorie. È necessario approfondire con indagini e ricerche”. Una dichiarazione che lascerebbe un po’ il tempo che trova se a farla non fosse l’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, certo non un fanatico degli avvistamenti alieni. Non una battuta, ma una frase detta con serietà istituzionale. Le dichiarazioni di Obama, arrivate durante un’intervista alla CNN, ricalcano le modalità con cui tutti i principali media americani in questi giorni stanno trattando l’argomento. Perché, a 69 anni dai “caroselli di Washington”, l’attenzione sugli UFO è tornata ai massimi livelli negli Stati Uniti.

L’avvistamento – Tutto è iniziato nei primi giorni di questa settimana quando la portavoce del Pentagono, Susan Gough, ha spiazzato tutti con una dichiarazione che conferma la veridicità di un video girato nel 2019 in cui si vede un oggetto non identificato volare a mezzaria prima di scendere in picchiata e immergersi in mare. Per anni, dopo la pubblicazione di quel video, molti appassionati hanno dibattuto sulla possibilità che si trattasse realmente di un UFO, tanto che la task force che all’interno del Dipartimento alla difesa si occupa dei fenomeni aerei non identificati aveva avviato un’indagine. Il video, pubblicato dal documentarista Jeremy Corbell, mostra quello che gli esperti del Pentagono hanno definito “transmedium veichle”, un veicolo cioè in grado di muoversi in aria, in acqua e nel vuoto e che, come si vede dalle immagini, è entrato nelle acque dell’Oceano senza subire alcun danno. Proprio a conclusione della prima parte dell’indagine la Gough ha informato il mondo del suo esito: “Posso confermare che il video è stato effettivamente girato dal personale della Marina e che sulle immagini sono ancora in corso delle indagini”. Una dichiarazione che, da sola, ha fatto riaccendere un dibattito mai realmente sopito sull’esistenza di oggetti volanti non identificati.

Il rapporto – A conferma di quanto l’interesse per la materia non sia più solo appannaggio di complottisti o fanatici degli alieni, vi è l’attenzione sempre crescente che il governo americano sta mettendo nello studio e nel contrasto del fenomeno. E se da una parte ormai le autorità non negano o smentiscono più di aver raccolto materiale sul fenomeno, dall’altra la questione diventa sempre più politica, con le parole dei senatori Marco Rubio che vede negli UFO, o UAP come vengono definiti ora, una “minaccia alla sicurezza nazionale” e il democratico Martin Heinrich che parla apertamente degli Uap come “tecnologia troppo sofisticata per essere umana”. Così, mentre in Europa la tendenza è di ridurre il dibattito sul tema al classico “gli alieni non esistono è inutile parlarne”, negli Stati Uniti la vicenda si fa sempre più seria. Dopo aver desecretato, un anno fa, i video di decine di avvistamenti ad opera di mezzi militari statunitensi, il Pentagono si prepara a pubblicare un ricco dossier realizzato dalla Unidentified Aerial Phenomena Task Force, la divisione dell’intelligence americana che si occupa di UFO. Un rapporto, richiesto dal senatore Marco Rubio, che fa già tremare l’intelligence americana non solo perché dovrebbe rivelare i frutti di uno studio approfondito del fenomeno, ma anche perché, secondo molte fonti, metterebbe in luce alcuni dei più grandi fallimenti dell’intelligence dall’11 settembre ad oggi. Tutti, ovviamente, in materia di oggetti volanti non identificati. A giugno quel dossier sarà pubblico e, forse, si saprà qualcosa in più sull’esistenza e sulla natura dei misteriosi avvistamenti.

Il nuovo atteggiamento delle autorità sull’argomento, però, rappresenta già di per se un fatto degno di nota. La desecretazione di immagini e video dello scorso anno, le dichiarazioni di questi giorni e la prossima pubblicazione di un dossier governativo hanno di fatto per la prima volta nella storia spostato il focus. Ora, infatti, quando si parla di Ufo la questione non è più la loro esistenza ma la loro natura. Si tratta, come comprensibile di una svolta epocale. L’esistenza di oggetti volanti identificati, oggi, non è più negata ma viene data per assodata anche dal governo degli Stati Uniti. Il tutto mentre Louis Elizondo, ex agente Cia e responsabile dell’AATIP (Advanced Aerospace Threat Identification Program),  dichiara pubblicamente che il governo americano è in possesso di “reperti” recuperati nei luoghi di presunti Ufo crash, da relitti degli oggetti volanti. Insomma gli Usa avrebbero parti e componenti degli Uap, custoditi in luoghi non noti. 

Da Roswell a Washington – D’altronde, che gli Stati Uniti siano in possesso di reperti del genere è uno dei temi che da sempre affascina il mondo intero. Un tema nato per la prima volta quando si verificò il cosiddetto “incidente di Roswell” del 2 luglio 1947 quando un oggetto non identificato precipitò al suolo. La vicenda divenne presto famosa in quanto le prime notizie divulgate dai giornali ipotizzarono che si fosse verificato lo schianto di uno o più UFO al quale, secondo alcune teorie, sarebbe seguito il presunto recupero di cadaveri di extraterrestri da parte dei militari statunitensi ed il successivo trasporto nella misteriosa “Area51”. Le dichiarazioni ufficiali, che parlarono di un pallone sonda schiantatosi al suolo, non convinsero mai gli scettici e da quel momento nacque il mito degli Ufo e di una base militare segreta per il loro studio. Da quel momento si sono registrate centinaia di avvistamenti alcuni smentiti, altri mai chiariti. Il più noto, e misterioso, rimane però il cosiddetto “carosello di Washington” del 1952 quando per diversi weekend i cieli off limits sopra il campidoglio furono illuminati da luci bianche che volteggiavano sopra la città. Oggetti non identificati visti sia dai cittadini sia dai militari sui propri radar tanto che in breve tempo le basi aeree intorno alla capitale vennero allarmate e diversi caccia militari si alzarono in volo. Un volo inutile, però, perché pochi secondi prima che arrivassero nell’area dell’avvistamento gli oggetti non identificati sparirono nel nulla per ricomparire pochi minuti dopo il rientro alla base degli aerei.

Probabilmente non sapremo mai con certezza cosa fossero quelle luci. Non sapremo di preciso cosa cadde a Rosewell nel 1947 e nemmeno se effettivamente, nel deserto del Nevada, esiste una base militare adibita allo studio e alla catalogazione di reperti di questo genere. Ma oggi, per la prima volta nella storia, esiste una certezza: gli UFO esistono.

La camorra e quegli influencer che raccolgono milioni di like sui social

La criminalità organizzata, si sa, insegue potere e consenso. Un modo per aumentare entrambi sembra essere la presenza sempre più massiccia sui social network come dimostra la crescita esponenziale di quelli che stanno diventando veri e propri “influencer”.

“Amori”, “cuori”, “fiori”. Si rivolge così ai propri follower Rita De Crescenzo, quarantenne del Pallonetto di Santa Lucia a Napoli, divenuta negli ultimi tempi una star di Tik Tok, il popolare social network cinese, dove conta più di mezzo milione di follower e ventisei milioni di like. Numeri da influencer con un ampio seguito di giovani e giovanissimi che seguono ogni suo gesto attraverso i video che posta sulla sua pagina a ripetizione. Una vera e propria star del social, al punto da “guadagnarsi” ospitate in tv su reti locali dove si esibisce in canti e balletti insieme ai più vari cantanti neomelodici. Ma diversi contenuti di Rita De Crescenzo si spingono oltre ogni limite: dai suoi balletti davanti agli agenti che gli stanno facendo una multa per guida senza patente, ai vigili chiamati “power ranger” a cui chiede di salutare i suoi fan dopo un’altra multa per essere stata colta senza mascherina. Messaggi non certo positivi lanciati ai suoi “cuori”. Un personaggio, insomma, che non ha mancato di suscitare critiche ma sono tanti, troppi, quelli che la ritengono una influencer al punto da chiederle una dedica o un semplice saluto durante una delle sue dirette.

Ma al di là dei suoi video è quello che si cela dietro “a pazzerella”, come la chiamano i suoi fan, a dover preoccupare maggiormente. Rita De Crescenzo, infatti, è finita al centro delle cronache nel gennaio 2017 quando venne arrestata, insieme ad altre 17 donne, nell’ambito di un’operazione anticamorra che colpì il clan Elia. Le ricostruzioni degli inquirenti fatte anche grazie alle parole di un pentito permisero di accertare come il clan abbia utilizzato le donne, tutte a disposizione del sodalizio, come corrieri della droga per rifornire le principali piazze di spaccio di Napoli. Per destare meno sospetti le donne, tra cui proprio la De Crescenzo, avrebbero addirittura utilizzato i propri figli per consegnare gli stupefacenti in una zona di Napoli compresa tra piazza del Plebiscito e via Santa Lucia.

Con i suoi 500mila follower in costante aumento ed un successo travolgente, Rita De Crescenzo sembra essere il punto più alto di un fenomeno ormai sempre più diffuso sul web: la rappresentazione social della criminalità organizzata. Se nelle scorse settimane si è a lungo parlato della rimozione di murales ed altarini dedicati ai boss nelle vie di Napoli, quello che accade sui social sembra essere un fenomeno simile ed altrettanto preoccupante. Decine di esponenti della criminalità organizzata e di pregiudicati postano ogni giorno contenuti in grado di raggiungere migliaia, se non milioni, di persone a cui lanciare il proprio messaggio. Non solo fenomeni social come “’o Boxer”, originario di Scampia, che nei suoi video racconta di come a causa delle sue “bravate” sia stato trasferito da un carcere all’altro in tutta Italia ma anche vere e proprie pagine dedicate ai boss uccisi e a quelli detenuti. Basta pensare al boss Emanuele Sibillo che, sebbene siano passati quasi sei anni dal suo omicidio, sembra essere più vivo che mai viste le numerose pagine a lui dedicate che postano a ripetizione video con le sue foto e un sottofondo musicale. Video in cui non mancano nemmeno i “cosplay” ossia giovanissimi imitatori del baby boss ma, soprattutto, della sua compagna, Mariarca Savarese. O ancora le registrazioni delle videochiamate tra i detenuti e i suoi familiari postate sui social con messaggi di sostegno a tutti i detenuti affiliati alla criminalità organizzata. C’è chi offende apertamente le forze dell’ordine e chi, senza farsi problemi, pubblica immagini di armi e soldi, inneggiando ai piaceri della malavita.

È la nuova iconografia della camorra che, per stare al passo con i tempi, passa dal web e dalla rappresentazione social delle vite dei criminali. Un fenomeno preoccupante perché in grado di raggiungere milioni di giovanissimi pronti a lasciarsi affascinare da quel mondo. Dalle piattaforme social la criminalità organizzata rinforza il proprio brand, aumenta il proprio potere e lancia i suoi messaggi al mondo. La mafia prova a rendersi cool agli occhi dei più giovani: è questo che deve preoccupare.

Guida al dark web: il lato oscuro di internet dove tutto è lecito

Internet ha riaperto i giochi ma li ha anche confusi:
lo struscio elettronico consente i bluff dei vigliacchi e le bugie dei mitomani
.”
-Massimo Gramellini-


Diecimila euro in bitcoin, suddivisi in quattro pagamenti, per assoldare un sicario e provocare lesioni gravi alla ex che non voleva tornare con lui. Era questo il piano di un manager 40enne milanese finito in manette questa settimana con l’accusa di stalking e tentate lesioni aggravate su richiesta del procuratore romano Michele Prestipino. Quello che rende la vicenda inquietante è la facilità con cui il manager milanese è riuscito a mettersi in contatto con il gruppo di sicari chiamato “Assassins” per chiedere di effettuare l’aggressione alla donna. È bastato rivolgersi al dark web, la parte più oscura di internet in cui è possibile trovare di tutto: dalla droga ai sicari passando addirittura per il mercato nero dei vaccini anti covid.

Cos’è – La definizione più banale del cosiddetto dark web è apparentemente anche quella più corretta: una porzione di internet non indicizzata sui principali motori di ricerca e non raggiungibile attraverso i comuni browser. Nato per esigenze militari negli Stati Uniti, sviluppato dalla US Naval Research Lab per aumentare la sicurezza delle comunicazioni e dei contenuti, il dark web è divenuto accessibile a tutti nei primi anni duemila con lo sviluppo di un apposito browser da parte del “Tor Project”. Per accedere al dark web, infatti, è necessario utilizzare un browser anonimo specifico, come Tor o Ahmia, in grado di instradare le tue richieste di pagine web attraverso una serie di server proxy gestiti da migliaia di volontari in tutto il mondo, rendendo il tuo indirizzo IP non identificabile e irrintracciabile. L’attività degli utenti, dunque, è crittografata e protetta e di conseguenza non rintracciabile garantendo così un ampio anonimato.

Anche se spesso vengono accostati, vi è una differenza enorme tra il deep web ed il dark web. Con il primo termine, infatti, ci si riferisce a tutti quei siti che non sono rintracciabili nei motori di ricerca ma che sono raggiungibili con i comuni browser come Chrome o Firefox. Le mail, ad esempio, o le pagine riservate dei servizi di home banking rientrano in questa definizione non essendo direttamente raggiungibili dai motori di ricerca ma solo attraverso una più lunga procedura che prevede l’accesso tramite link diretto o una password. Si stima che circa il 90% dei contenuti presenti in rete siano riconducibili a questa categoria mentre solo il 5% ricada nel cosiddetto “Surface web” ovvero quei contenuti raggiungibili tramite una normale ricerca testuale sui comuni motori di ricerca. Il restante 5%, invece, è il dark web. Contenuti raggiungibili solo ed esclusivamente tramite browser appositi il cui contenuto, non sempre ma molto spesso, è di natura illegale.

Cosa succede – Non tutto quello che accade nel dark web, infatti, è illegale e spesso è anzi utilizzato per garantire la propria privacy e sfuggire a qualche genere di repressione. Tor è stato ampiamente usato, ad esempio, nel 2010 per organizzare le rivolte della Primavera Araba ed è utilizzato ampiamente in Cina per evitare la censura governativa. Molte testate giornalistiche e organizzazioni per i diritti umani utilizzano addirittura il dark web per farsi inviare nel modo più sicuro possibile materiale dalle proprie fonti più sensibili. Addirittura i principali social network hanno un proprio sito con dominio “.onion”, il più usato nel dark web, per permettere di accedere anche dalla parte più oscura di internet.

Ma, come ampiamente noto, la maggior parte di quello che accade nel dark web è oltre qualsiasi soglia di legalità. Nel 2016, Daniel Moore e Thomas Rid provato a mappare i siti presenti nel dark web. Hanno identificato 5.205 siti, quasi il 48% apparentemente inattivi e privi di contenuto. Di quelli che sembravano attivi, ben più della metà appariva illecita, ospitando una serie molto diversificata di attività illecite: 423 siti che apparentemente commerciano o producono droghe illegali, compresi medicinali soggetti a prescrizione ottenuti illegalmente; 327 siti si propongono come facilitatori per la criminalità finanziaria, come il riciclaggio di denaro sporco, la contraffazione o il commercio di conti o carte di credito rubati; 122 siti contenevano pornografia “che coinvolge bambini, violenza, animali o materiale ottenuto senza il consenso dei partecipanti”. Inoltre, Moore e Rid hanno individuato 140 siti che “sposano ideologie estremiste” o “sostegno alla violenza terroristica”, alcuni con guide pratiche o forum di comunità estremiste. 

Si tratta di numeri ovviamente indicativi e non aggiornati ma che danno ampiamente idea di cosa accada nel dark web. Senza mai utilizzare denaro vero ma attraverso pagamenti in criptovalute, come ad esempio i bitcoin, che garantiscono un maggior anonimato è possibile comprare praticamente di tutto. In siti in tutto e per tutto simili ai più noti store online si possono ordinare senza alcuna difficoltà armi, droghe di ogni tipo, sicari e nelle ultime settimane anche vaccini anti covid. Un mercato immenso e con prezzi bassissimi: con 130 euro in criptovalute si acquistano due grammi di cocaina pura, con 1.500 euro si assolda un killer professionista e basta un piccolo sovrapprezzo se si vuole che sembri un suicidio. Ma si trovano facilmente anche iPhone X “ricondizionati” (e il venditore assicura che non sono segnalati come rubati) a meno di 300 euro. Si tratta insomma di un vero e proprio territorio franco in cui operare coperti da un anonimato quasi totale. In quella minuscola porzione di internet si può trovare davvero di tutto, basta cercarlo. L’unica cosa che lo rende ancora poco diffuso, per fortuna, è la difficoltà di accesso ai siti che, non essendo indicizzati, devono essere raggiunti tramite link diretto da reperire tramite passaparola o su altri siti comunque difficilmente raggiungibili. Ma una volta superato quello scoglio sembra davvero di trovarsi in un paradiso criminale.

Venduti dalla polizia ai narcos per 43 euro: così sono morti i tre italiani in Messico

Nell’aula di tribunale di Tecalitlan in cui si celebra il processo ai tre poliziotti accusati della loro “sparizione forzata” emergono dettagli inquietanti sulla fine di Antonio Russo, Raffaele Russo e Vincenzo Cammino, spariti nel nulla il 31 gennaio 2018 e mai ritrovati.

Una poliziotta esce dall’aula di tribunale in cui sta per essere pronunciata una sentenza di condanna a suo carico, sale su una macchina e fugge. È Linda Guadalupe Arroyo, la poliziotta imputata insieme con i colleghi Salomon Adrian Ramos Silva ed Emilio Martines Garcia per la “sparizione forzata” dei tre italiani, di cui si sono perse le tracce in Messico il 31 gennaio 2018. La donna ora è ricercata, visto che la legislazione messicana non prevede la condanna in contumacia, mentre per gli altri due è arrivata la condanna.

È solo l’ultimo di una serie di colpi di scena che hanno fatto emergere quanto accaduto ai tre italiani spariti nel nulla due anni fa. Raffaele Russo, Antonio Russo e Vincenzo Cimmino si trovavano nel paese centroamericano per vendere generatori elettrici di fabbricazione cinese e di scarso valore quando sono spariti nel nulla. Proprio la vendita di quei generatori sarebbe stata all’origine della sparizione ordinata da Jose Guadalupe Rodriguez Castillo, detto “don Lupe”, boss del cartello “Jalisco Nueva Generation”. Sentendosi truffato dai tre italiani, don Lupe avrebbe commissionato ai tre poliziotti il rapimento dei tre italiani dietro un compenso di 43 euro a testa. Fingendo un fermo di polizia Arroyo, Silva e Garcia avrebbero così fatto Raffaele Russo mentre si trovava in auto per raggiungere un appuntamento di lavoro e qualche ora dopo Antonio Russo e Vincenzo Cimmino che, insospettiti dall’assenza di notizie, avevano iniziato a cercarlo. Consegnati al cartello di Jalisco, uno dei cartelli di narcotrafficanti più potenti del Messico, i tre sarebbero stati uccisi su ordine di don Lupe e i loro corpi fatti sparire per non essere mai più ritrovati.

Si giunge così ad una prima, parziale, verità su quanto accadde ad inizio 2018 in Messico. Oltre ai due agenti condannati nei giorni scorsi, le cui pene saranno rese note a breve, e alla donna fuggita ed in attesa di giudizio per l’impossibilità di una condanna in contumacia, per la sparizione forzata dei tre italiani era stato arrestato un quarto agente che è però deceduto in carcere in circostanze da chiarire pochi mesi prima dell’inizio del processo. Incriminati, ma mai arrestati perché avevano già fatto perdere le proprie tracce, altri tre agenti in servizio quel giorno tra cui il capo della stazione di polizia di Jalisco. Proprio li, infatti, secondo le prime ricostruzioni, sarebbero stati portati i tre dopo il loro finto arresto e in attesa della consegna agli uomini del cartello. Nel frattempo gli uomini del cartello di Jalisco hanno annunciato la morte di don Lupe in uno scontro a fuoco con un cartello rivale. Difficile, però, pensare che sia realmente morto e non si tratti di una strategia per far calare l’attenzione delle forz dell’ordine su di lui.

I rapporti tra sindaco e clan che spingono Foggia verso lo scioglimento

A Foggia la Commissione di accesso che dovrà valutare un possibile scioglimento del comune sta rilevando pesanti anomalie. Non solo una diffusa penetrazione criminale in ampi settori della pubblica amministrazione, ma anche pesanti legami tra il sindaco e i clan.

“L’insediamento della Commissione d’accesso agli atti del Comune di Foggia è una bella notizia per la nostra città. La trasparenza e la legalità sono i capisaldi dell’amministrazione che sono onorato di guidare e il vaglio della prefettura non potrà che accertarlo”. Erano state queste le parole con cui Franco Landella, sindaco di Foggia eletto con Forza Italia e passato alla Lega, aveva accolto la decisione di applicare l’art. 143 comma 2 del Testo Unico degli Enti Locali e disporre verifiche su possibili infiltrazioni nell’ente. Ora, però, quella stessa commissione avrebbe a disposizione documenti che accerterebbero, non solo una pesante infiltrazione mafiosa nell’amministrazione pubblica, ma anche legami pericolosi tra il primo cittadino e i clan.

Nella relazione sulla situazione del comune che le forze dell’ordine hanno consegnato alla Commissione, infatti, vi sarebbe anche un paragrafo interamente dedicato al sindaco eletto nel 2019 alla guida di una coalizione di centrodestra. “Il sindaco di Foggia” si legge in uno dei passaggi del documento “nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali della primavera 2010, ha annoverato tra i suoi più fattivi sostenitori alcuni componenti della famiglia Piserchia, noti pregiudicati in materia di traffico di stupefacenti”. In quell’anno, dopo due mandati da conigliere comunale, sfiorò l’elezione a consigliere regionale risultando il candidato più votato nella circoscrizione di Foggia. Voti che, secondo gli inquirenti, sarebbero almeno in parti stati ottenuti grazie all’appoggio dei clan. Oltre a questo, “La moglie del sindaco” si legge “è cugina di primo grado di Claudio Di Donna detto ‘Setola’, coinvolto dal 2009 in vicende penali per associazione a delinquere di stampo mafioso, che, al di là dell’esito processuale, evidenziano la contiguità se non l’organicità dello stesso all’organizzazione mafiosa Società Foggiana”. Lo stesso Di Donna che, tra l’altro, fu coinvolto nel maxi blitz “Double Edge” che nel 2002 portò all’arresto di 31 persone tra cui alcuni degli esponenti apicali della criminalità organizzata foggiana. Nell’ultima campagna elettorale, proprio da Di Donna arrivò il supporto al candidato sindaco con un video girato davanti ad un comitato elettorale di Landella in cui invitava i propri concittadini a votare per la coalizione di centrodestra.

Il sindaco ha smentito ogni suo possibile legame con i clan sostenendo che si tratti di una “colossale macchina del fango” messa in moto dai suoi oppositori. Quello che rimane, però, è una relazione nelle mani della commissione che dovrà pronunciarsi circa la possibilità di uno scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. Un provvedimento che sembra sempre più possibile visto che, oltre alle relazioni pericolose del primo cittadino, sono emersi pesanti condizionamenti della pubblica amministrazione. Secondo i documenti in possesso della Commissione, e parzialmente svelati da Repubblica, i clan storici della città avrebbero stretto un accordo per massimizzare la propria influenza sulla politica locale. Clan storicamente opposti come i Moretti-Pellegrino-Lanza, i Sinesi-Francavilla e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese, avrebbero deciso di unirsi per condizionare l’amministrazione pubblica ottenendo concessioni e appalti in ogni settore: dai tributi alla gestione del cimitero, dalla manutenzione delle strade a quella del verde. I clan a Foggia controllano tutto, e non solo metaforicamente visto che tra gli appalti che sarebbero finiti nelle mani della criminalità organizzata vi sarebbe anche quello relativo agli impianti di videosorveglianza che consentirebbe agli uomini dei clan di controllare letteralmente ogni angolo della città.

Landella nega tutto e si dice sicuro di un epilogo favorevole ma nel frattempo rimane sempre più isolato. Non sembrano infatti altrettanto convinti i consiglieri della maggioranza che, stando ad alcune indiscrezioni, sarebbero pronti a dimettersi prima della scure del governo che potrebbe definitivamente chiudere il caso. Un modo, insomma, per prendere le distanze da Landella e ripresentarsi come se nulla fosse alla prossima tornata elettorale. Intanto, però, Foggia aspetta di sapere cosa accade realmente nei palazzi del potere cittadino.