Tag Archives: featured

Un omicidio e un agguato in due giorni a Torre Annunziata: è guerra aperta tra i clan di camorra.

Dopo le stese di quest’estate, a Torre Annunziata aumenta la violenza. Due agguati in meno di 24 ore, di cui uno mortale, hanno insanguinato il comune alle porte di Napoli facendolo sprofondare in un inferno di paura. Così la camorra riaccende una guerra mai sopita.

Sono settimane di tensione altissima a Torre Annunziata, comune di 42mila abitanti alle porte di Napoli. Dopo le stese, i raid compiuti dai rampolli dei clan con colpi sparati in aria e contro le saracinesche a scopo intimidatorio, arrivano anche agguati ed omicidi. Il primo si è registrato nella giornata di sabato con un primo raid nella giornata di sabato in cui è rimasto ferito un cinquantasettenne, legato al clan Gionta, ricoverato in condizioni gravi dopo essere stato raggiunto da due proiettili. Domenica, invece, un secondo agguato ha portato alla morte di Francesco Immobile soggetto già noto alle forze dell’ordine per la sua vicinanza ai clan. L’uomo è stato raggiunto da una decina di colpi di pistola esplosi in pieno giorno mentre si trovava nel piazzale antistante la chiesa di Sant’Alfonso de’ Liguori.

Un’estate di sangue e violenza che sta tenendo Torre Annunziata ostaggio della paura riportando indietro di anni le lancette dell’orologio. Ma ad incutere maggiormente timore è il fatto che, a quanto sembra allo stato attuale, le violenze delle ultime settimane rappresenterebbero qualcosa di più. Non una violenza fine a sé stessa né un regolamento di conti: a Torre Annunziata sarebbe in corso una vera e propria faida tra clan. Ne è sicuro anche il primo cittadino Vincenzo Ascione secondo cui “la scarcerazione di alcuni personaggi di spicco legati alla criminalità, in un contesto già particolarmente compromesso come quello che vive Torre Annunziata, sta avendo il nefasto effetto di scatenare una guerra tra fazioni rivali per il controllo del territorio.” Una guerra per il controllo del territorio che, pur essendo esplosa con tutta la sua violenza negli ultimi mesi, è frutto di un’escalation di tensioni tra i clan radicati nel comune e determinati a imporsi sui rivali.

Sangue e violenze che Torre Annunziata non vuole più tollerare. Così oggi è andata in scena una manifestazione a cui hanno preso parte anche il deputato Paolo Siani, fratello del giornalista Giancarlo ucciso dalla Camorra, e il senatore Sandro Ruotolo che ribadito come la città sia ostaggio dei clan. “Non c’è più tempo da perdere.” Ha tuonato il senatore campano “Si è fin troppo sottovalutata la situazione. Dobbiamo disarmare Torre Annunziata. Siamo stanchi di una città in cui i diritti vengono negati. Fortapàsc non l’abbiamo ancora sconfitto”. E se le istituzioni faticano a reagire in modo forte alle violenze, la cittadinanza ha deciso di non restare a guardare. Nei giorni scorsi è stato presentato ufficialmente il “Comitato di liberazione dalla camorra” che riunisce oltre 40 associazioni con l’obiettivo di vigilare sul territorio e promuovere una cittadinanza attiva che si ribelli al malaffare. “All’emergenza criminale, al terrore delle bande di camorra rispondiamo con la mobilitazione.” Si legge nel comunicato del comitato “L’inadeguatezza delle diverse risposte mette ancora di più in crisi una città allo stremo della tenuta sociale, dove la sicurezza e la vivibilità sono particolarmente precarie. C’è una democrazia indebolita, la giunta comunale ha smarrito credibilità, autorevolezza e la capacità di essere un riferimento solido nella guida della comunità. Per questo motivo gruppi del volontariato, scuole, sindacato, associazionismo, parrocchie, enti, rappresentanti istituzionali, comuni cittadini si sono uniti per fare squadra e schierarsi a difesa della legalità, al bisogno di giustizia contro la cultura della violenza e della sopraffazione”.

La camorra, però, sembra essere in fibrillazione in tutta l’area e non solo a Torre Annunziata. Soltanto ieri a Napoli si è consumato l’ennesimo agguato: venti colpi sparati in pieno giorno nei vicoli del centro hanno raggiunto e ucciso Salvatore Astuto, 57 anni più volte indicato dalle forze dell’ordine come vicino al clan Mazzarella. La camorra, insomma, sta provando a rialzare la testa sfidando lo stato con una guerra sanguinosa che potrebbe degenerare. Lo stato, ora, deve rispondere. Con decisione e senza lasciare spazi a chi vorrebbe “governare” la Campania.

Verso il voto: la galassia complottista e no-vax candidata alle amministrative

Con la chiusura delle liste per le prossime amministrative si è definito il quadro dei candidati. Tra di loro, soprattutto nelle città principali, spicca la presenza di liste e candidati apertamente contrari a vaccini e green pass che fanno leva su teorie complottiste.

La corsa alle amministrative del 3 ottobre entra nel vivo. Dopo la presentazione delle liste e dei candidati sindaco nei 1.349 comuni chiamati al voto, le campagne elettorali entrano nel vivo con la presentazione dei programmi e dei temi a cui ogni lista vuole dare la priorità. Tra i tanti temi al centro dei dibattiti, soprattutto nelle grandi città, c’è inevitabilmente quello legato alla pandemia ed alla campagna vaccinale. E così tra i candidati spunta una schiera di complottisti, “no green pass” e “no vax” raccolti, quasi sempre nel “Movimento 3V – Vacini, vogliamo verità”.

Nato nel 2019 come partito antisistema, il Movimento 3V ha trovato nuova linfa per i suoi slogan grazie alla pandemia. Sul loro sito si presentano come “l’unico partito che mette al centro il benessere del cittadino” pronto a porsi come “baluardo contro le vessazioni degli attuali provvedimenti politici contrari alla Costituzione, ai diritti umani e a qualsiasi forma di etica”. Il primo nemico è, ovviamente, la campagna vaccinale portata avanti dal governo e definita “una guerra lampo in cui a crollare sono i diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla Costituzione”. Sul sito del movimento, poi, è presente la lista delle “15 ragioni di medici e scienziati che ci convincono a non vaccinarci” con al primo posto una motivazione che sembra aver poco a che fare con la scienza: “io non sono una cavia”. Ma ad animare il Movimento 3V non sono solo i vaccini e l’opposizione ad una fantomatica “dittatura sanitaria”. Tra le ultime battaglie si registrano anche quelle contro i pagamenti con carte di credito, con tanto di hashtag #iopagoincontanti “contro la moneta elettronica in difesa della libertà e dell’economia delle persone reali”, e contro il 5G e l’aumento dell’elettrosmog.

Dopo gli scarsi risultati ottenuti nelle regionali del 2020, il Movimento 3V sembra pronto per un salto di qualità che potrebbe portarlo ad approdare in qualche consiglio comunale cavalcando l’orda ribelle che nelle ultime settimane sta agitando le piazze di diverse città. Così, in vista delle amministrative in quasi tutte le principali città sono presenti candidati sindaci di questo schieramento: da Trieste, dove il candidato sindaco Ugo Rossi si fregia di aver collaborato con Silvia Cunial per fermare il 5G, a Bologna, dove Andrea Tosatto non ha dubbi: “La politica ha cambiato il concetto di pandemia dipingendo un virus perfettamente curabile come un killer fantasma”. Poi Milano, Rimini, Torino, Roma, Napoli e così via con un totale di 9 candidati sindaci “no-vax” che tenteranno l’assalto ai consigli comunali.

Ma in molte città, il movimento 3V dovrà contendersi i voti della galassia no vax con tutti quei partiti che strizzano l’occhio a negazionisti e complottisti. In primis “ItalExit”, guidato dall’ex 5 stelle Gianluigi Paragone che pur puntando tutto sull’uscita dall’euro facendo leva sulle difficoltà economiche dei cittadini sta cavalcando da settimane l’onda delle proteste contro vaccini e green pass. E se a Milano il candidato sindaco sarà proprio Paragone, per Torino ItalExit ha scelto Ivano Verra che di recente ha affermato che “c’è chi è pronto a baciare i malati di Covid per contrarre il virus piuttosto che vaccinarsi”, e che “Carla Fracci e Raffaella Carrà dimostrano le conseguenze del vaccino essendo morte dopo averlo fatto”.

Ma se il movimento 3V e ItalExit rappresentano i casi più estremi di “anti sistema” e non nascondono le loro idee complottiste e no vax, c’è anche una parte della politica “istituzionale” pronta a raccogliere i voti dei ribelli del vaccino. Lega e Fratelli d’Italia, infatti, mentre pubblicamente condannano le teorie complottiste non hanno mai smesso di ammiccare alle posizioni opposte. Non solo intervenendo più volte in modo ambiguo su questioni come vaccini e green pass ma anche, e soprattutto, candidando in diversi comuni esponenti di quella stessa galassia negazionista e no vax. Il caso più estremo è senza dubbio quello di Francesca Benevento, candidata a sostegno di Michetti nella capitale, apertamente antisemita e no-vax che si è scagliata contro il ministro Speranza definendolo “il ministro ebreo ashkenazita formato dalla McKinsey, che riceve ordini dall’élite finanziaria ebraica”.

Una schiera di no vax e no green pass, insomma, si contenderà i voti di chi nelle ultime settimane scendi in piazza per ribadire la propria contrarietà alle regole pensate per arginare una pandemia che ha già fatto oltre 130mila vittime nel nostro paese. Resta da vedere quale seguito avranno e quanti, effettivamente, saranno pronti a sostenerli alle urne. 

Il costo nascosto della fast fashion: come ciò che indossi sta uccidendo il pianeta

La verità è, signora, che il vero bisogno dell’uomo di oggi è questo di buttare e comprare, buttare e comprare, perché questo è il consumismo. Questo è l’origine di tutti i nostri guai.
– Così parlò Bellavista-


Siamo abituati a poter indossare di tutto. Cambiamo vestiti quando ci va, comprandoli a prezzi sempre più bassi grazie alla grande distribuzione che scopiazzando le passerelle d’alta moda sforna capi ed accessori a milioni per soddisfare ogni desiderio. È il mondo del fast fashion, termine coniato nel 1989 dal New York Times in occasione dell’apertura del primo negozio di Zara per descrivere un nuovo modo di consumare e vestirsi. Una moda veloce, dove veloce sta per breve. Una moda quasi usa e getta, accessibile a tutti e estremamente intercambiabile. Una moda che, però, ha anche ripercussioni pesantissime.

Dati – Nel febbraio 2020, quando il covid era ancora considerato un problema della sola Cina, Ubs inviò una nota sui marchi di retail europeo che avrebbero sofferto di più per la diffusione del virus in quel Paese. Nessun dubbio su quali sarebbero stati: H&M e Inditex, il colosso spagnolo che controlla Zara e altri sette marchi. Da li a un mese, però, il problema sarebbe diventato globale con serrande abbassate in tutto il mondo e negozi costretti a chiudere. Sembrava l’inizio di un cambiamento epocale anche nel campo della moda, un cambiamento che avrebbe dovuto portare al collasso delle logiche “fast” per un ritorno ai consumi “slow”. Mai previsione fu così sbagliata.

Nemmeno il covid, infatti, ha fermato l’ascesa del fast fashion e l’ondata pandemica sembra anzi aver dato ai due big del settore un impulso decisivo. Stando alle analisi dell’analista di Barclays Nicolas Champ, esperto di retail, tasso medio di crescita nei prossimi tre anni sarà di 2,98% per H&M e di 5,33% per Inditex. Una crescita dovuta ad uno stile di vita sempre più frenetico che, come detto, porta ad essere alla costante ricerca di novità. Così, se la moda tradizionale ora ridefinita “slow” propone due collezioni annue, i brand “fast” replicano arrivando a produrre fino a 52 micro-stagioni annuali. Praticamente una nuova collezione ogni settimana. Il tutto anteponendo inevitabilmente la quantità di produzione del bene alla sua effettiva qualità. Il tutto per soddisfare i desideri dei clienti, sempre più orientati ad un continuo ricambio. Si compra e si butta in continuazione come se fossimo gli abitanti della mitologica Leonia descritta da Calvino tra le sue città invisibili: 

“più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità.

Inquinamento – Ma in questa in questa corsa al consumismo più sfrenato, che altro non è se non frenetica ricerca del superfluo, qualcosa viene sacrificato. Secondo le stime, infatti, l’industria tessile occupa il secondo gradino del podio come industria più inquinante al mondo con circa 5.000 tonnellate di CO2 emesse ogni anno, e questo soprattutto a causa della Fast Fashion. I dati, emersi in una ricerca pubblicata su Nature reviews Earth and Environment, sono sconcertanti: ogni anno vengono consumati 1.500 miliardi di litri d’acqua, la lavorazione e la tintura dei tessuti sono responsabili di circa il 20 per cento dell’inquinamento idrico industriale, circa il 35 per cento (cioè 190mila tonnellate all’anno) delle microplastiche che popolano gli oceani è attribuibile ai lavaggi dei capi in fibre sintetiche e i rifiuti tessili superano i 92 milioni di tonnellate ogni anno. 

Una delle principali cause dell’inquinamento dell’industria della moda è data dalla dispersione globale dei processi che caratterizzano la catena di approvvigionamento. La produzione e la manifattura si sono notoriamente spostate verso aree in cui la manodopera ha un basso costo, contribuendo a un sostanziale declino, se non all’estinzione, della produzione in molti paesi sviluppati. In questo modo aumenta la complessità della filiera a scapito della trasparenza, anche grazie alla poca contezza di ciò che accade nei paesi meno sviluppati. Ma non è finita. Perché se nel processo produttivo si registra un sostanziale disinteresse per l’ambiente con l’uso, e spesso l’abuso, di risorse e prodotti inquinanti alla fine del ciclo produttivo l’impatto ambientale cresce con la distribuzione. Una volta prodotti, infatti, i capi vengono spediti nei centri di distribuzione da cui partono per i negozi al dettaglio di tutto il mondo. E se un tempo il trasporto avveniva in gran parte attraverso navi container, le logiche del fast fashion oggi vogliono che tutto sia ancora più veloce e si è così passati a spedizioni tramite aerei cargo che permettono di risparmiare tempo. Il tutto, ovviamente, con un impatto ambientale maggiore.

La lezione di Genova a vent’anni dal massacro

“E allora tu non puoi dimenticare
il soffio del respiro soffocato
l’idea di resistenza e ribellione
e del suo fiore che hanno calpestato”


A Genova, tra il 19 e 21 luglio 2001, andò in scena “la più grave sospensione dei diritti umani in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Parlare di quello che accadde in quei quattro, drammatici giorni, significa fare memoria di un movimento represso come mai si era visto fare nella storia democratica del nostro paese. Un movimento, mosso dall’utopia di un mondo fatto di pace e uguaglianza, radunato dietro uno slogan semplice quanto potente: “Voi G8, noi 6.000.000.000”. Uno slogan che gridava al mondo l’indignazione per quel manipolo di 8 capi di stato riunito nel capoluogo ligure per decidere il destino di 6 miliardi di persone.

Il movimento – Spesso quando si parla di Genova e di quei giorni maledetti si riduce tutto a due parole: No Global. Erano stati etichettati così i movimenti che in quegli anni avevano deciso di battersi per un mondo più equo e senza guerre, contro il FMI che elargiva prestiti a tassi altissimi ai paesi in via di sviluppo, contro la Banca Mondiale che sosteneva una sanità privata a scapito di quella pubblica, contro l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) che impediva ai Paesi africani di proteggere attraverso i dazi le proprie colture, ma permetteva all’Unione europea di sostenere con ingenti sussidi le grandi multinazionali europee del settore agricolo. Tutto ridotto dai media in due parole: No Global. Contro la globalizzazione e, di conseguenza, contro il progresso. Un movimento che per questo era ritenuto pericoloso e da fermare e che per questo fu represso sin dalle origini: Seattle nel 1999 dove nacque; Praga, settembre 2000, in occasione del meeting di Fmi e Bm; Napoli, marzo 2001, durante il Global forum; Goteborg, giugno 2001, dov’era in corso un vertice Ue. E infine Genova, luglio 2001, il momento più buio e la fine di quel movimento.

Ma anche se per anni, e spesso ancora oggi, si è cercato di ridurre il tutto a quella dicitura la realtà era profondamente diversa. A Genova nel 2000 venne inaugurato il “Genoa Social Forum” una rete di 1300 realtà provenienti da tutto il mondo che per un anno ha lavorato ininterrottamente per pensare un mondo nuovo slegato da quelle logiche che sembravano imprescindibili. Non un rifiuto totale alla globalizzazione ma un rifiuto a una globalizzazione che lascia indietro gli ultimi e dà poco a tanti per dare tanto ai pochi. La consapevolezza di quanto fosse complicato cambiare la realtà quando ci si scontra con istituzioni finanziarie e politiche che dispongono di poteri immensi, unita alla necessità di evitare un confronto che era stato integralmente trasferito sul terreno della repressione, della delegittimazione mediatica e delle aule dei tribunali, indusse negli anni molte realtà del movimento a tornare nel proprio specifico ambito d’impegno. Il movimento dopo Genova iniziò a morire ma quegli ideali rimangono vivi.

I fatti – Quello che accadde nel capoluogo ligure tra il 19 e il 21 luglio, poi, è cosa ben nota. Dopo mesi di terrorismo mediatico, con i principali quotidiani italiani che alzarono la tensione all’inverosimile. Il Corriere della Sera in un articolo del 20 maggio parla di manifestanti finanziati da Osama Bin Laden e in possesso di armi non convenzionali. Il 23 giugno Repubblica, riportando fonti del SISDE, descrisse uno scenario secondo cui i manifestanti sarebbero stati pronti a rapire agenti di polizia e carabinieri ed usarli come scudi umani. La città venne blindata per resistere a quello che, stando ai proclami di media e politici, sarebbe stato uno scenario da guerra. Reti alte cinque metri delimitavano il centro cittadino e la cosiddetta “Zona Rossa” inaccessibile a tutti se non residenti. Batterie antiaeree e antimissili vennero disposte in varie zone della città mentre lo spazio aereo su Genova venne chiuso per evitare attacchi da parte dei manifestanti che, sempre stando a quanto lasciato trapelare dai servizi segreti, sarebbero stati pronti a usare droni per sganciare sacche di sangue infetto procurato da non meglio precisati manifestanti tedeschi su obiettivi sensibili.

Quello che accadde, come ben sappiamo, fu l’esatto opposto. Manifestanti pacifici, se non per un centinaio di blac block pesantemente infiltrati dalle forze dell’ordine italiane, vennero caricati e massacrati per due giorni da polizia e carabinieri. Un precipitare di eventi che portò, dopo una prima manifestazione pacifica cui presero parte il 19 luglio 2001 circa 50mila persone, a iniziative diffuse in città e a un secondo corteo il 20 luglio, seguito da un terzo il 21 luglio, tutti caricati e repressi anche lungo il percorso autorizzato. Tre i momenti che per sempre segneranno la storia del nostro paese. La morte di Carlo Giuliani, ragazzo di 23 anni ucciso con un colpo di pistola dal carabiniere Mario Placanica alle 17.27 del 20 luglio in piazza Alimonda. La “macelleria messicana” della scuola Diaz con centinaia di studenti disarmati e con le braccia alzate pestati selvaggiamente dalle forze dell’ordine. L’orrore di Bolzaneto e quelle torture subite dai manifestanti presi in custodia da uomini dello stato che avrebbero dovuto tutelarli.

L’eredità – Troppo spesso in questi anni si è parlato del G8 di Genova solo con riferimento alle violenze e agli scontri. Troppo spesso si è dimenticato che a Genova in quei giorni scendeva in strada il “movimento dei movimenti”. Sotto i colpi dei manganelli finì quella galassia altromondista mossa da ideali così all’avanguardia da essere attuali anche vent’anni dopo. Puntare i riflettori sulle violenze e non sui contenuti ha fornito ai governi un alibi perfetta per sorvolare su quei problemi, reali e urgenti, sollevati dalle centinaia di migliaia di persone scese in piazza in quei giorni. C’era l’idea di un mondo senza frontiere e senza razzismo, promossa dal corteo dei migranti che aprì quei giorni di lotta il 19 luglio 2001, che oggi sta alla base del movimento Black Lives Matter. C’era il tema del femminismo e le prime lotte per i diritti omosessuali. C’era il tema dell’ambiente e, addirittura, c’era già un sentore della gravità dei cambiamenti climatici come testimoniano le parole di Walden Ballo intervenuto in quei giorni a Genova: “la crisi è relativa al capitalismo e alla sua tendenza a trasformare ogni risorsa in un prodotto da vendere, un sistema antitetico all’interesse della biosfera. La crisi dei cambiamenti climatici si è acuita drasticamente e la contrapposizione tra economia capitalista ed ecologia è evidente”. C’era in quei giorni e in quella generazione una voglia, non di anti-politica come qualcuno ha interpretato, ma di una politica nuova. Una politica fatta di ideali e che puntasse al miglioramento della società attraverso il riconoscimento dei diritti e dell’altro. 

In quei giorni nelle piazze di Genova c’era la ricetta per anticipare le più grandi crisi di questi anni.
A Genova in quei giorni c’era già tutto. Ma tutto quello che c’era è stato coperto di sangue.

Il caso Zaki e il cortocircuito istituzionale tra Parlamento e Governo

Oggi Patrick Zaki compie 30 anni. Per il secondo anno di fila, però, festeggerà questa ricorrenza dal carcere di massima sicurezza in cui è detenuto. Il tutto mentre in Italia va in scena un cortocircuito istituzionale con il Governo che non dà seguito alle richieste del Parlamento. 

Non ci saranno torta e candeline. Non ci sarà una festa. Non ci saranno amici e parenti. Per Patrick Zaki non ci sarà nemmeno la libertà come regalo. Oggi lo studente dell’Alma Mater di Bologna compie trent’anni ma da 493 giorni è detenuto senza alcuna accusa formale nel carcere di massima sicurezza di Tora. Inghiottito nel più infernale carcere del suo paese senza un processo, né celebrato né in programma, dal 7 febbraio 2020. Per il secondo anno di fila Patrick trascorrerà il giorno del suo compleanno in quella cella dove, come hanno testimoniato i suoi legali, sta lentamente crollando fisicamente e mentalmente. Sedici mesi in cui la società civile italiana e non solo si è mobilitata per chiedere che questo ennesimo sopruso del regime egiziano finisca al più presto. Dalle associazioni all’impegno instancabile dell’Università di Bologna, dai cittadini ai sindaci che gli hanno concesso la cittadinanza in decine di città. Tutta Italia sembra avere a cuore le sorti di Patrick. Tutta Italia tranne, a quanto pare, il Governo.

Era il 14 aprile quando, con 208 voti favorevoli e 33 astenuti, il Senato approvava un ordine del giorno unitario per chiedere al governo di riconoscere il prima possibile la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Indimenticabili le parole di Liliana Segre, corsa a Roma da Milano appositamente per votare quella mozione, che davanti ai colleghi senatori disse: “C’è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente quando si parla di libertà. Ricordo cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra, nel timore che qualcuno entri e faccia aumentare la tua sofferenza. Potrei essere la nonna di Zaki e sono venuta qui perché gli arrivi anche il mio sostegno”. Parole che hanno toccato tutti e sono arrivate fino a Patrick che ha voluto scrivere una lettera di ringraziamento alla Senatrice a vita. Senza mandargliela però. Gliela consegnerà a mano una volta libero, ha detto.

Ma quelle parole così forti e profonde, qualcuno sembra averle dimenticate in fretta. Dopo oltre due mesi da quel voto, infatti, nulla si è minimamente mosso. Pochi giorni dopo l’approvazione dell’ordine del giorno il governo ha fatto sapere di essere pronto ad avviare le verifiche necessaria per la concessione della cittadinanza. Era il 19 aprile e dopo quel primo segnale di disponibilità tutto sembra essersi fermato tanto che qualche giorno dopo lo stesso Draghi dichiarò: “Quella su Zaki è un’iniziativa parlamentare. Il governo al momento non è coinvolto.” Il disinteresse del governo per la questione della cittadinanza allo studente egiziano può certamente essere giustificato da tante questioni, nessuna buona per carità, come il non voler rovinare le buone relazioni tra il nostro paese e l’Egitto con cui nonostante le polemiche continua una fitta collaborazione anche in ambito militare. Si presenta però un problema politico interno non indifferente. Che rapporto c’è tra il Parlamento ed il Governo? Può quest’ultimo ignorare una richiesta unanime del Senato? I Senatori che hanno votato lo hanno fatto per prendere una posizione netta e decisa e passare la palla all’esecutivo perché ne desse attuazione. Sono passati due mesi e dal Governo non è stata intrapresa, almeno pubblicamente, nessuna azione in quella direzione. Una vicenda che rischia di sbilanciare i poteri con un parlamento incapace di impegnare il Governo ed un esecutivo tranquillo nel fare quel che più crede senza sentirsi legato alle due camere. Una vicenda che, dunque, dovrebbe portare a riflettere sui ruoli e sulle competenze di chi governa questo paese. Se non fosse che nel mezzo c’è una vita che merita tutta l’attenzione del caso. La vita di Patrick, che da 493 giorni è detenuto. Che oggi compie trent’anni. Che guarda al nostro paese e aspetta. Che non merita tutto questo.