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25 Aprile: storia della “Banda Mario” e di come gli africani si unirono alla Resistenza

La storia della “Banda Mario” e dei partigiani africani fuggiti dalla Mostra dei Territori d’Oltremare per combattere insieme alla resistenza in un battaglione internazionale. Cadendo in battaglia o nelle rappresaglie naziste per la libertà di un paese diverso dal loro. 

Il suo nome di battaglia era Carletto. Un nomignolo affettuoso scelto da compagni e cittadini comuni per via della sua corporatura esile e della sua statura minuta. D’altronde il suo vero nome, Abbabulgù Abbamagal, era al contempo troppo difficile da ricordare e troppo semplice da identificare. Troppo difficile per i compagni e i fiancheggiatori che nelle campagne marchigiane nascondevano i partigiani per salvarli dai rastrellamenti della Wehrmacht. Troppo facile per i tedeschi che un nome del genere lo avrebbero riconosciuto in qualsiasi conversazione. Così, Abbabulgù Abbamagal, divenne Carletto e con quel nome convisse fino al 24 novembre 1943 quando venne ucciso da alcuni soldati tedeschi ad un posto di blocco. “Nato ad Addis Abeba, morto sul Monte San Vicino.” Si legge sulla sua lapide nel cimitero di San Severino Marche “Etiope partigiano del ‘Battaglione Mario’. Insieme ad altri uomini e donne provenienti da tutto il mondo, caduto per la libertà d’Italia e d’Europa”.

Uomini e donne provenienti da tutto il mondo. Perché la resistenza italiana, anche se spesso viene dimenticato in un paese fondato sulla rimozione del passato coloniale, non è stata una guerra combattuta solo da italiani antifascisti. Tra le foto dell’epoca spesso capita di trovarne alcune in cui posano tutti insieme: italiani, croati, serbi, inglesi ma anche e soprattutto somali, eritrei ed etiopi. E furono proprio loro, gli africani provenienti dalle colonie italiane, a rendersi protagonisti della guerra di Liberazione nelle Marche. Si tratta della cosiddetta “Banda Mario”, uno dei primi gruppi della resistenza marchigiana, operante alle pendici del Monte San Vicino, tra San Severino e Matelica, sotto la guida dell’ex prigioniero istriano Mario Depangher. L’origine della brigata, però, va ricercata ben prima dell’inizio della resistenza italiana e addirittura nel 1940 quando per volontà di Mussolini un centinaio di donne e uomini provenienti dalle colonie vennero portati a Napoli per la “Mostra delle Terre Italiane d’Oltremare” ideata dal regime fascista per dare lustro alla propria immagine di potenza coloniale e in un certo senso lavare l’onta subita all’esposizione di Parigi del 1931, a cui l’Italia aveva partecipato senza potere però esibire la sua supremazia nel Corno d’Africa. Un vero e proprio zoo umano che, per fortuna, ebbe vita breve e venne smantellato pochi mesi dopo l’inaugurazione a causa dell’ingresso in guerra dell’Italia a cui seguì, nel 1943 lo spostamento di tutti gli africani come prigionieri a Villa Spada, nell’entroterra marchigiano.

E proprio nelle Marche, dunque, prenderà vita la prima banda partigiana internazionale. Dopo la firma dell’armistizio tre etiopi, Abbagirù Abbauagi, Scifarrà Abbadicà e Addisà Agà, fuggirono da villa Spada e percorsero oltre 30 chilometri a piedi per unirsi alla brigata partigiana più vicina: la “Banda Mario”, appunto. L’arrivo dei tre etiopi diede un nuovo slancio al gruppo che, grazie alle informazioni ottenute dai nuovi arrivati, organizzò un assedio a Villa spada che non solo permise ai partigiani di guadagnare fucili, mitragliatori e bombe a mano custodite nell’armeria della villa divenuta prigione, ma portò alla liberazione dei prigionieri africani molti dei quali si unirono immediatamente al gruppo. Così, intorno alla fine di ottobre, la “banda Mario” poteva contare sulla presenza di almeno una decina di africani provenienti dalle colonie e sfuggiti alla prigionia nazifascista. Delle imprese partigiane degli africani del battaglione Mario non si sa molto. Certo è che presero parte a tutte le rappresaglie del gruppo che per dieci mesi fu uno dei più attivi nell’entroterra maceratese. Tra queste anche la battaglia di Valdiola, tra il 23 e il 24 marzo 1944 quando, quasi accerchiati da centinaia di tedeschi e fascisti, i partigiani riuscirono ad evitare la dispersione del gruppo continuando i sabotaggi al nemico.

“Per tutti loro l’ingresso nella resistenza non va letto come un calcolo utilitaristico. Pur nella cornice data dalla legislazione razziale e le richiamate restrizioni sulla circolazione, fino ad allora somali, eritrei ed etiopi avevano vissuto in una condizione di semilibertà”, osserva lo storico Matteo Petracci, che ha ricostruito la vicenda in diversi studi. Non avevano insomma la necessità di schierarsi. Non rischiavano la deportazione, non erano prigionieri di guerra. Avrebbero potuto aspettare il passaggio degli alleati per tornare a casa. E molti di loro, in particolare quelli che avevano bambini piccoli, in effetti fecero così. Chi rimase a combattere, insomma, lo fece per scelta. Lo fece perché aveva conosciuto l’orrore del fascismo, in patria prima ed in Italia poi, e non voleva che capitasse a nessun altro.Per i dieci partigiani neri della “Banda Mario”, il minimo che possiamo fare oggi è ricordarne il nome: erano Mohamed Raghe, Thur Nur, Macamud Abbasimbo, Bulgiù Abbabuscen, Cassa Albite, tale “Gemma fu Elmi”, Abbagirù Abbauagi, Scifarrà Abbadicà e Addisà Agà e Abbabulgù “Carletto” Abbamagal. Perché il loro esempio e le loro storie non vadano perdute.

La tutela dell’ambiente entra nella costituzione: cosa e come cambia.

Martedì la Camera ha approvato alla quasi unanimità la legge costituzionale che modifica gli articoli 9 e 41 inserendo per la prima volta l’ambiente e la sua tutela nel testo della nostra Costituzione. Un passo in avanti che potrebbe però rivelarsi solo di facciata. 

Con la firma apposta ieri da Sergio Mattarella entra in vigore ufficialmente la modifica costituzionale approvata martedì dalla Camera dei deputati con 468 voti a favore, un contrario e sei astenuti. Un passaggio formale, quello della firma del Capo dello Stato, che assume un significato fortemente simbolico rappresentando il momento esatto in cui la tutela dell’ambiente entra per la prima volta nella nostra Costituzione. Il testo approvato martedì alla Camera, che già aveva ricevuto l’ok del Senato a novembre, modifica infatti gli articoli 9 e 41 della carta costituzionale inserendo per la prima volta in modo esplicito riferimenti all’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi.

Articolo 9

Prima

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione

Ora

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali

La modifica dell’art. 9 assume un significato particolarmente rilevante, non solo perché per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana viene modificato uno dei primi 12 articoli della costituzione ma anche e soprattutto perché l’ambiente e la sua tutela entrano di fatto tra i principi fondamentali e fondanti del nostro paese. Con la nuova formulazione dell’art. 9, infatti, per la prima volta compare la parola “ambiente” nel testo sostituendo la “tutela del paesaggio” inserita originariamente dai padri costituenti. Una modifica non solo simbolica e formale ma che potrebbe rivelarsi particolarmente importante nell’indirizzare l’attività legislativa e giuridica. Citare esplicitamente l’ambiente e le sue componenti ed elevarne la tutela a rango costituzionale, infatti, permette di eliminare ogni ambiguità e di considerarlo per la prima volta un valore primario costituzionalmente protetto. A ciò si aggiunge il fatto che, in una formulazione totalmente inedita per la carta costituzionale, tale tutela è rivolta “alle future generazioni.

Articolo 41

Prima

 
L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali

Ora

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge controlla i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali

Con la modifica all’art. 41, invece, il legislatore ha voluto ampliare i casi in cui si limita l’iniziativa economica inserendo l’ambiente tra i beni da tutelare. Anche la posizione della parola “ambiente” nel nuovo testo non è casuale essendo stata inserita, non al termine dei limiti già presenti, ma al secondo posto dando così attuazione immediata al nuovo art. 9 che pone l’ambiente tra i valori fondamentali. A ciò si aggiunge che la destinazione e il coordinamento dell’attività economica pubblica e privata avvengono non solo per fini sociali ma anche per fini ambientali.

Se la modifica costituzionale porta l’Italia ad allinearsi con gli altri paesi europei diventando il ventiduesimo stato dell’Unione ad aver inserito tematiche ambientali nella propria carta fondamentale, è inevitabile chiedersi quale valore e impatto pratico avranno queste modifiche. Mentre politici di ogni parte esultano ed il ministro Cingolani parla di “una giornata storica per il Paese che sceglie la via della sostenibilità e della resilienza nell’interesse delle future generazioni”, è impossibile non notare come gli stessi abbiano fino ad ora disatteso ogni aspettativa in tema ambientale e di transizione ecologica. Nessuno stop alle estrazioni petrolifere, sempre maggior spinta sul gas, pochi investimenti sulle rinnovabili e un occhio di riguardo sempre pronto per colossi altamente inquinanti come ENI e Snam. Quel che si auspica è che questa ispiri realmente le future mosse legislative. Certo è che l’inserimento di nozioni ecologiche, come biodiversità ed ecosistemi, nella principale fonte del diritto, conferma quantomeno una nuova visione socioculturale.

La morte della piccola Ginevra per covid racconta l’inadeguatezza della sanità calabrese

È morta a due anni con il covid e non, o almeno non soltanto, per il covid. Perché la storia di Ginevra Soressa, la bimba calabrese morta ieri all’ospedale Bambin Gesù di Roma, racconta dell’inadeguatezza delle strutture ospedaliere calabresi dove ancora non esiste un reparto pediatrico.

Partiamo dai fatti. Venerdì mattina Ginevra ha iniziato a sentirsi male costringendo i genitori a portarla il più in fretta possibile all’ospedale più vicino: quello di Crotone, a 50 km da Mesoraca. Un’ora di macchina. È questo il primo, lungo viaggio a cui è stata sottoposta la bambina le cui condizioni, nel frattempo, erano in rapido peggioramento. Al San Giovanni di Crotone è arrivata già in condizioni gravi con febbre alta, tosse e problemi respiratori costringendo i medici ad un ricovero immediato in attesa dell’esito del tampone che ha confermato la positività della piccola. Ma la struttura di Crotone non è attrezzata per la cura di casi del genere e così, dopo una notte al San Giovanni in cui le condizioni sono precipitate con l’acuirsi di una polmonite interstiziale bilaterale e una saturazione ormai oltre la soglia critica, si è reso necessario un nuovo trasferimento. Una corsa in ambulanza di 70 km verso l’ospedale Pugliese Ciacco di Catanzaro dove è stata immediatamente sottoposta a ventilazione assistita e ricoverata nel reparto di rianimazione. Ma, anche in questo caso, il nosocomio era impreparato ad un caso come il suo. Perché a Catanzaro, come a Crotone, come in tutto il resto della regione non esiste un reparto di terapia intensiva pediatrica. Esistono reparti di rianimazione neonatale, certo, ma funzionano per i neonati che hanno al massimo una quarantina di giorni di vita. Per chi li ha superati non esistono in tutta la Calabria reparti appositi e figure specializzate. E così, mentre le condizioni di Ginevra si fanno disperate, deve intervenire la Prefettura che dispone il trasferimento immediato al Bambin Gesù di Roma su un volo dell’Aeronautica Militare. Trasferimento inutile perché, a causa delle cure inadeguate e dei ritardi dei giorni precedenti, Ginevra è arrivata a Roma in condizioni disperate ed è deceduta nel giro di poche ore.

La tragica storia di Ginevra riapre la ferita profonda dell’assenza di un piano organico per la gestione dell’emergenza urgenza in età pediatrica e, soprattutto, della mancata attivazione di un’unità operativa complessa di Terapia Intensiva pediatrica regionale. I bambini calabresi, insomma, vengono ad oggi trattati impropriamente nei reparti di terapia intensiva per adulti. Ma il bambino, si sa, è un paziente delicato e con esigenze completamente diverse da quelle di un adulto che richiedono la presenza di macchinari appositi e personale specializzato. Due cose che, in Calabria non ci sono. Una mancanza che di fatto lascia aperte due vie: una cura impropria in reparti per adulti o il trasferimento fuori regione che comporta, come nel caso della piccola Ginevra ritardi che possono avere conseguenze devastanti sul paziente. La presenza di un reparto di terapia intensiva pediatrica in Calabria avrebbe, forse, potuto salvare la vita alla piccola Ginevra che è invece stata vittima di continui trasferimenti che hanno comportato una risposta tardiva all’acuirsi dei suoi sintomi. 

Una mancanza ancor più grave alla luce del fatto che nell’accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2017 era stata disposta l’attivazione in Calabria di di una Unità operativa di Terapia intensiva Pediatrica ad alta specialità con quattro posti letto. Una disposizione recepita nel Decreto commissariale 89/2107 firmato da Massimo Scura che ne autorizzava l’attivazione. Quel decreto, però, è rimasto soltanto sulla carta e in una regione in cui la sanità resta un buco nero nonostante il commissariamento. Ginevra è morta, anche, per colpa della sanità calabrese. Ginevra è morta. Ma ci auguriamo che la sua storia possa risvegliare le coscienze e smuovere finalmente i vertici della sanità calabrese. Perché in Calabria non si debba più morire di sanità.   

Colpo alla mafia del Gargano: 48 arresti, c’è anche consigliere di Fratelli d’Italia

L’operazione “Omnia Nostra” ha portato alla luce gli interessi di un nuovo gruppo criminale nell’area garganica. Il sodalizio criminale, che avrebbe operato come metodologie mafiose, avrebbe avuto rapporti stabili anche con il consigliere comunale di Fratelli d’Italia.

È un colpo durissimo alla mafia del Gargano, forse il più duro che si sia mai inferto all’organizzazione. Trentadue arresti e sedici indagati per un totale di quarantotto soggetti coinvolti nell’operazione “Omnia Nostra”, coordinata dalla DDA di Bari, che ha disarticolato il clan Romito-Lombardi-Ricucci, egemone a Manfredonia e Mattinata e con proiezioni in tutta l’aera garganica. Secondo gli inquirenti, a seguito della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, da una costola del clan Montanari sarebbe nato un nuovo gruppo criminale operante nella zona del Gargano e riconducibile alla famiglia Romito. Stando a quanto si legge nelle carte dell’inchiesta, i 48 soggetti coinvolti avrebbero “costituito, diretto e comunque preso parte ad una associazione mafiosa, armata, formata da più di dieci persone, dotata di una struttura gerarchica con vincoli di assoggettamento e ruoli ben delineati, caratterizzata dalla forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dalle conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà, avente la finalità di controllare il territorio dal punto di vista economico e anche dal punto di vista militare”. Si tratterebbe, se le ipotesi di reato dovessero essere confermate, di una vera e propria associazione mafiosa operante sul Gargano.

Tra i nomi degli indagati spicca però un nome noto della politica locale: Adriano Carbone, commercialista e neoconsigliere comunale a Manfredonia e commissario cittadino di Fratelli d’Italia a sostegno della coalizione di centrodestra vincitrice alle recenti Comunali. Secondo il gip, che ha chiesto i domiciliari, Carbone avrebbe favorito imprese legate al clan “al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, ovvero di agevolare la commissione dei delitti di cui agli art. 648bis e 648ter del codice penale”. Si tratta del secondo grattacapo in poche settimane per il partito di Giorgia Meloni che già siera vista bocciare, a due giorni dal voto, la candidatura di Matteo Troiano bollato come impresentabile dalla Commissione Antimafia. Ora Carbone, il più votato tra i candidati di Fratelli d’Italia alle amministrative di novembre, potrebbe essere costretto alle dimissioni dal neosindaco Rotice intenzionato a non sbagliare nulla dopo due anni di commissariamento per mafia.

Ma mentre Carbone rappresenta il lato peggiore dello stato, il procuratore di Bari Roberto Rossi ha sottolineato che “con la battaglia che stiamo combattendo su questo territorio, dove lo stato sta mostrando tutta la sua forza, arriverà il momento in cui la mafia sarà solo un ricordo”. Un obiettivo concreto che per essere raggiunto ha bisogno la collaborazione di tutti. Come sottolineato dal Procuratore Nazionale Antimafia Cafiero de Raho, infatti, sul Gargano “non c’è una sola denuncia, eppure sono tante le vittime, la pressione è stata capillare, amplissima. Se i cittadini non danno una mano, se non denunciano, se non si sollevano contro la pressione mafiosa, lo Stato impiegherà tempo a debellarla, mentre con l’aiuto di tutti, anche in pochi anni, le mafie potrebbero essere totalmente annientate”. Messaggi di speranza che restituiscono senso e fiducia nelle istituzioni. Per ribadire un’altra volta che, insieme, si può vincere questa guerra che sembra infinita.

La morte di Mario Paciolla e un silenzio che dura da 14 mesi: cosa è successo realmente?

Quattordici mesi dopo la morte di Paciolla un silenzio assordante è calato sulla vicenda. Mentre la procura di Roma indaga, ostacolata dalle autorità colombiane e dall’ONU, media e opinione pubblica sembrano essersi dimenticati di quel “creatore di Futuro” ucciso in Colombia.

Sono passati oltre 14 mesi dalla morte di Mario Paciolla, il cooperante italiano trentatreenne trovato morto in Colombia il 15 luglio 2020 mentre si trovava in missione per conto dell’Onu. Quattordici mesi trascorsi tra indagini a rilento e un silenzio assordante di media e opinione pubblica. Perché sin dall’inizio sono stati pochi, pochissimi, ad interessarsi al caso di Paciolla e tenere alta l’attenzione su quanto stava succedendo. Pochi i media che ne hanno parlato, pochi i comuni che hanno esposto lo striscione realizzato dalla famiglia per chiedere verità.

Una verità che stenta a venire a galla anche per via dei numerosi depistaggi, delle ricostruzioni contradditorie e dei muri di silenzio. Le avvocatesse Alessandra Ballerini ed Emanuela Motta che stanno seguendo il caso hanno spiegato che le indagini vanno avanti, ma che l’omertà anche tra i colleghi di Mario sta rallentando le operazioni dei magistrati. La versione fornita dalle autorità colombiane e dall’ONU, che sin dall’inizio hanno parlato di suicidio, non ha mai convinto fino in fondo e sarebbe stata definitivamente smentita dai risultati dell’autopsia svolta dall’equipe medica guidata dal dottor Vittorio Finsecchi, che si è occupato tra gli altri anche dei casi Cucchi e Regeni. Un risultato che conferma i dubbi sollevati da subito dai genitori a cui Mario aveva più volte confidato di temere per la sua incolumità tanto da acquistare, il giorno prima del presunto suicidio, un biglietto aereo per tornare anzitempo in Italia. Un risultato che, soprattutto, ha spinto le autorità italiane a riaprire il caso con la Procura di Roma che ha disposto ulteriori accertamenti chiedendo ai colleghi colombiani una serie di perizie ulteriori per far luce sulla morte di Paciolla.

Mentre resta viva più che mai la pista che collega la morte del cooperante italiano ai bombardamenti delle forze armate colombiane dell’agosto 2019, su cui Paciolla aveva realizzato un rapporto per le Nazioni Unite, i genitori Anna e Giuseppe chiedono che finalmente possa essere fatta luce sul suo decesso. “Noi crediamo, anzi siamo certi, che le persone che lo frequentavano e in particolare chi lavorava nella sua squadra sapesse e sa.” hanno scritto in una lettera aperta pubblicata da Repubblica nelle scorse settimane “I suoi amici, che vediamo sorridenti con lui nelle foto scattate solo qualche mese prima della sua morte, sanno molte cose ma si guardano bene dal parlare. E quel sorriso oggi ci sembra falso e ci fa male. Ci rivolgiamo a chi sorrideva con lui nelle fotografie: parlate, non tradite ancora Mario. Non soffocate la vostra coscienza, non siate pavidi. Vi preghiamo, non lasciateci in questa incertezza, restituiteci le ultime giornate di Mario. Per noi chi non parla è complice di questo delitto. Aiutateci ad avere un po’ di pace e a restituire dignità a Mario e alle vostre esistenze.” Quel silenzio degli amici che si riflette nel silenzio dell’opinione pubblica che sembra essersi dimenticata del “creatore di futuro”, come lo ha definito Roberto Saviano, ucciso in Colombia. Un creatore di futuro che non possiamo e non dobbiamo dimenticarci e su cui dobbiamo tenere i riflettori accesi fino a quando non sarà fatta giustizia. Fino a quando mamma Anna e papà Giuseppe avranno, finalmente, una verità.

Un omicidio e un agguato in due giorni a Torre Annunziata: è guerra aperta tra i clan di camorra.

Dopo le stese di quest’estate, a Torre Annunziata aumenta la violenza. Due agguati in meno di 24 ore, di cui uno mortale, hanno insanguinato il comune alle porte di Napoli facendolo sprofondare in un inferno di paura. Così la camorra riaccende una guerra mai sopita.

Sono settimane di tensione altissima a Torre Annunziata, comune di 42mila abitanti alle porte di Napoli. Dopo le stese, i raid compiuti dai rampolli dei clan con colpi sparati in aria e contro le saracinesche a scopo intimidatorio, arrivano anche agguati ed omicidi. Il primo si è registrato nella giornata di sabato con un primo raid nella giornata di sabato in cui è rimasto ferito un cinquantasettenne, legato al clan Gionta, ricoverato in condizioni gravi dopo essere stato raggiunto da due proiettili. Domenica, invece, un secondo agguato ha portato alla morte di Francesco Immobile soggetto già noto alle forze dell’ordine per la sua vicinanza ai clan. L’uomo è stato raggiunto da una decina di colpi di pistola esplosi in pieno giorno mentre si trovava nel piazzale antistante la chiesa di Sant’Alfonso de’ Liguori.

Un’estate di sangue e violenza che sta tenendo Torre Annunziata ostaggio della paura riportando indietro di anni le lancette dell’orologio. Ma ad incutere maggiormente timore è il fatto che, a quanto sembra allo stato attuale, le violenze delle ultime settimane rappresenterebbero qualcosa di più. Non una violenza fine a sé stessa né un regolamento di conti: a Torre Annunziata sarebbe in corso una vera e propria faida tra clan. Ne è sicuro anche il primo cittadino Vincenzo Ascione secondo cui “la scarcerazione di alcuni personaggi di spicco legati alla criminalità, in un contesto già particolarmente compromesso come quello che vive Torre Annunziata, sta avendo il nefasto effetto di scatenare una guerra tra fazioni rivali per il controllo del territorio.” Una guerra per il controllo del territorio che, pur essendo esplosa con tutta la sua violenza negli ultimi mesi, è frutto di un’escalation di tensioni tra i clan radicati nel comune e determinati a imporsi sui rivali.

Sangue e violenze che Torre Annunziata non vuole più tollerare. Così oggi è andata in scena una manifestazione a cui hanno preso parte anche il deputato Paolo Siani, fratello del giornalista Giancarlo ucciso dalla Camorra, e il senatore Sandro Ruotolo che ribadito come la città sia ostaggio dei clan. “Non c’è più tempo da perdere.” Ha tuonato il senatore campano “Si è fin troppo sottovalutata la situazione. Dobbiamo disarmare Torre Annunziata. Siamo stanchi di una città in cui i diritti vengono negati. Fortapàsc non l’abbiamo ancora sconfitto”. E se le istituzioni faticano a reagire in modo forte alle violenze, la cittadinanza ha deciso di non restare a guardare. Nei giorni scorsi è stato presentato ufficialmente il “Comitato di liberazione dalla camorra” che riunisce oltre 40 associazioni con l’obiettivo di vigilare sul territorio e promuovere una cittadinanza attiva che si ribelli al malaffare. “All’emergenza criminale, al terrore delle bande di camorra rispondiamo con la mobilitazione.” Si legge nel comunicato del comitato “L’inadeguatezza delle diverse risposte mette ancora di più in crisi una città allo stremo della tenuta sociale, dove la sicurezza e la vivibilità sono particolarmente precarie. C’è una democrazia indebolita, la giunta comunale ha smarrito credibilità, autorevolezza e la capacità di essere un riferimento solido nella guida della comunità. Per questo motivo gruppi del volontariato, scuole, sindacato, associazionismo, parrocchie, enti, rappresentanti istituzionali, comuni cittadini si sono uniti per fare squadra e schierarsi a difesa della legalità, al bisogno di giustizia contro la cultura della violenza e della sopraffazione”.

La camorra, però, sembra essere in fibrillazione in tutta l’area e non solo a Torre Annunziata. Soltanto ieri a Napoli si è consumato l’ennesimo agguato: venti colpi sparati in pieno giorno nei vicoli del centro hanno raggiunto e ucciso Salvatore Astuto, 57 anni più volte indicato dalle forze dell’ordine come vicino al clan Mazzarella. La camorra, insomma, sta provando a rialzare la testa sfidando lo stato con una guerra sanguinosa che potrebbe degenerare. Lo stato, ora, deve rispondere. Con decisione e senza lasciare spazi a chi vorrebbe “governare” la Campania.

La lezione di Genova a vent’anni dal massacro

“E allora tu non puoi dimenticare
il soffio del respiro soffocato
l’idea di resistenza e ribellione
e del suo fiore che hanno calpestato”


A Genova, tra il 19 e 21 luglio 2001, andò in scena “la più grave sospensione dei diritti umani in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Parlare di quello che accadde in quei quattro, drammatici giorni, significa fare memoria di un movimento represso come mai si era visto fare nella storia democratica del nostro paese. Un movimento, mosso dall’utopia di un mondo fatto di pace e uguaglianza, radunato dietro uno slogan semplice quanto potente: “Voi G8, noi 6.000.000.000”. Uno slogan che gridava al mondo l’indignazione per quel manipolo di 8 capi di stato riunito nel capoluogo ligure per decidere il destino di 6 miliardi di persone.

Il movimento – Spesso quando si parla di Genova e di quei giorni maledetti si riduce tutto a due parole: No Global. Erano stati etichettati così i movimenti che in quegli anni avevano deciso di battersi per un mondo più equo e senza guerre, contro il FMI che elargiva prestiti a tassi altissimi ai paesi in via di sviluppo, contro la Banca Mondiale che sosteneva una sanità privata a scapito di quella pubblica, contro l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) che impediva ai Paesi africani di proteggere attraverso i dazi le proprie colture, ma permetteva all’Unione europea di sostenere con ingenti sussidi le grandi multinazionali europee del settore agricolo. Tutto ridotto dai media in due parole: No Global. Contro la globalizzazione e, di conseguenza, contro il progresso. Un movimento che per questo era ritenuto pericoloso e da fermare e che per questo fu represso sin dalle origini: Seattle nel 1999 dove nacque; Praga, settembre 2000, in occasione del meeting di Fmi e Bm; Napoli, marzo 2001, durante il Global forum; Goteborg, giugno 2001, dov’era in corso un vertice Ue. E infine Genova, luglio 2001, il momento più buio e la fine di quel movimento.

Ma anche se per anni, e spesso ancora oggi, si è cercato di ridurre il tutto a quella dicitura la realtà era profondamente diversa. A Genova nel 2000 venne inaugurato il “Genoa Social Forum” una rete di 1300 realtà provenienti da tutto il mondo che per un anno ha lavorato ininterrottamente per pensare un mondo nuovo slegato da quelle logiche che sembravano imprescindibili. Non un rifiuto totale alla globalizzazione ma un rifiuto a una globalizzazione che lascia indietro gli ultimi e dà poco a tanti per dare tanto ai pochi. La consapevolezza di quanto fosse complicato cambiare la realtà quando ci si scontra con istituzioni finanziarie e politiche che dispongono di poteri immensi, unita alla necessità di evitare un confronto che era stato integralmente trasferito sul terreno della repressione, della delegittimazione mediatica e delle aule dei tribunali, indusse negli anni molte realtà del movimento a tornare nel proprio specifico ambito d’impegno. Il movimento dopo Genova iniziò a morire ma quegli ideali rimangono vivi.

I fatti – Quello che accadde nel capoluogo ligure tra il 19 e il 21 luglio, poi, è cosa ben nota. Dopo mesi di terrorismo mediatico, con i principali quotidiani italiani che alzarono la tensione all’inverosimile. Il Corriere della Sera in un articolo del 20 maggio parla di manifestanti finanziati da Osama Bin Laden e in possesso di armi non convenzionali. Il 23 giugno Repubblica, riportando fonti del SISDE, descrisse uno scenario secondo cui i manifestanti sarebbero stati pronti a rapire agenti di polizia e carabinieri ed usarli come scudi umani. La città venne blindata per resistere a quello che, stando ai proclami di media e politici, sarebbe stato uno scenario da guerra. Reti alte cinque metri delimitavano il centro cittadino e la cosiddetta “Zona Rossa” inaccessibile a tutti se non residenti. Batterie antiaeree e antimissili vennero disposte in varie zone della città mentre lo spazio aereo su Genova venne chiuso per evitare attacchi da parte dei manifestanti che, sempre stando a quanto lasciato trapelare dai servizi segreti, sarebbero stati pronti a usare droni per sganciare sacche di sangue infetto procurato da non meglio precisati manifestanti tedeschi su obiettivi sensibili.

Quello che accadde, come ben sappiamo, fu l’esatto opposto. Manifestanti pacifici, se non per un centinaio di blac block pesantemente infiltrati dalle forze dell’ordine italiane, vennero caricati e massacrati per due giorni da polizia e carabinieri. Un precipitare di eventi che portò, dopo una prima manifestazione pacifica cui presero parte il 19 luglio 2001 circa 50mila persone, a iniziative diffuse in città e a un secondo corteo il 20 luglio, seguito da un terzo il 21 luglio, tutti caricati e repressi anche lungo il percorso autorizzato. Tre i momenti che per sempre segneranno la storia del nostro paese. La morte di Carlo Giuliani, ragazzo di 23 anni ucciso con un colpo di pistola dal carabiniere Mario Placanica alle 17.27 del 20 luglio in piazza Alimonda. La “macelleria messicana” della scuola Diaz con centinaia di studenti disarmati e con le braccia alzate pestati selvaggiamente dalle forze dell’ordine. L’orrore di Bolzaneto e quelle torture subite dai manifestanti presi in custodia da uomini dello stato che avrebbero dovuto tutelarli.

L’eredità – Troppo spesso in questi anni si è parlato del G8 di Genova solo con riferimento alle violenze e agli scontri. Troppo spesso si è dimenticato che a Genova in quei giorni scendeva in strada il “movimento dei movimenti”. Sotto i colpi dei manganelli finì quella galassia altromondista mossa da ideali così all’avanguardia da essere attuali anche vent’anni dopo. Puntare i riflettori sulle violenze e non sui contenuti ha fornito ai governi un alibi perfetta per sorvolare su quei problemi, reali e urgenti, sollevati dalle centinaia di migliaia di persone scese in piazza in quei giorni. C’era l’idea di un mondo senza frontiere e senza razzismo, promossa dal corteo dei migranti che aprì quei giorni di lotta il 19 luglio 2001, che oggi sta alla base del movimento Black Lives Matter. C’era il tema del femminismo e le prime lotte per i diritti omosessuali. C’era il tema dell’ambiente e, addirittura, c’era già un sentore della gravità dei cambiamenti climatici come testimoniano le parole di Walden Ballo intervenuto in quei giorni a Genova: “la crisi è relativa al capitalismo e alla sua tendenza a trasformare ogni risorsa in un prodotto da vendere, un sistema antitetico all’interesse della biosfera. La crisi dei cambiamenti climatici si è acuita drasticamente e la contrapposizione tra economia capitalista ed ecologia è evidente”. C’era in quei giorni e in quella generazione una voglia, non di anti-politica come qualcuno ha interpretato, ma di una politica nuova. Una politica fatta di ideali e che puntasse al miglioramento della società attraverso il riconoscimento dei diritti e dell’altro. 

In quei giorni nelle piazze di Genova c’era la ricetta per anticipare le più grandi crisi di questi anni.
A Genova in quei giorni c’era già tutto. Ma tutto quello che c’era è stato coperto di sangue.