Tag Archives: Criminalità organizzata

Il patto sui migranti fa gola alla mafia albanese

La Mafja Shqiptare negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale grazie alla sua capacità di comprendere e sfruttare a proprio vantaggio i contesti in cui opera. Una caratteristica che la rende pericolosa in ogni situazione e il patto Meloni-Rama non fa eccezione.

In origine erano bassa manovalanza criminale. Picchiatori, trasportatori e sicari a disposizione delle consorterie mafiose italiane. Poi qualcosa è cambiato. Hanno fatto tesoro dell’esperienza, replicando tecniche e contatti dalle mafie a cui erano sottoposte. Un’evoluzione rapida e, quasi, invisibile che ha reso le organizzazioni albanesi uno dei principali attori nel panorama criminale italiano ed internazionale. Così oggi la cosiddetta mafia albanese, Mafja Shqiptare il nome originale, può vantare un ruolo di rilievo: non più subordinato alle storiche organizzazioni italiane ma paritario. Affiancando metodi estremamente violenti ad struttura organizzativa simile a quella della ‘ndrangheta, una forma orizzontale a base familiare, i clan albanesi sono divenuti impenetrabili e difficili da contrastare. Così in poco più di due decenni sono arrivati al vertice della gerarchia criminale del continente insieme ai clan calabresi. 

Un salto di qualità importante grazie al quale oggi, come sottolinea anche la Direzione Investigativa Antimafia, i gruppi albanesi “manifestano un’alta pericolosità e una forte incidenza nelle attività illegali, con particolare riferimento al traffico di droga”. Proprio il narcotraffico è infatti l’attività più remunerativa grazie a cui i clan albanesi accumulano risorse. Studiando e perfezionando le strategie criminali dei clan a cui per lungo tempo sono stati sottoposti, hanno sviluppato una capacità organizzativa impeccabile che ha ben presto dato i suoi frutti. Nell’ultimo quinquennio la mafia albanese ha ampliato le sue relazioni nel continente stabilendo basi operative importanti ad Amburgo, Valencia e Algeciras oltre a una enorme influenza e presenza nel Regno Unito. Al fianco di queste nuove relazioni permangono gli storici contatti nei porti di Anversa e Rotterdam, verso i quali i clan indirizzano spedizioni provenienti dall’America Latina. Proprio in Sudamerica, a riprova della grande capacità di leggere i contesti ed adattarvisi, le organizzazioni albanesi sono state le prime a comprendere le opportunità offerte dell’Ecuador. Il paese, oggi sotto i riflettori per la violenza dei narcos, era infatti ritenuto il più sicuro dell’area per tessere relazioni criminali perché meno esposto di altri grandi narcostati come Colombia e Messico. Relazioni che oggi rendono la mafia albanese uno degli attori principali nel traffico di stupefacenti in Europa.

Accanto al traffico di stupefacenti vi sono una serie di attività criminali altrettanto allarmanti. Tra queste il traffico di migranti. L’Europol, già nel 2006, aveva riferito che il 90% dei migranti che raggiungevano l’Europa utilizzava una rete illecita, generando per le mafie un indotto tra i cinque e i sei miliardi di dollari. Quella rete, oggi, pare essere sempre di più nelle mani degli albanesi. Basta leggere le relazioni della DIA per comprendere il ruolo della Mafja Shqiptare in questo settore: “gli albanesi padroneggiano in maniera esclusiva la rotta balcanica”. Tradotto: nulla si muove senza il loro assenso. E così ogni movimento illecito diventa fonte di guadagno sulla pelle dei migranti. Innumerevoli operazioni di polizia hanno rivelato negli ultimi anni la capacità organizzativa delle compagini albanesi in questo settore. L’operazione Astròlabio”, ad esempio, ha fatto emergere la capillare ripartizione dei compiti: “Un gruppo si occupava del reclutamento dei migranti” rivela la DIA nella sua ultima relazione “un altro reperiva i mezzi e di ingaggiava gli scafisti, mentre gli altri erano deputati al recupero degli scafisti a traversata effettuata per poi riportarli nei Paesi di partenza ed organizzare nuovi viaggi”. Un meccanismo perfetto che fruttava all’organizzazione circa seimila euro per ogni migrante. 

In questo contesto l’accordo tra Italia ed Albania sui migranti rischia di diventare un facile bacino da cui pescare per alimentare questo business. Con l’ok della Corte Costituzionale albanese arrivato nei giorni scorsi, si va verso la realizzazione di due centri per l’identificazione e l’accoglienza di migranti: la prima struttura, quella di “registrazione”, secondo l’accordo dovrebbe sorgere al porto di Shëngjin mentre poco distante dovrebbe essere costruito un centro di permanenza a Gjadër. Una scelta che sembra poco logica considerando la posizione geografica delle due città, posizionate a nord del paese. Più vicini sia alle coste italiane che a quelle del nord Africa sarebbero infatti stati altri scali come quello di Durazzo o, ancora più a sud, di Valona. E analizzando la posizione geografica delle due città ci si rende conto di come questo accordo potrebbe diventare rilevante anche per le consorterie criminali. Il porto di Shëngjin dista infatti poco più di quaranta chilometri dalla città di Shkodër (Scutari in italiano) che da tempo è uno dei territori in cui si concentra maggiormente la criminalità organizzata albanese tanto da essere stata in passato definita dal Telegraph “la Palermo d’Albania”. Tralasciando il paragone infelice e stereotipato, la presenza criminale a Scutari può effettivamente essere paragonata a quella della Sicilia degli anni ’80 quando Cosa Nostra in ascesa sembrava essere ovunque. In città opererebbero almeno quattro storiche cosche mafiose pronte a sfruttare ogni nuovo canale di arricchimento che gli si presenta e a consolidare rapporti organici con politici e imprenditori in uno dei più importanti centri economici dell’Albania. In un paese in cui la corruzione è a livelli estremi (l’Albania è al 104° posto su 179 per livello di corruzione) l’accordo Meloni – Rama, in assenza di contromisure efficaci,  rischia così di offrire su un piatto d’argento alle cosche albanesi un business potenzialmente enorme a soli quaranta chilometri da casa.

Verso il voto: cosa dicono i programmi dei partiti sul contrasto alle mafie

In vista del voto del 25 settembre abbiamo analizzato i programmi dei quattro principali schieramenti politici per verificare se e come il contrasto alla criminalità organizzata venga trattato dai partiti che compongono i cosiddetti quattro poli. 

“Dignità è un Paese libero dalle mafie, dal ricatto della criminalità, libero anche dalla complicità di chi fa finta di non vedere.” Era il 3 febbraio quando, davanti al Parlamento che lo aveva appena rieletto, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella pronunciava queste parole. Non aveva fatto in tempo nemmeno a finire la frase che dai banchi del parlamento senatori e deputati si erano alzati ad applaudire quell’affermazione. Per quasi venti secondi, applausi bipartisan avevano incorniciato quella frase costringendo il Presidente Mattarella a fermarsi e osservare quel pieno sostegno alla propria affermazione. Sei mesi dopo, però, quella simbolica presa di impegno sembra essere svanita nel nulla con programmi elettorali in cui la parola mafia fatica a comparire mentre il tema del contrasto alla criminalità organizzata trova sempre meno spazio.

Centrosinistra (PD, Verdi-Sinistra Italiana, Impegno Civico, +Europa) – Il centrosinistra sembra essere la coalizione che, almeno da programma, presta maggior attenzione al tema delle mafie. Il Partito Democratico indica nel proprio programma la volontà di “costruire una nuova cultura della legalità, che faccia della lotta alle mafie e alla criminalità organizzata una priorità”. Il PD sottolinea l’urgenza di un “piano nazionale contro le mafie che definisca obiettivi condivisi per tutte le amministrazioni dello stato per accompagnare la nuova stagione di investimenti pubblici”. Un riferimento implicito ai soldi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che viene esplicitato in un passaggio successivo in cui si ribadisce l’importanza di “vigilare affinché i fondi del PNRR ed in particolare gli appalti ad essi legati siano tenuti al riparo dai rischi di infiltrazione mafiosa”. A ciò si aggiunge la volontà, espressa come vedremo da più parti, di riformare la legge sullo scioglimento dei comuni per rafforzare il contrasto alle infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione. Proposte certo condivisibili ma prive di qualsiasi indicazione sui tempi e i metodi per attuarle al punto da farle sembrare slogan più che reali impegni. Unico passaggio “concreto” sul tema nel programma del Partito Democratico è la proposta di legalizzare l’autoproduzione di cannabis per uso personale vista come un tassello importante “nell’ambito delle politiche di contrasto alle mafie”. Un tema, quello della legalizzazione e regolamentazione della cannabis che condivide anche +Europa che l’unica volta che cita la parola “mafia” nel proprio programma lo fa proprio per sottolineare come una regolamentazione della cannabis in Italia aiuterebbe nel “contrasto ai profitti delle narco-mafie”.

Decisamente più articolato e concreto il programma sul tema di Verdi e Sinistra Italiana. L’alleanza rossoverde dedica ampio spazio al tema nel suo programma, anche se penultimo tra i punti programmatici, individuando anche alcune proposte concrete da attuare in caso di governo di centrosinistra. Anche in questo caso, in linea con quanto proposto dagli alleati, si ha una netta apertura alla legalizzazione delle droghe leggere come strumento di contrasto alla criminalità organizzata. A ciò si aggiunge la volontà di “affermare sempre più la legalità attraverso processi formativi ed educativi e prima ancora che per la propria sicurezza, per la propria dignità e per poter affermare la nostra libertà” e di facilitare le procedure per il riutilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi. Rispetto agli alleati, e coerentemente con la natura dell’alleanza, Verdi e Sinistra Italiana affrontano poi nel dettaglio il contrasto alle cosiddette ecomafie con un elenco di venti proposte volte a ostacolare il fenomeno. A livello normativo si segnala la volontà di aggiornare la normativa sul piano cave, teatro da sempre di sversamenti e tombamento di rifiuti, e “un rafforzamento delle misure cautelari del sequestro preventivo e della confisca” oltre all’inserimento dei reati ambientali nel novero di quei delitti per cui non scatta l’improcedibilità. Tra gli altri punti importanti appaiono quello relativo all’attivazione di un sistema di tracciamento GPS dei rifiuti, già previsto per legge ma mai realmente attivato, oltre a una mappatura di impianti autorizzati allo smaltimento e di aree dismesse potenzialmente a rischio perché utilizzabili per stoccare illegalmente rifiuti.

Il programma di centrosinistra, come vedremo, è quello che dedica maggior spazio al tema. In linea con quanto visto per le questioni ambientali, però, ancora una volta le proposte appaiono essere fumose e poco concrete ad eccezione del programma dell’alleanza rossoverde, unica realtà in grado di mettere nero su bianco proposte concrete per il contrasto ad un fenomeno specifico come quello delle ecomafie.

Centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati) – “Lotta alle mafie e al terrorismo”. È questo l’unico passaggio sul tema nel programma comune della coalizione di centrodestra. Una singola frase all’interno del capitolo dedicato a “sicurezza e contrasto all’immigrazione illegale” senza alcun approfondimento o proposta concreta. Una situazione che ricalca quanto si verifica anche nei singoli partiti con, ad esempio, Fratelli d’Italia che nel suo “programma per risollevare l’Italia” nel capitolo dedicato a sicurezza e immigrazione parla genericamente di “lotta senza tregua a tutte le mafie, al terrorismo e alla corruzione”. Lo stesso avviene nel programma di Forza Italia in cui si parla di una generica “riforma degli strumenti di lotta alle mafie per conferire loro maggior efficacia”.

All’interno della coalizione il partito che dedica maggior spazio al tema, anche se in modo schematico e a nostro parere confuso, è la Lega che dedica due slide nel proprio “programma di governo” al tema del contrasto alle mafie. Tra le proposte emerge la volontà di espandere gli organici delle forze di Polizia per garantire “un controllo e una prevenzione sul territorio maggiormente capillare” e la proposta di potenziare il ruolo dell’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati e Sequestrati. Per quanto riguarda i beni confiscati la Lega rilancia poi la proposta di aprire alla possibilità di vendere i beni confiscati, già emersa in passato durante il governo Lega-M5S e duramente contestata dal movimento antimafia che ne ha sottolineato i rischi. Sul tema della formazione il programma del partito di Matteo Salvini sottolinea la necessità di istituire protocolli con le scuole per lo svolgimento di “incontri e percorsi formativi volti alla promozione della cultura della legalità e al contrasto alle mafie”. A far discutere, come già emerso nelle scorse settimane, è però il punto riguardante lo scioglimento dei comuni per mafia: “Attualmente” si legge nel documento “quando in un Comune la commissione prefettizia accerta che la collusione con una organizzazione criminale sia di un singolo consigliere e/o funzionario pubblico, quasi sempre viene sciolto il Comune. Proponiamo invece che la decadenza riguardi solo la persona collusa”. Si tratta però di una narrazione semplicistica che che non tiene conto del fatto che per lo scioglimento del comune non basta la presenza di un singolo funzionario o consigliere colluso ma di un ampio sistema in gradi di “determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali”.

Movimento 5 Stelle – Timido appare anche il programma del Movimento 5 Stelle che sul tema non porta proposte concrete se non quella, già avanzata dal centrosinistra, di legalizzare e regolamentare la coltivazione della cannabis per uso personale “al fine di contrastare il business della criminalità organizzata”. Per il resto, nel breve paragrafo dedicato al tema, si parla di un generico “potenziamento degli strumenti di contrasto già esistenti” e del “completamento delle riforma in tema di ergastolo ostativo” con l’esplicita volontà di tutelare i “principali presidi antimafia come il 41bis e le misure di prevenzione personali e patrimoniali”.

Si tratta di un programma evidentemente scarno e privo di qualsiasi proposta concreta che poco sembra avere a che fare con lo slogan “Onestà, Onestà” su cui ha basato la propria ascesa il Movimento 5 Stelle delle origini. La scarsa attenzione al tema di mafie e criminalità organizzata sembra oggi confermare la tendenza del M5S a staccarsi sempre più da quell’idea di anti-partito da cui era nata l’esperienza pentastellata.

Terzo Polo (Italia Viva, Azione) – Quasi assente, invece, la parola mafia dal programma di Azione – Italia Viva. Nel testo depositato dal cosiddetto Terzo Polo, oltre a sottolineare con frasi di circostanza l’ovvia necessità di contrastare il fenomeno, l’unica proposta che emerge è la volontà di modificare la legge sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose “garantendo risorse adeguate e strumenti efficaci per evitare il fenomeno degli scioglimenti ripetuti.” Si segnala inoltre la presenza della parola mafia utilizzata anche in relazione al contrasto all’immigrazione clandestina che sarebbe “un danno sia per i migranti sia per i paesi di destinazione” e “favorisce lo sviluppo di mafie transnazionali e di politiche ricattatorie”.