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Il maxiprocesso alla ‘ndrangheta e quelle tre donne protagoniste

Nel silenzio pressoché totale della stampa nostrana, a Lamezia Terme si sta celebrando con ritmi serratissimi il più importante procedimento giudiziario della recente storia italiana. Ma nel disinteresse dei media, a giudicare gli oltre trecento imputati nel più grande processo alla ‘ndrangheta saranno tre donne.

È il più grande processo per mafia dai tempi del maxiprocesso di Palermo. Eppure, in Italia, del procedimento in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme a carico di 325 imputati sembra importare a pochi. Mentre la stampa estera, dal The Guardian al Times passando per la Reuters e Associated Press, segue con attenzione e curiosità quello che è a tutti gli effetti il più importante processo in corso nel nostro paese, i media italiani non riservano che qualche trafiletto secondario al maxiprocesso calabrese, troppo presi a seguire le vicende che ruotano attorno al nuovo governo. Eppure, di spunti per parlarne ce ne sarebbero parecchi. A partire dai tre giudici che compongono il collegio che sarà chiamato a decidere la colpevolezza o l’innocenza di più di trecento persone: Brigida Cavasino, Claudia Caputo e Gilda Romano. Rispettivamente 39, 34 e 41 anni. Tre giovanissime donne che entreranno giocoforza nella storia giudiziaria del nostro paese per aver condotto il più importante processo contro le cosche calabresi.

La prima decisione presa dalla presidentessa Cavasino è già controcorrente e a suo modo storica: vietare le riprese televisive all’interno dell’aula bunker. Nonostante l’attenzione internazionale sia, come detto, altissima con centinaia di giornalisti che assistono alle udienze la decisione della Cavasino è volta a non spettacolarizzare il procedimento. Nessuna diretta televisiva, nessun video delle udienze per i tg o per i posteri come invece accadde al maxiprocesso di Palermo. Nessuno spazio a strumentalizzazioni o esposizioni ulteriori. Sì, perché le tre giudici del collegio sono già esposte a rischi evidenti e comprensibili, tanto che il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, rivolgendosi alla Corte ha chiesto che i giudici vengano “esonerati dal trattare altre questioni penali per dedicarsi esclusivamente a questo dibattimento”. L’obiettivo è fare il più presto possibile per ridurre al minimo le possibilità che qualcosa possa andare storto. Ed allora ecco subito fissato un calendario fittissimo con sei udienze settimanali per questo avvio di procedimento. Poi diventeranno 3 o 4 la settimana fino alla fine.

Da alcuni giorni le tre giudici hanno iniziato ad ascoltare in aula le deposizioni di pentiti e collaboratori che hanno rivelato i meccanismi della ‘ndrangheta, i rapporti tra le cosche e quella proposta arrivata da Totò Riina in persona. Secondo il pentito Franco Pino, la cui testimonianze è stata confermata dal riscontro con il collaboratore Umile Arturi, il boss corleonese avrebbe infatti chiesto alle cosche calabresi di aderire alla strategia stragista intrapresa da Cosa nostra dopo la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992. Una proposta rifiutata però dai clan di ‘ndrangheta perché, racconta Artusi, “se avessimo aderito alla strategia stragista dei siciliani avremmo trasferito i casini successi in Sicilia anche in Calabria e ciò non era conveniente per la ‘ndrangheta”. La presidentessa Cavasino e i giudici a latere Caputo e Romano ascoltano attentamente senza lasciar sfuggire nulla. Osservano imputati e collaboratori. Si confrontano. Davanti a loro un monumento della lotta al crimine organizzato come Nicola Gratteri a guidare un pool di pubblici ministeri preparati ed agguerriti. Dalla parte opposta un esercito di avvocati determinati a dare battaglia udienza dopo udienza per difendere i loro assistiti. E loro tre nel mezzo, in quella che sembra un’avventura degna di un romanzo epico. E invece è il più importante processo della recente storia italiana. Anche se in Italia, ancora, non ce ne siamo resi conto.